teatro

Nel silenzio. Quale sarà il senso del teatro? Quale sarà il posto al mondo per chi fa teatro?

di Elvira Frosini e Daniele Timpano

Siamo due artisti. Lavoriamo nel teatro, facciamo teatro. La vulgata ci vuole estrosi e fortunati, sì fortunati, perché facciamo un lavoro che amiamo. Ma siamo lavoratori come tutti gli altri. Viviamo del nostro lavoro. A parte poche eccezioni, non siamo dei privilegiati e non abbiamo le spalle coperte. In questo momento drammatico temiamo il dopo, ancora più tragico e incerto, come tutti. Già prima della pandemia essere artisti in Italia era un azzardo, ma ora sta diventando una tragedia. Siamo stati i primi a fermarsi, e saremo gli ultimi a ripartire.

Non abbiamo soluzioni, ma abbiamo domande. È necessario.

Nel grande strepitare continuo, nel dibattito nazionale, nel mainstream, nel dibattito politico, ci colpisce come una pietra tombale l’immenso silenzio riguardo all’arte e agli artisti. Nessun dibattito, nessun progetto, nessuna proposta, nessuna risposta. Non è prioritario? E perché? Che orizzonte abbiamo davanti? Non sarebbe giusto parlarne adesso? Immaginare? Prepararsi? L’arte, la cultura, gli artisti non sono fondamentali per attraversare questo momento e per ripensare, ricostruire, interrogare il nostro mondo?

Altrimenti, nella fase di transizione che ci aspetta, in questo lungo “durante”, che dovremmo fare noi artisti?

Metterci in soffitta, ibernarci vivi per un anno o due in attesa che si possa riparlare di teatro e di arte, perché adesso non è il momento?  Un passo indietro? Responsabilità? Silenzio? Al più puoi fare uno streaming casalingo per buona volontà, per empatia, per folclore e simpatia, se ti va.

L’arte, in tempi normali, è fondamentale quanto un ospedale. In tempi eccezionali come questi di sicuro è giusto che ci siano altre priorità, la salute dei nostri corpi, ma l’arte deve continuare a esistere perché è un presidio di pensiero, di riflessione e conoscenza: “L’artista è una bandiera, un simbolo vivente di un’intera società”, ha scritto Marco Baliani in una lettera recente dalla quarantena , “La rappresenta e interroga in ogni istante meglio, a volte, di come fa la politica o la filosofia”.

E dunque serve un piano, serve coraggio, serve soprattutto l’interlocutore, che se c’è è muto, silente. Come si vuole gestire oggi questa ormai ineluttabile fase di transizione che ci attende? Bisogna reinventarsi, dice qualcuno. Artisticamente sì, va benissimo, ci reinventeremo, non abbiamo mai smesso di farlo, è il nostro lavoro: ricercare, interrogarsi, inventare, investigare pensiero, linguaggi e forme. Questo sta agli artisti, e non ci tiriamo indietro, nessuno si tirerà indietro.

Ma economicamente e a livello di sistema non si può liberisticamente scaricare l’intera responsabilità di trovare soluzioni alle capacità di reazione ed inventiva del singolo, dell’artista, tanto più in un momento come questo in cui ogni settore economico necessita, a ragione, del sostegno pubblico. Occorre un pensiero che possa immaginare come traghettare gli artisti, chi fa questo lavoro delicato, verso il “dopo”. Abbiamo bisogno di un piano che ci permetta di farlo, restando vivi, e vivendo del nostro lavoro.

Due cose ci sembrano importanti, allora, adesso.

Come lavoratori dobbiamo sicuramente batterci per un reddito di sostegno, come tutti i lavoratori.

Come settore creativo serve un piano eccezionale che possa coraggiosamente e con lungimiranza continuare a far esistere il lavoro artistico nel periodo di transizione, sfruttando al massimo i mezzi che ci saranno concessi, momento per momento. Non possiamo abdicare, come Paese, al ruolo sociale che l’arte deve perseguire. Il lavoro artistico va sostenuto in questi mesi, adesso. Altrimenti rischiamo, come società, il deserto creativo.
Di questo deve parlare, ora, urgentemente, la politica. Dare risposte e sostegno. Ne parliamo?

Commenti
10 Commenti a “Nel silenzio. Quale sarà il senso del teatro? Quale sarà il posto al mondo per chi fa teatro?”
  1. Alessio scrive:

    L’apertura al mecenatismo defiscalizzato. Fondare casse “artistiche” regionali che gestiscano donazioni (con relativo, obbligatorio, sconto sulle tasse, magari – ma non ci illudiamo – fino al 93% come in America). Selezionare esperti in carica due anni (a chiamata/selezione, anche su base volontaria come capita spesso) a capo di queste che amministrino attraverso bandi stagionali quel denaro. Le commissioni, almeno inizialmente, impedirebbero le problematiche di stampo anche mafioso che hanno impedito al mecenatismo di essere un player nell’industria culturale italiana e la defiscalizzazione ingolosirebbe imprenditori che potrebbero mettere – a costo quasi 0 – il loro nome sulla totalità delle iniziative regionali della stagione e non su un solo spettacolo.

  2. Marco Cavalcoli scrive:

    Sono d’accordo con Alessio, per cominciare una discussione. Oltre ai sostegni generali per imprese e lavoratori, che in Italia devono essere purtroppo inventati in emergenza perché quelli normali non sono universali come in altri Paesi, la defiscalizzazione del mecenatismo sarebbe un primo passo per avvicinare artisti e cittadini, per incentivare un’apertura del pubblico e una maggiore relazione tra artisti e comunità. La questione spinosa è che esiste già, è l’Art Bonus. Evidentemente la norma non è sufficientemente incentivante.
    Dopo decenni di battaglie per gli artisti mi sono convinto che la battaglia più efficace sia universale, transdisciplinare e generale. Non la possono fare gli artisti da una parte, le partite IVA dall’altra, i dipendenti da un’altra ancora e così via.
    L’Italia ha un PIL di circa 2000 miliardi di dollari. E’ l’ottavo al mondo. Tanto per dire, la Russia ha un PIL inferiore. Non è accettabile che manchi un welfare universale, che gli investimenti pubblici siano avari, che molti cittadini stiano sotto la soglia di povertà.
    Le stime dell’evasione fiscale italiana sono molto ballerine, ma concordano su una cifra di minima di 100 miliardi annui. Credo che con questo il discorso sia chiuso.
    Facciamo una battaglia per disarticolare la burocrazia, dare spazio alla libertà d’impresa e fondare un welfare universale? Ne gioverebbe qualunque programma di sostegno all’arte e alla cultura.

  3. Andrea Cosentino scrive:

    Concordo con questo intervento degli amici Daniele ed Elvira, in sé assolutamente condivisibile, anche perché volutamente generico e generalista, e stupefacentemente pacato conoscendo i promotori. Dunque, tanto per partecipare al dibattito, esprimo un paio di distinguo e una osservazione aneddotica.
    Riguardo al rompere il silenzio. La mia bacheca (ovviamente composta per gran parte di colleghi teatranti critici organizzatori e operatori vari) si riempie quotidianamente di voci, gruppi, petizioni, rivendicazioni e iniziative varie all’insegna del non lasciateci soli. A me pare dunque che il nostro problema di teatranti non sia il silenzio, ma l’ascolto, e certamente l’ascolto è questione di interlocutori e volontà politica, ma innanzitutto sarebbe facilitato da proposte chiare. E non darei per scontato che noi tutti si abbia esigenze simili, stesse rivendicazioni o desiderata e dunque si possa far sentire una voce forte che canti in coro e intonata. E per questo certo, ben vengano le discussioni e i gruppi di lavoro. Anche se a dirla tutta temo che alcuni stiano già mettendo in atto più o meno segretamente i loro commerci secondo i consueti canali sommersi semi-istituzionali per un auspicato ritorno allo status quo. Altri, e io tra questi evidentemente, auspicherebbero un totale rivolgimento delle cose. In che direzione? Parliamone pure.
    Riguardo al nostro essere fondamentali, rischia di suonare un po’ una retorica pro domo nostra. Se sei ridotto a rivendicare a gran voce la tua indispensabilità, hai perso in partenza. E forse qui c’è anche la pecca di un teatro che si è inviluppato negli anni in una autoreferenzialità forse anche linguistica, ma innanzitutto economica e sistemica, fatta di scambi e favori e conflitti di interesse, dove a nessuno che venisse da fuori era consentito metter bocca, e chi osava metter bocca da dentro veniva silenziosamente ma implacabilmente estromesso. Adesso credo che nessuno da fuori verrà a salvarci, perché abbiamo lavorato così tanto a alzare i muri della nostra fortezza da diventare invisibili. Però mi piace essere ottimista, e credere che finita la storia molti sentiranno la mancanza del teatro, ma di quale teatro, di quali modalità di fruizione e di aggregazione, questo si dovrà vedere. Parliamo pure di questo, ma qui ci sarà soprattutto da fare e reinventarsi.
    Infine l’aneddoto, ovvero la mia richiesta all’INPS dei seicento euro: ebbene, è la prima volta in venti e passa anni di marginale ma onorata carriera artistica che sento di esistere per lo stato, che quasi mi sono sorpreso a commuovermene. Seicento euro saranno anche briciole, ma è la prima volta che lo stato mi da un riconoscimento senza passare per mille intermediari che fanno sì che a me artista arrivino comunque solo le briciole, e per queste io debba anche ringraziare come se si trattasse di benevola concessione di qualcuno.

  4. bruno de franceschi scrive:

    la questione è complessa assai. Gli artisti in generale, sono incapaci di formare, mettere assieme qualsiasi cosa che assomigli lontanamente ad una rivendicazione, per molti motivi: non c’è un “luogo” di lavoro fisso, non esistono compagni di lavoro fissi, non esiste un contratto annuale o pluriennale (escludiamo chiaramente gli orchestrali nelle istituzioni lirico sinfoniche e i corpi di ballo classici), la mancanza endemica di denari dedicati, porta spesso ad accettare il nero (le prove non pagate per dire), o le diarie dimezzate, non c’è “classe” (se non una generica solidarietà ed appartenenza) e via discorrendo. Quella del poco denaro non è cosa da poco: gli effetti collaterali è che non nascono più coreografi (hai voglia d’assoli e quartetti, quando va bene), non nascono più compositori (orchestra questa sconosciuta) e registi (vedi sopra). La reazione più o meno scomposta di tutti rimane quella di arrabattarsi più o meno decentemente, tirare a campare insomma. D’altro canto, lo Stato dedica alla cultura dello spettacolo una cifra irrisoria, per una buona metà dedicata alla lirica (per altro fatta di carrozzoni più o meno allo stremo) ma soprattutto come sappiamo e vediamo in questi giorni tragici, nessun meccanismo di protezione per i lavoratori (mi piace eh, ma chiamarci “lavoratori” me fa sempre ‘n po’ strano) così come accade in Francia o in Germania per dire. A questo aggiungiamo che lo Spettacolo dal vivo è buttato dentro nel calderone dei Beni Culturali, governato statisticamente, con pochissime eccezioni, da incapaci, disinteressati etc (franceschini ne è uno degli esempi più alti). La questione quindi dovrebbe essere spostata a parer mio, su un piano più “politico”, dove la politica appunto dovrebbe capire innanzitutto il nostro ruolo nella società e soprattutto oserei dire, nella formazione dell’individuo: il problema è che glielo dovremmo dire noi e quindi siamo da capo, accidenti. Poi ci sono le piaghe dei bandi (per esempio, smettere di partecipare a bandi senza soldi sarebbe una piccola cosa), i festival e i microfestival, le produzioni inesistenti, le gestione del denaro pubblico al limite della delinquenza e via dicendo.Su ciò purtroppo, la sinistra, unico interlocutore “naturale” per così dire, tace (come su quasi tutto del resto). Dissento completamente e con forza su ogni proposta in cui si nomini la parola “privato” o questa tragicomica non ci ha insegnato proprio nulla? Son pensieri confusi e stanchi un poco alla rinfusa, i 600€ rimangono a parer mio un insulto ed una mancanza di lucidità e consapevolezza di cosa si stia parlando e la cosa che dovremmo fare è, in questo momento, guidati magari dal sindacato dei metalmeccanici (!), andare a raccogliere i pomodori, tutti, in massa e non rientrare più nei teatri, smettere di fare musica e danzare e poi vediamo che succede: mi parrebbe un gesto vitale assai. (son abituato a pensar per utopie che ce vòi fa?). Perdonate ancora il caos ma anche metterme a scriver’n saggio proprio ‘n ce la fo. Cose buone.

  5. Francesca Biffi scrive:

    Questo momento personalmente mi ha dato una consapevolezza maggiore sulla mia condizione di lavoratore. C’è confusione su di noi e in noi. Prima ancora che a livello fiscale. Non siamo capaci di definirci e idealmente è giusto perché vogliamo restarlo, poter essere trasversali e variabili fa parte di noi, ma il sistema ci richiede questo. Abbiamo bisogno di essere riconosciuti nella molteplicità del nostro essere e nella natura discontinua del nostro lavoro. A livello fiscale credo sia importante semplificare e unificare, non costringere un teatrante ad essere dipendente se su palco, poi partita IVA quando insegna, per fare un esempio che mi riguarda. Restiamo eterni sognatori e il mondo avrà bisogno più che mai di questo nostro ruolo sociale, ma non possiamo farlo se non abbiamo chi i nostri sogni vuole ascoltare e capisce l’importanza del seminare

  6. Stefano Todeschi scrive:

    Per essere riconosciuti come lavoratori, ebbene, come tali dovremmo sempre comportarci. Il lavoratore deve pagare le tasse. Cioè: il lavoratore deve esistere per il fisco. Deve lavorare realmente nel settore e non occupare i ritagli del tempo libero.

    Il “ritaglismo” può portare facilmente a esiziali inconvenienti:
    1. scarso valore attribuito alla professione dagli esterni;
    2. scarso riconoscimento economico;
    3. scarso valore percepito dallo stesso operatore teatrale;
    4. scarso spirito di appartenenza professionale;
    5. sciacallaggio interno e dall’esterno all’interno della categoria.

    QUINDI
    Il settore va normato innanzitutto al suo interno:
    1. rifiuto del lavoratore in nero della domenica (ma anche dei giorni feriali);
    2. rifiuto di condizioni capestro;
    3. banca dati condivisa e legale sui clienti cattivi pagatori e sciacalli;
    4. denuncia dei lavoratori in nero, che sono piaga purulenta dei lavoratori onesti;
    5. … (?)

  7. Marzia Ercolani scrive:

    Buongiorno a tutt*. Concordo con Daniele ed Elvira e li ringrazio per aver aperto una discussione. Mi ritrovo in molte cose dette negli interventi, esprimono già chiaramente le criticità, le necessità, gli ambiti nei quali operare una pratica collettiva di confronto, lotta, trasformazione ed è palese che il grande sordo sia la politica. Ci tengo a parlare invece del grande assente: il pubblico. Come si è posto il pubblico italiano nei confronti delle arti performative fino ad un mese fa? A parte una piccola nicchia di appassionat* e di fruitori/ici costanti, in Italia il pubblico non ci sosterrà perché già non ci sosteneva prima. I motivi sono molteplici e molti li avete già toccati: responsabilità politica, responsabilità nostra, i linguaggi teatrali distanti, chiusi come dice Andrea Cosentino, i prezzi troppo alti, meccanismi marci interni al nostro sistema, scambi etc etc. Tutto verissimo e non dico altro al riguardo. Aggiungerei anche una responsabilità del singolo cittadino. Altrimenti li trattiamo come bambini che siccome non sono ben educati ad andare a teatro, siccome non proponiamo loro linguaggi che li attraggano ( vero, ma è anche vero che un artista deve pur essere se stesso, non per forza intrattenere o educare, semplicemente proporre una visione propria sulle cose che non parta solo da ciò che il pubblico conosce), siccome i biglietti costano troppo ( verissimo, ma poi l’italiano che fa fatica ad arrivare a fine mese si compra a rate un cellulare da 1000 euro, quindi non è solo una questione economica.), poverini, non sono messi in condizione di amare il teatro, l’arte, la cultura per colpa nostra e per colpa della politica. Gli italiani non percepiscono gli artisti, gli operatori culturali come necessari. Necessari alla stregua dei medici. Chiaro che tutta la comunicazione mediatica degli ultimi 30 anni e dei social negli ultimi 10 ci ha abituati* a programmi spazzatura, nei quali c’è molto poco mestiere, creazione di sogni indotti, illusione di visibilità mediatica per ogni individuo. Ma ridistribuiamo le responsabilità: sono della politica, sono degli artisti, sono delle imprese del settore, dei mezzi di comunicazione. E sono anche dell’italiano. Non voglio avere un rispetto assistenzialista nei confronti di noi italiani, né vedere il carnefice fuori. Accanto al confronto/scontro che la nostra categoria deve attivare con le istituzioni e con tutti i sistemi interni al nostro ambito, in difficoltà da decenni, dovremmo rivedere un dialogo con le persone. Hanno smesso di scegliere, abbiamo smesso di scegliere. Non c’è più curiosità, ma desideri indotti, si sceglie solo ciò che si conosce, che è comodo, che è sicuro. Non si incontra lo sconosciuto. Se non conosci come fai a sapere che non ti piace? Chi lo fa si conta sulle dita di una mano. Il popolo italiano, nel quale ci sono anche io ci mancherebbe, è passivo. Il teatro e l’arte non nascono per essere passivi. L’arte è una sorta di ponte che permette l’incontro e nasce con l’essere umano. Non mi piace assolutamente dare all’artista il piedistallo di chi infonde cultura e creazione agli altri. No, siamo sullo stesso piano del pubblico. In condizioni diverse. Ma sullo stesso piano ( che non significa creo e faccio ciò che piace per restare nel mercato o per compiacere il gusto o per assicurarmi che capiscano, per me così, non ha senso, così li sottovaluto e mi sottovaluto) quindi responsabilità ho io e responsabilità ha chi è dall’altra parte. Lo spettatore danza la danza dello spettatore, per rubare le parole ai maestri della danza butoh, la sua responsabilità è verso sé stesso, non verso di noi. In Italia, se non sei un nome nell’arte, non si capisce cosa sei. Se non sei famoso, non esisti per la gente ( anche per le istituzioni eh). Eppure vanno quotidianamente dai commercialisti, dagli avvocati o da medici che non sono “grandi nomi ” nel loro settore e li considerano professionisti validi, necessari. Se queste categorie si lamentano per i loro diritti, tutti li comprendono, se un artista si lamenta: “beh dai, però lo sapevi che è una strada difficile, però su, fai quello che ti piace no? ” Non rispondono ad un avvocato che ama il suo lavoro ma che si lamenta per gli anni di sfruttamento del praticantato: beh, però dai, ti piace no?”. È sdoganato quindi che bisogna pagare caro “Il lusso ” di vivere creando. Questa è una radice davvero, davvero tossica.
    È anche la mentalità degli italiani che abbiamo bisogno di scuotere. Non avere la curiosità di vedere linguaggi nuovi, progetti dai disparati percorsi, è ciò che appiattisce la capacità critica, l’indipendenza intellettuale e sensoriale di un individuo, che può essere colto o meno. L’incontro, l’allenamento, il confronto con molteplici visioni è la vera differenza nella crescita dello spirito critico di un popolo. Esci di casa e vai a vedere una cosa che magari può non piacerti. Beneeee. Lo dirai tu che non ti è piaciuta, sarà una tua percezione, una tua scelta, sei uscito e sei andato a incontrare un altro sguardo. E poi, chissà, magari, invece, fai pure esperienze potenti. In altri paesi sono frequentatissimi gli spazi attraversati dall’arte, le persone scelgono di andare alla scoperta. Di essere padron* di sé stess*, di essere l’altra parte del ponte. In luoghi in cui le economie sono in enorme difficoltà da decenni, la gente considera il bisogno d’arte primario. Ancestrale. Qui no. Per me la battaglia per la cultura, l’arte, gli/le artist*e i lavoratori, le lavoratrici del settore non è una battaglia che dovremmo portare avanti da sol*. Un artista è collettivo. Politico. Non intrattiene. Anche quando attraversa la leggerezza e il riso, non intrattiene. Non è un/una baby sitter. È un essere complesso, in continuo movimento, in quotidiana trasformazione, comprende sé stesso e tutti gli sguardi che lo incontrano. Abbiamo tutti bisogno ( noi, il pubblico, il paese) di una totale trasformazione, sono d’accordo, su questo, con Andrea. Auspico una sorta di azzeramento, non di ripristino. Perché le fondamenta sono marce da tempo, non ha senso mettere toppe, restaurare. Forse, dobbiamo attraversare la morte perché si ascolti il vuoto.

  8. Tiziana Cola grossi Segnalini scrive:

    Grazie a tutti per aver aperto una discussione.
    Vi chiedo di continuarla e rilanciare pensieri, domande, dubbi.
    Anche io, come artista, sto riflettendo su ciò che accade.
    Immagino un lavoratore dell’ arte tutelato dallo stato.
    Immagino di incontrarvi tutti e ricominciare a discutere ed elaborare insieme, nelle tante diversità che ci contraddistinguono.

    Tiziana

  9. Mi associo alla riflessione di Daniele ed Elvira e alle risposte raccolte finora. In particolare trovo stimolante quella di Marzia Ercolani. Non faccio parte del mondo teatrale e per quanto riguarda lo spettacolo, posso solo dirmi affine a quello cinematografico (molto per gusto e piacere e formazione, poco purtroppo per occasioni lavorative). Le mie riflessioni, quelle che cerco di portare avanti, sono relative soprattutto al mondo letterario, che è quello che più mi appartiene, e a quello scolastico.
    Questa introduzione inutile è utile, però, perché da quello che vedo sono l’unico che qui è un estraneo, un non addetto ai lavori. Non posso neanche vantare di essere parte del vostro pubblico, dato che per gusti personali e ragioni materiali (non il costo dei biglietti) non frequento molto il teatro. Ma sono comunque il pubblico, come ben dice Marzia.

    Credo che anche in Italia il bisogno di arte sia ben radicato nelle coscienze dei cittadini. Forse a volte può sembrare che si nasconda nel subconscio e che non lo si voglia far affiorare, ma insomma, il desiderio di arte c’è, il bisogno di sguardi trasversali, paralleli, alternativi, di pensiero laterale c’è. È sopito in molti cittadini, sì, è vero. È stato anestetizzato da anni di volgarità e banalità, senza dubbio, e da una totale mancanza di progettualità anche sul piano didattico (non solo scolastico, ma anche nella formazione per adulti). E i responsabili di questo non sono solo i politici (troppo scontato), ma anche gli operatori culturali, soprattutto i grandi gruppi, le grandi produzioni (ma non solo). E infine anche gli artisti, per i motivi che, mi pare, evidenziava anche Cosentino.

    Quindi sì, certo, bisogna assolutamente far entrare nel dibattito pubblico il mondo dell’arte come parte integrante e necessaria della nostra società (civiltà?). Bisogna che si trovino immediatamente forme efficaci di sostegno al reddito di tutti quei professionisti dello spettacolo e non solo che in questo momento rischiano tantissimo dal punto di vista del reddito.
    Ma questo DEVE accompagnarsi al dibattito, alla tabula rasa, al faccia a faccia col pubblico, col cittadino. Perché la prima reazione sarà inevitabilmente quella di essere additati come “radical chic”, come una setta fortunata di poeti elitisti che, per di più, si permettono pure di chiedere soldi, quando invece il “popolo” se la passa davvero male… I soliti discorsi che ben conosciamo, insomma.

    Ecco, su questo credo che dovremmo concentrarci: sul dopo, su come vorremmo che fosse, sul reciproco ri-conoscersi tra cittadino e artista, dove i due termini non possono più leggersi, però, come contrapposti, come sotto-sopra, come padre-figlio, colto-ignorante, perché altrimenti noi stessi potremo essere spazzati via come classe elitista e colta da vecchia guardia, da “ancien regime”. Il dopo va costruito insieme, il dibattito deve essere aperto, professionale, serio, profondo, ma aperto e comprensibile. Condiviso, onesto e coinvolgente. Non autoreferenziale.

    Grazie!

  10. Aida Talliente scrive:

    Ciao Daniele ed Elvira, condivido le vostre riflessioni, e spero di trovare tante altre voci accanto. Accade in questo periodo di attraversare una condizione di silenzio interiore, in cui l’animo cerca di disporsi in modo positivo all’ immaginazione e a come potrà essere nuovamente il nostro lavoro. Questo silenzio a tratti è ricco, efficace, nutriente e permette di elaborare pensieri e riflessioni che a loro volta producono benessere in noi stessi. Ma poi vi è una seconda fase altrettanto importante, necessaria, ovvero quando queste riflessioni devono poter arrivare agli altri, aprirsi da un silenzio interno, all’ ascolto esterno per incontrare l’altro, ed è questo ciò che sta mancando, ora più che mai, nel tempo che stiamo vivendo. Il poter esprimere ciò che stiamo elaborando e la condizione di benessere che deriva da questo, rimane come sospesa, e quel silenzio che in condizioni “normali” sarebbe positivo, è invece congelato. Da qui la mia difficoltà. Abbiamo però una grande fortuna; quella di fare un mestiere straordinario, capace di condurre fuori dai problemi quotidiani non con incoscienza ma con altre visioni che in qualche modo sono rivolte sempre ad una collettività e dunque permettono di poter agire, trasformare, “restituire” in mille forme diverse. Di questo sono consapevole. Mi capita di pensare alla “paura” e a ciò che ora e sempre mi consola: l’essere insieme perciò torno a ciò che con alcuni colleghi mi succede. Nonostante la separazione avviene l’incontro, l’unione, la partecipazione, il sentire che insieme si può concretizzare qualcosa d’importante e superare questo momento. E’ uno stare insieme che dà forza, che dà senso di protezione di sicurezza, che allevia il dolore, la stanchezza. Un movimento ampio che ci mette d’accordo in tanti e che nasce non solo dall’ amore per quello che facciamo ma da un bisogno, da una reale necessità, quella del lavoro che è ciò che più di ogni altra cosa dà senso, equilibrio, direzione all’uomo. Lavoro che significa costruire qualcosa di visibile, qualcosa che resta e la soddisfazione di vedere il frutto del proprio operato. Sempre di più è necessario divenire comunità. Quello che molti di noi stanno attuando sembra essere una forma di sciopero al contrario o di Resistenza: faccio, produco qualcosa, do ogni giorno segni di presenza artistica, nonostante nulla sia retribuito. Lo si fa perché si crede che il proprio mestiere sia necessario e insostituibile. Ma sappiamo che non potrà essere così ancora a lungo. L’arte va pagata. E’ giusto. I danni che le chiusure dei teatri stanno provocando sono per noi del settore, enormi. Significa che tutti gli spettacoli rimandati per ora, non è detto che verranno recuperati. Significa che il pubblico sarà dimezzato per le distanze di sicurezza, che si abbasseranno le entrate economiche dei teatri ma che i costi rimarranno gli stessi, o meglio, saranno più alti perché sicuramente sarà necessario assumere nuove forme di sicurezza anche tra gli artisti e il settore tecnico. Perciò riforme e ricostruzioni non da poco. In più: al momento, molti di noi che non hanno p. iva ma che sono sotto contratto intermittente non sono neppure stati presi in considerazione nei vari bonus dell’inps, a causa di una totale ignoranza e impreparazione rispetto al settore spettacolo da parte di questi ultimi. Dunque non solo si diventa vittime di una falla e un’ingiustizia economica ma ci si sente sviliti rispetto alla propria professionalità e al proprio lavoro fatto negli anni con grande fatica. In più rispetto all’opinione pubblica: finché la popolazione non comprenderà profondamente quanto sia necessario il lavoro di educazione, bellezza, informazione, e formazione che viene fatto dai lavoratori dello spettacolo, sentendo tutto questo come proprio diritto di popolo, noi non potremo mai essere tutelati come normali lavoratori (soprattutto per chi è lavoratore indipendente), ma neppure il paese potrà fare uno scarto culturale che è fondamentale in un’Italia culturalmente distrutta ormai da anni luce.
    La mia preoccupazione, come quella di tanti altri è ovviamente grande e oltre al dialogo a livello nazionale con altri colleghi, per ora, non riesco ancora a ipotizzare quanto e come le cose cambieranno e se sarà in meglio o in peggio.
    L’unica certezza è che una volta trovata una cura e un vaccino, molti problemi strutturali che ci stiamo immaginando ora, probabilmente si normalizzeranno e dunque non ci sarà più bisogno di platee semi vuote con pubblico a distanza ma si potrà continuare a godere degli spettacoli in un modo del tutto normale. Questo è quello che spero perché come ho sempre pensato, il teatro è dal vivo, è rituale collettivo, accade nell’ istante in cui viene agito perché c’è la compresenza di chi fa e di chi riceve e questo straordinario e magico scambio è ciò che rende quest’arte la più tridimensionale, la più umana, la più straordinaria di tutte ed è questo che va difeso, con coraggio, con consapevolezza e con dignità sempre.
    Nel presente in molti stiamo cercando di chiedere il bonus che sappiamo non risolvere la situazione ma permette di avere un’entrata per tappare i buchi di tutto il lavoro perso. Non è possibile lasciare fuori da ciò chi ha un contratto intermittente.
    Qui in Friuli insieme a colleghi di tante associazioni stiamo scrivendo, chiamando, tentando di rompere il silenzio in Regione perchè se non lo facciamo da subito, non si renderanno conto dei problemi effettivi (rassegne estive, come fare sbigliettamento, come fare gli spettacoli, in che forma, di che durata, dal palco, dai balconi, all’aperto, flash mob ecc. e ancora peggio per le rassegne invernali). Stiamo lavorando insieme per capire, per inventare, per trovare soluzioni e lo facciamo in un paese che da sempre ha messo i bastoni tra le ruote per colpa di un’assurda burocrazia con tempi disumani. Questo già prima non andava, come non andavano i contratti firmati all’ultimo, i ritardi vergognosi dei pagamenti, la mancanza di tutela e sicurezza sul posto di lavoro e tante altre cose, tutto ciò che nel tempo siamo stati costretti ad accettare. Molte cose da cambiare dunque, molto lavoro da fare.
    Nel frattempo vi abbraccio tanto, Aida

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