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Nel fondo di una privata brama di oblio. “Pattinando in Antartide” di Jenny Diski

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“Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle con il pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nervi – un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna?”

Sente lo stesso bisogno di assenza e negazione, Jenny Diski, mentre rilegge Melville. La bianchezza della balena in Moby Dick assume, nella sua personale declinazione, la forma del desiderio di sperimentare il nulla, ricercare un rifugio sicuro, un “candido oblio”. Ruota attorno al bianco l’indagine compiuta dalla scrittrice londinese in Pattinando in Antartide (trad. Francesca Bandel Dragone, NNE, 2019) attraverso il racconto intimo che alterna la narrazione dell’atteso viaggio all’analisi del ruolo che sua madre ha ricoperto negli anni.

“Non sono del tutto soddisfatta del livello di bianco nella mia vita”. Dalla stanza del suo appartamento ripercorre la sua esistenza. In controluce emerge il racconto di un’infanzia di degrado, i frequenti tentativi di suicidi di genitori perennemente in conflitto tra loro, i pignoramenti, le attese di sfratto a undici anni, i continui ricoveri in ospedale, il disagio psichico, la percezione di ineluttabilità dell’abbandono, e la costante insicurezza che riveste ogni ricordo che possa ricollegarsi all’infanzia e alla prima giovinezza. Nel lento percorso di ripresa sarà fondamentale l’ospitalità ricevuta da Doris Lessing, romanziera premio Nobel di cui Diski parla anche nel precedente In gratitudine (trad. Fabio Cremonesi, NNE, 2017).

Rinuncia alla consequenzialità degli eventi per investigare le ragioni dell’apparente anaffettività che la permea, in particolare nel pensare a sua madre, alla quiete che le dona ignorare se sia viva. Osserva retrospettivamente le colpe di sua madre, la sua incapacità di mostrarle amore e la crudeltà nel farle pesare la sua esistenza quando era un’adolescente ribelle e, ai suoi occhi, ingrata e pronta ad abbandonarla perché ritenuta simile al padre. “Io ero tutto quel che le restava per continuare a essere delusa”. Comprende di essere stata un catalizzatore tra i suoi genitori, “un parafulmine per l’eccitazione e la tristezza”. Pur mostrandosi incapace di provare odio per sua madre, non riesce a rintracciare alcuna forma di affetto per lei, approdando a una sorta di indifferenza nei suoi confronti. E se ne Lo straniero, Albert Camus delinea attraverso il distacco provato da Meursault per la morte della madre l’estraneità dell’individuo in relazione alla società e a sé stesso, Diski analizza l’assenza di attaccamento materno per ipotizzare che la negazione di tale legame possa rappresentare l’incapacità di affrontare la realtà, o un tentativo di sottrarsi al confronto con i reali sentimenti nei riguardi della madre. “Forse l’enigma permanente sull’assenza di mia madre mi proteggeva da qualcosa di ancor più terribile, cui non sarei riuscita a fare fronte. [..]. Mi proteggeva da lei, nel caso fosse stata ancora viva”.

Da questa urgenza di raggiungere una fertile privazione nasce il desiderio di intraprendere il viaggio in Antartide, “il nulla a un livello che non avevo mai sperimentato”. A bordo della Vavilov elegge come rifugio la sua cuccetta 532, teatro dei suoi momenti “liberi dal tempo” in cui scrutare il bianco. Ripercorre le storie di FitzRoy, Darwin, Chatwin, la spedizione dell’Endurance di Shackleton, per non limitarsi a un’indagine sul dramma della vita e della morte, ma su ciò che può collocarsi prima o dopo: l’immutabile, il vuoto, l’oblio. La percezione di vivere il tempo in maniera alterata, la luce del giorno che pare senza fine e la sua “fisiologia disorientata”, inducono Diski a compiere un’indagine sul corpo focalizzata sul movimento, sulle oscillazioni in quel nulla apparente, come in una dolce deriva: “nell’aria, come fanno gli uccelli marini, seguendo le folate di vento, salendo con una per precipitare giù con la successiva, per poi levarsi di nuovo in alto”.

Una narrazione che si muove per frammenti e che si riverbera sul piano formale nell’incedere a tratti incerto dell’io che consegna, attraverso un flusso interiore ininterrotto, i tentativi di rintracciare le origini del suo desiderio di decostruzione, in un costante dialogo con il passato e con la sua alterazione nella memoria resettata e nella distorsione operata dai ricordi. La perdita, la depressione, l’infelicità infantile, il disagio mentale obbligano a un confronto costante con la ridefinizione del concetto di verità: “era qualcosa che accadeva in segreto, in un angolo della mente delle persone e veniva fuori come un’esplosione di fogna quando la pressione della paura e della rabbia superava un certo limite”.

L’anarchia letteraria di Diski ridefinisce costantemente il genere, per dare forma, con Pattinando in Antartide, al contempo a una narrazione di viaggio; a descrizioni vicine alla prosa poetica nella costante ridefinizione di sé sulla base degli elementi naturali (“era come se il vento, avendo preso le mie misure, stesse negando la mia esistenza e mi attraversasse sibilando”); a un memoir che restituisce i momenti salienti e dolorosi della sua esistenza dall’infanzia alla maturità; a un percorso al limite del visionario scandito dalle suggestioni mentali e dalle immagini legate al disagio psichico attraversato negli anni. Ogni narrazione ispeziona i traumi che hanno segnato l’esistenza di Jenny Diski, consegnando piena centralità al corpo come strumento primario di indagine nella misurazione dei propri limiti nel dolore, come nel memoir In gratidutine.

Con Pattinando in Antartide mette in atto una ridefinizione delle forme dell’autobiografia, nell’intento di oggettivare come altro da sé la giovane donna insicura e tormentata legata al passato. Arriva a trasformare sé stessa in un personaggio letterario capace di mostrarsi imprevedibile persino ai suoi stessi occhi per riuscire, così, ad addentrarsi con maggiore efficacia nel dolore: “per raccontarlo devi averlo provato, ma quando ci sei dentro non riesci a pensarci”. Si interroga sui meccanismi narrativi per dare forma al proprio vissuto e attua un costante esperimento di riconoscimento ammettendo di non volersi sottomettere a un’aderenza necessaria alla realtà: “Esistono infiniti modi di dire la verità, inclusa la narrativa, e infiniti modi per non dirla, inclusa la non fiction”.

Grande tema della sua intera produzione letteraria che risente del debito nei confronti di Samuel Beckett, di cui riprende in esergo uno degli interrogativi di Malone muore: “Mi chiedo se non mi ritrovo ancora una volta a parlare di me. Non sarò dunque mai capace, fino all’ultimo, di mentire su qualcos’altro?”

Pattinando in Antartide è un’indagine sull’oblio, la tensione a ricercare un vuoto esistenziale che nella depressione genera una sorta di appagamento nel silenzio e e nell’assenza, “una gioia completamente distaccata dal mondo”. Il senso della scrittura è consentire questo percorso e metterlo costantemente in discussione al contempo, nella convinzione che il punto essenziale del desiderio risieda nel desiderio stesso. “Volevo essere irraggiungibile e trovarmi in quel luogo senza dolore. Lo voglio ancora. È colorato di bianco e pieno di silenzio che canta. È una sconfinata pista di pattinaggio sul ghiaccio. È il territorio antartico”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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