Piazza Aragona

Nell’ora del caldo

Piazza Aragona

Sono a Palermo da trentotto giorni e sono trentotto giorni che a Palermo c’è il sole. Trentotto giorni. Li sto contando con delle tacche, su un foglietto appiccicato nell’ingresso di questa ennesima casa non mia, qui, nel cuore della Kalsa, nel punto più lontano dalla mia giovinezza. Ogni mattina, appena sveglio, una tacca: trentotto giorni, e oggi, le tre del pomeriggio, per la prima volta il cielo è una coperta di nuvole, bambagia. Durerà poco, ma intanto nessuno spicchio di azzurro. Il sole, debolissimo, va e viene, come se si divertisse a prendersi gioco di noi, entrando e uscendo da questo secchio scassato di afa e umidità in cui siamo precipitati, e dicendo, sussurrando: suca, forte, ancora più forte.

Trentotto giorni consecutivi di sole e sfondi per desktop. I turisti estasiati fanno selfie con i carabinieri, vagano per i vicoli del centro, si fanno irretire dalle sabbie mobili del Capo e di Ballarò, oh che bella Palermo, sì è molto cambiata, che spettacolo via Maqueda, quante cose buone da mangiare, guarda hanno aperto anche una bakery, sì però basta con la gentrificazione ne abbiamo passate tante ci manca solo questa, perciò tu di Palermo eri e niente mi hai detto che era così bella, ma che ti dovevo dire, che erano diciott’anni che non ci tornavo e ora sono trentotto giorni che quelli che mi conoscevano all’epoca mi guardano interdetti e sanno dirmi solamente: oh, sì fatto sicco, ma a Parigi mangi?

Peccato che abbia questa cattiva fama, il parlare del clima, del tempo, del sole, del caldo, del freddo. Peccato, davvero. Anche adesso, io sto parlando del tempo e tu stai pensando oh ma questo sta parlando del tempo. Sì, sto parlando del tempo, anzi del caldo. Come si fa a non parlare del caldo, chiunque non parli del caldo sta solo fingendo di non parlare del caldo, in realtà dentro di sé sta parlando del caldo, col caldo, sul caldo. Ma che ne sai tu se non hai vissuto almeno una volta nella vita trentotto giorni consecutivi a Palermo, senza una goccia di pioggia o di vento, soltanto caldo, e luce, tutta quella che vuoi, luce luce luce sempre luce quanta luce questa luce.

Giorni fa, possono essere le dieci del mattino, sto vagando senza meta su viale Croce Rossa cercando di ricordarmi il motivo per cui sono uscito di casa. A un certo punto, sul marciapiede, in direzione opposta alla mia, compare una tipa maglietta bianca pantaloni lunghi, più bassa di me caschetto nero, avanza facendo un gesto che ben conosco e che è tutto nostro, di noi palermitani e di nessun altro. Si sventola con il palmo della mano, movimento tanto inutile quanto necessario. Qualcosa dovendo fare, lei si sventola con il palmo della mano. Gesto di tante cose: dovere e supplizio, spasimo e abbandono. Al momento della collisione incrociamo gli sguardi, lei si ferma, io mi fermo, lei mi fa, con la virgola e tutto: c’è caldo, c’è.

Sono momenti in cui devi prendere decisioni in fretta. La mia è di annuire gravemente, alzando le sopracciglia al cielo, dicendo: e che dobbiamo fare. Constatare, registrare, prendere atto. A Palermo fa caldo. È un caldo speciale? Che ne so, io questo conosco, e a Palermo fa caldo, sempre. Non è il solito spirito tragediatore. È che se pure vai a vivere al Polo Nord, e non ci pensi, perché fa freddo, nel frattempo a Palermo fa caldo, sempre. E non puoi opporti, non puoi ribellarti, non puoi farci niente. Al caldo di Palermo bisogna andare incontro, con la serenità del martire: nessun tornaconto, solo vocazione. Bisogna abbracciarlo, stringerlo, farsi penetrare senza opporre resistenza. Fottimi, o caldo amatissimo, accetterò tutto con devozione. Oppure allontanarsi da esso, per esempio scivolando su un piano inclinato senza voler nemmeno sapere cosa c’è alla fine, come sta facendo la tipa più bassa di me caschetto nero, che ha capito tutto della città, di me, della vita, e ora esce dall’inquadratura continuando a sventolarsi con il palmo della mano, dovere e supplizio, spasimo e abbandono, dicendo, ripetendo, con la virgola e tutto: c’è caldo, c’è.

Piazza Sant'Anna (1)

Palermo è una città complicata, ha sempre lo sguardo da un’altra parte, forse pensando ancora a Federico II e alla grandeur di quando qua era tutta culla della civiltà, di sicuro ignorando ostentatamente ciò che ha sotto il proprio naso: i sinonimi e i contrari, i tesori e le immondizie, l’abbondanza e la penuria, le montagne e il mare. Quel mare che Palermo, come ben sa chi ci ha vissuto, fu sempre mal tollerato, con la funcia, quando non allontanato, ostacolato, cancellato. Fonte di minacce e mali pensieri. Palermo è una città di mare per modo di dire, non è mai esistita una passeggiata, un vero lungomare dove andare a prendere il gelato, farsi i bagni, come le altre città normali. Per tutto questo c’era e c’è Mondello, ennesimo distoglimento pur di non vedere quello che c’è dentro casa. Ecco perché a Palermo fa questo caldo così speciale, perché il mare c’è ma non esiste, e la città finisce con l’assomigliare a una cosa stesa con le mollette ad asciugare, dal tutto porto in giù, solo che nessuno passerà mai a ritirarla.

Palermo la puoi visitare a partire da innumerevoli itinerari e dalle relative intersezioni: l’arte, l’architettura, i morti ammazzati, i rollò col wurstel, la letteratura, il percorso arabo-normanno. Quello che vuoi. Sai, noi abbiamo avuto molte dominazioni una dietro l’altra: quelli venivano, conquistavano, abbellivano, aggiungevano, e poi arrivavano gli altri e via daccapo. Risultato: Palermo è bellissima. Quanti autori, scrittori, musicisti sono passati da qui pensando di trovare la chiave di accesso al mondo, illudendosi di aver tutto capito? Ma, come scrisse Fulvio Abbate, non esiste “lo strumento musicale per suonare Palermo”. Nessuna stanzialità provvisoria o eterna potrà mai essere all’altezza di questa frase, Palermo è bellissima, ed è proprio questo che permette di conservarne la bellezza, perché il reale non sfibrerà mai l’ideale, non si può usurare quello che non si può raggiungere. Palermo è bellissima, puoi dirlo cento, mille, milioni di volte e lassù lassù lassù non ci arriverai mai. 

Ma se proprio vuoi provocare gli dei e avvicinarti alla sommità, o almeno intravedere le forme piene e tonde dell’esperienza in cui il detto sia finalmente possibile, un modo forse c’è: vagare e divagare per la città alle tre del pomeriggio, sotto il pico del sole, possibilmente dai quaranta gradi in poi, tu come sorgente inestinguibile di sudore. Questo è l’unico modo per vincere la secolare lagnusia tutta palermitana: affrontare i negozi chiusi, i fichi d’india rinsecchiti, le scritte sui muri come reperti di altre glaciazioni, lasciare libero lo scarrozzo giorno e notte, il sibilo dei condizionatori truccati, la biancheria stesa in mezzo alla strada, i cani randagi che sbavano di fame e solitudine, la mano a coppetta che guarda l’orizzonte e all’orizzonte non c’è niente.

Nell’ora del caldo il tempo si allunga e si slarga, come quando tiri un tessuto da entrambi i lati, un lembo dal mare che c’è ma non esiste e un lembo dalle montagne che non servono a niente. Ecco cosa devi fare con Palermo, provare a sdillabbrarla, con cura ma senza timori. Sgranare, aumentare lo zoom al massimo, prendere la luce quanta luce questa luce e usarla per saturare tutto: dolori, veleni, errori di giovinezza, ferite di una storia che non smetterà mai di sanguinare.

Nell’ora del caldo a poco a poco si smette di gettare voci, i morti e gli eroi possono riposare in santa pace, non ha più senso porsi domande sulle differenze tra la città reale e quella immaginata, sulla congruità o meno dei turisti che esplorano via Torremuzza come in un safari. Nell’ora del caldo il caldo smette di essere scusa e panacea, e nessuno più si sventola con il palmo della mano. Allora sì, potrai finalmente muoverti come non hai fatto mai, nel conforto della consapevolezza, della calma, della rivelazione. La Cala, via Alloro, piazza Bologni, le statue, le palme, le jacarande, i mandamenti, le edicole votive: la chiave di tutto è lì, a portata di mano, ma attenzione, dura un attimo, uno solo, l’attimo prima della cecità, dell’impotenza, della pazzia definitiva, l’attimo prima di morire definitivamente di caldo e non poter mai più dire in vita tua: Palermo è bellissima.

Palermitano e parigino. Coautore dei film documentari Fuoritutto (Rossofuoco e Agat Films) e La dernière séance (Bocalupo Films e Altara Films). Coordina un atelier di scrittura audiovisiva presso l’università di Paris-Nanterre.
Aggiungi un commento