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Nel nome del figlio

di Massimo Recalcati

Dove sono finiti i padri? In quale mare si sono persi? Film e libri sembrano rilanciare, di fronte a questa assenza inquietante, una inedita domanda di padre: non casualmente ne parlano, tra gli altri, l’ ultimo cinema di Clint Eastwood, gli ultimi romanzi di due tra i più grandi scrittori viventi: La strada di Cormac McCarthy e Nemesi di Philip Roth. Ma anche i film Biutiful di Alejandro González Iñárritu e, sebbene in modi diversi, Tree of life di Terrence Malick. La difficoltà dei padri a sostenere la propria funzione educativa e il conflitto tra le generazioni che ne deriva, è nota da tempo e non solo agli psicoanalisti.

I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di giochi dei loro figli. Ma il bisogno e il desiderio di riferimenti restano. Per interpretare questa nuova atmosfera possiamo evocare la figura omerica di Telemaco come il rovescio di quella di Edipo. Se il complesso edipico di Freud ruotava attorno alla dinamica del conflitto tra le generazioni, tra padri e figli, quello che potremmo chiamare il complesso di Telemaco definisce l’attesa dei figli nei confronti dei padri, la speranza che qualcosa possa ancora fare ed essere “padre”. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell’umanità: uccidere il proprio padre e possedere sessualmente la propria madre. L’ombra della colpa cadrà su di lui e lo spingerà al gesto estremo di cavarsi gli occhi. Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge sulla propria terra. Se Edipo è la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna l’ invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare e pone in questo ritorno la speranza che vi sia ancora giustizia per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia dell’auto-accecamento, come marchio della colpa, quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il grande re di Itaca che ha espugnato Troia.

La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’insidia di coltivare un’attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio di confondersi con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’assenza. Eppure, con Telemaco, sappiamo anche che qualcosa torna sempre dal mare, come racconta con forza e poesia rare l’ ultimo recente spettacolo teatrale di Mario Perrotta (Odissea) imperniato proprio sulla figura di Telemaco. Noi siamo nell’epoca dell’ evaporazione del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Certo, Telemaco si aspetta di vedere le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Ma Telemaco potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria. In gioco non è affatto una domanda di restaurazione della sovranità smarrita del padre-padrone. Non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. Se il balcone di San Pietro, come mostra bene Habemus papam di Nanni Moretti, resta vuoto, se l’afonia che colpisce il padre-papa risulta inguaribile, resta altrettanto urgente la domanda che qualcuno possa assumere la responsabilità pubblica della parola e tutte le sue conseguenze.

La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di una autorità repressiva, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato e vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso. La psicoanalisi insegna che la paternità autentica è una responsabilità senza pretese di proprietà. Questo significa, per esempio, non avere progetti sui propri figli, non esigere che diventino ciò che le nostre aspettative narcisistiche si attendono, ma significa anche trasmettere alle nuove generazioni la fede nei confronti dell avvenire, la fede verso la loro capacità di progettare il futuro.

Sappiamo che nel nostro tempo questa nozione di responsabilità è stravolta. Non solo la crisi della famiglia, ma anche la crisi della cosiddetta etica pubblica rivelano uno scivolamento pericoloso verso un pervertimento della responsabilità, ovvero verso una proprietà senza responsabilità. Nelle ultime tornate elettorali l’ indignazione civile verso il berlusconismo, come espressione culturale paradigmatica della degenerazione ipermoderna della funzione paterna, si è manifestata in modo elettivo attraverso il voto delle nuove generazioni le quali, come Telemaco, non vogliono rinunciare a guardare il mare, ad avere un orizzonte per le proprie vite. Certo la nostalgia del padreeroe è una malattia ed è sempre in agguato, ma il tempo del ritorno glorioso del padre è per sempre alle nostre spalle.

L’afonia del padrepapa resta inguaribile; dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, nuovi sindaci dal sorriso gentile, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’ orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

[Questo articolo è uscito su Repubblica]

Massimo Recalcati (1959) è uno psicoanalista lacaniano. Da anni affianca alla pratica clinica la scrittura: oltre a collaborare regolarmente con Il manifesto e la Repubblica, ha pubblicato numerosi saggi, fra cui Il complesso di Telemaco (Feltrinelli), Cosa resta del padre?, L’uomo senza inconscio e Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (Raffaello Cortina). A maggio 2013 è uscito per minimum fax il libro-intervista Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana a cura di Christian Raimo.
Commenti
9 Commenti a “Nel nome del figlio”
  1. Nunzio scrive:

    Grazie!!

    Un nuovo papà

  2. SpeakerMuto scrive:

    Bell’articolo. Tra i film recenti in cui il rapporto tra padre e figlio riveste un ruolo importante inserirei anche “Looper”, dove il “padre” è il protagonista del futuro interpretato da Bruce Willis e il “figlio” è Joseph Gordon-Levitt.

  3. kireru scrive:

    la questione dei padri, fortunatamente, è ormai residuale e giurassica. guardatevi intorno: il futuro si gioca sull’invenzione di un nuovo equilibrio tra i generi, non sulle genealogie edipiche. prima vi lascerete i padri alle spalle, prima sarete liberi. e vi accorgerete non solo di aver nutrito una mitologia dagli aspetti tanto dolorosi quanto grotteschi, ma anche di aver perpetuato feticisticamente frame analitici obsoleti.

  4. Francesca scrive:

    Kireru ha ragione, ma a Kireru chiederei una cosa (tanto parla con un nick, quindi l’anonimato mi fa credere di non essere inopportuna): tuo padre ti ha mai aiutato economicamente? Perché è anche qui che si gioca la partita. Se i padri detengono le risorse e sono troppo depressi sia per passare che per gestire sensatamente il testimone (o timone) che non passano, allora sono guai per tutti.

    Lo sono per un paese (l’Italia) che si trova a confrontarsi per l’ennesima volta con un grottesco padre della patria quale si propone di essere un Berlusconi.

    E così via.

    Insomma, al di là delle questioni personali, purtroppo la faccenda pesa ancora (e in modo completamente diverso da come lo faceva negli anni Venti o Sessanta) sui destini collettivi.

  5. Mariateresa scrive:

    Mio padre è morto, lo rivoglio lo rivoglio!

  6. Eva scrive:

    Non è più l’epoca di Telemaco che attende il padre scrutando l’orizzonte: ora è il figlio che parte in cerca di un futuro migliore e non ha ansia di tornare perché sa cosa si lascia alle spalle. Mentre Ulisse non è un frammento che ritorna, ma un relitto confinato in casa dall’ennesima cassintegrazione, o dalla nuova “ristrutturazione aziendale”.
    Bello davvero l’articolo!
    Eva

  7. Andrea scrive:

    Credo che in letteratura l’affresco più potente e profondo, almeno degli ultimi trent’anni, su questa tematica lacaniana dell’evaporazione del padre ce l’abbia donato DFW con Infinite Jest.

  8. Pierino scrive:

    Telemaco non e’ solo. Penelope e’ con lui ed in lui. Lei gli ha insegnato e trasmesso il potere fondante del padre.
    Penelope, in questa funzione, e’ il padre. E’ la “portavoce”, nel senso di “portasimbolo”, del padre. Ha tenuto il suo posto per venti anni, se non ricordo male. Senza la necessita’ di “portare i calzoni in casa”. Come dicevano le nostre nonne quando i nonni erano magari fuori per una guerra mondiale. Che Omero volesse dire qualcosa a noi suoi posteri? Per esempio che maschio e femmina vengono molto dopo di soggetto e altro e che Ulisse e Penelope sono valori che sono stati sottratti all’ uomo per farlo diventare Edipo? Pierino

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