Nel carcere di Bollate, tra i detenuti più anziani

Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero 29 de Il Reportage.

di Maurizio Torchio

Chiedo a un agente dov’è l’area trattamentale. Lui mi risponde, gentile: “dopo il secondo orologio a destra”. Nel carcere di Bollate – periferia nord ovest di Milano, 300 metri in linea d’aria dall’Expo – gli orologi sono decine e sono tutti fermi. Come dopo un’esplosione o un terremoto. Quando sono venuto qui nel 2009 erano già fermi. Misurano lo spazio, non il tempo: scandiscono i corridoi. E dire che Bollate è un carcere modello, dove quasi tutti quelli che – per legge – avrebbero diritto a lavorare o a studiare lavorano o studiano.

Nemmeno qui, in una delle prigioni con il tempo meno sprecato d’Italia, si sente il bisogno di far funzionare gli orologi.  Eppure il tempo è l’essenza del sistema penale. Negli  Stati Uniti “doing time” e “making time” sono sinonimi gergali di “farsi la galera”. In carcere, in fin dei conti, non si prepara un reinserimento: si fa tempo, si pagano anni. Questo è il patto fra il carcere e la società: voi mi date i soldi – tanti – per funzionare, io produco tempo. Vi garantisco criminali che all’uscita saranno più vecchi, biologicamente meno adatti a delinquere; lenti a scappare, poco precisi a mirare, con ormoni usurati, più concilianti. Forse la cosa non riuscirà al primo tentativo – è improbabile riesca, visti i tassi di recidiva di chi fa solo tempo – ma a forza di fare ci sarà un momento in cui noi – carcere – vi restituiremo persone talmente stanche da non essere più pericolose. Oppure, se non vi fidate, possiamo tenercele per sempre.

Gli anziani in carcere dunque non sono una curiosità o un errore: sono il nocciolo della questione. I bambini innocenti chiusi insieme alle loro mamme suscitano indignazione; gli anziani colpevoli, però, sono più significativi. Alcune contraddizioni dell’esecuzione penale risaltano meglio sul corpo degli anziani. Di fronte agli ultra settantenni, ultra ottantenni persino, è più immediato – quasi inevitabile – chiedersi: è questa la soluzione più intelligente che abbiamo? La più economica, la più legittima, la più efficace?

Dal 2006 – anno dell’indulto cosiddetto “svuota carceri” – le uniche fasce di età di detenuti italiani ad essere costantemente cresciute sono i sessantenni e gli ultra settantenni. Negli ultimi dieci anni i diciotto ventenni sono diminuiti del 27% mentre gli ultra settantenni sono aumentati del 146%. È evidente che non bastano Totò Riina (87 anni, detenuto a Parma), Marcello Dell’Utri (76 anni, detenuto a Rebibbia) o Bernardo Provenzano (morto a luglio 2016, 83 anni, nel reparto ospedaliero di San Vittore, Milano) a spiegare il fenomeno.

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Torniamo agli Stati Uniti, faro mondiale dell’incarcerazione di massa: dal 2007 al 2010 il numero di detenuti over 65 è aumentato 94 volte più velocemente del resto della popolazione carceraria. L’onda lunga delle politiche di tolleranza zero sta facendo invecchiare i baby boomers in prigione. Guardando le fotografie di chi esce all’aria con treppiede e ossigeno, o di chi resta ammanettato alla sua barella, è difficile non chiedersi: cosa sta succedendo? la società si sta proteggendo o vendicando? O sta semplicemente guardando da un’altra parte?

Tutti gli anziani che incontro a Bollate hanno qualche patologia, spesso ne hanno molte insieme. È proprio questa complessità – mi spiega uno dei medici di turno – a renderli diversi dal detenuto tradizionale: diagnosticare e trattare patologie multiple è più difficile – e più caro. Una normale febbre può generare confusione, in un anziano, e la confusione una caduta con frattura del femore. I problemi non si sommano, si moltiplicano. In realtà anche i detenuti più giovani intrecciano patologie su più piani: biologico, mentale e sociale ingarbugliati insieme. Forse una maggior familiarità con i problemi geriatrici sensibilizzerà i medici penitenziari anche verso altre forme di complessità. Forse. Intanto gli agenti ci scherzano su: “Se mio nonno si ammalasse gli consiglierei di commettere un piccolo reato e venire qui: le liste di attesa sono molto più brevi.” Paradossalmente, questo è anche l’argomento che alcuni tribunali usano per respingere le istanze di incompatibilità col carcere. Quando i medici – il primario della V divisione di Medicina protetta del San Paolo di Milano, non un perito di parte – certificano che Bernardo Provenzano “raramente pronuncia parole di senso compiuto o compie atti elementari se stimolato” o ancora, qualche mese dopo, che “è totalmente dipendente per ogni atto della vita quotidiana… Alimentazione spontanea impossibile se non attraverso nutrizione enterale” il tribunale di sorveglianza di Milano risponde che “non sussistono i presupposti per il differimento dell’esecuzione della pena” perché i trattamenti “attualmente praticati gli stanno garantendo, rispetto ad altre soluzioni ipotizzabili, una maggior probabilità di sopravvivenza”.

Ovvero, il carcere è il miglior posto per curarsi.

Uno dei detenuti che incontro, settantasei anni, pur riconoscendo il privilegio di stare a Bollate la pensa diversamente. Ha chiesto molte volte aiuto ma il suo tumore al rene gli è stato diagnosticato – sostiene – con imperdonabile ritardo: “Adesso prima di farmi rimettere a posto i denti aspetto che mi dicano quanto ho ancora da vivere. Se è troppo poco preferisco risparmiare e lasciare qualcosa ai miei figli”.

Un settantanovenne con l’artrite mi dice: “Ai colloqui preferisco stare in piedi. In cella i più giovani mi aiutano a tagliare le unghie dei piedi, da solo non riesco.” Questo aiuto intergenerazionale in alcune realtà degli Stati Uniti – sempre loro – è stato istituzionalizzato: assistere gli anziani è diventato un lavoro per i giovani. Spesso sono giovani con una condanna a vita che non prevede la possibilità di parole, ovvero di liberazione condizionale o anticipata. Non usciranno mai, e lo sanno. Curano quello che diventeranno fra cinquant’anni. Puliscono, sollevano, imboccano il loro futuro.

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I compagni, naturalmente, oltre che un aiuto possono diventare un aggravio di pena. Vale per tutte le età, ma per gli anziani di più: “A Bollate ho la cella singola, per me è importantissimo. Sono entrato nel 1978. Ormai non mi sento più parte del carcere, non ho voglia di fare vita di carcere, parlare di carcere… Non mi ci riconosco, preferisco starmene per i fatti miei, chiacchierare o giocare ogni tanto con qualcun altro come me. A Busto Arsizio eravamo in tre in cella e mi facevano stare sul letto più alto: non c’era rispetto.”

Incontro un uomo filiforme e storto al quale è stato riconosciuto il diritto alla sedia a rotelle per gli spostamenti lunghi – andare ai colloqui o ai processi – e alle stampelle per quelli brevi. Dopo, un agente mi mostra la porta del gabbiotto delle guardie, scheggiata, bucata in più punti: “Non riesce a camminare” dice, riferendosi all’uomo – settantaquattro anni – col quale ho appena parlato “quasi non riesce a stare in piedi, però guarda che cosa ha fatto la settimana scorsa alla mia porta. Sembra incredibile. Anch’io non ci crederei se non me l’avessero detto i colleghi e non l’avessi visto dalle telecamere. Quando si arrabbia diventa terribile”. E un altro agente, strizzandomi l’occhio “Mario Merola. Capisce cosa intendo?”. Intende che i detenuti hanno il tempo e le doti – affinate dalla carriera criminale e da quella carceraria – per inscenare melodrammi anche dove non ci sono. Non devo fidarmi. Anche durante l’intervista con me, dopotutto, l’uomo racconta con orgoglio delle volte che ha minacciato di spaccare le stampelle in testa a questo o a quell’altro. Io certo mi terrei ben lontano dalle sue stampelle.

Ma davvero quattro ordini di cancelli e più di quattrocento agenti di polizia penitenziaria – tanti ne sono assegnati a Bollate – sono l’unico modo che la società ha per proteggersi da questo vecchio amareggiato e furibondo? Questo vecchio cattivo e sgradevole, ammettiamolo pure. Nessuno vuol condonargli niente. Ancora una volta: il carcere dovrebbe essere uno dei modi di esecuzione della pena – il più inusuale, l’extrema ratio – e questo per chiunque, indipendentemente dall’età; ma per gli anziani di più. Il tempo degli anziani dovrebbe essere considerato, per ragioni speculari a quello dei giovani, più prezioso della norma. Risorsa scarsa. La Cassazione ha più volte ribadito che : “È immanente al vigente sistema normativo una sorta di incompatibilità presunta con il sistema carcerario del soggetto che abbia compiuto 70 anni”. E in effetti la legge 5 dicembre 2005, n. 251 – cosiddetta “salva Previti” – prevede per gli ultrasettantenni la possibilità di accedere agli arresti domiciliari indipendentemente dalle condizioni di salute. L’elenco dei casi ai quali non si applica, però, è talmente lungo da renderla inutile. “Da quando sono qui” mi conferma Roberto Bezzi, capo degli educatori di Bollate “non ricordo di averla mai vista usare”. Il punto è che i carcerati ultrasettantenni raramente sono colletti bianchi; di norma sono delinquenti abituali, assassini, stupratori, sequestratori, trafficanti di droga, mafiosi. Ci vuole coraggio politico per dire: solo la perdurante e dimostrata pericolosità sociale può giustificare il carcere, non ci importa che cos’hanno fatto, come stanno di salute, quanta parte di condanna hanno o non hanno già scontato. Devono uscire. Ancora più coraggio e forza per reggere l’urto di quando, inevitabilmente, uno di loro commetterà nuovi reati. Il coraggio di dire che la società è stata comunque difesa meglio così, correndo quel rischio.

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Incontro un ergastolano di settantasette anni rinchiuso da più di trentacinque. Non ha diritto a corsie preferenziali e non riesce ad accedere a quelle ordinarie. Ha avuto un ictus. “Vorrei poter uscire in permesso. Ho paura di tornare nel mondo quando non sarò più in grado di orientarmi, di badare a me stesso”. I permessi glieli hanno tolti perché – dice – tornando da un pranzo ha avuto un malore, è caduto in un fosso e lo si è creduto ubriaco. Ora, è probabile che ubriaco lo fosse davvero, ed è possibile che la cosa si sia ripetuta più volte. Sono permessi premio, dopotutto, mi spiegano gli addetti ai lavori, è normale che non si voglia premiare un comportamento del genere. Eppure il dubbio di una mancanza di proporzionalità resta. Da una parte c’è il bisogno di un uomo di ri–familiarizzare – malamente – col mondo alla fine di una vita trascorsa per metà in carcere. Dall’altra quello di sanzionare – a fini educativi? – un comportamento che per noi di fuori non ha conseguenze; non di limitazione della libertà, perlomeno. E a proposito di libertà, l’ultima speranza del mio interlocutore si chiama libertà condizionale. “Non me la vogliono dare perché non riconosco uno dei miei delitti”. Dei due omicidi per i quali è stato condannato, più di trent’anni fa, ne ammette solo uno. “L’altro non l’ho fatto io!”. Il mancato riconoscimento del reato non è l’unico elemento per valutare il ravvedimento, ma è un elemento, a dispetto degli ovvi rischi di opportunismo. Il ravvedimento… che per legge dovrebbe essere concreto, esteriore, osservabile – il comportamento tenuto durante gli anni di detenzione, ad esempio – finisce col caricarsi di tonalità introspettive, quasi religiose. Ravvedimento. Non c’è purificazione, non c’è restaurazione di armonia se il male non viene espulso attraverso la magia della parola. O, più prosaicamente, attraverso la compravendita di informazioni con lo Stato. E questo ci porta a sfiorare l’ultimo dei motivi per cui ci sono degli anziani in carcere: l’ergastolo ostativo. I condannati per alcuni gravi reati – perlopiù legati all’associazione di tipo mafioso – possono accedere ai benefici previsti dall’ordinamento – incluse le misure alternative al carcere – solo se collaborano con la giustizia. Premiare chi vende informazioni è brutto – già Beccaria parlava della “debolezza della legge, che implora l’aiuto di chi l’offende” – ma punire chi non può o non vuole farlo è peggio. Forse è incostituzionale. Per un condannato all’ergastolo non poter accedere ai benefici significa che il fine pena è davvero mai. Non c’è un dopo. Che ne è della funzione rieducativa delle pene (art. 27 della Costituzione) se si butta via la chiave? Gli ergastolani ostativi sono più di mille. Il settantasettenne che ho incontrato io non è ostativo, ma anche lui fatica a intravedere un dopo. Ha una pallina da tennis gialla in mano che porta sempre con sé. La stringe e la rilascia, la stringe e la rilascia, è il suo esercizio contro l’artrite. È il movimento della macchina del tempo quando tutti gli orologi sono fermi. Terminiamo il colloquio perché ha appuntamento col medico.

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Un commento a “Nel carcere di Bollate, tra i detenuti più anziani”
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  1. […] anche di vecchiaia, di sbarre, di stanze singole, di visite mediche, di colloqui con i famigliari. E lo trovate qui, mentre ve ne lascio un piccolo […]



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