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Nel mezzo dell’America: “Gli assassini” di Elia Kazan

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di Eugenio Giannetta

C’è un’America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un’America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un’altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c’è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l’esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

Questo lungo preambolo per dire che, allora come ora, ciclicamente ritornano certi argomenti, certi temi, alcuni dei quali sembravano essere stati superati, mentre si erano invece solamente assopiti nella nostra parte più profonda e pigra: l’elemento razziale, ad esempio, il pregiudizio, un concetto ampio e variegato come la giustizia (giustizialismo o garantismo?), e infine la sottile linea di demarcazione esistente tra bene e male, una zona grigia da cui è difficile venir fuori incolumi, una volta dentro. Tutto questo e molto altro è al centro della scrittura di Kazan, che inspira l’America e le sue atmosfere e le sbuffa fuori nel disegno del suo spaccato, e delle contraddizioni che si porta dietro.

La trama de Gli assassini prende le mosse da una cittadina di provincia, due omicidi e un caso giudiziario. Al centro della narrazione c’è il protagonista della vicenda, Cesario Flores, messicano di Sonora e sergente dell’areonautica, colpevole dell’omicidio di Vinnie, hippy, spacciatore e ragazzo della figlia Juana, ucciso insieme a un amico. Juana era stata raggiunta da Flores dopo essere fuggita per andare a vivere in una comune, a distanza di sicurezza da una società a sua volta considerata assassina, corrotta, giudicante, arrivista e passiva. Una società in cui si può finire a tifare per i buoni o per i cattivi, senza davvero rendersi conto di chi siano gli uni e chi gli altri.

Nella lettura di Kazan si avvertono molti echi, rimandi, richiami e riferimenti, tanto letterari quanto cinematografici, da Pastorale americana ai film di Clint Eastwood, passando per Jonathan Franzen e Fronte del porto. Da una parte la narrazione degli sconfitti, dall’altra la tipica famiglia americana, la convivialità della comunità di appartenenza, includente e ghetto al tempo stesso. Ne Gli assassini i personaggi passano, ronzano come mosche, si fermano e vanno via. Come una camera in pianosequenza che passi da un viso a un altro, muovendo con essa l’asse dell’intera storia; i personaggi sono in primo piano, oppure sfocati, a volte fanno da sfondo, poi si tratteggiano e diventano secondari, semplici comparse senza battuta, messi da parte in attesa che accada qualcosa, qualsiasi cosa.

I dialoghi sono l’altro grande pilastro su cui si regge il libro, anche durante i capitoli processuali, nei quali l’opinione pubblica è chiamata a prendere posizione, così come il lettore, che si domanda e ridomanda: giusto o sbagliato? Kazan è ambizioso e sfida la resa di un’oralità alternata tra un campo e un controcampo, mettendo tutte le parole nero su bianco. Non ha paura, azzarda e prova a trasmettere l’emotività di certe situazioni senza aggiunte alle descrizioni, lavorando sul ritmo e giocando sull’effetto sorpresa, su battute argute, sull’incidentalità dell’animo umano, incoerente per sua stessa natura.

Il libro, poi, ha in sé anche una sorta di visione antropologica, che sembra dire: si può vivere in modo diverso da quello che ci viene raccontato. E ancora: vivi nella malinconia e muori sentendoti fuori luogo: «Erano gli altri modi di vivere le cose che volevo veramente imparare». Questi personaggi somigliano a noi, come quando ci alimentiamo di sensi di colpa per un’azione che sentiamo essere sbagliata. Tuttavia, non si tratta quasi mai di un errore netto, e talvolta si avvalora delle cause per cui viene commesso. Se si tratta di amore, poi, tutto viene perdonato o giustificato? «Cesario era ormai un uomo amareggiato, e tutto a causa dell’incostanza della specie umana», perché «nel comportamento umano c’è quasi sempre un mistero». L’estremismo è figlio anche di questo pericolante via libera, di una legittimazione che però, a ben guardare, non avrebbe senso di esistere: «Ma sì, anche lei, signor giudice, è sotto processo. Sarete tutti giudicati e sarete puniti. E poiché il solo suono che siete in grado di sentire è quello di un’arma, sarà questo il suono che sentirete».

Ci sono tempi in cui si è creduto che il tempo avrebbe sistemato le cose e tempi che invece sono di piena urgenza, e gridano giustizia, sbraitano di aggiustare le cose, si parla alla pancia delle persone e si agisce d’istinto: «Non c’era paura nel suo sorriso, che era quello di un martire frainteso, convinto che il tempo finirà per dargli ragione». In questo libro di Kazan, questo equilibrio è appeso a un filo sottilissimo, perché è fortissima l’urgenza familiare, tra un padre, Flores, e una figlia, Juana; il resto è rumore, che sporca la superficie delle cose, annebbia i dati di fatto e confonde la mente. E qui si potrebbe spendere un riferimento per Matthew Weiner, che quegli anni li ha sempre raccontati come tempi sporchi, senza morale, con famiglie in bilico tra volere e potere, amare e dovere: «Nella vita c’è una salita e una discesa, e se tu – uomo o nazione – non ti difendi, ti accorgerai di trovarti nella discesa molto tempo prima del necessario. Perciò devi difendere quello che è tuo».

Nella scrittura di Kazan c’è un grande senso di realismo, con le contraddizioni che l’Occidente si porta dietro, insieme al senso di appartenenza e alla legge presa sul serio, come crocevia di discorsi più alti, puri, morali, o forse solo più opportunistici. Michael, un hippy che crede ciecamente (ingenuamente) nella legalità, è un personaggio che esprime questi temi senza schieramenti, come se davvero la legge potesse essere al di sopra di ogni cosa. E la coscienza è giocoforza chiamata a rispondere e a prendere posizione, perché «ciascuno è continuamente sottoposto a una prova». Durante quasi tutta la lettura de Gli assassini è facile cadere vittime di un giochino psicologico molto ben congegnato: ci si immedesima in un personaggio, piuttosto che nell’altro, e si finisce a stare da una parte all’altra della sbarra del tribunale, schierandosi con un testimone, con la giuria o con Flores, Juana, Michael.

È un lavoro, questo di Kazan, che ha quasi certamente radici nell’Actors Studio, di cui Kazan è stato fondatore. L’Actors Studio si basava sulla ricerca di una prova attoriale che realizzasse il massimo della resa con il massimo del realismo. Con il Metodo Stanislavskij, tutto questo era possibile con l’espressione dei sentimenti in scena (quasi) come nella vita, chiaramente in seguito a un complesso processo di elaborazione interiore e personificazione. Chi guarda, chi legge, sente che tutte quelle parole sono lì apposta, proprio per chi guarda e chi legge, e per nessun altro. Alla fine, poi, si fanno i conti con quella domanda penosa, che metterebbe a nudo la dignità di chiunque: ucciderei anche io per mia figlia?, dove figlia è sostituibile con madre, padre, fratello, sorella, nipote. Lo farei davvero? E se lo facessi per una giusta causa, quale sarebbe il mio grado di colpevolezza? Si gioca su questi sottili meccanismi di psicologia umana l’attuale situazione politica nazionale e internazionale; per questo abbiamo bisogno di un libro così, che su un piano di lettura diverso da quello con cui è nato anni fa, mette in contatto noi stessi con le nostre paure, ma soprattutto con le nostre colpe, reali o pensate.

Vale infine la pena fare ancora un passo indietro sull’autore, tra i più importanti registi americani di cinema e teatro, vincitore di tre Oscar, direttore di Marlon Brando e James Dean, e di capolavori come La valle dell’Eden e Un tram che si chiama desiderio. Oltre a Gli assassini, anche autore di altri due romanzi: America America e Il compromesso. Kazan è morto nel 2003. Ricordarlo oggi, rianima antiche sensazioni, di cui non dovremmo fare a meno troppo a lungo: «Pensa a te stesso. Puoi vivere guardando avanti o morire guardandoti indietro. […] Le cose cambiano quando cambiano le idee. Prima che ci sia un vero cambiamento c’è sempre qualcuno che dice qualcosa, un artista, un filosofo, un pensatore, anche un uomo politico. È l’idea la cosa più forte». Vale anche per un regista, e uno scrittore.

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