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Nelle pianure di Gerald Murnane

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Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

“Vent’anni or sono, quando vidi le pianure per la prima volta, lo feci con gli occhi bene aperti. Cercavo, in quel paesaggio, qualcosa che sembrasse accennare a un significato complesso, oltre le apparenze.”

Tutto quello che abbiamo visto guardando dal finestrino di un treno; la distesa – una volta d’erba, l’altra di grano – senza fine. Lo sguardo a perdita d’occhio, l’orizzonte basso, sempre più basso. Una serie infinita di parcheggi vuoti, la campagna interrotta ogni tanto dalle case, un trattore, l’insegna di un centro commerciale piazzata in mezzo al nulla. Non una collina, non una montagna. Qualche volta un fiume, stelle basse che si posano tra gli alberi, la nebbia che sale fino a confonderci, a fondere ogni cosa, a prendere parte anch’essa allo spettacolo unico che offre la pianura. Uno show costruito dal nulla su un piano, quasi mai inclinato, una piccola ondulazione ogni tanto, una persona ogni tanto, più pensata che vista sul serio.

Di colpo una fabbrica, una centrale elettrica, un altro binario, un’autostrada che corre nel mezzo. Un albero sopravvissuto a chissà quali intemperie. Tutto quello che abbiamo guardato è la somma di inverni e primavere passate su distese infinite. Se pensiamo alla pianura pensiamo a qualcosa che abbiamo soltanto immaginato. La vera pianura non esiste, sta soltanto nel cuore delle persone, è di certo uno stato mentale, ma è molto di più: quando l’occhio può andare libero per molti chilometri non può far altro che costruire immagine dopo immagine, silenzio dopo silenzio, un nuovo paesaggio fatto di possibilità, dove il visibile e l’invisibile si sovrappongono, e ci smarriscono e ci confortano.

Il paesaggio possibile può essere la pianura padana, una distesa infinita di fiori viola da un’altra parte, la parte interna dell’Australia, il luogo, lo stato mentale nel quale ci porta quello scrittore straordinario che è Gerald Murnane. Il romanzo si intitola Le pianure (traduzione di Roberto Serrai, Safarà editore, 2019) ed è un gioiello letterario, un libro che porta via e che fa sì che la noia e la felicità si tengano per mano, come l’invisibile  e il visibile.

I membri del gruppo insistevano che a commuoverli, più delle grandi praterie e dei cieli immensi, era il lieve strato di foschia dove la terra e il cielo si univano, nel punto estremo dell’orizzonte.

Murnane è nato nel 1939 a Melbourne, non ha mai preso un aereo, ha viaggiato quasi per niente, è uno scrittore geniale, confortante e stimolante; è stato più volte candidato al Nobel. Noi cominciamo a leggerlo in questi mesi, la nostra fortuna è che Safarà – piccola casa editrice che sorprende sempre di più per capacità di visione – pubblicherà cinque tra le sue opere più importanti. Murnane ha un dono, riesce a tenere un passo da prosa pura senza scordare il sapore, il profumo della poesia.

Da più parti per Le pianure si è scritto di poema in prosa. Di sicuro Murnane si muove benissimo in una terra di mezzo fatta di una serrata sequenza di immagini e parole; questo è anche un libro fotografico, cinematografico, un libro dove i pensieri suonano, gli odori fanno rumore. Un libro dove ciò che si vede da una finestra è anche quello che la stessa finestra nasconde. La pianura australiana è anche uno specchio, la prosa di Murnane ne coglie il riflesso.

Qualcuno direbbe che si tratta di un libro dove accade nulla, invece accade tutto, perché nello spazio che non esiste ancora tutto può succedere. Gerald Murnane coglie ciò che non avremmo mai creduto di poter sapere, pare incredibile che fino a oggi quasi tutti noi non lo conoscessimo, ma è anche bello, vuol dire che possiamo aspettarci – ogni tanto – che da qualche parte salti fuori uno scrittore meraviglioso di cui nessuno ci ha mai parlato, che nessuno ci ha mai tradotto.

A un certo punto, tra l’ondeggiare dell’erba delle loro tenute, o nelle stanze meno frequentate delle loro case dalla planimetria irregolare, avevano appreso la vera storia della loro vita, e scoperto quali uomini avrebbero potuto essere.

La storia è questa. Un giovane regista arriva nel territorio delle pianure australiane con l’idea di girare un film che sia in grado di coglierne il mistero, fermarne l’essenza prima dei titoli di coda. In un grande albergo arrivano i latifondisti, il cui comitato ascolta le proposte, bevendo, commentando, quasi sempre tacendo. Ecco, nelle pianure si parla poco, perché tutto si tiene e tutto si dice nei silenzi, capaci di portare il sentire della gente che in quelle terre vive fino al mare. Nelle pianure ci sono poeti, scrittori, c’è una letteratura piana e regolare, una trama ordita alle radici del linguaggio. Il regista presenta il progetto al comitato, quelle pagine sono un capolavoro a sé stante per capacità evocativa, riflessiva; un esempio di come la prosa ci possa ogni tanto sollevare. Uno dei latifondisti lo accoglie nella sua tenuta, dove potrà restare tutto il tempo necessario alla realizzazione del film, girare dentro la proprietà, consultare i volumi della ricchissima biblioteca. Le pianure però portano via.

So che una figura lontana, tutta in bianco, all’ombra di una casa immensa al culmine di un pomeriggio, può dare un significato a cento miglia d’erba. Io però voglio leggere quelle poesie inedite che, di sicuro, sono state scritte in stanze che si affacciano a sud. Voglio leggere quei poeti che sapevano che i loro desideri potevano condurli fuori anche dalla terra più ampia.

Il giovane gira nella biblioteca come se fosse un labirinto, di libro in libro di scaffale in scaffale. Poi passeggia ogni giorno intorno alla casa, osserva, prende appunti. Guarda la figlia del latifondista che dovrebbe essere la protagonista della scena finale del film. La donna appartiene alle pianure e si confonde come il resto e confonde il regista. Presto si convincerà che il racconto delle pianure possa passare solo attraverso le riprese di un’esperienza straniante. Si può fare, però, un film la cui pellicola mostri contemporaneamente ciò che sta là fuori, laggiù, e ciò che sta all’interno della mente, che ci galoppa nel cuore? Una domanda come molte altre che questo capolavoro solleva. Le risposte non arrivano, sono già via, sono in fondo alle pianure, solo che il fondo non c’è.

Seduto in mezzo a quegli uomini al crepuscolo, capisco che il loro silenzio afferma che il mondo è un’altra cosa rispetto a un paesaggio.

Gerald Murnane è ipnotico, come nota Ben Lerner nella bellissima introduzione, è capace di scivolare nella stessa frase da un linguaggio quasi tecnico a un’immagine fortemente poetica. Tutto si tiene nelle pianure, tutto ci tiene e ci salva nella lingua di Gerald Murnane.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
2 Commenti a “Nelle pianure di Gerald Murnane”
  1. lucia/poetella scrive:

    davvero molto interessante. Dovremo sicuramente leggere questo per adesso sconosciutissimo scrittore.
    Grazie per la segnalazione

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  1. […] Tutto quello che abbiamo visto guardando dal finestrino di un treno; la distesa – una volta d’erba, l’altra di grano – senza fine. Lo sguardo a perdita d’occhio, l’orizzonte basso, sempre più basso. Una serie infinita di parcheggi vuoti, la campagna interrotta ogni tanto dalle case, un trattore, l’insegna di un centro commerciale piazzata in mezzo al nulla. Non una collina, non una montagna. Qualche volta un fiume, stelle basse che si posano tra gli alberi, la nebbia che sale fino a confonderci, a fondere ogni cosa, a prendere parte anch’essa allo spettacolo unico che offre la pianura. Uno show costruito dal nulla su un piano, quasi mai inclinato, una piccola ondulazione ogni tanto, una persona ogni tanto, più pensata che vista sul serio. [Continua a leggere su minima&moralia] […]



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