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Nel fondo di un terrore remoto. “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy

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Photo by Eduard Militaru on Unsplash

Un trauma antico tramandato di generazione in generazione è capace di annidarsi in un luogo oscuro e non lasciare segni manifesti, innestandosi nella memoria per generare una visione trasfigurata del reale. Nel solco di un secolo, dagli anni Venti al presente, si snodano le vicende delle protagoniste de La dinastia dei dolori di Margherita Loy, Atlantide, che cercano di fronteggiare gli esiti drammatici di scelte basate sulla sopravvivenza e il compromesso.

È il 1924, Emma è costretta a un matrimonio di convenienza a Roma con un ingegnere maturo che gli offrirà gli agi di una ricchezza improvvisa al costo di un sacrificio disumano. Una violenza sottile e continua messa in atto da un uomo freddo e distaccato, rigoroso e fervente cattolico, consapevole di ammantarsi di un’apparenza di magnanimità che gli garantirà di esercitare un controllo assoluto. La legittimazione deriva dalla definizione di una colpa originaria insita in un passato di miseria estrema, che anche Emma finirà col condividere, accettando quell’annientamento. “Lei era indissolubilmente legata alla sfacciataggine indispensabile a sopravvivere della povera gente, alla sfrontatezza del canto a squarciagola: a Sora Menica, bisogna sapé dì cuoruccio mio…”.

Incapace di emanciparsi realmente da quella percezione di inferiorità, Emma ne subirà il peso nel lieve e tacito disprezzo che persino i suoi figli arriveranno a riservarle, influenzati dallo sguardo paterno. L’unica a serbarle affetto sarà la nipote Maria, destinata, una volta madre della neonata Rita, a fronteggiare in solitudine un profondo dramma interiore.

Sullo sfondo gli stravolgimenti politici e sociali che hanno caratterizzato il Novecento in Italia. La particolare attenzione alla vicenda di Emma permette un’osservazione dalla prospettiva di chi conosce la povertà e percepisce nel nuovo contesto di appartenenza gli effetti ovattati dei proclami e della rassicurante retorica politica che, nella narrazione, sottendono una sottile satira del mondo borghese. “I ricordi della Prima guerra sono opachi. Era allora un’adolescente troppo bella e vivace, e la zia la teneva sotto sorveglianza. Non c’era radio né in casa entravano i giornali; le bombe cadevano lontane. Spesso la sera si avvertivano le urla di qualche famiglia che aveva ricevuto la notizia della morte di un congiunto: era quello il rumore della guerra. Grida di donne scese per strada, la disperazione che faceva buttare a terra, nella polvere o nel fango delle vie del Portonaccio. E poi la fame, ma quella c’era anche prima”.

Il rilievo riservato alla descrizione dei luoghi offre il ritratto dei cambiamenti sociali di quegli anni: la rappresentazione ambivalente della realtà romana dei primi decenni del secolo richiama l’opposizione tra la profonda miseria e il lusso improvviso; la quiete del paesaggio toscano restituisce il netto contrasto con gli sconvolgimenti interiori di Maria, consumati nella malattia nei primi anni Novanta; Genova e il dramma del Ponte Morandi innescano nella giovane Rita l’urgenza di interrogarsi sulla propria vertigine sconosciuta e di eleggere Zurigo come luogo da cui avviare ricerche scientifiche sull’ereditarietà dei traumi. “Il dolore arriva da lontano ma non è un ricordo”.

La prima persona è affidata a Maria, che lambisce il confine della follia nell’incapacità di fronteggiare in solitudine la maternità. Una scelta marcata anche sul piano formale, con un repentino cambio al diaristico per calarsi nel suo groviglio di nevrosi. La rappresentazione di un terrore oscuro e sconosciuto si alterna al racconto dello scontro tra pulsioni opposte che risuonano da un tempo sospeso. “Mi chiedo se queste paure in cui sento la vita fluire dal passato verso il futuro senza sobbalzi, in cui la percepisco avanzare con il solito, eterno, costante passo, incurante del vento, del sole e delle tempeste che la circondano, mi domando se queste intermittenze di calma non siano la verità, mentre le ombre che mi circondano, la paura che monta ora dopo ora, non siano altro che granelli di polvere che si sollevano al passo lungo della vita che cammina”.

Sarà sua figlia Rita, nel 2018, a riannodare in parte i fili di un’intricata vicenda famigliare, segnata da abbandoni forzati, perdite implacabili, ipocrisie e ricatti morali per intravedere attraverso il passato uno strumento per interpretare le proprie inquietudini e avviare così un’indagine di conoscenza del dolore. “Il fragore è una buona scusa al silenzio, mentre la giostra spaziale dei colori è l’autorizzazione ufficiale e condivisa a non guardare nessuno negli occhi”.

Il cardine della narrazione risiede nel peso della memoria in relazione a una vicenda famigliare che rappresenta il prisma attraverso cui interrogarsi sugli esiti imperscrutabili che il dramma può depositare nel tempo. “Mi chiedo, come Edelman: ma cosa è la memoria? È qualcosa che ha sostanza, materia?”, si interroga Maria, consapevole che quelle fulminee incursioni del passato sono porzioni di memoria collettiva.

Tra frequenti salti temporali e la trasposizione nelle generazioni successive di un cocente desiderio di libertà, La dinastia dei dolori intesse storie segnate dall’ineluttabile. La dimensione della maternità è funestata dal male, e determina la percezione di inadeguatezza aprendosi a una riflessione su un’idea di giustizia perennemente connessa all’assoggettamento e al castigo.

Ogni vicenda è caratterizzata da elementi comuni quali la ricerca di un autocontrollo per attuare continui esperimenti di finzione nell’esibizione della propria diligenza; l’occultamento del dolore; la necessità di un castigo da infliggersi anche attraverso un insano rapporto col cibo per espiare colpe di cui non si è pienamente consapevoli, derivanti dal giudizio altrui o dal senso di colpa per i propri fugaci moti di ribellione. L’affresco narrativo non si riduce a compiere una mimesi della realtà ma intende indagare con luce impietosa le tenebre della psiche.

La prosa di Loy identifica l’aspetto patologico e decadente del tempo vissuto dalle sue protagoniste, che richiama una costante riproduzione della tragedia, senza intravedere un reale antidoto alla brutalità del male rappresentato. Una corrispondenza che permette, con sguardo cinematografico, di soffermarsi sul livello di dettagli descritti minuziosamente.

Tra toni lucenti e cupi, Loy investe le immagini di una profonda valenza simbolica per rappresentare in tal modo i forti contrasti insiti in una società irrimediabilmente corrotta che si nutre di apparenza rivelandosi priva di compassione e in cui la debolezza assume i connotati di inadeguatezza. Distante da forme di lirismo e retorica, la narrazione si insinua nelle pieghe di un dolore condiviso attraverso la riproposizione di un dramma dall’impatto inalterato sia nelle pagine dedicate alla solitudine camuffata dal benessere del privilegio che nel quadro di miseria decorosa vicino all’esempio narrativo di Matilde Serao. “La presenza dell’Ingegnere spandeva sul mondo di Emma una luce impetuosa: la miseria del Portonaccio ne usciva ingigantita, la sporcizia diventava intollerabile, i piatti sbreccati una vergogna, il caldo soffocante si caricava di odori sgradevoli e lei avvertiva il proprio corpo ancora più indecente. La vergogna la ammutoliva”.

Una voce profondamente europea che rinnova in chiave contemporanea alcune delle suggestioni del primo Novecento letterario. La rappresentazione del distacco elitario e dell’isolamento dal contesto politico sociale allestita da Eduard von Keyserling risuona qui nella descrizione della privazione di spinte ideali in una prigione dorata che impone una ridefinizione relazionale e emotiva. Uno stato di quiete apparente riproposto anche nel delineare la condizione vissuta da Maria, consumata nel disagio psichico.

Una narrazione che si muove per dicotomie bene/male, virtù/peccato, libertà/prigionia per sviluppare quella che René Char definiva “la dinastia dei dolori assurdi”, destinata a rimanere perennemente sospesa in un quadro di tormento e sofferenza, nell’incapacità di assuefarsi al presente e di rintracciare una reale via di sopravvivenza. “Improvvisamente certe zone oscure, in cui palpita in agguato un male, si riempiono di luce, e allora vediamo che quel male non è altro che una ferita. Una semplice, comune ferita”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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