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Nel cuore del conflitto in Irlanda del Nord. “Milkman” di Anna Burns

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

La vita di Anna Burns, classe 1962, prima autrice nordirlandese ad aggiudicarsi nell’ultima edizione il prestigioso Man Booker Prize, non è stata semplice, ma non ha mai tradito la scrittura. Nata ad Ardoyne, quartiere situato nel nord di Belfast, in una famiglia cattolica della working class, Burns ha affrontato col coraggio della letteratura la propria realtà complessa fino alla consacrazione internazionale del romanzo Milkman, che finora ha venduto cinquecentomila copie.

Dopo il premio letterario anglosassone più importante, il libro ha ottenuto l’Orwell Prize for political fiction e negli Stati Uniti il National Book Critics Circle Award. Con una scelta saggia, il titolo non cambierà nella versione italiana, che dal 20 settembre sarà in libreria. L’opera è tradotta da Elvira Grassi per la casa editrice Keller.

Il romanzo immerge il lettore negli anni Settanta, nel cuore del conflitto nordirlandese senza mai nominarlo esplicitamente. Nonostante l’ambientazione specifica, la storia è universale, esplorando tematiche attuali: l’abuso di potere, l’oppressione, i confini e la paura dell’altro.

«Il mio libro descrive che cosa accade a una società colpita dalla violenza e sottoposta per decenni a una pressione senza respiro. Racconto come le comunità e le persone reagiscono alla situazione, osservando i frammenti della loro vita quotidiana minata dalla paura e dalla paranoia. È una realtà che contagia e penetra in ogni fibra del loro essere», dice Burns.

A differenza di altre opere spesso cupe che richiamano ai Troubles, Burns si prende un grado di libertà: è autoironica e dunque il tono della narrazione risulta anche spiritoso. La lingua è ricca e composita di vari registri: alto, letterario, colloquiale, infantile, umoristico. «Durante la prima lettura mi hanno catturato lo stile dirompente, che s’intravede già dalle prime pagine, e la lingua altisonante. L’incipit incisivo è rivelatore e instrada fortemente il lettore. Nella traduzione era fondamentale restituire il senso di oppressione che deriva dalla storia, soprattutto attraverso il linguaggio, perché è ossessivo nel ripetere situazioni e parole», racconta Elvira Grassi.

Burns sembra far affiorare la stanchezza di una lotta che genera lacerazioni irreparabili dentro a una prospettiva sociopolitica complessissima di vittime e assassini in attesa. La voce narrante, una diciottenne chiamata da Burns sorella di mezzo, si ribella a una società in cui guardare un tramonto con il forse-fidanzato è un atto più sovversivo dell’andare in giro armati e uccidere.

Nel trentennio dagli anni Settanta agli albori del Ventunesimo secolo, la violenza tra i fronti opposti nei Troubles ha mietuto 3600 vittime e cinquantamila feriti, senza calcolare i danni psicologici di generazioni immerse in un intreccio di rabbia, sangue e dolore. Le ferite hanno la misura dell’abisso, permeando un microcosmo sociale in cui tutti i movimenti sono sorvegliati e provocano sospetti, compresi quelli tra il lattaio che insidia la diciottenne. Il lattaio è un paramilitare, che dà il titolo al libro e già dall’incipit scopriamo sarà assassinato. In realtà gli incontri tra sorella di mezzo e il lattaio quarantunenne sono pochi, ma la comunità amplifica tutto e lei diventa la poco di buono.

«Il lattaio può essere una persona, ma anche una comunità, o una situazione che toglie la terra sotto i piedi, che scombussola e lascia addosso un senso di persecuzione: è il condizionamento della società. Non va letto però nell’ottica del #MeToo. Milkman non è un flusso di coscienza, perché la voce narrante ingloba tutto ciò che la circonda», spiega Burns.

Il senso di oppressione comincia già in casa nel rapporto materno, quando la diciottenne non vuole saperne di sposarsi: «Era da due anni e cioè dal mio sedicesimo compleanno che ma’ tormentava se stessa e tormentava me perché non ero sposata», leggiamo nel romanzo. Nella scrittura Burns restituisce nitidamente l’atmosfera di tensione esplosiva di quegli anni, che oggi più o meno sottotraccia ancora vibra e divide Belfast: «L’unico motivo per cui avresti chiamato la polizia nella mia zona sarebbe stato per sparargli».

Le persone finiscono per assuefarsi allo stato delle cose e a sopravvivere in una realtà totalizzante, segnata dalla sfiducia divenuta norma. L’identità individuale sfuma nella cieca obbedienza alla mentalità collettiva da cui la diciottenne fugge.

C’è una scena autobiografica da cui Burns ha iniziato a scrivere il romanzo. Sorella di mezzo cammina per Belfast leggendo e desta lo stupore negli sguardi stranieri: la normalità è un gesto rivoluzionario per la comunità in cui vive: «Nei giorni di lavoro, col bello o col cattivo tempo, scontri a fuoco o bombe, calma piatta o sommosse in corso, io preferivo tornarmene a casa a piedi leggendo uno dei miei libri. Non poteva che essere un libro del Diciannovesimo secolo, perché i libri del Ventesimo secolo non mi piacevano, perché non mi piaceva il Ventesimo secolo», dice la protagonista.

Burns, dopo aver lasciato Belfast, ha studiato letteratura russa a Londra, per poi approfondire la storia della guerra che ha segnato la terra d’origine e ne ha tracciato il destino. Nel 2001 ha esordito con un romanzo autobiografico, No bones, ambientato proprio durante i Troubles. Burns è riuscita a scrivere con il sostegno economico di associazioni e amici. Milkman, che all’inizio doveva essere un racconto, non ha trovato immediatamente un editore, poi con Faber & Faber è diventato un bestseller. Ora è in corso di traduzione in venti lingue ed è uno di quei casi in cui l’alto livello letterario si abbina al successo editoriale.

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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