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Nel fango

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Questo reportage è uscito su Lo Straniero. (Immagine: Tewkesbury durante l’alluvione. Fonte immagine.)

di Stefano Talone

Quando la cittadina di Tewkesbury si è allagata nuovamente nel 2012, gli abitanti del posto hanno capito che la strada presa da qualche tempo non era sbagliata. Il loro odio, per il City Council e la sua politica di gestione delle emergenze è andato crescendo nel corso degli anni e lentamente si è trasformato in qualcosa di operativo chiamato Severn and Avon Valley Combined Flood Group, un’associazione che cerca di sopperire alle mancanze organizzative della politica locale.

Siamo al centro dell’Inghilterra rurale, nella regione delle West Midlands. Tewkesbury ha la particolarità che più volte negli ultimi anni è diventata un’isola artificiale a causa delle alluvioni. Quando succede il colpo d’occhio è spettacolare, con l’abbazia e il centro del paese contornati da uno specchio d’acqua putrida e marrone. I fiumi, Avon e Severn, si incontrano proprio a ridosso del villaggio e con la pioggia incessante dei mesi invernali capita spesso che vadano fuori dagli argini invadendo le pianure circostanti. Non a caso l’abbazia, che è l’unica attrazione turistica locale, è stata costruita su una piccola collina. Saggezza medievale!

Ma ora la situazione è peggiorata a causa del cambiamento climatico, dice l’Agenzia dell’ambiente inglese. Le piogge sono diventate più violente e il terreno non riesce più a drenare l’acqua delle precipitazioni.

Non è facile capire come il clima stia mutando o addirittura se stia mutando davvero. Nemmeno gli scienziati che lo studiano sanno con precisione quali saranno le prossime evoluzioni. A malapena azzeccano il meteo della settimana, direbbe qualcuno. Ma intanto noi ci abituiamo a quest’idea grazie alla propaganda di molte organizzazioni non governative che si occupano di ambiente e che, ovviamente, mettono sul banco degli imputati lo sviluppo industriale. Certo i cambiamenti climatici sono sempre avvenuti; alcuni campioni di ghiaccio risalenti a più di un milione di anni fa, prelevati ai poli, rivelano che l’intensità delle radiazioni a cui veniva sottoposto il pianeta al tempo, era diversa rispetto a oggi, cosa che indicherebbe una differente  temperatura sulla superficie terrestre.

Così come è vero che esiste un numero enorme di cause naturali che concorrono alle variazioni di temperatura: le macchie solari, l’intensità del campo magnetico terrestre, l’inclinazione dell’asse di rotazione della terra, le esplosioni vulcaniche. Tutto questo per arrivare a dire che il clima è qualcosa di molto più complesso di quanto ci si possa aspettare. Qualcosa che sfugge a una classificazione immediata. Eppure ci sono tre modelli scientifici che dicono che negli ultimi ottant’anni la temperatura del nostro pianeta è stata modificata dall’uomo più che da ogni altra causa naturale. Lo studio più affidabile sull’argomento è quello derivato da un modello economico.

Clive Granger era un gallese dall’aria allegra e con un lungo pizzetto sul mento, metà fulvo, metà bianco, che in California ha ideato un’equazione rivoluzionaria, e per questo ha vinto il Nobel per l’economia nel 2003. Se io ho un risultato, nel nostro caso l’alta temperatura dell’atmosfera, posso provare a sostituire alle incognite varie ipotesi che si avvicinino a quel valore. È come avere un’equazione a più variabili con il risultato già scritto. Bisogna solo capire come arrivare al prodotto. Granger aveva pensato questo modello per l’economia, inventando il metodo econometrico, ma alcuni scienziati del CNR di Roma hanno avuto l’idea di trasportarlo nello studio dei cambiamenti climatici. Chissà che gran guazzabuglio ne è venuto fuori, si può pensare. Invece la scoperta è sorprendente.

Il punto di partenza è stato sostituire alle incognite i fattori naturali accusati di mutare il clima, per esempio le tempeste solari o le variazioni orbitali del pianeta. Inserendo questi valori gli scienziati hanno notato che il risultato era distante dall’attuale temperatura, quindi non potevano essere questi i fattori colpevoli del riscaldamento globale e come loro tanti altri fenomeni considerati naturali. La cosa interessante è venuta dopo. Sostituendo cause umane nel modello, per esempio l’immissione di gas serra negli ultimi quarant’anni nell’atmosfera, si sono avvicinati moltissimo all’esito dell’equazione, tanto da dire che il loro studio era certo al 99%.

Ci sono varie storie che rendono l’idea di quanto il nostro stile di vita modifichi l’ambiente. Quella più d’effetto è questa: dopo l’11 settembre 2001 lo spazio aereo sopra New York è stato interdetto per tre giorni. Gli aeroporti La Guardia, Newark, il Kennedy, sono rimasti tutti con le serrande abbassate per motivi di sicurezza nazionale. Questo fatto ha dato la possibilità ad alcuni scienziati guidati da David J. Travis, dell’Università del Wisconsin, di studiare le interferenze delle scie di condensazione lasciate dagli aerei sulla temperatura. Mettendo insieme i dati degli ultimi trent’anni solo della città di New York, facendone una media, e confrontandoli con quelli dei tre giorni di blocco aereo, si sono accorti che nei tre giorni successivi agli attentati, la variazione della temperatura nella Grande Mela era stata più ampia di un grado.

Un grado in più, fra il massimo e il minimo di temperatura, comporta la spiegazione di certi fenomeni che si possono racchiudere sotto l’etichetta di oscuramento globale e che fanno capire quanto sia complicata la partita del clima. Questa teoria, che al momento ha parziali fondamenti scientifici, avalla l’ipotesi che a causa della costante immissione nell’atmosfera di minuscole particelle di vario tipo, chiamate in genere particolato, il nostro pianeta tende sempre più a essere coperto da nubi (la condensa si forma più facilmente attorno a questi piccoli nuclei di sostanze inquinanti). Quindi dimentichiamoci il cielo azzurro, che Alfred Hitchcock definiva come l’idea di quiete e pace. Con uno strato di condensa costante nell’atmosfera siamo destinati a vivere in un mondo sempre più in ombra perché i raggi solari non filtrano. Il progetto di Travis mirava in piccolo a dimostrare questo.

A partire dal 1950, si è notato un minore irraggiamento della crosta terrestre mentre con i satelliti è stato possibile fare uno studio sull’aumento di luminosità del nostro pianeta sopra le nubi. I raggi del sole colpiscono i corpuscoli in sospensione, le nubi, e vengono riflessi indietro rendendo la terra vista dallo spazio come un corpo sempre più brillante. Ma c’è di più. A un certo punto gli scienziati si devono essere chiesti che fine avrebbe fatto il riscaldamento globale, in un mondo che riflette la luce solare. Un mondo in ombra è un mondo più freddo, quindi non si può parlare tanto di aumento della temperatura, ma qualcuno deve avere risposto, con dati alla mano, che questo non voleva dire che il riscaldamento globale non continuasse a essere operativo. Forse le cose stavano andando peggio del previsto. Forse il clima stava diventando sempre più caldo, ma gli effetti erano mascherati dalle cortine di fumo che ogni giorno creiamo. Se siete un po’ romantici, secondo questa teoria, la terra sta diventando un posto ingannevole, dove l’inquinamento atmosferico ha mascherato da solo i suoi effetti. Curioso vero?

Anche se non ci sono ancora prove inconfutabili e molti ricercatori storcono il naso davanti a certi dati, quello che ci suggerisce questa tesi, che mette insieme la teoria dell’oscuramento globale con quella del riscaldamento globale, è che lo sviluppo umano e l’inquinamento giocano un ruolo importante non tanto per quello che producono (stiamo parlando sempre di alterazione del clima), ma per l’incapacità che abbiamo di prevedere dove ci porteranno. Non sappiamo se sia vero che l’eccesso di condensa che si lega al particolato, lassù nell’immenso cielo, droghi il riscaldamento globale mantenendolo basso. Ma proprio il fatto di non saperlo fa paura, perché vuol dire che qualcosa sfugge dagli schemi con cui valutiamo l’ambiente. E questo qualcosa potrebbe esserci fatale.

Gli stessi modelli di previsione dovendo tenere insieme una vasta quantità di variabili su scala mondiale, non sono così accurati come si potrebbe pensare. Fino a pochi decenni fa, non era scontato che fosse l’opera dell’uomo ad avere alterato il clima. Oggi ne siamo certi. Ma ci sono voluti anni e anni di studi per dimostrarlo. Smentite, confutazioni, battaglie tra scienziati, un’infinita quantità di articoli pubblicati ovunque nel mondo e gente che andava in giro raccogliendo i valori dell’acqua piovana nelle Filippine e l’intensità dei venti in mezzo all’Atlantico. In piccolo si è combattuta una guerra.

In tutte queste ricerche c’è stata un’altra verità che è venuta fuori e che si basa su dati ormai accertati. Il clima sta tendendo agli estremi, non è più equilibrato. Se volete iniziamo a capire qualcosa su come sta mutando. Un ricercatore mi ha parlato del problema delle precipitazioni in Inghilterra dove le piogge sono una costante, ma era anche difficile vedere degli acquazzoni da paese tropicale. L’acqua a quelle latitudini si accumula in nubi stratificate, povere di energia, anche se terribilmente fastidiose. In Amazzonia invece, date le alte temperature, i temporali sono violenti perché derivano da nubi chiamate convettive, ricche di energia. Con quel determinato tipo di clima le nuvole diventano voraci di acqua e si riempiono fino a esplodere in rovesci infuocati. Ma torniamo al Regno Unito, perché stranamente i temporali convettivi iniziano a presentarsi anche a queste latitudini. Ecco l’allerta lanciata dall’Agenzia dell’Ambiente inglese. La causa sembrerebbe proprio il riscaldamento globale, perché le nubi convettive si formano solo dove fa caldo.

Uno studio apparso su Nature Geoscience, prestigiosa rivista per addetti ai lavori, ha provato a misurare le piogge nella Germania sud-occidentale, con diverse apparecchiature: pluviometri ad alta risoluzione, radar e stazioni di avvistamento delle nuvole. Ci sono voluti otto anni per arrivare a mettere insieme una serie di dati apprezzabili. Non solo lo studio conferma che piove di più dove fa più caldo, ma anche che i temporali convettivi, sono molto più violenti con l’aumento della temperatura. E nel mondo, sia con l’oscuramento globale, sia senza, la temperatura sta crescendo.

Lo scenario che ci si prospetta a queste latitudini è interessante. Non solo la nuova partita è giocata tutta intorno al calore, ma anche sull’eccesso di pioggia che ne deriva. Più calore, più nuvole, aumento delle precipitazioni. Ma questo non deve stupirci, perché quello che deve impressionarci è che viviamo in una società che non supporta questo cambiamento, che non lo comprende e che non se lo aspettava.

A Tewkesbury l’alluvione più devastante è stata quella del 2007. Nelle regioni centrali inglesi non ha piovuto per intere settimane durante la primavera. Quando c’era un fronte di nuvole cariche di acqua in arrivo, cambiava traiettoria, lasciando i sudditi di sua maestà all’asciutto. La corrente del Jet Stream, una fettuccia di correnti d’aria che si muovono a 11.000 metri di altezza, con venti che soffiano anche a 480 kilometri orari, si crea tra la massa di aria calda tropicale e l’aria fredda polare. È una delle principali cause del meteo in Inghilterra. I due ammassi si incontrano in pieno oceano Atlantico e combattono una lotta per accaparrarsi porzioni di spazio sopra il mare. Spesso le compagnie aeree individuano dove si trova il Jet Stream, perché volarci dentro a favore di vento fa diminuire la durata di un viaggio. C’è un’altra cosa che bisogna tenere in considerazione, nella primavera del 2007 la temperatura dell’oceano Atlantico nord occidentale era più alta della media. Le nuvole che pascolavano sopra quella porzione di mare hanno iniziato a stoccare molta più acqua del solito gonfiandosi a dismisura. Poi a un certo punto il Jet Stream, che di solito rimane alto, passando accanto all’Islanda, ha perso quota, portando un vortice di depressione sopra l’Inghilterra e attirando gli ammassi nuvolosi che si erano caricati sopra l’Atlantico. Le centraline del Met-Office hanno registrato tempeste in arrivo da occidente a partire da metà giugno. Così venerdì 20 luglio è venuto giù l’inferno. 130 millimetri di acqua caduti in cinque giorni. Una delle peggiori alluvioni nella storia del regno unito e il luglio più bagnato dal 1776, cioè da quando in Inghilterra muoveva i primi passi la rivoluzione industriale (l’inizio del vapore direbbe qualcuno).

150,000 case inondate. Interi paesi sgomberati dalle autorità. A Tewkesbury il 21 luglio, dopo una notte passata sentendo solo il rumore della pioggia, si sono svegliati con l’elicottero di Sky tv e della Bbc che riprendeva le spettacolari immagini del paese trasformato in un’isola. Uno degli abitanti ha usato queste parole quando gli ho chiesto a cosa somigliava il posto: ”Hai presente il sud della florida, Keys West, tutte isolette collegate solo da un lungo ponte, qui era lo stesso”. Di certo non c’era il mare della Florida.

In pochi giorni è arrivato l’esercito che ha aiutato le persone ad abbandonare le abitazioni e a trasferirsi in alloggi di fortuna. Nelle case, le stanze con una pompa di sentina per aspirare via l’acqua si sono trasformate in rifugio. Vista l’affluenza di media da tutto il mondo, i vari politici locali hanno fatto la loro sfilata promettendo aiuti, ricompense e facendosi fotografare con l’acqua che gli arrivava alle ginocchia. Prima Gordon Brown, allora primo ministro, poi David Cameron, leder dei conservatori, che dichiarava che non avrebbe abbandonato nessuno in quelle condizioni. Ma la gente del posto, smaliziata, ormai pensa che i politici non diminuiscano i problemi, anzi in genere li aumentano. Non c’era acqua potabile nella zona. La Severn Trent Water, la ditta privata che gestisce la rete idrica nella regione, era andata sommersa e ha lasciato con i rubinetti asciutti 350,000 persone per 17 giorni. Mancava anche la luce. La centrale elettrica di Tewkesbury è all’ingresso del paese, vicino al City Council, e anche quella è andata sotto (stranamente non il City Council). I vigili del fuoco locali hanno dovuto lavorare per tre giorni di fila senza pause, prima di riattivarla.

Le notti dovevano essere maledettamente scure e silenziose, mentre il paese si svuotava. Pioggia, niente elettricità, acqua ovunque, freddo. Allora sono arrivati gli sciacalli da tutta la contea a ripulire le case lasciate incustodite. Hanno svaligiato le abitazioni di qualunque cosa potesse essere venduta e sono spariti nel nulla.

Dopo i camion dell’esercito che trasportavano tonnellate di bottiglie d’acqua usando lo stadio di Cheltenham come campo-base, i supermercati con gli scaffali vuoti e i giornalisti che asserragliavano la zona mostrando la nuova isola di Tewkesbury, si è formata una crepa all’interno della piccola comunità. È a questo punto che il Severn and Avon Valley Combined Group ha fatto la sua comparsa, proprio mentre l’Agenzia dell’ambiente stimava i danni per l’intero Regno Unito intorno ai 3,2 miliardi di sterline.

Gli anni successivi ci sono state alluvioni, ma mai devastanti come quella del 2007. Poi nel 2012, per quasi tutta la durata dell’anno si sono ricreate le condizioni per la tempesta perfetta. E ancora una volta dopo un periodo di siccità. A fine aprile sono caduti 55 mm di pioggia in pochi giorni, il 166% in più della media stagionale. I centralini dell’Agenzia dell’ambiente, dei distretti di polizia locali e dei vigili del fuoco sono andati in tilt. In poche ore il ministero dell’ambiente ha emesso 173 allerta alluvioni. E mentre interi paesi, per esempio Evesham, sotto Worcester, venivano sgomberati il Ministro dell’ambiente inglese, Richard Benyon, un uomo dall’aria fintamente furba che si fa ritrarre mentre pesca salmoni o con un falcone su un braccio, andava al Daybreak Programme e diceva: ”Questa pioggia è benvenuta, anche se crea qualche problema agli agricoltori e alle persone che rischiano di essere alluvionate. La verità è che abbiamo bisogno di pioggia per superare la siccità e avremmo bisogno di più piogge”. Certo, prima delle alluvioni la siccità aveva colpito duro, ma questo non toglie il fatto che le sue parole siano suonate poco opportune, rivolte a un paese che stava annegando.

Il Gloucester Echo, un piccolo giornale locale con sede a Cheltenham, a pagina 8 raccoglie le lettere dei lettori. Quelle giunte a luglio 2007, sono arrivate da tutta la contea contro i vari City Council locali accusati di essere formati da politici improvvisati e di guardare interessi molto lontani da quelli dei cittadini. Negli anni, fino alle alluvioni del 2012, la gente di Tewkesbury ha solo rafforzato questa visione della politica, questa sfiducia, cercando di dargli un volto e un corpo. Ecco com’è nata l’associazione guidata dal segretario, David Witts, con l’esplicito intento di educare la politica locale.

In una fredda, ma assolata giornata di aprile, circa 5 mesi dopo l’ultima allerta alluvioni David Witts, mi ha ricevuto nella sua casa nei sobborghi di Tewkesbury. Un uomo alto e magro, sui sessanta, non bello, ma con quel fascino di chi non vuole mollare. Era un agente di marketing prima di andare in pensione e diventare segretario dell’associazione. Avevo letto una sua intervista in cui si scagliava contro i costruttori edili della zona che, con il placito accordo del City Council, avevano costruito interi distretti in aree che sul piano regolatore cittadino erano previste come zone-alluvionali. Ora era seduto davanti a me e alle sue spalle un getto d’acqua finiva in uno stagno artificiale dove guizzavano dei pesci.

“Costruiscono senza criterio. Solo per riattivare l’economia. Il problema è che lo fanno male. In zone in cui l’acqua dovrebbe poter sfogare il suo potere distruttivo. Con le costruzioni di mezzo, l’acqua torna indietro e fa ancora più danni”, mi ha detto.

Ma ero interessato alle assicurazioni.

“Il codice postale di questo sobborgo è GL20. Se vuoi comprarti una casa in questo quartiere e non hai i soldi, la prima cosa che fai è andare in banca e chiedere un finanziamento. La banca non emette mutui se la casa non è assicurata. Allora fai la richiesta per una polizza sull’immobile. Quello che ti chiedono, quando stipuli un’assicurazione di questo tipo, è il codice postale. Tu allora dai il codice della zona, che è appunto GL20 e sul loro computer appare la scritta, non stipuliamo polizze per le case del quartiere”.

Il quartiere GL20 è diventato il simbolo della lotta contro un certo modo di fare politica del territorio. Un posto dove le case sono fatiscenti, anche se nuove, e dove le piogge colpiscono sempre pesantemente.

Dal 2007 le agenzie non emettono più polizze, sarebbe troppo gravoso per le loro tasche. È interessante vedere come tutto questo abbia avuto ripercussioni sul mercato immobiliare, visto che senza polizza le persone non ricevono finanziamenti dalle banche e pertanto si vendono meno case. Infatti il valore del mattone è crollato negli ultimi anni, dopo le alluvioni. Quindi si può liberamente dedurre che la politica di incremento dell’economia del City Council si è rivelata una mossa sbagliata. Non hanno considerato né le conseguenze dei cambiamenti climatici, né il fatto di vivere in una località soggetta alle alluvioni, o come direbbe David più semplicemente: ” Non sanno dove si trovano”.

Per ora almeno le agenzie mantengono le polizze che hanno stipulato in passato e se una casa si riempie di acqua mandano le loro ditte ad asciugarla. Nel 2007 ci sono stati molti danni alle abitazioni, le agenzie hanno una lista dei costruttori, con cui hanno formalizzato un prezzo standard per le riparazioni. Si tratta di lavori di drenaggio e successivamente di ripulitura, poiché il problema che si pone subito dopo le alluvioni è lo spurgo dell’acqua sporca. Gli scarichi e le fognature non reggendo la portata esplodono riempiendo la città di liquami.

“Facevano lavori dello stesso tipo a ogni abitazione, perché questo è il modo in cui lavora l’industria delle assicurazioni. Compra dalle ditte un pacchetto di interventi di soccorso che vadano bene per tutti. Mi avevano detto che dovevo buttare giù una parete per far defluire l’acqua. Io non ci sono stato. Ho aspettato che l’acqua drenasse e mi sono risistemato casa da solo, spendendo 7,000 sterline in meno rispetto al preventivo che mi avevano mandato i costruttori. Certo non erano soldi miei, ero coperto, ma le assicurazioni potrebbero fare dei tagli sostanziali attraverso una gestione più accurata dei loro fondi”.

Parlando con alcuni personaggi locali è venuto fuori che il giro delle ricostruzioni è un mercato florido, molte società di intervento si sono improvvisate tali, pur di strappare un contratto alle assicurazioni. Infatti, la gente del posto li chiama “costruttori-cowboy”, perché hanno fatto lavori affrettati e approssimativi e gli abitanti hanno dovuto successivamente risistemare casa di tasca propria. Questo rende l’idea non solo di come siamo impreparati a gestire un evento atmosferico che prima accadeva a differenti latitudini, ma anche di come il mercato consideri un’occasione, un momento per fare buoni affari, le alluvioni.

Nel corso degli anni il Severn and Avon Valley Combined Flood Group ha cercato di opporsi a tutto questo e nel 2008 ha stilato un rapporto che oggi è la bibbia dei suoi soci. È  un testo di 60 pagine in cui sono raccolti vari studi su come evitare i danni più ingenti nel paese. È un lavoro non professionale, ma molto rigoroso. Hanno interrogato esperti del settore, specialisti e si sono spesi mettendo insieme il materiale raccolto durante le alluvioni. Proprio preparando questo rapporto si sono resi conto che molti edifici di Tewkesbury erano stati costruiti ignorando i piani alluvionali e l’aggravarsi del clima. Le previsioni del City Council erano fin troppo ottimistiche e un po’ sprovvedute. Questa è l’accusa più grave che gli oppone David, un uomo di sessant’anni che ama dipingere e parlare chiaro. Su un cavalletto alle sue spalle c’è una civetta su cui sta ancora lavorando e una veduta del paese notturna, con le luci delle finestre tremolanti. Entrambi i dipinti sono su tela e non sono tanto male, anche se non c’è nessun paesaggio con le strade allagate.

Il City Council aveva fissato a 12,93 metri sopra il livello del mare il limite massimo che può raggiungere l’acqua nel villaggio di Tewkesbury durante le alluvioni. Fissare questo limite, vuol dire che oltre quella quota le case non sono a rischio. Ma nella bibbia di David è spiegato come già in passato (per esempio l’alluvione del 2007) sia stato toccato il valore di 14 metri sopra il livello del mare e a essere colpiti maggiormente sono stati proprio i quartieri costruiti negli ultimi anni. I vecchi edifici hanno avuto lievi danni, perché sono costruiti intorno all’abbazia, sulla cima della collina. E questa non è saggezza medievale, ma stupidità moderna.

In una delle mappe idrologiche che David mi ha mostrato, c’è uno studio in cui si simula un’alluvione nelle condizioni più avverse possibili. Le nevi che si sciolgono in Galles, le forti piogge convettive, i due fiumi che non reggono l’afflusso e le fogne che esplodono nel villaggio. Insomma lo scenario peggiore ipotizzabile. La simulazione in modo molto drammatico colora Tewkesbury di blu. L’acqua sommergerebbe qualunque abitazione e il paese sarebbe distrutto. Il livello di sicurezza proposto da questo studio è di 15 metri sopra il livello del mare. Un solo metro in più rispetto al livello raggiunto nel 2007.

Probabilmente esiste un paese nel Sahel come Tewkesbury che ha il problema opposto. Una strenua lotta contro la siccità, invece delle forti piogge; e anche lì, un gruppo di persone si sono riunite per opporsi alle politiche inconcludenti che non hanno portato miglioramenti alla vita locale, lasciando il paese in balia degli eventi catastrofici che lentamente stanno prendendo piede.

David sta cercando una via alternativa a tutto questo e la sua associazione conta ormai 5,000 iscritti.

“Non mi possono ignorare, ci sono tante persone dietro di me”.

Non mollerà e l’ho capito da come ci siamo conosciuti. Avevo solo il suo indirizzo di casa e nessun altro contatto. Così ho deciso di andarlo a trovare senza preavviso. Sono arrivato davanti la sua porta, nel vialetto c’era una Honda Civic parcheggiata e i secchi dell’immondizia, non si vedeva altro. C’era un acre odore di bitume. Ho tentennato un po’ lì fuori e lui è uscito poco dopo, con il petto gonfio e uno sguardo severo. Non avevo citofonato, si era accorto della presenza di un estraneo nel suo vialetto e la cosa l’aveva innervosito. Con fare deciso mi aveva chiesto se poteva aiutarmi!

I due uomini che ho davanti fanno parte della Severn and Avon Rescue Association, comunemente chiamata SARA, un gruppo di esperti del soccorso in acqua, che hanno lavorato nelle alluvioni di Tewkesbury. Sono volontari e fanno altro nella vita, ma una volta a settimana si ritrovano in questa stazione per addestrarsi. Le piogge nel 2012 non si sono concentrate in un solo mese come nel 2007, ma si sono distribuite durante tutto l’anno. Un’allerta ad aprile, una in estate e una infine a novembre. Questo ha reso come logico meno gravi le conseguenze, ma comunque i volontari sono dovuti entrare in azione. Recuperare qualcuno rimasto isolato con la macchina in panne in qualche parcheggio. Mettere in sicurezza un serbatoio del gas. Andare a prelevare del carburante da una pompa di benzina e portarlo a un’abitazione via barca. Cose che probabilmente sono la routine per chi fa questo lavoro. Uno di loro è rimasto immischiato in una storia divertente. Il più alto dei due, con le lentiggini, i capelli rossi e con un sorriso da ragazzo del liceo, un pomeriggio è andato a perlustrare una zona gravemente alluvionata fuori Tewkesbury e si è trovato a fronteggiare un pirata. Pattugliando in barca quel quartiere chiedeva alle persone se volevano abbandonare le loro abitazioni, visto che i mobili del piano terra galleggiavano sopra un metro di acqua.

Dopo varie case deserte aveva visto un televisore acceso dietro una finestra e si era accostato. In piedi arrivava al primo piano e aveva bussato alla finestra di quella che doveva essere una camera da letto. In pochi secondi si è trovato di fronte un uomo con un fucile in una mano e il coltello nell’altra, dall’aria molto disturbata. I due si sono guardati un secondo prima che il pirata realizzasse che chi gli stava di fronte era venuto in pace. Doveva essere stato un tempo lunghissimo, mentre il pirata lentamente abbassava lo sguardo sul gagliardetto della divisa e lo identificava come amico. L’uomo non voleva abbandonare la casa e si era armato di tutto punto perché cinque anni prima era andato via, seguendo proprio i soccorsi, e alcuni giorni dopo, aveva trovato l’abitazione saccheggiata dai ladri.

L’altro volontario seduto davanti a me è calvo e indossa una camicia a quadri che lo fa sembrare un impiegato di banca. Lui non ha vissuto il genere di storie che racconta il suo collega, ma ci tiene a spiegarmi quanto segue: “L’acqua nel momento in cui non può più essere assorbita dal terreno se ne va in giro. Costruire dei terrapieni è utile per chi vive dietro i terrapieni, ma non per gli altri, perché da qualche parte la corrente deve scaricare la propria forza. Quindi se è respinta da qualche ostacolo, l’acqua trova altre vie di sfogo”.

Nel pomeriggio avevo visitato un nuovo quartiere costruito nella parte nord del paese. Era il tramonto e il posto era molto suggestivo, con le case che si affacciano su un piccolo porto lungo il fiume Avon e le colline verdi da sfondo su cui pascolano pecore. Incredibile come nell’Inghilterra rurale, dopo le sei di sera non circoli più nessuno. Le strade erano deserte e le ville sembravano quinte di teatro nonostante il sole fosse ancora alto. Alla fine del quartiere c’è un parco giochi, con le altalene e il campo da basket. Tutto finisce a ridosso di una fattoria. Il posto si chiama Marina e non ha avuto gravi problemi con le alluvioni, proprio perché è stato difeso con un lungo argine massiccio che contiene il fiume. Il problema come mi ha suggerito il tizio è che i luoghi dove l’acqua può erompere sono o quelli con poche difese o le campagne.

I danni agli agricoltori sono stati devastanti. 42,000 ettari allagati, interi raccolti marciti e campi distrutti, cosa che non si risolve solo in un unico problema. Se il raccolto va perduto, l’economia subisce un blocco sull’intera filiera produttiva. Per esempio, gli animali non hanno il foraggio per l’inverno e le industrie di cereali, molto coltivati in Inghilterra, esauriscono le proprie scorte. Di certo non ci saranno meno Kellogg’s sugli scaffali dei supermercati, o meno muesli alla frutta secca, perché la politica estera inglese si attiva importando più cereali da altri stati, ma il sistema economico risponde alla carenza anche facendo alzare i prezzi degli alimenti. E nemmeno è detto che questo gioco micidiale contro la natura possa essere coperto dalle assicurazioni o dal governo, perché le perdite sul campo possono essere così gravose che le prime decidono di non investire più in quelle zone, e il secondo si trova sprovveduto davanti a un evento che non aveva preventivato.

I rapporti che ogni governo stila sui disastri ambientali sono tanti. Quello più famoso sulle alluvioni inglesi è il Pitt-Report. Mi ci sono basato per alcuni dei temi di cui sto parlando. È stato voluto dall’Agenzia dell’ambiente e commissionato a un ricercatore indipendente che, appunto, si chiama Micheal Pitt. Nel rapporto sono valutati tutti gli scenari delle alluvioni avvenute nel 2007 e c’è anche una sezione che riguarda il cambiamento climatico. Gli eventi di quell’estate sono considerati unici, ma Pitt non si sente di poter dire che non facciano parte del cambiamento climatico. Tirando le proprie conclusioni, afferma che un singolo evento non può essere considerato un nuovo aspetto del clima (cosa che direbbe qualunque ricercatore sensato), ma nemmeno smentisce che in futuro le piogge saranno convettive nel Regno Unito. Semplicemente sottolinea che non ci sono prove per inserire gli avvenimenti del 2007 in un contesto più grande.

A un certo punto del rapporto sono citati i paesi che hanno adottato delle misure dopo che si sono trovati in prima linea nell’emergenza cambiamento climatico. Per esempio la Svezia ha redatto il piano Sweden Facing Climate Change, che ha come scopo l’adeguamento del paese al nuovo tempo. E l’Olanda, che di inondazioni ne sa qualcosa visto che due terzi del paese è sotto il livello del mare, ha redatto il Delta Works Project. Stiamo infatti parlando di paesi sensibili al clima, dove, proprio per questa ragione, le mutazioni della temperatura iniziano a dare i primi segnali. Gli inglesi da parte loro hanno redatto il Foresight Future Flooding Study, in cui tra le varie cose si sottolinea il problema dell’innalzamento del mare che sta diventando una minaccia sempre più reale per le proprietà costiere. In fondo il Regno Unito si espande su un’isola e mezzo.

La Severn Trent Water invece è andata oltre. Il danno che ha procurato ai cittadini non è da poco, 17 giorni senza acqua potabile nella contea che era diventata una sorta di arcipelago paludoso. La Trent è un gigante nel suo settore, un’azienda privata quotata alla London Stock Exchange il cui fatturato si aggira intorno 2,2 miliardi di sterline. 16,000 dipendenti. Fornisce acqua depurata a più di 8 milioni di persone e gestisce il sistema di recupero delle loro acque sporche. È evidente che dobbiamo abituarci anche all’idea che qualcuno ci amministri le feci.

Alcuni mesi dopo le inondazioni, la Trent annunciava una donazione di 3,2 milioni all’associazione che si occupa di aiutare le persone che hanno subito un alluvione. La mossa era stata definita dal portavoce della compagnia come “un sostanziale contributo alle comunità sfollate”. Ma non si sono fermati qui. Davanti la centrale, che ha come slogan: ”salute e sicurezza non sono casuali”, appena fuori Tewkesbury, c’è il terrapieno della vecchia linea del treno, che qualche ingegnere al soldo della Trent ha deciso di smantellare per fare in modo che l’acqua non ci rimbalzasse contro sfogando da qualche altra parte il suo potere distruttivo. È stata una mossa politica molto apprezzata dagli abitanti. Così come i 5,5 milioni spesi per un muro a difesa della centrale idrica.

La Treant ha pagato 29,6 milioni di sterline per il disagio provocato nel 2007. Ma i cittadini della zona ovviamente chiedono di più, le loro stime dei danni sono più catastrofiche e quello che fino ad ora ha fatto la Trent a loro sembra poca cosa. Dai vari giornali del periodo (soprattutto Gloucester Echo e The Citizen) si capisce infatti che c’è stata una gara al rialzo e che la donazione è stata vista come un modo per tenere buone le associazioni locali. La Trent da parte sua sostiene che l’alluvione del 2007 ha danneggiato anche loro e che un evento naturale che non ha precedenti non può essere inserito nei tabulati di calcolo. È un evento straordinario, poco gestibile, punto e basta.

Ma nel 2011 è uscito un rapporto fatto dalla Trent su come adeguare i propri sistemi ai cambiamenti climatici. Nel rapporto si fa una stima dei danni subiti nei periodi di siccità e nei periodi di piogge straordinarie e si descrivono varie soluzioni per ovviare al problema e rimanere una multinazionale ai vertice nella gestione dell’acqua. È un rapporto inquietante perché sfogliandolo ci si accorge chiaramente di come l’industria stia adeguando al nuovo clima i suoi impianti e stia facendo dei piani per evitare di spendere ulteriori soldi in risarcimenti. Come a voler dire che un evento straordinario è diventato quotidiano. Un esempio, su cui anche David Witts è d’accordo, è quello di pressurizzare l’intero sistema fognario della contea, in questo modo, aumenterebbe la portata dei liquami nelle tubature e si ridurrebbe il rischio di esplosione delle fogne. Ma sono vari i punti su cui la Trent spinge per riqualificare la rete idrica. Un altro esempio è l’incremento di serbatoi, per tenere il passo con le richieste di acqua nei periodi di siccità, che sono diventati una costante in Inghilterra.

Chi invece si è rivelato non al passo con i tempi è stato il governo. Le assicurazioni non stipulano polizze nella zona perché non vedono margini di profitto, anche se ultimamente le cose sono cambiate grazie ad alcune associazioni per i diritti civili. Le ditte costruiscono perché i City Council locali incentivano molto l’economia basata sul mattone anche se in zone alluvionali. La Trent sta cercando di adattarsi ai nuovi scenari climatici per continuare a fare profitto. Ma il governo?

Nel 2010 è iniziato, nella contea di Gloucester, dove si trova Tewkesbury, un piano di risparmio chiamato costruisci il tuo futuro, che prevedeva in tre anni, tagli per 60 milioni di sterline alla spesa pubblica. Uno dei dipartimenti colpiti è stato quello dei Piani di Emergenza, che si occupa specificamente delle alluvioni. Oltre a questo i vari City Council locali hanno dovuto riorganizzarsi dopo che David Cameron ha ulteriormente tagliato i fondi alle politiche locali. Ma in realtà tutte queste sono generiche attenuanti, i piani di riduzione della spesa pubblica non hanno inciso molto sulla gestione delle alluvioni. Quello che ha inciso nel corso degli anni è stata la mancanza di progetti che mettessero in relazione i cambiamenti climatici al fatto che Tewkesbury è un villaggio storicamente soggetto ad alluvioni. Nessuno ha ideato dei piani di adattamento a un nuovo scenario climatico in cui questo paesino dell’Inghilterra fa da apripista.

Anche i ragazzi che ho davanti stanno cercando di adattarsi. Fino a pochi anni fa il loro gruppo non esisteva, ma dopo che Tewkesbury nel 2007 si è trovata tagliata fuori dal resto dell’Inghilterra diventando un’isola, è stata attivata una piccola centrale anche qui. Hanno solo due mezzi a disposizione, più alcuni gommoni. Il posto durante il giorno sembra abbandonato, ma quattro volte al mese prende vita per le loro esercitazioni.

“Sappiamo bene che le forti piogge tenderanno ad aumentare e cerchiamo di essere pronti”. Quando li ho intervistati stavano aspettando un nuova allerta e avrebbero potuto avere anche qualche disagio dalle nevi che si stavano sciogliendo in Galles. Uscito dalla centrale mi hanno consigliato di bere una birra al pub l’Orso Bianco che, come stregato da una maledizione, finisce spesso sott’acqua.

Sul muro del pub sono affisse le foto delle alluvioni passate. L’acqua qui ha superato il metro e mezzo, facendo fare gli straordinari alla pompa di sentina che è sotto una botola all’ingresso. La barista è una grassa signora dall’aria rabbiosa che mi fa fare un tour del locale. Nel pub c’è un forte odore di muffa e il fiume Severn, che è uno dei più inquinati del Regno Unito, scorre oltre certi alberi che si vedono dalla finestra. I ponti sono completamente ricoperti di detriti, mettendo in bella mostra il livello raggiunto dai fiumi nei mesi passati. Tutto intorno al villaggio la campagna è molto verde, ma la troppa pioggia ha modificato il panorama. Ci sono troppi acquitrini in giro, troppo fango. Se facesse più caldo sarebbe pieno di zanzare.

Avevo provato a prendere un appuntamento con il City Council per sentire in che modo pensavano di muoversi nei prossimi mesi, ma non mi hanno mai richiamato. Quello che avrei voluto sentirmi dire da loro era questo:” Ci sono state delle pianificazioni sbagliate e degli investimenti sbagliati. Sappiamo bene che Tewkesbury è in una zona naturalmente alluvionale a causa dei due fiumi. Sappiamo anche bene che il problema si sta aggravando, perché danni e problemi come negli ultimi sette anni non ne abbiamo mai avuti. Cercheremo di fare il nostro meglio, ma non è detto che possa bastare. Ci troviamo a fronteggiare qualcosa che ha una portata molto più grande del nostro piccolo paese”.

Scenari da fine del mondo, che da queste parti iniziano ad assumere un significato.

Commenti
Un commento a “Nel fango”
  1. Salvatore scrive:

    Ammazza ao’ che addormentatopi ‘sto qui!

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