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Nel paese della natura selvaggia. Su “Eroi della frontiera” di Dave Eggers

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C’è una trappola in cui è caduto ogni novello Thoreau di questa terra, ogni sprovveduto che ha pensato che partirsene verso le terre ignote, lasciare casa, lavoro e telefono, potesse significare andarsene solamente incontro a un po’ di meritata pace. La trappola è questa: se va tutto bene e non inizia a piovere, non devi sfuggire da un incendio e il vento soffia leggero, andarsene in mezzo al nulla equivale ad alzare il volume dei tuoi pensieri al massimo e, beh, ci sono poche cose peggiori che essere lasciati in compagnia dei propri tormenti, dentro un camper arrugginito, a chilometri dalla forma di vita più vicina.

La natura non è una cosa semplice o un luogo dove ritirarsi: già all’inizio dell’800, Alexander Von Humboldt, il grande esploratore,aveva detto che la natura è Naturgemälde, “un vero e proprio organismo vivente, non una risorsa inerte alle azioni dell’uomo” e gli organismi vanno rispettati come tali, perché, se attaccati, possono reagire, espellendo gli invasori.

Di questo, però, Josie si rende conto quanto ormai è troppo tardi, quando è persa da qualche parte in Alaska e deve trovare un posto in cui poter riposare insieme ai suoi due figli, Paul e Ana.

Eroi della Frontiera, il nuovo romanzo di Dave Eggers, inizia a bordo dello Chateau, un camper “scassato e pericoloso per chi si trovava a bordo e per tutti quelli con cui divideva la strada” e col nome che sembra preso da un libro di David Foster Wallace. Josie è arrivata in Alaska dall’Ohio, dove ha chiuso improvvisamente il suo studio dentistico, decisa a trovare la sua felicità della catapecchia, una specie di autarchia, di eremitaggio felice; con sé ha portato i figli, un sacchetto di velluto con tutti i suoi risparmi, qualche vestito e un DVD di Tom y Jerry in spagnolo, un video con cui spera di tenere impegnati i bambini durante i tragitti lungo le strade deserte dello stato meno unito d’America.

Goethe scriveva che l’audacia reca in sé genialità, magia e forza, eppure l’entusiasmo con cui Josie prende ogni decisione sembra solo preludere un crollo nervoso; Goethe consigliava anche di iniziare subito qualsiasi cosa si volesse iniziare: ma allora perché nel tono di voce con cui Josie comunica ai figli che per un po’ quella sarebbe stata la loro scuola c’è tutta quell’inquietudine?

Non fa neanche in tempo a chiedersi perché sia là, che le cose cominciano ad incrinarsi: i tre iniziano a girovagare per l’Alaska senza meta, come fuggitivi senza desiderio di vedere niente o nessuno. Si fermano qualche giorno dalla sorella ad Anchorage, ma certe riunioni di famiglia sono per lo più catalizzatori di crolli nervosi, e così la felicità della catapecchia si trasforma nella “felicità di essere sola e sbronza di vino rosso, sul sedile del passeggero di un camper decrepito parcheggiato chissà dove nel profondo sud dell’Alaska, a fissare uno scarabocchio nero di alberi, con la paura di andare a dormire perché temi che da un momento all’altro qualcuno sfondi la serratura giocattolo della porta del camper e uccida te e i tuoi due figlioletti che dormono su in cuccetta.” 

Se solo questo fosse un b-movie, si trasformerebbe nel tipico film horror dove l’inesperta mamma fugge dagli orsi e corre nei boschi con un’accetta in mano, ma Eroi della frontiera non è un b-movie e neanche uno di quegli on the road per famiglie come Little Miss Sunshine o Captain Fantastic, in cui il dramma si stempera in un generico e rassicurante desiderio di perdonare i vari membri della famiglia per qualsiasi cosa abbiano fatto. Certo, il nuovo romanzo di Dave Eggers condivide con questo tipo di film l’uso (o abuso) dei bambini intelligenti: costantemente “impegnati in uno dei loro discorsi… in cui Ana faceva domande esistenziali su se stessa e sulla famiglia e Paul rispondeva come meglio poteva”, i due bambini sembrano messi lì apposta per dirci quanto siano maturi e bravi, con la loro “pazienza incredibile” e la loro saggezza in miniatura, in confronto a quell’irresponsabile della madre che li ha presi senza dire niente al suo ex compagno. Alla fine, però, come tutti i bambini cresciuti troppo in fretta, Paul e Ana sono due figure meste, la cui sola presenza acuisce la percezione di quanto soli e quanto tristi bisogna essere per andarsene in un posto che è “per lo più un parco nazionale governato dagli orsi”.

(Ad ogni modo, ogni volta che un bambino recita una battuta troppo brillante per la sua età, torna in mente Charles D’Ambrosio che dice che “leggere la Repubblica a dodici anni non era un presagio, ma un sintomo, non una divinazione favorevole, ma un allarme che più chiaro di così non poteva essere.”)

E “allora, dov’erano gli eroi? Josie sapeva solo che veniva da un posto di vigliacchi”, ed è da questi vigliacchi che prova allontanarsi: da Carl, il suo ex, che ha mollato perché non riusciva a prendere una decisione e non sapeva tenersi un lavoro, e soprattutto da se stessa, una donna che ha accumulato errori e colpe in buona fede e che spera ora di diluirli attraversando il confine, spingendosi così lontana da dimenticarsi, da dimenticare tutto e tutti; dormendo sola con i figli in capanne, baracche e rifugi di fortuna, finché la tempesta non smette di infuriare o i padroni tornano a rivendicare le loro proprietà.

Eroi della Frontiera è un romanzo su una donna che si vorrebbe perdere, che vorrebbe solo che i suoi ricordi e il suo senso di inadeguatezza tacessero per un po’, zittiti dall’alcol o dalla pace di una notte passata affacciata sulle acque di un lago.

Se in I vostri padri dove sono? E i profeti vivono forse per sempre?, il precedente romanzo di Eggers, il trentaquatrenne Thomas rapiva sei persone in una base militare abbandonata, in Eroi della frontiera Josie rapisce – si fa per dire, ma quasi – i figli convinta che questo le rivelerà chissà cosa sul suo destino o, forse, le confermerà l’assioma su cui si fonda tutta la storia americana, cioè che è vero che i confini e le aree vergini sono i posti giusti per cominciare una nuova vita.

È questa l’angoscia sottile e terribile che oggi Eggers sembra interessato a descrivere – e lo fa con alterna fortuna – quella per cui non siamo cattivi, ma veniamo da un posto cattivo; l’angoscia di sapere che gli elettori di Trump sono persone come tante o che, per meglio dire, le persone sono capaci di atti orribili, perché il male è banale e si annida anche nelle magliette di poliestere.

Quelle che oggi scrive Eggers sono commedie che sembrano perennemente sul punto di trasformarsi in tragedie e che forse lo hanno già fatto, come le giornate “lunghe chilometri e senza scopo e né possibilità di pentirsi”; il suo compito sembra quello di stare intorno abbastanza a lungo per vedere come vanno a finire le cose, per sentire Josie – o chiunque dei suoi concittadini, o se stesso addirittura – chiedersi “Cristo santo, perché aveva preso tutte le decisioni sbagliate?”.

Ma perché l’Alaska? La risposta viene dal rinnovato interesse per il nature writing, i libri su quello che succede là fuori, sugli astori e sulle coste selvagge. Questa letteratura dell’antropocene, come nota brillantemente Gianluca Didino, si fonda, però, su “l’assunto fondamentale che quella che chiamiamo natura sia in realtà un concetto complesso e perturbante, … che intrattiene con l’umano un rapporto non pacificato”: si tratta di una letteratura che ha perso, per così dire, lo sguardo ingenuo sul mondo là fuori, sulle piante e alle cascate come altrove possibile per l’umanità.

Anche la natura raccontata da Eggers, con i suoi incendi, le sue crudeltà, funziona come un personaggio della storia, diventa proprio quell’ organismo tutt’intero di cui parlavamo prima, e sembra avere come compito principale non solo quello di ignorarci, ma di ricordarci la nostra vanità, la nostra inadeguatezza.

Josie “era scappata dalla violenza muta della vita in Ohio per portare la sua famiglia nel cuore barbaro del paese” e qua, dove non trova l’armonia, ma persone spaventate come lei, dove si confronta con le proprie ossessioni e le proprie paure, comprende che “non siamo persone civilizzate… Tutte le domande sul carattere, le motivazioni e le aggressioni nazionali troveranno risposta quando riconosceremo questa verità elementare.”

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
Commenti
4 Commenti a “Nel paese della natura selvaggia. Su “Eroi della frontiera” di Dave Eggers”
  1. /quasiscrive/ scrive:

    E quindi il romanzo è da leggere o no?

  2. Sara Marzullo scrive:

    Beh, “Eroi della frontiera” non è un cattivo romanzo, ma a me è parso meno riuscito del precedente (e in assoluto il primo Eggers resta imbattuto e forse lo resterà per sempre). Tematicamente sono piuttosto vicini, c’è sempre qualcuno che perde un po’ la testa e inizia a mettere in fila una serie di errori sempre più colossali, eppure c’è sempre molta umanità nel modo in cui Eggers guarda alle cose e alle persone, nel modo in cui racconta la nostra prossimità all’errore e al male. La cosa che a me interessa di questo è l’ambientazione, il rapporto con l’ambiente naturale: se a livello narrativo non è riuscitissimo, questo autore è riuscito a far evolvere la materia di cui scrive.

  3. Peranegretta scrive:

    Io lo sto leggendo perché costretta, e sicuramente questo non aiuta, ma lo trovo un libro pesante e di una lentezza esasperante.
    Inoltre lo stile narrativo di questo autore non aiuta la lettura ad alta voce che nel mio caso è necessaria.
    Personalmente non lo consiglio.

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  1. […] Dave Eggers, Eroi della frontiera, Milano, Mondadori, 2017 […]



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