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Nel Cile degli ultimi: una conversazione con la scrittrice Arelis Uribe

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di Sara Zucchini (fonte immagine)

Preferiremmo non porci il problema, invece che ritrovarci così spesso ad avere a che fare con forme più o meno lampanti di ingiustizia. È questa la parte brutta del femminismo: dover diventare ipersensibili a quello che non ci piace.

Nel suo blog, Arelis Uribe, una giovane giornalista e scrittrice militante, parla di quello che la riguarda più da vicino, ma senza mai scadere nei personalismi. Le differenze di classe, il Cile, il suo barrio pobre, i cani randagi che si trascinano per le strade di Santiago: tutto fa da sfondo ai suoi racconti. A Santiago del Cile, nelle librerie e (nei bar delle) università, si parla molto di lei e della sua raccolta di racconti, Quiltras, uscita per Los Libros de la Mujer Rotaa novembree diventata subito un caso editoriale.Quiltras (il titolo significa provocatoriamente “cagne”) parla delle esperienze ordinarie, ma fortemente simboliche, delle giovani cilene: l’amicizia, le relazioni nate su internet, l’università, da un punto di vista femminile e, nello specifico, di ragazzine cresciute nei quartieri periferici di Santiago, con genitori costretti a fare due lavori per mettere insieme uno stipendio, in un paese dove la privatizzazione selvaggia ha reso esclusivi anche settori come la sanità e l’istruzione.

Così Arelis ha voluto scrivere un libro fortemente politico, ma senza infarcirlo di discorsi di politica, optando per una letteratura “dei gesti quotidiani, degli autori che scrivono come parlano, con i verbi spogliati, senza pretese né trucchi per sembrare migliori o più abili”.

Me l’hanno consigliato a Los Metales Pesados, una delle poche librerie indipendenti della capitale, appena ho chiesto di un’autrice che potesse darmi un’idea di come se la passano le donne in quello che mi sembra il paese più contraddittorio e più lontano del mondo.

In Quiltras le protagoniste sono sempre ragazze adolescenti o giovani donne che instaurano tra loro legami simbiotici finché non si ritrovano a scontrarsi con le differenze di classe, che determinano il loro futuro e che, inevitabilmente, finiscono per allontanarle. 

Credo che sia l’argomento centrale del racconto Italia. Le differenze si annullano di fronte a qualcosa che accomuna tutte le persone, e cioè nel momento in cui condividiamo una storia, delle esperienze. Avevamo la stessa età perché ridevamo per le stesse cose. È qualcosa di estremamente personale e soggettivo, però quando esiste quella chimica che ci fa desiderare di condividere il nostro tempo con qualcuno, a quel punto qualunque genere di differenza si annulla.

Quando hai iniziato a scrivere?

Iniziai a scrivere in un laboratorio di scrittura a cui ho partecipato quando avevo diciotto anni. Si teneva al Mercurio (quotidiano cileno) e lì l’approccio alla formazione letteraria era estremamente borghese. Leggevamo autori che scrivevano di quartieri altolocati, che io non conoscevo nemmeno, perché venivo da Gran Avenida, nella periferia sud di Santiago, che è una zona popolare, dove abita la classe media, o piuttosto medio-bassa.

Poi entrai all’università, scoprii lo scrittore cileno Pedro Lemebel e mi resi conto che la letteratura poteva trattare anche della povertà.

Che cosa avevi in mente quando hai scritto Quiltras?

Alison Bechdel inventò un test per valutare il ruolo dei personaggi femminili nella letteratura e il risultato è che quasi sempre appariamo in appendice. Tutte queste idee le ho portate con me mentre scrivevo Quiltras. Che il titolo del libro sia femminile plurale o che tutti i racconti abbiano come protagoniste delle donne sono state decisioni-intuizioni che hanno generato, dopo la pubblicazione, delle interpretazioni politiche condivisibili ed entusiasmanti.

Qual è la tua idea di letteratura?

Quello che faccio sempre quando scrivo è formulare un discorso dissidente in uno scenario conservatore che tende a escludere alcune identità.

Potresti aiutarmi a capire qual è il panorama politico con cui ti confronti? Stiamo parlando di un Cile per la maggior parte machista, di destra e conservatore o pensi che ci sia una tendenza al cambiamento?

Una volta ho intervistato una femminista americana che si chiama Ann Simonton e che mi disse: “Il machismo è la forma più profonda in cui impariamo a essere”. Intendeva dire che è talmente radicato nella cultura occidentale da costituirne l’essenza stessa, e in un paese come il Cile, isolato da un punto di vista socioeconomico e culturale, la dissidenza più estrema sta nel mettere in discussione questo genere di violenza. Credo di poter dire che in Cile stiamo vivendo una fase, per quanto lenta e complessa, di riscrittura dei copioni sociali. È in corso una specie di nuova ondata femminista, ma anche di riscoperta delle proprie origini.

Esistono organizzazioni femministe o movimenti di cui vuoi parlarci?

Posso parlare del lavoro che stiamo facendo all’Observatorio Contra el Acoso Callejero – OCAC, un’organizzazione nata alla fine del 2013 con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sul problema delle molestie sessuali negli spazi pubblici come sintomo della violenza di genere, e proporre azioni concrete per estirpare questa pratica. Io ho aderito come volontaria all’inizio del 2014 e, insieme ad altre ragazze, abbiamo rinnovatola comunicazione del progetto. All’inizio la stampa parlava di noi come delle “amiche che sono contrarie ai complimenti per la strada” e ci pubblicavano nelle sezioni “tendenza” oppure “donne”. Dopo che abbiamo avanzato una proposta di legge che è stata appoggiata da deputati e deputate appartenenti a differenti partiti, siamo finalmente apparse là dove avremmo sempre dovuto essere: nella sezione politica dei quotidiani.

È da due anni che il progetto di legge si sta discutendo in Senato e noi stiamo lavorando per accelerare il processo di approvazione.

Che cosa comunicate?

Il lavoro di comunicazione ci ha viste impegnate a diffondere denunce e contenuti utili per le donne. Affrontiamo ogni giorno svariate tematiche che le riguardano, perché la violenza di genere è un fenomeno multiforme e, per comprenderne una particolare manifestazione, è necessario averne una visione d’insieme.

“Cuico” è un termine che utilizzi molto nel tuo libro, ma non sono riuscita a trovarlo nei dizionari comuni. È un sinonimo di “borghese” o ha un significato più specifico? Chi sono i cuicos in Cile?

Come tutti i concetti ha contorni imprecisi ed è in costruzione. In pratica, una persona cuica ha molti soldi, gode di privilegi legati alla sua condizione economica, da una o più generazioni, e vive in quartieri al centro di Santiago, come Providencia, Las Condes o La Dehesa. Allo stesso tempo ha a che fare con una componente di razza: la maggior parte dei cuicos sono considerabili   “bianchi”, anche se si sa che in Cile siamo tutti mestizos, cioè meticci.

È anche una questione di educazione?

Sì, l’altra caratteristica ha a che fare con le scuole. In Cile la scuola dove hai studiato dice molto sulla tua origine e sul tuo futuro. È un marchio di classe.

Tanto le università pubbliche quanto quelle private impongono rette da un minimo di tre milioni di pesos all’anno (circa 4.300 euro), per una facoltà poco costosa. Il corso di Medicina può costare fino a otto milioni all’anno. Tenendo presente che il salario minimo è di 250 mila pesos (circa 360 euro) e che il 70% della popolazione cilena non guadagna più di 300 mila pesos al mese, ci si rende conto di quanto sia proibitivo l’accesso all’università e di quanto la cultura, di conseguenza, sia privilegio riservato alle classi sociali più benestanti.

Spesso, nei tuoi racconti, descrivi i quartieri poveri come stazioni di transito per i tuoi personaggi. Alcuni arrivano da altri luoghi, per motivi economici o casuali, e se ne vanno appena possibile. A volte il Cile stesso diventa “l’ultimo luogo al mondo”, una destinazione provvisoria prima di proseguire per l’Argentina o per l’Europa. Ma quello che è interessante è che il tuo punto di vista si focalizza dalla parte di chi, con una certa rassegnazione, resta a guardare gli altri che partono.

 Non avevo mai pensato al quartiere popolare come a un luogo di transito o di permanenza. Chissà se, così come dici tu, c’è davvero rassegnazione nei personaggi di Quiltras. Rappresentano   persone reali, cileni a cui era stato venduta una promessa di ascesa sociale che in realtà non esiste. L’illusione meritocratica per cui con i tuoi soli sforzi puoi realizzare i tuoi sogni omette i privilegi e gli svantaggi di classe che esistono, tanto a causa dei pregiudizi quanto delle difficoltà materiali e simboliche. Quindi sì, sono sensibile alle storie delle persone che non hanno potuto sviluppare completamente il loro potenziale per colpa dell’ingiustizia sociale.

Una cosa che ho notato fin dal mio primo giorno in Cile è che gli uomini non mi guardano mai negli occhi quando mi parlano se sono in compagnia di un altro uomo. Tuttavia, quando mi trovo a camminare da sola per la strada non hanno problemi a farmi la radiografia, e così succede, per quanto mi sembra, a tutte le ragazze. Intendo dire che il machismo si rivela nel quotidiano e, anche se assume forme diverse, è sempre possibile avvertirlo: sia che si manifesti in modo subdolo o evidente. 

È qualcosa che si percepisce ma che spesso si evita di verbalizzare. A volte quando esprimi il tuo disagio non manca qualcuno che ti accusi di essere esagerata, o pazza.

Non è la stessa cosa vivere da uomo o da donna in questa società e questo è innegabile. Ha a che fare con la convinzione interiorizzata per cui gli uomini meritino più spazio delle donne, su un piano simbolico e materiale, e con il principio machista per cui essere uomo significa che le donne ti debbano piacere, che tu voglia farci sesso, e che te la debba godere. Dal momento che l’identità maschile si costruisce a partire dall’assoggettamento delle donne, e siccome questo accordo deve venire continuamente ribadito, un certo genere di uomini non si risparmia, ad esempio, di commentare il corpo delle donne indipendentemente dal contesto.

Mi vengono in mente centinaia di episodi di questo genere, che ho vissuto in prima persona, a partire da quando ero bambina fino alla settimana scorsa.

La violenza è un’esperienza continuativa: la subisci durante tutta la vita e in diversi contesti. Ho tentato di farne una questione, sperando che smetta di succedere ad altre persone.

In Cile l’aborto è illegale ma il Senato ha da poco approvato un progetto di legge per depenalizzarlo. Pensi che si possa sperare di raggiungere un risultato positivo durante questo governo?

Onestamente? No. In verità credo che la ministra del SERNAM (Servicio Nacional de la Mujer) abbia fatto di tutto per spingere questo progetto, però viviamo in un paese troppo conservatore e misogino. E questo si è visto nei dibattiti del Congresso su questo tema: gli argomenti antiabortisti della destra e dei movimenti “pro-vita” difesi fino a sfiorare la rissa.

È un peccato, ma dubito che questa legge sia una priorità per il governo.

Il femminismo ha sempre avuto a che fare con i corpi delle donne e con il controllo che il potere impone sull’intimità delle cittadine e dei cittadini. Però, come diceva Foucault, dove c’è potere c’è resistenza, e il corpo oppresso reagisce naturalmente contro la forza di oppressione, specialmente quando si coalizza con altri.

Credo che il mondo faccia di noi persone molto competitive, e soprattutto donne molto competitive. La sorellanza, che è la solidarietà che si crea tra le donne in un contesto patriarcale o, come mi piace dire, il femminismo che diventa  pratica, è un movimento controculturale. È difficile trovare persone che decidano di condividere la tua stessa lotta, ma quando le trovi, ti danno l’energia per cambiare tutto.

In Italia, le interviste si chiudono sempre con una domanda sui piani per il futuro. Dimmi: leggeremo qualcosa di tuo prossimamente? Continui a scrivere o stai seguendo altri progetti?

Sto lavorando a due libri, un’antologia di articoli politici (che ho pubblicato a partire dal 2014 in diversi giornali cileni) che uscirà con la casa editrice Los Libros de la Mujer Rota, la stessa di Quiltras, e un saggio-reportage sulle relazioni di potere all’interno delle redazioni dei media, con la casa editrice Planeta.

Commenti
Un commento a “Nel Cile degli ultimi: una conversazione con la scrittrice Arelis Uribe”
  1. Sergio garufi scrive:

    Io sono talmente maschilista che quando ho letto in questo pezzo che all’autrice per strada gli uomini fanno la radiografia sono andato su google immagini per cercare di vedere com’era (ma non l’ho trovata)

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