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Viaggio americano. “Nel paese del Re Pescatore” di Joan Didion

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Sebbene gli argomenti dei saggi di Nel paese del re pescatore siano enormemente suggestivi – Reagan, il primo Bush, i terremoti a Los Angeles, il rapimento di Patty Hearst, l’influenza del Los Angeles Times sullo sviluppo immobiliare della città e molto altro – la scrittura pulviscolare di Joan Didion scende talmente nel dettaglio che la lettura non regala sicurezze o opinioni che il lettore possa far sue facilmente: è invece un esperienza letteraria. Reporter, scrittrice di finzione ma soprattutto di non-fiction personale e memoir, colonna del New Journalism e vate della California, Didion trasforma in letteratura ogni appunto sul taccuino: “Chi è cresciuto pensando che l’espressione «terra ferma» abbia un significato reale spesso fatica a capire l’apparente serenità con cui i californiani accolgono i terremoti, e tende ad ascriverla al carattere locale, tipicamente scollegato dalla realtà”. Queste le eleganti tessere del mosaico. Visto da lontano, il saggio in questione, Los Angeles Days, parla della bolla immobiliare di Los Angeles del 1988: visto da vicino, brulica della vita psicologica, economica, burocratica, relazionale della città.

I losangeleni di Didion non tengono scorte di cibo in caso di terremoto per non vivere con la prospettiva della fine, ma si gettano in massa a comprare nuove case per aggiungere “un «N/S tennis court», ossia l’unità migliore del lotto, perché l’orientamento nord/sud garantisce ai giocatori di non avere mai il sole negli occhi”. Così, durante la bolla, “Vendere casa in due ore … non era un’esperienza del tutto insolita”. È ancora lo stesso saggio, dal terremoto si è passati alla bolla e si chiuderà con un ritratto satirico dello sceneggiatore hollywoodiano: “è quello che prende appunti quando parlano il produttore, l’attore o il regista, e che aggiunge qualche dialogo … «L’idea ce l’ho» si sente spesso dire. «Mi manca solo lo sceneggiatore.» … Le «idee», alla prova dei fatti, si rivelano piuttosto vaghe («i rapporti uomo-donna», per esempio, o «ribelle senza causa nella West Valley»)”.

Nel paese del re pescatore (Il Saggiatore) è uscito nel ’92 negli Stati Uniti, terza miscellanea dopo Verso Betlemme e White Album. Nelle pagine della sezione centrale, “Los Angeles”, ci si perde senza mappa in un immaginario fresco e sorprendente che decostruisce il mito: “Ciò che colpisce di Los Angeles, quando vi si fa ritorno, è che funziona benissimo. Funziona la famosa superstrada, funzionano i supermercati”. Nessun altro ha mai parlato in modo così vario, libero e ironico della città-regione più indefinibile d’America.

I primi saggi, dedicati alla Washington delle campagne elettorali e delle presidenze, raccontano lo stile Reagan e le campagne presidenziali rivali di George Bush e Dukakis, calandoci nei processi di costruzione dell’identità dei personaggi politici: “La narrazione di George Bush aveva posto problemi …I narratori non avevano capito lo stile di Bush, o forse non avevano trovato il modo di rispondervi: uno stile complesso, ironico, con l’ironia tipica dell’élite del Nordest del paese. In un primo momento ciò venne definito come il «fattore pappamolla» … Alla fine di agosto non era più una «pappamolla» ma uno che era «andato oltre», che «si era fatto strada» da solo … «abbastanza un duro da diventare presidente»”. I giornalisti che seguono le campagne “sono disposti, in cambio di «contatti», a trasmettere le immagini che le loro fonti desiderano siano trasmesse”.

In cambio di un “dettaglio colorito” come il tavolo da cucina a cui si riunisce la squadra di Dukakis, sono disposti“a presentare quelle immagini non come la storia che l’una o l’altra campagna vogliono raccontare ma come un dato di fatto”. Si raggiunge il grottesco quando George Bush ormai presidente porta con sé una troupe televisiva in Israele per “girare filmati da usare in campagna elettorale, per mostrare che Bush … «conosceva le questioni»”.

Di altrettanta attualità è la chiusura del libro: la sezione “New York” è un lungo saggio su un caso di stupro a Central Park. La violenza sulle donne è anche l’occasione per riflettere sui sogni e le bugie della grande città: come si crea l’illusione della sicurezza (“L’imposizione di una narrazione sentimentale, o falsa, sull’esperienza contraddittoria e spesso imprevedibile” della città); come nasce un parco – tra speculazioni immobiliari e domanda di lavoro; per quale ragione le vittime di stupro, in America, rimangono anonime sulla stampa (il terribile criterio è che “una simile violazione, data la sua natura, debba essere tenuta segreta, perché la vergogna e il disgusto di sé tipici di questa forma di violenza sarebbero acuiti se il nome della vittima fosse reso pubblico”).

Raccolta meno famosa delle precedenti, forse meno potente di Miami, recentemente pubblicato sempre per Il Saggiatore, sulla vita segreta dell’élite cubana anticastrista della Florida, Nel paese del re pescatore è però l’ennesima prova dell’importanza di Joan Didion e della sua appartenenza al novero dei grandi scrittori americani.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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