1snow

Nel nome del coniglio

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un racconto di Stephen Graham Jones contenuto nella raccolta Albero di carne, uscita per Racconti edizioni.

di Stephen Graham Jones

Al terzo giorno mangiavano la neve. Anni dopo sarebbe ritornato in mente al ragazzo, di colpo, durante un colloquio di lavoro: il padre che si sputava in mano pezzetti di semi o aghi di pino. O quello che c’era nella neve. Il ragazzo aveva guardato i rimasugli marroni sul palmo della mano del padre, che alla fine annuì, se li rimise in bocca e girò la faccia dall’altra parte per mandarli giù.

Invece di dormire, si schiaffeggiavano la faccia per restare svegli. Il posto che avevano trovato sotto l’albero non era riparato dal vento, ma era asciutto. Non avevano idea di dove fosse l’accampamento, o di come trovare da lì l’autocarro o, in seguito, la superstrada. Non avevano nemmeno un fucile, solo il coltello che il padre del ragazzo teneva assicurato con delle cinghie al fianco destro.

I primi due giorni il padre aveva alzato le spalle e detto al ragazzo di non preoccuparsi, che la tempesta non poteva durare. Per tutto il terzo giorno era rimasto seduto osservando la neve cadere come cenere. Il ragazzo non disse nulla, neppure tra sé, nemmeno una preghiera. Una delle volte che si appisolò, però, ridestandosi non per lo schiocco dell’unghia del padre sulla guancia, ma per il suono, vide un’immagine che si portò dietro dal sonno. Un coniglio.

Lo raccontò al padre e lui annuì, si risucchiò il labbro inferiore in bocca e sorrise come se il ragazzo avesse appena raccontato una barzelletta. Quella notte si addormentarono.

Stavolta il ragazzo si svegliò con il padre che lo massaggiava su tutto il corpo cercando di fargli riprendere la circolazione. Il padre piangeva, così il ragazzo gli parlò del coniglio, del fatto che non era neppure bianco come avrebbe dovuto essere, bensì marrone, smarrito come loro.

Il padre si abbracciò le ginocchia contro il petto e ballonzolò su e giù, fissando tutto il bianco al di là del loro albero. «Un coniglio?» disse. Il ragazzo alzò le spalle. Poco dopo quel giorno si svegliò di nuovo, all’inizio non sapeva bene dove fosse. Il padre non c’era. Il ragazzo mosse la bocca su e giù, non sapeva che cosa dire. Di forma rotondeggiante, nella crosta di neve c’era la scia di buchi lasciata dal padre allontanandosi. Il ragazzo mise la mano nel primo, poi nel secondo, infine si scostò dall’albero e si addentrò nel freddo vero.

Seguì le tracce finché non diventarono confuse. Cercò di seguirle all’indietro verso l’albero, ma adesso la luce era diversa. Alla fine cominciò a correre, cadendo, rialzandosi, con il petto in fiamme.
Il padre lo trovò a un certo punto della notte, lo tirò a sé.
Si accucciarono sotto un altro albero.

«Dove sei stato?» chiese il ragazzo.
«Quel coniglio» rispose il padre, lisciando i capelli del ragazzo.
«Lo hai visto?»
Invece di rispondere, il padre mantenne lo sguardo fisso.
L’albero non andava bene quanto quello di prima. Il mattino dopo ne cercarono un altro e poi un altro ancora e si imbatterono casualmente nel primo.

«Di nuovo a casa, di nuovo a casa» disse il padre, accompagnando il figlio sotto e poi afferrandolo per il dietro del giubbotto, bloccandolo.
C’erano tracce che risalivano dal terriccio, sulla neve. Tracce doppie, come lo zoccolo fesso di un alce, tranne più grosso.
«Il tuo coniglio» disse il padre.
Il ragazzo sorrise.

Quella notte il padre incise con il coltello le loro iniziali nel tronco dell’albero. Dopo, spezzò un ramo morto, cercò di fargli la punta. Il ragazzo lo osservò, affascinato, affamato.
«Funzionerà?» chiese.
Il padre lo schiaffeggiò in faccia, lo svegliò. Glielo chiese di nuovo, questa volta con la bocca.
Il padre alzò le spalle. Aveva le labbra screpolate, rigate di sangue, la pelle punteggiata dalla barba.
«Dove pensi sia in questo momento?» chiese al ragazzo.
«Il… il coniglio?»
Il padre annuì.

Il ragazzo chiuse gli occhi, girò la testa, poi riaprì gli occhi, li usò per indicare la direzione che aveva di fronte. Il padre si alzò appoggiandosi al bastone appuntito, e procedette in quella direzione, piegato in due nella tempesta di neve.

Il ragazzo sapeva che avrebbe funzionato. Durante le ore di assenza del padre, esaminò i loro nomi sull’albero. Mentre lui dormiva, il padre aveva inciso sulla corteccia anche il nome della madre. Il ragazzo fece scorrere i polpastrelli sulle scanalature, se ne portò il sapore sulla lingua.

Subito dopo arrivò il ghiaccio. Gli stava cadendo addosso a lastre. Il padre era ritornato, era crollato contro il fianco dell’albero. Il ragazzo lo fece rotolare e gli sfregò la schiena, la faccia e il collo e poi vide che era rannicchiato intorno a qualcosa che forse aveva protetto per miglia: il coniglio. Aveva la punta dei peli della pelliccia marrone, il resto era bianco.

Con il coltello, il padre aprì il coniglio lungo una linea che partiva dallo stomaco, ne fece uscire la carne. Fumava. Guardò il figlio al di sopra dell’animale, annuì. Tirarono fuori tutto quello che c’era di rosso dentro, lo mandarono giù a tocchi interi perché se lo avessero masticato avrebbero sentito il sapore di quello che stavano facendo. Restò solo la pelle. Il padre la raschiò con la lama del coltello e diede al ragazzo quelle raschiature.

«Sono contento che la mamma non è qui a vedere tutto questo» disse.
Il ragazzo sorrise, si pulì la bocca.
Più tardi rigettò nel sonno, poi guardò il vomito che impregnava il terriccio molle e si girò per vedere se il padre si era accorto di quello che aveva fatto, del suo tradimento. Il padre dormiva. Il ragazzo tornò a stendersi, si ficcò di nuovo il coniglio in bocca, poi appoggiò il braccio piegato sulle labbra in modo da non perdere di nuovo il cibo.

Il giorno dopo nessun elicottero venne a cercarli, niente uomini a cavallo con i cani al seguito, nessuno sugli sci a farsi strada con i bastoncini. Per qualche ora, verso quella che avrebbe dovuto essere l’ora di pranzo, il sole brillò, ma l’unico risultato fu che il loro punto asciutto sotto l’albero diventò bagnato. Poi ricominciò il vento.
«Dov’è finito quel bastone?» chiese il ragazzo.
Il padre socchiuse gli occhi come se non ci avesse pensato. «Il tuo coniglio» disse dopo qualche minuto.
Il ragazzo fece sì con la testa e, quasi tra sé, disse: «Tornerà».

Quando girò lo sguardo verso il padre, lui lo stava già guardando. Lo studiava.
La pelle del coniglio era là nella neve, subito oltre l’albero. Sepolta ore prima.
Il padre annuì come se potesse essere vero. Che il coniglio sarebbe tornato. Perché loro ne avevano bisogno.
Il giorno dopo andò di nuovo via, con un nuovo bastone, e tornò con le labbra bluastre, una gamba bagnata e congelata per essere sprofondato in un ruscello attraverso il ghiaccio. Niente coniglio. Quello che disse del ruscello fu che era un buon segno. Di solito si poteva seguire l’acqua in una direzione o nell’altra per arrivare dove c’è gente. Il ragazzo non chiese in quale delle due.

«Si chiama Slaney» disse.
«Il coniglio?»
Il ragazzo annuì. Slaney. Le cose che avevano un nome erano reali.
Quella notte dormirono, poi in qualche modo si svegliarono nello stesso momento, il ragazzo sotto il braccio pesante, ricoperto dal giubbotto, del padre. Guardavano entrambi nella stessa direzione, con le facce allo stesso livello della crosta di neve rivolte davanti al loro albero. A circa sei metri di distanza, con il muso che saggiava l’aria, c’era Slaney.
Il ragazzo avvertì il respiro del padre farsi più profondo.
«Non… non…» fece il padre, a bassa voce, poi scattò scavalcando il ragazzo e andò a sbattere contro la luce del giorno, senza neppure il bastone.

Tornò un’ora dopo con niente appeso alla spalla, niente appallottolato contro lo stomaco. Niente sangue sulle mani.

Questa volta il ragazzo pregò, dentro di sé. Promise di non rigettare più la carne. Con la punta del coltello il padre incise un coniglio da cartone animato sul tronco del loro albero. Sembrava una rana con orecchie da cavallo.
«Slaney» disse il ragazzo.
Il padre lo incise sotto le zampe del coniglio, poi cerchiò più e più volte il nome della madre del ragazzo, fino a fargli pensare che quel pezzo di corteccia sarebbe cascato giù come una targa.
La volta successiva che il ragazzo si svegliò, lui era già seduto.
«Cosa?» disse il padre.
Il ragazzo fece un cenno nella direzione che aveva davanti.
Il padre osservò i suoi occhi, annuì, poi prese il bastone.

Questa volta non tornò per quasi un giorno. Il ragazzo, impaurito, si arrampicò sull’albero, poi più in alto, fino a dove riuscì, finché il vento non lo raggiunse.
Il padre allungò il bastone in alto, colpendolo fino a svegliarlo.
Come un pallone da football nell’incavo del braccio c’era il coniglio. Era sanguinante e meraviglioso, già aperto.
«Hai mangiato le interiora» disse il ragazzo a bocca piena.
Il padre infilò le dita nel coniglio, ne estrasse una lunga striscia di carne. Forse il muscolo che corre lungo la spina dorsale.
Il ragazzo mangiò e mangiò e poi, quando ebbero finito, cercando di non rigettare, mise la pelle di coniglio nello stesso punto dove aveva posato l’altra. La pelliccia era proprio la stessa: bianca sotto, marrone alle estremità.
«Tornerà» disse al padre.

Il padre si sfregò il lato del viso. La mano era incrostata di sangue.
Il giorno dopo non ci furono walkie-talkie che crepitavano tra gli alberi, nessun 4×4 né un gatto delle nevi a macinare la neve. E la pelle di coniglio era sparita.
«Fame?» chiese il padre, sorridendo, appoggiandosi al bastone per stare dritto, e il ragazzo sorrise con lui.
Quattro ore dopo, il padre tornò, di nuovo con il coniglio. Questa volta era bagnato fino ai fianchi.
«Il ruscello?» chiese il ragazzo.
«È un buon segno» ribatté il padre.
Ancora una volta, aveva mangiato le interiora sulla via del ritorno, con le mani, e lasciato per il ragazzo la maggior parte della carne fibrosa.
«Slaney» disse il padre, osservando il ragazzo mangiare.

Il ragazzo annuì, chiuse gli occhi per deglutire.
Per via dei pantaloni congelati – il ruscello – il padre dovette mettersi seduto con le gambe distese. «Un buon segno» disse il ragazzo dopo che il padre si fu addormentato.
Il mattino dopo il padre tirò giù un altro ramo secco, così adesso aveva due bastoni, come uno sciatore.
Il ragazzo lo osservò allontanarsi nella neve luminosa tastando davanti a sé con i bastoni. Lo facevano sembrare un quadrupede coperto di stracci, un animale da lungo tempo estinto, fatto solo e soltanto di paura e sospetto. Il ragazzo si ficcò un pugno di neve in bocca e la tenne lì finché non si sciolse.
Questa volta il padre restò assente solo mezz’ora. Aveva dovuto attraversare di nuovo il ruscello. Teneva Slaney contro il corpo.
«Stava proprio lì» spiegò il padre, estraendone la carne per il ragazzo. «Come se mi stesse aspettando.»
«Lo sa che abbiamo bisogno di lui» disse il ragazzo.

Una cosa che non aveva più bisogno di fare era asciugare il sangue dalla carne prima di mangiarla. Un’altra era deglutire prima di masticare.
Quella notte il padre si allontanò barcollando nella neve e rigettò, poi cadde nel vomito. Il ragazzo finse di non vedere, tenne gli occhi chiusi quando il padre tornò.
Il mattino seguente disse al padre di non andare di nuovo via, non quel giorno.
«Ma Slaney» disse il padre.
«Non ho fame» mentì il ragazzo.
Il giorno dopo ne aveva, però. Fu il giorno che la tempesta fece una pausa. Il bosco era perfettamente immobile. Addirittura, gli uccelli si spostavano di nuovo da un albero all’altro, parlandosi tra loro.

Nella testa, il ragazzo disse a Slaney di smetterla di stare dall’altra parte del ruscello, ma lì stava; il padre ritornò bagnato fino ai fianchi. Ora tutto il davanti era macchiato di sangue, per aver cacciato e mangiato.
Il ragazzo si infilò la carne in bocca, osservò il padre che cercava di sedersi in un posto. Alla fine non ci riuscì e cadde sul fianco. Il ragazzo finì di mangiare e si raggomitolò contro di lui, si svegliò solo quando udì delle voci, come da una radio.
Si mise seduto e le voci sparirono.

Sulla crosta di neve, dato che non ne era più caduta, c’era la pelle di Slaney. Il ragazzo vi si avvicinò a quattro zampe, la esaminò, non sapeva bene come Slaney potesse essere già là, a riformarsi, con tutti i muscoli che ricrescevano, ed essere anche lì. Ma forse funzionava solo se non guardavi.
Con la mano, il ragazzo ammucchiò neve sulla pelle ispessita dal sangue, poi si raggomitolò di nuovo accanto al padre. Per tutto il giorno il padre non si svegliò, ma non era nemmeno veramente addormentato.

Quella sera, quando la neve si stava sciogliendo di più e scorreva nella loro postazione asciutta sotto l’albero, il ragazzo vide piccoli cuscinetti di ghiaccio al di là di Slaney. Erano impronte, punti dove la neve si era ammassata spinta giù da uno stivale, a formare una colonnina. La colonnina non si stava sciogliendo con la stessa velocità del resto.
Invece di andare in linea retta verso il ruscello, queste tracce andavano esattamente dall’altra parte.
Il ragazzo vi si accucciò sopra, guardò nella direzione che forse avevano preso.

Quando si alzò, ci fu il suono di uno strappo. Il didietro dei pantaloni si era appiccicato al polpaccio mentre era accucciato. Era sangue. Il ragazzo fece no con la testa, ricadde a sedere, si tirò giù i pantaloni per vedere se era uscito da lui.
Dal momento che non era così, guardò di nuovo verso il padre, poi si risedette semplicemente nella neve, con le braccia intorno alle ginocchia, dondolandosi avanti e indietro.
«Slaney, Slaney» cantilenò. Non per mangiarlo di nuovo, ma solo per tenerlo tra le braccia.
A un certo punto della notte – era una notte trasparente, senza un suono – la luce di una torcia lo trovò, inchiodandolo al terreno.
«Slaney?» chiese, sollevando lo sguardo verso il raggio giallo.
L’uomo vestito di flanella aveva il respiro troppo affannato per parlare nella radio nel modo giusto. Sollevò il ragazzo che ripeté: «Slaney».
«Cosa?» chiese l’uomo.
Allora il ragazzo non disse nulla.

Gli altri uomini trovarono il padre del ragazzo raggomitolato sotto l’albero. Quando gli tolsero i pantaloni tagliandoli per capire da dove veniva il sangue, il ragazzo distolse lo sguardo, le palpebre inferiori gli si serrarono a bloccare il campo visivo. Negli anni sarebbe diventato uno dei suoi tic, uno sguardo fisso che poteva suggerire pensosità a un potenziale datore di lavoro, ma in quel preciso momento, seduto con una coperta e la prima tazza di caffè, in attesa di un elicottero, era stato solo un modo per offuscare l’albero sotto il quale il padre stava ancora dormendo.

Guardando in quel modo – sia trattenendo il respiro che cercando di non mettere a fuoco – quando il padre finalmente si alzò in piedi, fu una macchia indistinta sullo sfondo del sempreverde. E poi il ragazzo dovette guardare.
In qualche modo, adoperando i bastoni come stampelle, il padre camminava, con la testa incassata in mezzo alle spalle, con i bastoni che si protendevano davanti a lui come antenne.
Quando avanzò barcollando da sotto l’albero, il ragazzo trattenne il respiro.

I pantaloni del padre erano ormai a brandelli e così anche le gambe, dove si era tagliato via la carne di coniglio, infilandola più e più volte nella stessa pelle. Si morse il labbro inferiore, fece un cenno verso il ragazzo, poi infilò uno dei bastoni nel terreno davanti a sé, lo usò per trascinarsi in avanti e ripeté il complicato procedimento addentrandosi tra gli alberi.
«Dove va?» chiese uno degli uomini.
Il ragazzo annuì, capiva, il padre si ritirava tra gli alberi per l’ultima volta, dovendo ormai muovere le gambe a partire dalle anche, come oggetti, e il ragazzo rispose: «A caccia». Poi corse indietro dall’elicottero quaranta minuti dopo, per scavare nella neve proprio davanti al loro albero, ma lì non c’era niente. Freddo e basta. Le sue dita intirizzite.
«Cosa dice?» chiese uno degli uomini.

Il ragazzo si fermò, chiuse gli occhi, cercò anche di sentirla, la propria voce, poi lasciò semplicemente che gli uomini lo tirassero fuori dalla neve per portarlo nel mondo delle case, dei prestiti bancari e infine dei colloqui di lavoro. Poiché portavano i guanti, o perché faceva freddo e anche le loro dita erano intirizzite, quel giorno non riuscirono a portar via tutto di lui. Non capirono che una parte importante era ancora lì, seduta sotto una coperta accanto al ragazzo che serrava le labbra mentre guardava il padre muoversi nella neve, i bastoni come estensioni delle braccia. Perché sarebbe stato un tradimento, aveva fatto in modo di non rigettare quello che gli aveva dato il padre, non in quel momento e nemmeno anni dopo – qualche secondo fa – quando l’uomo dall’altra parte della scrivania si infila tutta intera una manciata di semi di girasole in bocca, poi tiene la mano lì per assicurarsi che non ne esca nessuno, si china un poco in avanti perché il ragazzo gli spieghi che cosa ha scritto come nome lì sul modulo di iscrizione.

Slade?
Slake?
Slather, slalom?

Quello che il ragazzo fa in quel momento, quello che si accorge che avrebbe dovuto fare fin dall’inizio, è allungare un braccio attraverso la scrivania e dare un buffetto alla guancia dell’uomo e poi fingere di non vedere al di là dell’ufficio, fuori dalla finestra, il coniglietto marrone tra i fiori, che lo osserva.
Tra poco sarà bianco.
Il ragazzo sorride.
Certi boschi sono abbastanza grandi perché non si riesca più a trovare il modo di uscirne.

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