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Nel mondo di Aldo Busi

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Pubblichiamo un estratto da un reportage di Nicola Lagioia apparso su Internazionale, ringraziando la testata. (Fonte immagine)

“Tre ore di treno fino a Verona…”.
“Cambio per Desenzano, da Desenzano in taxi fin…”.
“Ecco. Ma chi gliel’ha fatto fare?”.
Prendo un respiro. Penso che togliere le zavorre a un’iperbole è l’unico modo per scoprire se era una verità in maschera. Lo dico.
“Venirla a trovare a Montichiari è come essere andati a Londra per incontrare Dickens”.
“Con la differenza che da queste parti ci sono molti meno poveri”.

Aldo Busi sorride soavemente e scalda il caffè che aveva preparato – mi rendo conto – ponderando al centesimo il mio arrivo, e infatti (calcolo a mia volta quando la fiamma si abbassa) avrebbe smesso di gorgogliare a pochi istanti dal mio indice sul campanello se il tassista non avesse sbagliato strada nel tragitto.

In effetti con un Ryanair da Ciampino sarei arrivato al London city airport nella metà del tempo. Ma a quel punto – mostra di Alexander McQueen al Victoria and Albert museum a parte – che senso avrebbe avuto la giornata? Nessuno scrittore inglese oggi (Julian Barnes? Martin Amis?) sarebbe per me interessante quanto Busi.
L’esterofilia è il cancro del provincialismo, anche se metropolitano. Ho detto Dickens e Londra ma – nel gioco dei paralleli e delle finte e vere iperboli, che se non fosse tale farebbe torto a chiunque – sarebbe stato più consonante parlare di Verdi e di Busseto. Altra malattia nazionale: sminuire la statura dei viventi quando è irraggiungibile dalla sovrapposizione di tante mezze tacche gallonate.

Busi è il contemporaneo che la distrazione di massa italiana non merita. Anche Verdi veniva da una famiglia di osti, fece una gavetta durissima, tornò in provincia a cavallo del successo, ma soprattutto fu popolare (intendo l’arte, non la ricezione) nel senso più alto del termine, poiché seppe catturare lo spirito di una comunità nel tempo, bucare la crosta ordinaria di una cultura (regionale, quindi nazionale, vale a dire europea), immergersi nella fossa delle Marianne per tornar su carico di ori. Busi lo fa da una trentina d’anni.

A parte le ragioni personali (libri come Sodomie in corpo 11 o Vita standard di un venditore provvisorio di collant arrivarono al ragazzo che sono stato con un tempismo che potevo opporre a tutti con orgoglio sprezzante fatta eccezione a chi quei libri li aveva scritti), all’opera di Busi l’Italia deve molto.

Un pezzo impeccabile
Basterebbe la lingua che – tra le sue mani – è ancora una questione nazionale aperta. Il più squillante what if che in effetti risuona dalle pagine migliori del sessantasettenne che ho davanti è: cosa ne sarebbe stato dell’italiano se a un certo punto la nostra lingua avesse imboccato la via di Boccaccio anziché quella di Petrarca, se avesse cioè conservato la sua forza materica e la sua viva complessità, libera dalla padronalità curiale, poi leguleia, poi accademica, poi ministeriale, infine televisiva e dunque non più l’autobiografia del popolo sovrano che non c’è ancora ma il guaito delle plebi di ogni censo e condominio sociale?
“Voglio farle vedere una cosa”.

Gli ho appena detto che Vacche amiche, il suo ultimo libro, mi è piaciuto moltissimo, ma non riesco a esporgli almeno uno dei motivi (nel corso della giornata capirò che in Busi ogni sollecitazione che lui non lasci cadere porta istantaneamente a favore di luce una catena di pensieri che andavano formandosi in una zona incondivisa, così ogni volta è un po’ la magia di vedere il coniglio prima del cilindro) perché mi interrompe: “Lo sa che sono tra quei pochi che correggono i propri testi persino dopo averli pubblicati?”.

In questo modo lascia che io veda “una cosa”. Mi porta dalla cucina al suo studio, spalanca il portatile ed ecco. “La prego, si metta comodo”.

Sta riscrivendo Vacche amiche a sole quattro settimane dall’uscita. Quello che mi sottopone è un brano nuovo. Lo ha scritto questa notte. “Bene, parte da qui”. Vuole che lo legga. “Senta, non è ancora un pezzo del tutto lavorato…”.

Altro insegnamento: la generosità. Ammetto che l’interruzione (mi ero preparato tutto un discorso su Vacche amiche) un minimo mi era dispiaciuta. Basta riporre la cattiva vanità per stringere però la ricompensa. Quale altro scrittore avrebbe il fegato di fidarsi di un mezzo sconosciuto (in dieci anni ci siam fatti solo due lunghe telefonate, per quanto assai piacevoli) condividendo con lui qualcosa che ha finito di digitare sulla tastiera poco prima? Il pezzo è impeccabile.
“Ma a che ora lavora?”.
Sveglia ogni notte intorno alle tre, racconta, e da lì avanti a scrivere fino alla mattinata.
“Orario balzachiano”.

Questa la lascia cadere. Ma dice invece: “Senta, ma perché non usciamo? Guardi che bella giornata. Ho voglia di mettermi delle peonie in casa. E siccome qui a Montichiari c’è un tale che ne ha di bellissime in giardino, andiamo a chiederne qualcuna”.Devo avere uno sguardo un po’ spiazzato, allungo istintivamente la mano verso i fogli su cui avevo preso appunti.
“Li lasci perdere, non se li porti dietro!”.
“Ho paura di dimenticarmi qualcosa”.
“Se la dimentica, significa che non era poi così importante”.

Cogliere il volo e l’occasione
Una normale intervista. O un giro con Busi per le vie di Montichiari. A differenza del canarino cui è stata aperta la gabbia da cinque minuti senza che nulla accada, ci metto un niente a cogliere il volo e l’occasione: in pochi secondi siamo fuori.

E mi ci sono voluti molti anni ancora per rendermi conto che il mio dolore era un dolore tutto sommato occidentale e ormai privilegiato, un dolore che non usciva da una guerra, da una fuga fortunosa da un paese martoriato, da una traversata stipato con centinaia d’altri su un barcone che fa acqua, non sapevo che esistono dolori mediorientali e africani immensamente più grandi del mio e poi triplicati dalla malasorte di spiaggiare in Italia.

Ecco una delle novità dell’ultimo libro, riesco a dirgli quando siamo in strada. Il fatto che la voce narrante (a differenza di quello che avrebbero fatto gli eroi di Seminario sulla gioventù o Vita standard) eviti di attribuirsi l’esclusiva titolarità di un dolore immeritato. Addirittura non è il dolore più difficile da superare. Ce ne sono di peggiori e non ci appartengono. Busi ha definito Vacche amiche un’autobiografia non autorizzata. La mancanza di indulgenza qui è un aerostato che prende quota grazie al tempo bruciato alle spalle.

“Sa”, risponde, “quando sei giovane ti sembra di avere il monopolio di tutto. Sei il solo a essere omosessuale. Sei il solo a patire. Sei il solo ad avere il papà cattivo. Sei il solo ad avere problemi sul lavoro. E magari il problema è che non c’è nessuno che ti aiuta a decentrarti”, pausa, “le cose che in vecchiaia scopri sulla tua stessa gioventù son sconvolgenti”.

In effetti la giornata è magnifica. Il sole risplende sui campi attraversati dal fiume Chiese. Vecchie costruzioni in lontananza stampate nell’azzurro. La primavera è ovunque. Davanti ai nostri sguardi mi sembra tuttavia di cogliere un che di Paperopoli. In questa zona, Montichiari è fatta di villette ben tenute e silenziose, viali alberati, stradine che curvano su piccole isole di verde e poi un bar, un alimentari. Gli uccellini cinguettano. Un cane abbaia da qualche parte. Il paese, come diceva prima Busi, è di quelli risparmiati dalla crisi.

Sto per chiedergli cosa significa per lui essere “di sinistra e anticomunista”, quando dalla strada spunta un’utilitaria tutta rossa, una di queste Panda della Telecom che sembrano giocattoli. Il guidatore si sbraccia dal finestrino. L’auto rallenta, accosta. Dall’abitacolo spunta la testa di un trentacinquenne tutto sorridente.”Aldo!”.
“Eh”.
“Ti disturbo giusto un secondo”, accento veneto, voce squillante.
“Non mi disturbi”.
“Ti regalo un libro di poesie mio”.
Dalla Panda giocattolo spunta magicamente fuori la plaquette.
Busi è prontissimo: “Ma guarda che il regalo te lo faccio io a prenderlo”.
“Ue’ infatti. Probabilmente lo userai come carta igienica”. Busi non raccoglie. Questo lo si capisce già leggendolo: può tirarti un chicco di sale in una ferita aperta, ma non presterà il fianco al tuo se inizi a martoriarlo nella speranza di ottenere un vantaggio retorico. Cambia discorso. “Ma tu te ne vai in giro con i tuoi libri di poesia? Ma quanti ne hai?”.
“Ne ho anche altri. Se vuoi te li do”, poi ancora, “li usi come carta igienica”. Busi sorride, non abbassa a sua volta lo sguardo perché vorrebbe dire legittimare la debolezza del ragazzo della Telecom con una propria simulata. Infatti quello rimette in moto.
“Ciao!”.
“Ciao!”.
Proseguiamo la passeggiata alla ricerca delle peonie.

Per essere di destra basta essere un onesto trucido nella biosintesi che si accetta per quel che è, tipo i leghisti e i berlusconiani e i grillini, o, se di sinistra millantata, tipo i dalemiani e i bertinottiani e i renziani, basta essere fatalista da Realpolitik come tutti gli ipocriti mediamente istruiti, mentre per essere di sinistra senza fallo occorre ben di più di un onesto: occorre un martire, un eroe, un santo della laicità più anticlericale che esista, uno rivoltato nel suo stesso dna, un pirla felicemente indefesso, un autoflagellatore che gode troppo per rinunciare ai suoi ideali messi in pratica in cambio dei banali e sinistri piaceri degli ambidestri. Io sono di sinistra.
E visceralmente antifascista.
E anticomunista, ci mancherebbe.

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Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
4 Commenti a “Nel mondo di Aldo Busi”
  1. Gloria scrive:

    Non se ne può più di questi miserabili scrittorelli che si vestono in maniera terrificante e scrivono anche peggio (tipo giacca giallo limone, camicia da spaventapasseri e prosa infarcita di battutine sceme, per intenderci). Ma c’è ancora qualche editore inesperto di letteratura che li pubblica? e qualche mentecatto che li legge?

  2. Federica Dezi scrive:

    A quanto pare sì. Purtroppo la madre dei cretini è sempre incinta.

  3. Fabio scrive:

    Ua ha ha……….il ragazzo di Genova !!!!!!!! Ma ho 47 anni.
    Grande Lagioia nel leggere che Busi ricorda l’incontro e conserva pure la mail.
    Alla prossima!

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