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Nell’Africa del Nord la partita è aperta: intervista a Olivier Roy

Questa intervista è uscita nel numero di aprile dello Straniero

Per il politologo Olivier Roy, nato nel 1949 a La Rochelle, sulla costa atlantica francese, il primo vero incontro con l’Islam e il “Medio Oriente” è avvenuto a soli diciannove anni, quando – militante di un partito della sinistra extraparlamentare e aspirante studente alla École Normale Supérieure di Parigi – decise di mettere in pratica il persiano imparato da autodidatta, con un viaggio di tre mesi in Afghanistan. In Afghanistan sarebbe tornato più volte – per esempio nel 1988, come consulente dell’Ufficio delle Nazioni Unite incaricato di coordinare i soccorsi – e al Medio Oriente avrebbe dedicato tutti i suoi studi e le sue attività: già direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales (Ehess) e all’Institut d’études politiques (Iep) di Parigi, attualmente coordinatore del programma mediterraneo presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole, Olivier Roy è considerato il più autorevole interprete dell’Islam politico e delle sue diverse manifestazioni, oltre che delle relazioni politiche e sociali del cosiddetto grande Medio Oriente. Tra i suoi libri tradotti in italiano ricordiamo Global Muslim. Le radici occidentali del nuovo Islam (Feltrinelli 2003), L’impero assente. L’illusione americana e il dibattito strategico sul terrorismo (Carocci 2004), Islam alla sfida della laicità. Dalla Francia una guida magistrale contro le isterie xenofobe (Marsilio 2008), La santa ignoranza (Feltrinelli 2009). Gli abbiamo chiesto di fare il punto sulle rivolte che hanno investito il Medio Oriente e il nord Africa, e che hanno mandato in frantumi i triti stereotipi sull’eccezionalismo del mondo arabo-musulmano.


Cominciamo provando ad analizzare cause e protagonisti delle rivolte. Il quadro varia da Paese a Paese – ha scritto in un articolo recente -, e per evitare semplificazioni è bene tener conto delle diverse e specifiche antropologie politiche di ciascun Paese. Eppure, le rivolte di Egitto e Tunisia sembrano “presentare stessi attori e rivendicazioni”, e rimandano a un comune criterio distintivo, generazionale, più che ideologico. Ci spiega meglio?
Nella maggior parte dei casi, l’avanguardia del movimento è la stessa: una generazione di giovani, educati, “connessi”, informati di ciò che accade all’estero, mossi dal desiderio e dalla rivendicazione di libertà, oltre che dalla critica alla natura predatoria delle dittature. Alla base dei movimenti, dunque, c’è un elemento generazionale, che a sua volta rimanda a un aspetto demografico: pressoché ovunque nel mondo arabo, stiamo assistendo alla progressiva diminuzione del tasso di natalità. Quella che è scesa per le strade, è la generazione figlia del picco demografico, e nutre aspettative molto alte in termini non solo sociali, ma anche di educazione e politica. I giovani del Cairo o di Tunisi non hanno nessuna intenzione di vivere come i loro padri: i dittatori erano già in carica quando sono nati – si pensi a Gheddafi, Mubarak e in parte allo stesso Ben Ali – e, sotto questo punto di vista, hanno voluto rompere con la tradizionale cultura autoritaria che ha dominato i Paesi in cui vivono. Ciò spiega anche l’assenza di veri e propri leader carismatici delle rivolte, e prima ancora di qualunque culto del leader carismatico. Si tratta di una generazione piuttosto individualistica, che reclama pluralismo, multipartitismo, parlamentarismo, e che non lega le proprie rivendicazioni a vere e proprie ideologie o a un’idea forte dello Stato.

Lei ha criticato la miopia della prospettiva adottata in Europa per interpretare le rivolte del mondo arabo e del nord Africa, modellata sull’esempio della rivoluzione islamica iraniana del 1979. E ha sottolineato, al contrario, come il vero aspetto innovativo sia l’assenza dell’appello all’Islam come collante delle rivendicazioni…
Basterebbe osservare le manifestazioni, per rendersene conto: nessuno slogan islamico, nessuna bandiera religiosa, nessuno che brandisca il Corano. Ciò non vuol dire che i dimostranti siano portatori di una mentalità secolare, perché continuano a essere credenti, ma lo sono in senso personale. Nel mondo arabo, infatti, al contrario di quanto continuano a pensare in molti, la religione si è individualizzata e depoliticizzata. Anche i giovani manifestanti hanno tracciato una chiara distinzione tra le richieste politiche, espresse in uno spazio politico secolarizzato, e la fede individuale. A dimostrarlo, tra le altre cose, i casi di suicidio di protesta, come quelli avvenuti in Tunisia, che rappresentano un disperato atto individuale di protesta politica, molto distante dalla tradizione islamica. In altri termini, non c’è alcun ricorso all’Islam come strumento di mobilitazione, né l’ambizione a creare un modello islamico statale.

Questo sembrerebbe confermare la tesi, da lei avanzata in uno dei suoi libri già venti anni fa e divenuto un “classico”, del fallimento dell’Islam politico come progetto di emancipazione politico-sociale. È così?
In effetti, già venti anni fa sostenevo che il modello della rivoluzione islamica, a causa di contraddizioni interne, non potesse più funzionare, e che le vie di uscita dall’impasse dell’islam politico fossero due: da una parte la via della democratizzazione, dall’altra il salafismo, che preferisco definire neo-fondamentalismo, in altri termini una re-islamizzazione che si declina come progetto sociale e culturale, piuttosto che politico. È interessante notare come questa generazione abbia internalizzato la consapevolezza che la rivoluzione islamica non funziona, agendo di conseguenza. Ciò, ripeto, non significa che non sia composta da individui credenti, ma che non si guarda più alla religione come soluzione adeguata per il rinnovamento del sistema politico o come antidoto efficace alla sua crisi. È significativo che anche all’interno di un movimento come i Fratelli musulmani egiziani sia evidente una spaccatura tra la vecchia leadership, che non riesce a comprendere pienamente le istanze democratiche dei dimostranti, perché priva di una genuina cultura democratica, e i membri più giovani, che invece sono in grado di farlo perché più vicini alla cultura delle piazze.

Passiamo all’esercizio più difficile: la valutazione degli esiti futuri delle rivolte. Lei ha ricordato che una rivolta non è una rivoluzione, e che è improbabile che il collasso dei vecchi regimi porti automaticamente a compiute democrazie liberali. Eppure, ha notato anche che i giovani scesi in strada non si accontenteranno di semplici riforme cosmetiche, di facciata. Cosa dobbiamo aspettarci, allora?
Gli esiti sono imprevedibili, la partita è ancora aperta. Potremmo assistere all’instaurazione di vere e proprie democrazie, oppure a chiusure conservatrici. Sono abbastanza ottimista per la Tunisia, perché ha una società piuttosto omogenea, composta perlopiù dalla classe media, e non ci sono grandi interessi strategici. In altre parole, non c’è il petrolio, e dunque neanche il rischio, oltre alle interferenze esterne, che i movimenti vengano cooptati con la distribuzione dei proventi del petrolio. Quanto all’Egitto, la società egiziana è molto conservatrice: ci potrebbe essere un’alleanza dei conservatori – la leadership dei Fratelli musulmani, parti del clero, l’esercito, notabili vari, la borghesia, vecchi esponenti del partito di Mubarak – per impedire cambiamenti sostanziali e prevenire un’eccessiva (ai loro occhi) liberalizzazione. Per questo, anche se in Egitto si terranno – come credo – elezioni credibili e regolari, non è escluso che la maggioranza vada ai conservatori. Per il resto, dipende molto dai diversi contesti: la Libia di Gheddafi è in guerra civile, i cui esiti dipenderanno dagli equilibri di potere; in Yemen la variabile principale è costituita dall’atteggiamento che decideranno di assumere le comunità tribali del nord; in Bahrein la questione è complicata dalla divisione settaria tra sciiti e sunniti, con l’aggravante dei sauditi che non auspicano affatto che la maggioranza vada agli sciiti, e per questo sostengono ampiamente la famiglia regnante. In altri Paesi, si cerca di limitare i danni, come in Marocco, dove è il re in persona che sta cercando di venire incontro alle richieste dei manifestanti, che reclamano perlomeno una monarchia costituzionale, con alcune concessioni volte a un sistema politico più democratico. Origini e cause delle rivolte, dunque, sono assimilabili, ma gli esiti variano da contesto a contesto.

Negli Stati Uniti, gli analisi neoconservatori hanno rialzato la testa, sostenendo che i processi di democratizzazione vadano attribuiti all’interventismo armato del presidente Bush in Iraq, nel 2003. Lei ribatte: è falso, e, piuttosto, è vero che è proprio il declino dell’influenza degli Stati Uniti nell’area ad aver creato le condizioni necessarie all’affermazione di genuini processi democratici. Cosa intende?
I neoconservatori avevano ragione soltanto su un punto: la democrazia è compatibile con il mondo arabo. Rimane però del tutto sbagliata l’idea che possa essere imposta attraverso gli interventi militari. Si tratta di un’idea con conseguenze deleterie, senza contare che non può esserci democratizzazione senza legittimità politica, e che, dunque, qualunque movimento “democratico” creato in questo modo verrebbe subito associato all’influenza straniera, perdendo in credibilità. E lo stesso è accaduto con i tentativi dei Paesi occidentali di sostenere la crescita in Medio Oriente di una società civile artificiale, modellata sugli interessi dei suoi promotori – con l’insistenza sulle riforme dell’Islam per esempio. Se si analizza bene la questione, ci si accorge invece che ad aver creato le condizioni per l’affermazione di un genuino movimento democratico nel mondo arabo è stato proprio il basso profilo scelto dall’amministrazione Obama. In questo senso l’ondata di rinnovamento democratico non è avvenuta grazie a Bush, ma proprio perché Bush non c’è più.

Lei ha notato l’ambiguità delle potenze occidentali, che per il momento plaudono al processo di democratizzazione, pur rimanendo ossessionate dalla necessità di mantenere la stabilità e lo status quo strategico. Fino a che punto le rivolte cambieranno gli equilibri di potere nella regione?
Bisogna adottare due metri di giudizio: il breve e il lungo termine. Nel breve termine non credo ci saranno grandi trasformazioni. I movimenti di democratizzazione infatti non sono eterodiretti o rivolti in chiave regionale, ma nazionalisti o meglio ancora patriottici, perché mossi innanzitutto dalla ricerca dell’interesse nazionale. Ritengo invece che nel lungo termine un Paese come l’Iran avrà minore influenza nella regione, perché fin qui, per ottenere consenso, ciò che rimane della rivoluzione islamica iraniana ha giocato la carta della critica dell’alleanza tra i dittatori arabi e l’occidente. Una volta che i dittatori vengono privati del potere, però, viene meno anche il pretesto per criticare la subalternità dei Paesi arabi all’occidente. La marginalizzazione dell’Iran come attore strategico regionale influirà anche sul movimento Hezbollah, che non è democratico, ma settario, che vive dell’alleanza con l’Iran contro il sionismo e che vedrebbe ridimensionato il suo appeal di movimento che si affida anche all’ideologia panislamista e panarabista. I movimenti che si sono imposti nella scena araba, fondano la proprio legittimità su una sorta di nazionalismo arabo locale, e contribuiranno a isolare l’Iran in Medio Oriente.

A proposito di nazionalismo arabo: nelle manifestazioni manca ogni sorta di riferimento al panarabismo, che nella seconda metà del Novecento aveva invece nutrito molte delle forze politiche arabe che cercavano di svincolarsi dal giogo coloniale…
Come progetto politico, il panarabismo è ormai morto. Ecco perché forse sarebbe meglio definire questi movimenti patriottici, piuttosto che nazionalisti in senso stretto. La chiave è tutta interna ai singoli Paesi. Eppure, c’è una sorta di mimetismo politico arabo, e di solidarietà, che produce ancora effetti rilevanti. La tv satellitare al Jazeera ha successo proprio perché in qualche modo gioca un ruolo di aggregatore, di connettore di questo spazio politico comune. Direi che il panarabismo è morto come ideologia, come progetto politico, ma funziona ancora come cultura politica condivisa e di riferimento.

Gli eventi tunisini – ha scritto – hanno rappresentato un punto di svolta decisivo nel mondo arabo, e dovrebbero rappresentarlo anche per le politiche occidentali nella regione. Cede davvero che, da oggi, “la Realpolitik significherà sostenere la democratizzazione del Medio Oriente”?
L’occidente deve aprire gli occhi. Quelle che erano le ragioni per dare sostegno ai dittatori si son rivelate false: le dittature non costituiscono un argine alla crescita dell’islam; piuttosto che un baluardo di stabilità, sono deboli, tanto da poter essere rovesciate da movimenti democratici di piazza; non difendono veramente gli interessi dell’occidente, ma li contraddicono. L’occidente, dunque, ha dimostrato di essere miope sotto molti aspetti: ha sostenuto i dittatori, credendo alla tesi dell’immobilismo delle società arabe, e sulla base dell’assunto che cultura e religione sono la stessa cosa, ha ritenuto che le società islamiche non potessero ambire a dotarsi di meccanismi democratici. L’occidente è rimasto vittima del paradigma dello scontro di civiltà. Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, si è prestata molta attenzione partecipe ai movimenti democratici dell’Europa dell’est, perché in qualche modo erano percepiti “come noi”. Nel caso dei movimenti arabi democratici, invece, la tendenza è a credere che “no, non possono diventare come noi”, a causa di una supposta “tara islamica”. La cosa sorprendente è che, mentre in Europa aumentano quanti sostengono che l’Islam non è compatibile con il sistema democratico, sull’altra sponda del Mediterraneo si affermano movimenti pienamente democratici: i leader dei partiti populisti, da quello olandese di Geert Wilders alla Lega Nord, si ritrovano del tutto spiazzati. Gli avvenimenti recenti sono la più plateale smentita delle loro tesi.

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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