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Nel crepuscolo di Weimar. “Fratelli di sangue” di Ernst Haffner

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I ragazzi non hanno i documenti in regola. Le scelte individuali c’entrano relativamente poco. Non possono essere a piede libero, onde evitare il pernicioso abbandono a sé stessi, recita l’ordinanza del riformatorio. Willi e Ludwig, protagonisti dello struggente romanzo Fratelli di sangue (Fazi, 206 pagine, 17.50 euro, traduzione curata da Madeira Giacci), vogliono compiere il capolavoro: riuscire a vivere onestamente, in regola con la legge, ma senza timbri e senza firme, nella Berlino spietata degli ultimi giorni di Weimar (1919-’33). I fuggitivi della banda, che dà il titolo all’opera, clandestini nella propria città, mostrano il coraggio della fame per la ricerca della libertà, che è conquista quotidiana. Preferiscono la fame all’essere schiacciati, alla mezza sazietà, al falso mito della rieducazione: non diventeranno mai confacenti a quell’ordine, rinunciano alla loro ora di libertà, all’aria di quel cortile.

Sappiamo poco della biografia dell’autore, che però ha posato e poi messo per iscritto uno sguardo, un’urgenza, nel quadro di una società in disfacimento. Non abbiamo fotografie che testimonino l’esistenza di Ernst Haffner. Jugend auf der Landstraße Berlin, il titolo originale, apparve per la prima volta nel 1932, riscuotendo nell’immediato l’apprezzamento della critica e dei lettori. L’anno successivo finì bruciato nei roghi nazisti. C’è traccia di una convocazione, vergata Joseph Goebbels, presso la Reichskulturkammer, istituzione culturale centrale del Terzo Reich. Chissà che Haffner non si sia sottratto a quell’incontro proprio come i ragazzi di strada al riformatorio.

Non si afferrano con immediatezza le ragioni che spinsero i nazisti a includere Jugend auf der Landstraße Berlin nei roghi del 1933, sennonché l’editore fosse ebreo. Nel testo non c’è nessun preciso riferimento politico. La critica sociale stronca però qualsiasi pretesa nazionalistica e cieca fiducia in età dell’oro. E all’inizio Haffner condensa in poche righe, a proposito delle condizioni familiari dei ragazzi che raffigura, la propria posizione antimilitarista: «(…) I padri erano in guerra o nella lista dei dispersi, mentre le madri confezionavano granate nelle fabbriche di polvere da sparo e di esplosivi sputando i polmoni a furia di tossire».

Haffner si prese tutto quel che gli garantiva l’articolo 118 della Costituzione di Weimar, che formulava il principio della libertà di espressione del pensiero e del divieto della censura.

Dal 1938 Haffner è svanito: morì in guerra, dentro a un campo di prigionia oppure riuscì a espatriare? Nel 1943 il bombardamento di Amburgo cancellò l’archivio librario dell’editore Bruno Cassirer e la corrispondenza intercorsa tra i due. Ernst visse a Berlino dal 1925 al 1933. Era un giornalista, alcuni sostengono anche assistente sociale, che oltre alla presa diretta sul campo, nei bassifondi di Alexanderplatz, attinse fra gli altri alle ricerche di Peter Martin Lampel sulla gioventù disperata.

Negli anni Settanta il testo di Haffner iniziò a riemergere dall’oblio per la ricchezza della testimonianza documentale sulla vita nel sottobosco berlinese. Blutsbrüder, nella nuova edizione tedesca, è stato ripubblicato nell’agosto del 2013 dall’editore Peter Graf, Metrolit, e ha stregato tutti fin dalla presentazione alla Fiera del libro di Francoforte. Stessa eco positiva oltreoceano. Haffner ci dice qualcosa di rilevante sul mestiere del raccontare. Conosce la materia di cui si occupa. Fratelli di sangue, che Fazi meritoriamente porta in Italia, rientra e in parte si sottrae alla definizione che Ladislao Mittner dà della Neue Sachlichkeit, movimento in cui il libro si inserisce e contestualizza:

«(…) A guardare i fatti in superficie, si può dire che dieci anni dopo la fine della prima guerra all’espressionismo subentrò d’improvviso una forma nuova di realismo. Dal massimo dell’astratto la letteratura tedesca, ubbidendo a un suo misterioso amore delle oscillazioni polari, si lanciò a capofitto nel massimo del concreto. Fu anzitutto un quarto d’ora di successo strabiliante dei romanzi e diari di guerra, della letteratura di reportage. All’uomo nudo, metastorico, si sostituì l’uomo della strada, anche troppo determinato nella banalità della sua grigia esistenza quotidiana, l’uomo qualunque, il reduce come gli altri, il disoccupato come gli altri: uomini che girano, affamati e disperati, per le strade della città alveare. Il personaggio riacquista la propria concretezza anagrafica.

Naturalmente la Neue Sachlichkeit non nasce da un giorno all’altro, è già insita nei tentativi, anteriori al 1914, di una nuova architettura funzionale necessaria per la costruzione delle grandi città dell’avvenire; e la lunga serie di film tedeschi detti della strada o dell’asfalto, ispirati dalla visione della città-macroantropo, organismo che respira e si dilata secondo la propria legge, assorbendo e annullando nella propria vita quella dei suoi impersonali abitanti, mostrano chiaramente, a partire dal 1923, il passaggio graduale dall’incubo espressionistico a un tecnicismo documentario. L’elemento comune, negativo, è la tragica subordinazione dell’uomo alla macchina, ai grandi complessi industriali e urbanistici».

Haffner denuncia Berlino, la qualifica tre volte con l’aggettivo spietata: «Si è fatto giorno. I pochi che non fanno parte dell’esercito dei sei milioni d’affamati della città si affrettano a lavoro per guadagnarsi la pagnotta». Da soli non si sopravvive, bisogna essere almeno in due. Berlino occidentale è un paese straniero, ricco, allegro, rivoltante: «I due signori in smoking e i due ragazzi, ubriachi e apatici, entrano nell’albergo. È la prima notte che Ludwig e Willi trascorrono a Berlino Ovest. La strada che collega la Berlino nord orientale con quella occidentale molto spesso passa attraverso le lenzuola di un albergo a ore». Mai più, si sussurrano Willi e Ludwig. Sono due membri del misero esercito di vagabondi della metropoli, e promettono di non separarsi mai; uno rinuncia anche a mettersi in regola per l’altro: «In due è tutta un’altra cosa. La notte non è così lunga, così fredda, e i morsi della fame non sono così feroci. Possono permettersi di ridere».

La letteratura di Haffner non è impassibilità, non pecca di qualunquismo morale; usa il tempo presente ed è viva nella reazione, nell’umanità dei giovani al contempo consapevoli di quel che non avranno mai, della zavorra irrisolvibile («già quando compivano i primi passi sulle loro arcuate gambette erano abbandonati») e della necessità di riscossa che devono prendersi. Lo spiegano al giudice, al suo posto non ci sanno stare:

«Devo dire la verità, signor giudice, giusto?

Ovviamente!

Signor giudice, non mi pento di questa azione. Il signor Friedrich, l’educatore, infieriva spesso su di noi».

Ludwig compie un passo successivo. Non si assolve, sostenendo che non è un delitto rubare quando si ha fame. Rapinare i marchi contenuti nei borselli delle mogli degli operai lo inquieta, lo sconcerta al punto di sottrarsi insieme a Willi alla devianza criminale della banda, che ha perso le esitazioni dei primi colpi. Haffner fotografa il punto esatto in cui una banda, composta da adolescenti, compie il salto di qualità e, accecata dal denaro facile, si trasforma in qualcosa d’altro.

Nell’incipit lo scrittore introduce subito la distinzione che caratterizza tutto il romanzo; gli otto adolescenti della banda e il serpentone umano, loro e il resto del mondo fuori: «Minuscoli elementi di quella fila infinita attendono assieme ad altri cento di potersi sottrarre a quel tremendo freddo umido e di essere ammessi nelle calde sale d’attesa». Haffner gioca costantemente sulla sensazione di freddo e sulla ricerca di calore. La notte, il dolore fisico sui letti miserevoli che Berlino offre ai propri cittadini indigenti. Poi c’è la bettola Mexico ad Alexanderplatz: «Un brodo caldo, anche se poco sostanzioso, può fare infinitamente bene. Le mani si stringono intorno alle tazze, i Fratelli di sangue stanno seduti in un angolo e succhiano e succhiano calore».

Il caldo però è anche il sudiciume di una grande sala d’accoglienza, dove i minori vendono il proprio corpo, un residuo di autenticità, per qualche centesimo. Haffner insiste sulla morte dello spazio pubblico, che non ottempera più al proprio compito: «Andiamo a fare gli scienziati in biblioteca nazionale – dice un piccolo amico di Willi -. D’inverno la sala lettura è così amata che spesso devono chiuderla temporaneamente per sovraffollamento. È gradevolmente calda».

Fin dalla prima pagina l’autore ci propone, illustra con immagini vivide il fallimento della burocrazia, l’inadeguatezza statuale di fronte alla crisi, il grigiore della macchina amministrativa. La porta di ferro del secondo piano del servizio di assistenza sociale del distretto Berlin – Mitte è pesante. I disoccupati si accalcano nella terra di mezzo lurida delle scale e degli androni a caccia delle panchine per riposare un po’. Corpi che avanzano, documenti su documenti per il sussidio di disoccupazione. Gli impiegati barricati negli uffici invece luminosi evitano contatti superflui, non si sentono coinvolti nella qualità del servizio.

Haffner è un testimone attivo del proprio tempo, che vede morire lo spirito della Costituzione di Weimar («Tutti i tedeschi sono uguali innanzi alla legge. Sono aboliti i privilegi o le incapacità di diritto pubblico, collegati con la nascita o l’appartenenza a ceti – Art. 109»), la quale nella seconda parte proclamava e regolava i Diritti e doveri fondamentali dei tedeschi, fissando chiaramente i principi fondamentali che avrebbero dovuto ispirare la politica tedesca. Lo scrittore non ritrova la tensione dei costituenti, quel compromesso, quella sorta di conciliazione tra capitalismo e socialismo da una parte ricercata.

Nel luglio del 1927 era stata varata, dopo lunghe lotte, la legge sul collocamento al lavoro e l’assicurazione contro la disoccupazione, che assegnava un’indennità, alle condizioni prescritte, a ogni persona atta al lavoro e desiderosa di lavorare. Un progresso politico-sociale che si rivelò difficilmente sostenibile per la finanza pubblica, chiamata a supportare quel che non veniva coperto dai contributi di eguale entità dei datori di lavoro e lavoratori.

Nei casi in cui l’autofinanziamento dell’assicurazione contro la disoccupazione non bastava, lo Stato aveva l’obbligo di intervenire concedendo prestiti all’istituto per le assicurazioni contro la disoccupazione, provocando così problemi e conflitti, come ricostruisce Erich Eyck. La soglia non era sufficiente a coprire i bisogni del milione e trecentomila disoccupati dell’epoca. Di fronte all’emergenza il ceto degli impiegati, molto ben rappresentato nel Reichstag, si ritrovava con i propri patrimoni ridotti a zero dall’inflazione, in una situazione nettamente peggiorata rispetto all’anteguerra. La legge che aumentò sulle spalle della finanza pubblica gli stipendi addirittura del 21-25% non bastava a sopperire alla depauperazione sociale del ruolo. Non erano mai stati ricchissimi, ma guardati con rispetto, sì.

Più avanti Haffner disegna il ritratto di un impiegato in tribunale, al momento della scarcerazione di Ludwig: «Uomini onesti, imperturbabili, che redigono atti su atti seduti ai propri scrittoi. L’aria di prigione, mettere gente al fresco, questa è la loro professione, la loro routine. Incarcerano volentieri, e altrettanto volentieri scarcerano. Dentro o fuori, è indifferente, sono gli atti a decidere».

L’attitudine non cambia, ci vuol dire Haffner, quando si tratta di erogare un servizio che richiede invece empatia, cultura dell’ascolto, giustizia come quello di un luogo di recupero per ragazzi feriti: «Aria pesante nell’istituto di rieducazione, Willi Kludas ha deciso di organizzare una specie di resistenza passiva. La ragione? Willi ha ricevuto uno schiaffo dal signor Friedrich, l’educatore più odiato da tutti, a causa di un’impertinenza nel giorno del suo compleanno». Un altro, Ulli, racconta la propria accanita battaglia con la polizia, con l’ufficio minori e con gli educatori degli istituti. Gli negavano la libertà, le strade, le bettole, il parco giochi e le ragazze. Sollevano le ore al luna park di Willi ed Ely, un’educazione sentimentale che non ha bisogno del libretto sanitario di istruzioni, che suggerisce di aspettare il matrimonio per non contrarre gonorrea e sifilide.

Il cellulare della polizia raccoglie la racaille, fare pulizia della disperazione. La monotonia del carcere non è null’altro che una tappa del processo di spoliazione sociale. Durante la rilevazione delle impronte digitali Ludwig si domanda che diavolo ci faccia al suo fianco una ragazzina in lacrime. Quale colpa espiare? Fiori e gentilezza non entrano in prigione. La giustizia non è cosa per poveri.

Haffner tematizza la fuga. Lo anima lo stesso sentimento, ma non è la Fuga verso l’alto (Il Saggiatore, 2016) di Annemarie Schwarzenbach; la vacanza infinita dell’alta montagna: «(…) Quel laggiù in basso gli faceva paura, non osava nemmeno spingersi fino al villaggio. Perché non sapeva che cosa ci fosse laggiù: l’Europa, ma che cos’era l’Europa? Sciare, fare uno sforzo fisico, stancarsi. Che cosa amava lui? (…) E, chissà, forse lui non aveva più niente a che fare con il mondo che lo circondava».

Tagliare la corda è il verbo. Scavalcare il muro, clandestino: parole e immagini che ricorrono nel libro. In particolare una pagina, che narra il pericoloso viaggio di Willi in treno, o meglio aggrappato sotto al treno, da Colonia a Berlino, è di straordinaria attualità. Come non pensare alle traversie dei migranti in questa Europa, dove scavalcare muri e fili spinati sembra tornare la disciplina del futuro? Strisciare sotto a una carrozza, aggrapparsi all’asse. Bisogna tenersi lì, a mezzo metro da terra. Il corpo lanciato a novanta chilometri orari, ma non importa Willi; domani sei a Berlino. Ma che cos’è questa città? Nella banda, guidata dal carismatico e prestante Jonny, i ragazzi trovano la legittimazione che la società nega loro.

Leggiamo in Crespuscoloappunti presi in Germania 1926-’31 quel che Max Horkheimer annota nel paragrafo Orrore per l’infanticidio: «(…) I bambini crepano a centinaia di migliaia proprio a causa delle condizioni del mondo attuale, e per la maggioranza dei sopravvissuti la realtà è trasformata in un inferno, e al cospetto di tutto ciò non si sviluppa alcun orrore nei cuori tanto sensibili. In pace i figli dei poveri sono futuro materiale di sfruttamento, e in guerra l’obiettivo delle sostanze esplosive. I signori di questo mondo non hanno motivo di provare orrore».

Appaiono di particolare interesse le pagine nelle quali il giornalista si scaglia contro la rappresentazione cinematografica («Nient’altro che dozzinali fantasie di registi e scalzacani a corto di idee») e teatrale imborghesita della malavita, contro il modo in cui si sono impadroniti del tema dei bassifondi berlinesi, cercando di accomodarlo al gusto dei propri consumatori. Scrive, a ragione, che: «Ora sono i bassifondi a servirsi della scena per non deludere troppo le aspettative, servendosi addirittura della pagina degli annunci nei quotidiani giusti».

La lingua è aderente alla vita dei personaggi. Affiora l’intento descrittivo portante dell’autore, che si sofferma sul lavoro che non c’è («Centomila disoccupati si rompono la testa cercando di capire come guadagnare qualcosa per condurre un’esistenza. Nascono centinaia di lavori nuovi, escogitati dalla pura disperazione. Un’infinità di trovate bizzarre, un’enorme sete di lavoro, un’impressionante dimostrazione del tentativo di restare onesti di fronte alla necessità di vivere e mangiare») e sull’arte del rammendo dei disperati. Lo appassiona la figura del ciabattino: «Un vecchio, curvo e storto per i decenni trascorsi a cucire, cerca di dare nuovamente forma ad alcune scarpe tutte rotte. Con una pazienza commovente fora il cuoio». Il mestiere del calzolaio che non a caso sarà l’avventura in cui si immergono i due protagonisti.

Nell’ultima parte si alza il ritmo della narrazione, quasi a raffigurare il rapido precipizio: i riflessi della Grande depressione del 1929, il peggioramento della situazione economica e il dissesto della finanza pubblica tedesca, l’ascesa elettorale del Cancelliere Adolf Hitler, la fine impressionante della Repubblica di Weimar. Willi e Ludwig, anime coraggiose, continuano a danzare sul cornicione delle proprie esistenze fragili, e Frieda Bauerbach, un’affittacamere, che non ha bisogno dei documenti, dà la dimensione dell’unica Berlino possibile.

Commenti
3 Commenti a “Nel crepuscolo di Weimar. “Fratelli di sangue” di Ernst Haffner”
  1. Daniele scrive:

    Sarà sicuramente un libro di bellezza ammorbante, ma… basta, basta, basta coi libri sugli anni ’30, la guerra, il nazismo. Basta.
    Forse ce la meritiamo la guerra visto che non sappiamo parlare d’altro.

  2. renzo fava scrive:

    @daniele, non ho mai letto un commento più stupido in vita mia.

  3. Daniele scrive:

    Ammetto senza problemi che il mio è stato un commento corrivo, anche perché il romanzo ci racconta specificamente di Weimar.
    Tuttavia, non rinnego il concetto espresso sopra e dico grazie al Sig. fava.

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