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Nelle città

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Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Qui l’intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

Lo capiamo da minuzie, e da dettagli. I libri stessi diventano ‘sintomi’. N-W di Zadie Smith lavora su questo tema, senza dirlo, e per cogliere il senso vero del romanzo basta confrontarlo a Denti bianchi (o al Buddha di Kureishi, naturalmente). La Londra di N-W è un puro contesto di frammentazione. Vite che si incrociano, collidono, si mancano, subendo la città come condizione e vincolo, ricatto. La topografia urbana, la geografia, non sembra più organizzata in termini sociologici o politici. Se il grande romanzo inglese – da Defoe a Dickens per finire proprio a Smith, o a Kureishi – ha sempre raccontato le “due città”, la Londra dei ricchi e quella dei poveri, in N-W questo meccanismo è imploso, non si attiva. Tra un quartiere e l’altro non ci sono strappi o salti e l’abisso che separa Kilburn-Hig-Road da Maida Vale è più uno scarto mentale che esperienza. Ci portiamo dentro antichi significati sociali ormai scaduti; seguiamo mappe invecchiate, ovvero false. La scena rivelatrice sceglie la rete dell’Undergound, un sottomondo, per dichiarare un congedo inconfessabile. “Felix salì sulla penultima carrozza e guardò la mappa della metropolitana come un turista, impiegando un po’ a convincersi di dettagli che nessun autentico londinese dovrebbe controllare: da Kilburn a Baker Street (Jubilee); da Baker Street a Oxford Circus (Bakerloo)”.

Open City di Teju Cole è un libro impossibile. Già a partire dall’incipit, ambizioso, che all’apparenza promette l’infinita riscrittura di un lavoro già tentato mille volte, ormai logoro. “E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città”. Esplorare la città: il programma del flaneur, la sua bandiera.  Una maschera desueta, investibile. Quando poi è la città New York, scena abusata,  verrebbe da chiedersi se ne vale ancora la pena, e cosa dire e trovarci, perché provare? All’inizio degli anni zero, dieci anni fa, Cosmopolis di DeLillo sembrava aver definitivamente chiuso l’interminabile era del Grande Romanzo sulla Grande Mela e quel viaggio in Limousine da riva a riva aveva fatto calare il sipario sulla scena di Underworld o di Great Jones Street. Teju Cole, avventatamente, osa di nuovo. La differenza sta in una questione di sguardi, e di prospettiva. New York  (e Bruxelles, e, a distanza, la Nigeria) ritornano a vivere ma in sospensione. Assumendo il postmoderno non come cliché intellettuale ma come paesaggio, Cole non si chiude nella figura scontata e falso-ingenua dell’immigrato ma scrive da cosmopolita. È uno sguardo consapevolmente globalizzato – lo stesso che abbiamo tutti, ci piaccia o meno – diretto alla riscoperta di territori e contesti locali, ombre, resistenze. Cole scava in profondità e in senso letterale, fuor di metafora.

Lo spaesamento – la cifra vera del libro, la sua chiave – non nasce dal retaggio africano (l’immigrazione) ma da un gioco di specchi, culturale. I modelli di Cole sono ultraraffinati (Coetzee, Said) e la sua scrittura procede nella terra di nessuno, o poco battuta, che sta alla fine di ogni occidentalismo, di ogni orientalismo. Mondi che si guardano, si capiscono, si sanno; strutture culturali già saldate a fuoco e chiuse in un insieme (negli stessi, sobri, accenni all’11 settembre, la tragedia è riletta fuori dal mantra cretino del clash of civilizations, una bugia). Scavare, raschiare ogni superficie, cercare sotto: “esplorare la città” torna a essere possibile ma come un lento processo di carotaggio che prova a recuperare strati di senso (e voci remote di morti, voci e volti) sepolti da un manto di obbligato, globale, conformismo culturale. L’equivalente musicale di Città aperta sono le variazioni di Uri Caine in Wagner and Venice (Jazz e valchirie insieme, pare incredibile). Poi, ovvio, si tratta di trovarsi nelle città, esplorare sé stessi, fare il solito, lungo, giro attorno al cuore. Al cuore e al pensiero, anzi, alla coscienza. È tutta questione di consapevolezza, ma in situazione (urbana): “a un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalità, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli è, non può essergli interamente opaco”.

Ma non  è sempre questione di scavare, cercare in basso. In Fine Impero di Genna l’implosione del presente è tutta in  superficie, allo scoperto,  e si vaga per la città – una Milano ubriaca di polveri sottili , terrificante  – come sagome inanimate spinte su e giù tra festini, funerali e altri incidenti dalla carica a molle di un’ultima parodia di vitalismo. Con lo sguardo della tartaruga che “scansa il momento mirando l’epoca”, Genna strappa la Storia alla Cronaca ma è un disvelamento tragico, dolente. L’unico romanzo italiano che abbia saputo raccontare (e liquidare) il berlusconismo è disperazione allo stato puro. Impassibile, la città definisce l’orizzonte: una prigione. A introdurre la narrazione, dopo un prologo in cielo (o in cimitero), un viaggio iniziatico tra i più straordinari di sempre, memorabile. Scegliendo il punto di vista assurdo (o persino troppo logico) di un pneumatico, Genna descrive al rallentatore –stupendamente – un ingresso a Milano, da Corvetto. L’esperienza urbana come transito agli inferi (non discesa), attraversamento su binari morti e precisi, piste implacabili. Nessuna “deriva” è più ammessa, consentita.

Siamo dove “Milano finisce di colpo, non sfuma in outlet e capannoni scivolando nell’hinterland senza soluzione di continuità”. Una campagna salina e sparuti prati chimici che si mutano in quartiere, sotto assedio. È un salto di dimensione, netto, assoluto. Camposanto di Chiaravalle e Corvetto, Piazzale Medaglie d’Oro, la Città Annonaria e Porta Romana, il Policlinico: 10 chilometri scarsi di esperienza dell’estremo, anzi di niente, per dire un’ “epoca” appunto, un istante della Storia, definitivo (ma esistono “attimi oceano”, dice Genna). Un secondo attimo oceano, sfarfallante, balugina verso la fine, e paralizza. Fine Impero si chiude in un banco nebbia, e pensi a Cortázar: “Una figura scura nella nebbia, bianco sabbia, immenso un campo deserto e curvo alla sua sinistra, visto di schiena… entra nella nebbia e sta svanendo, sono io che cammino dopo ogni cosa senza fretta e accelero vedendo la fine”.

 

Libri di cui si parla: Julio Cortazàr, L’esame, Voland 2013; Zadie Smith, N-W, Mondadori 2013; Teju Cole, Città aperta, Einaudi, 2013; Giuseppe Genna, Fine Impero, Minimum fax, 2013.

Commenti
3 Commenti a “Nelle città”
  1. Giacomo Raccis scrive:

    Su “Città aperta” di Teju Cole: “Il suo Julius è un tipo di flâneur contemporaneo che attraversa gli spazi per abbandonarvisi, per lasciare che siano questi a comporre le tessere di una narrazione: la sua postura è quella di chi si mette in ascolto e concede lo spazio della parola a storie che aspettano solo di essere depositate nell’archivio della memoria collettiva («Incredibile quante piccole storie la gente si portava dietro in ogni angolo della città», 163). Una postura, a pensarci bene, al quanto presuntuosa, dal momento che pretende che solo il protagonista-narratore sia dotato di un potere di “dare la parola” che invece è negato alla gente comune: come Saidu, giovane liberiano sopravvissuto a guerra e violenze, che non appena mette piede sul suolo americano e pensa di poter cominciare una nuova vita, viene arrestato; o come Farouq, commesso marocchino di un internet cafè di Bruxelles, la cui brillante carriera universitaria è stata troncata dall’ottusità occidentale davanti allo “straniero”. Di fronte a queste storie, però, Julius resta quasi sempre inerme. Per quanto le vicende altrui parlino di sofferenze, violenze, ingiustizie, di buchi neri dell’esperienza, non riescono mai a entrare in risonanza con la sua biografia, con la sua coscienza privata. E anche per questo il racconto non trova una forma diversa da quella discontinua e irregolare del camminare del protagonista.
    Le ragioni dell’empatia lasciano il campo nel romanzo di Cole a quelle di un distacco e di una meditazione che maturano sotto le insegne del sapere: ogni storia, ogni incontro sono infatti mediati dall’enciclopedia culturale di Julius. Conoscenze storiche, nozioni di base delle più varie discipline, un’aneddotica che attinge a disparati campi del sapere: un intero blocco culturale viene chiamato a proteggere la biografia emotiva del protagonista (che emerge solo per brevi e non significativi accenni) ma, soprattutto, ad attribuire al mondo quel senso che spontaneamente non traspare. Di fronte al caos evocato dalle vicende minori e minime che Julius si trova ad ascoltare, il sapere, la cultura, la conoscenza appaiono come l’unico argine disponibile: ogni luogo visitato apre un capitolo di storia urbana e sociale, ma anche gli eventi, gli incontri ispirano analogie con momenti e passaggi della storia culturale. Il ché potrebbe anche rappresentare una felice soluzione all’annoso problema del rapporto tra individuo e mondo che assilla l’uomo contemporaneo, se solo alcune imperdonabili ingenuità (come: «Lì nella galleria tutta bianca, con la fila di immagini e il brusio della calca, mi resi conto che la fotografia era davvero un’arte incredibile»…) non lasciassero trasparire una sorta di ambizione interpretativa (o un’ansia performativa) da parte del personaggio. Un’ambizione che denuncia tutta la sua subalternità al sistema di pensiero che ha prodotto la cultura che egli vorrebbe usare come strumento ermeneutico: ovvero il pensiero occidentale.”

  2. Frank Spada scrive:

    “attribuire al mondo quel senso che spontaneamente non traspare” / quando a Natale…
    https://plus.google.com/u/0/+FrankSpada/posts/brBMNnRjtKd

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  1. […] questo presente, possiamo farci una mappa grazie agli scrittori che leggono gli scrittori: Vittorio Giacopini vede i sintomi dell’esaurirsi delle città, coinvolte in un mutamento indecifrabile, nei […]



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