Laizek

I nemici di stanza. Un estratto da “Los Sorias” di Alberto Laiseca

“Los sorias” è un romanzo di Alberto Laiseca. Si tratta di un’opera di culto in Argentina, definita da Ricardo Piglia “il miglior romanzo che sia stato scritto in Argentina dai tempi de ‘I sette pazzi’” – un’opera, tuttavia, poco conosciuta fuori dai confini nazionali, mai tradotta (la prima edizione argentina è del 1998). Qui vi presentiamo un estratto del primo capitolo, tradotto da Raul Schenardi. Il testo è apparso nel dossier monografico “Alberto Laiseca, autore de Los sorias” di CrapulaClub il 20 novembre 2019, per gentile concessione dell’editore argentino Simurg. Si ringrazia Alfredo Zucchi.

di Alberto Laiseca

Quando Personaggio Iseka aprì gli occhi quella mattina, la prima cosa che vide fu un Soria. Ma non Luis, quello che aveva vicino, bensì il più lontano: Juan Carlos Soria.
“Questo Soria, quando si alza la mattina”, pensò Iseka “lo fa alla maniera di una lezione magistrale, senza discussione, come si usava nelle facoltà in passato. Ottimista d’un balzo. Io no. Indugio per tutti i minuti che posso: pelandronissimo a letto.
“Tutta l’inerzia necessaria per cominciare la giornata, lui la posticipa. A mo’ di tromba e musica utilizza, rispettivamente, lo yoghurt e la respirazione. È soltanto quando si sveglia dalla siesta che ci delude. Si è costruito una specie di fascia abbassabile, di carta, per far sì che la luce non gli impedisca di dormire. Dicevo che dopo la siesta delude. Infatti: non si alza più d’un balzo; in quel momento, invece, con il suo tappaocchi sui capelli di stoppa somiglia a un cacicco toba sconfitto e avviato alla conversione o a una riserva.
“Lui mi dà consigli”.
Quando Iseka cominciò a svegliarsi, nell’intermezzo fra il Soria e l’incoscienza vide, come attraverso un caleidoscopio, tutto il processo e i suoi riflussi, con andate e ritorni: incoscienza, subconscio, pareti della stanza, Soria; e viceversa: Soria, pareti della stanza, discesa nell’intimo, fin quasi a cadere nei più profondi abissi subliminali. E così, nella sua caotica mescolanza di veglia e sonno, poté osservare:

Batraci dai dorsi gialli / cattedrali con vetrate grigie / concentrazioni centrali di materia / concentrazioni periferiche / una mosca chiassosa che sbatteva mille volte sullo specchio dell’armadio della stanza.
Una cornice immonda dello stesso guardaroba da condividere.

Gli occhi un po’ cisposi di Iseka si spostarono a sinistra e in basso, toccarono la parete, e siccome la sua testa ne accompagnava il movimento, confrontandoli, proseguirono in caduta libera fino ad arrivare al più lontano dei due Soria. La sua vista, a quel punto, indietreggiò bruciacchiata verso l’oblio del sogno, come il corno di una lumaca che avesse toccato un ferro incandescente.

“Un tale va a dissotterrare qualcuno e mi invita a seguirlo. Tiriamo fuori una bara che ne contiene altre, in successione, come le scatole cinesi. Ogni coperchio presenta strani disegni che ricordano il voodoo. Scoperchiamo l’ultima, estraendo dal sarcofago finale un uomo vivo, di bronzo, che si contorce fra i legacci”.

L’altro corno della lumaca – le palpebre si dischiusero ancora una volta nel reiterato tentativo di arrivare alla coscienza – toccò la faccia del Soria più vicino e, nel bruciarsi anch’esso, indietreggiò disordinatamente verso il sogno.

“Non emette neanche un suono, ma il volto dell’uomo di bronzo rivela che, almeno per il momento, sta impazzendo di dolore. Il suo fallo, grande ed eretto, è legato al ventre – con delle corde, come tutto il resto – con tanta forza che le funi devono provocargli un male enorme” / aerorazzi / mosche dalla testa rossa / grandi piani color nero sogno / batraci vitrei / fiori in aria liquida / altopiani pietrosi / gioielli elementali / la faccia di quella che continuo ad amare nonostante la Dea dell’Abisso / terremoti / disintegrazione di nuclei.

Siccome la lumaca non aveva più occhi sulla punta dei corni, si agitò, simile a un sisma, per svegliarsi malgrado il Soria.
E Iseka si svegliò.
Juan Carlos Soria non era più nel suo letto. Era stato il primo ad alzarsi, e d’un balzo. Girò il volto e disse a quello del letto di mezzo, suo fratello:
“Luis: alzati che sto già preparando il caffè”.
Luis Soria si mosse e si tirò su. Impiegò solo una frazione della velocità utilizzata dall’altro perché, a sentire lui, farlo con rapidità gli provocava le vertigini. Questo secondo Soria, sonnolento, guardò Iseka – che ora aveva gli occhi ben aperti – sprigionando l’odio primitivo che aveva sempre provato per lui, sebbene di nascosto (anche a se stesso). Il fatto che fosse ancora mezzo addormentato annullava la censura, e in quei momenti poteva permettersi ciò che reprimeva per tutto il resto della giornata.
Luis Soria abbassò lo sguardo e trovò i suoi calzini neri, decorati con artistici rombi rossi, gialli e verdi. Se li mise. Anche le scarpe. Grottesco e carico d’odio e in mutande si diresse alla cieca verso i pantaloni, che giacevano vicino al tavolo, su una delle due sole sedie della stanza. Quando cominciò a infilarseli, Iseka si stava già alzando, e cercava di convincere se stesso che nel giro di quattro minuti avrebbe preparato il mate, e tutto avrebbe avuto un sapore migliore. Non era vero, ma bisognava crederci disperatamente. “Inoltre, pensaci, Iseka, oggi è sabato e non devi lavorare”.
Iseka finì di alzarsi.
In realtà, il peggio della giornata ormai era passato.
Ma non anticipiamo nulla, perché magari la precedente affermazione è solo frutto del nostro ottimismo. I fratelli Soria gli davano consigli. Soprattutto Juan Carlos, il maggiore, quello che tra i due aveva l’ultima parola; il più grosso, faccia da indio, con i capelli simili a stoppa (l’altro Soria aveva i capelli ricci e piccoli grani sulla faccia). Super Soria, per i suoi atteggiamenti e le sentenze, era una specie di scorrettissimo Lao Tse, un tànghero cerimonioso, un furbacchione rozzo e zotico. Quel gentiluomo di Versailles lanciava grugniti cortesi. Quasi madrigalesco nella sua villana sgarbataggine; risoluto e scaltro nel diffondere vizi e idiozie. Un vero Budda oligofrenico. Un autentico Maestro Illuminato, ma privo di elettricità cerebrale. Coscienzioso nella missione che si proponeva: mettere la sua pesante zampa nelle sabbie mobili di ciò che si ignora. Era il vuoto letterale. Un’autorità in fatto di vaghezza e imprecisioni (nel commetterle, voglio dire). Documentatissimo nelle tecniche più avanzate per incorrere in errori minuziosi. Solo per un margine millimetrico le sue frasi sfuggivano al raggiungimento dell’impossibile falsità assoluta. Inamovibile, inalterabile nella sua idiozia. Un autentico monaco zen al quale un indio jivaro avesse rimpicciolito il cervello, lasciandogli però un bel testone. Un SS; magari non per la razza, ma di sicuro per la fronte: mezzo dito. Un’unica circonvoluzione.
Riporterò alcune frasi di Juan Carlos Soria; non come le pronunciava lui, ma come suonavano per Iseka, dopo averle tradotte da un gergo impossibile: “Il Tao di cui si può parlare non è il vero Tao; è chiaro, capo?”. “I nomi che possono designarlo non sono i nomi assoluti, non è così, governer?”. (Fotografia scattata in volo dalla macchina per viaggiare nel tempo cockney). “Il senza nome è il principio del Cielo e della Terra. Il nominato, la matrice di tutte le cose. Smetti di frugarti fra le dita dei piedi, Lui’”. “Entrambi, quello che non si può nominare e quello che si può nominare, in realtà sono lo stesso. Ignoro il suo nome, perciò lo chiamerò Tao. Non conosco il suo nome, pertanto lo chiamerò Grande”. (Firmato: Lao Tsoria). Figlio di mille puttane. Confusoria disse: “La violenza è deplorevole”. E ancora: “L’uomo prudente deve commettere pochi errori e non morirà mai della morte delle mille ferite”, disse Juan Carlucio. Eccetera, e altre. Soria che mangia yoghurt zuccherato. Budda disse: “Tutte le teorie sono grigie. Verde è soltanto l’Albero della Vita”. Soria, che aveva pescato questa frase dal suo unico libro, che leggeva ogni giorno per dieci minuti – I diecimila migliori pensieri dei forzuti cerebrali –, procedette a interpretarla. La sua rivelazione era la seguente: L’Albero della Vita è lo yoghurt. Bisogna consumarlo ogni mattina per diventare verde come l’Albero ed essere giovane e forte e bello come me, il Soria. Confucio disse: “Iseka: questa è la cosa più salutare del mondo. Invece del bicchierozzo di vino pieno di coloranti che butti giù tutte le sere, comprati mezzo chilo di pane e uno yoghurt, che ti nutre senza farti danno” – la parola “danno” invece di “male” l’ha trovata scritta nel libro menzionato sopra. In quel caso era usata correttamente; succedeva che lui la impiegasse anche in circostanze tipo “il carburatore sta danno”, ecc. Poi proseguiva, guardando i manoscritti del romanzo incompiuto di Iseka: “Perché, invece di scrivere cazzate – bah, non so cosa sono, ma a che ti servono, eh? –, non vieni con noi all’autolavaggio, lavori nove, dieci ore al giorno, quelle che vuoi, e fai quattrini? In questo modo cominci a farti una posizione e un domani puoi comprarti un chiosco o un negozio o qualcosa del genere. Io te lo dico sinceramente: penso di fare così. Ecco perché lavoro e risparmio. E tu devi fare lo stesso. Ragiona”. “Non immischiarti nella mia vita privata, Soria”. “Ma come posso non immischiarmi!? Devo aiutarti a ragionare”. Con il livello più basso di rispetto per l’altro, ficcanaso e figlio di puttana.

Mentre l’acqua per il mate si scaldava, Iseka, come tante altre volte, rivide momenti della sua convivenza con i Soria in tempo reale, come se l’attualità non gli bastasse: s’impadroniscono delle sue cose e/o le usano. Si fanno la barba nel suo bricco di alluminio che gli serve per scaldare il latte, non lo lavano, e il suddetto bricco rimane pieno di peluzzi corti. Si siedono sul suo letto gracchiando, strepitando, cinguettando, cicalando allegramente, ecc. Lanciano squittii di gioia analoghi a quelli dei sordomuti nei bar, ecc. Si rivolgono a Iseka, che beve vino per riuscire a sopportarli: “Non bisogna bere vino. Fa male. Mangia lo yoghurt, che non ti fa male allo stomaco ed è buono per il fegato e inoltre nutre”. Poi loro arrivano alle tre di notte brilli, sbronzi o ciucchi, accendono la radio, chiacchierano mentre si svestono e si infilano a letto. “Perché Beto”, un altro dei loro fratelli: erano dieci, “mi ha detto: “Tu con quella tipa…””. “Sì, chiaro, ma tu sai com’è Beto. Lui è all’antica. Ora, ti dirò, sinceramente: lei è una cretina”. “Certo!, però è anche bona”. “Non dico che non sia bona. Dico che è una cretina. Le piace andare in cerca di rogne”. “E… sì. Però è bona”. “Sicuro che è bona. O perlomeno ha un bel culo. Lo giuro sulla mia sborra, come dice il basco dell’altra stanza. E quindi dopo Beto non voleva entrare nel taxi”. “Chiaro, lui all’inizio non capiva quello che gli dicevamo… be’, a quel punto eravamo tutti sbronzi; io credo che fosse sbronzo persino il poliziotto”. (Risate di entrambi). “Chiaro, tu lo sai quanto è forte Beto: forte come un toro è. Voleva già prendere a pugni il poliziotto… Eh… Eh? Non è vero che voleva già prendere a pugni il poliziotto? Tu che ne pensi?”. “E, sì. Io credo… Allora vuol dire che dopo Beto…”. E via così. Personaggio Iseka non riesce a dormire a causa delle voci di questi tipi. Se adesso si zittissero, malgrado lo abbiano svegliato, magari potrebbe conciliare il sonno. Mezz’ora dopo, però, quando è completamente sveglio, stanno ancora parlando. Finalmente tacciono, ma Iseka non riesce più a riposare e vede gli altri che dormono come sassi. “E domani devo alzarmi… ma quale domani del cazzo: adesso, nel giro di un paio d’ore devo essere in piedi e andare al lavoro”.

[…]

Iseka finì il secondo bollitore di mate. Era una bella giornata e così si preparò per uscire. Si infilò frettolosamente in tasca diversi fogli in bianco di un brogliaccio, una penna a sfera, e se la svignò bombardato da vicino dalla musica soriatica. “Torna presto, Iseka, ricordati che il pranzo è alle…”. “Sì, sì. Lo so a che ora è il pranzo, Soria”. Rompicoglioni. Che imbecille sei, Soria. E va bene. Evacuiamo il settore. L’esercito napoleonico si ritira dalla Russia. Ci cacciano. I russi non ci vogliono. Comunque, devo ammetterlo, i soria sono i migliori nemici di stanza che abbia mai avuto. Le azioni di questi balordi non sono esenti dal militarismo. Un fervore castrense soria, naturalmente. O russo. Perché i soria, come quegli altri, annientano il nemico per saturazione. Là dove devono impiegare dieci soldati ne mandano mille; quando occorrono cinquanta cannoni ne usano diecimilacinquecento. Non attaccano finché non sono sicuri che il rapporto di carrarmati è di ottanta a tre in loro favore.

Il Nord e il Centro della stanza – chiamiamo l’insieme geografico Stanza del Nord, per semplificare –, saturi di soria, ci costringono alla corsa agli armamenti. Sono soliti farci offerte di pace, ma noi tecnocrati non partecipiamo ai tavoli delle conferenze. Stanza del Sud Resiste su Tutti i Fronti. Viktoria. Il Wagner Trionfante[1] decora il maresciallo von Mozart con la spirale di uccelli con diamanti e il clavicordio di prima classe munito di spade. E questo è tutto. Soria finocchi. Bisognerebbe essere in grado di difendersi dai propri nemici mediante cose come: l’arte di combinare i suoni, il tempo, o qualsiasi altra. Creare musicalmente: una delle differenze tra la morte e la musica. E così, con una presa di judo musicale, obbligare Thanatos, che viene per te, a ruotare sul proprio asse facendo sì che giri di centottanta gradi e si rivolga contro i tuoi nemici.

Piano d’attacco soria: far saltare i miei ponti; bloccare le vie d’accesso per impedire che mi arrivino vettovaglie; far tacere le mie guarnigioni con il fuoco dei mortai. Infine: prendere d’assalto la mia posizione. Fino a questo momento le mie difese sono state: fumare narghilè magici fatti di arbusti e legni dalle strane fragranze. La mia collezione di pipe giganti. Ne ho una formata da giungle tropicali: il fumo passa attraverso un labirinto di ligustri. Un’altra è stranamente piena di uccelli variopinti e di scimmie urlatrici. Per niente pigra, lo garantisco. Dà la stessa sicurezza di un elefante che pronunci un discorso carismatico di fianco a un vaso Ming. Eppure, mi ha dato solo soddisfazioni. Ne possiedo anche una attraverso la quale si respira un deserto immenso. Oggi è il mio compleanno e mi sono visto obbligato a passarlo con i soria. Con i Soria. In effetti: oggi ho ventisei anni e sei mesi. Un’altra settimana è andata a finire nella camera a gas. Sento ogni lunazione come un giorno unico. Si vive quattro giorni al mese. Si capisce il motivo della disperazione? Quarantotto giorni all’anno.

Personaggio Iseka monologava tutto questo fuori dalla stanza fondamentalmente soria. Ma non era uscito dalla pensione. Si fermò nel corridoio che la lavandaia usava per stendere le lenzuola di tutti gli inquilini. Come si è già detto, era una giornata piena di sole. Sì. Ma nei quattro giorni precedenti, di pioggia ininterrotta, non vi fu povertà o miseria che non venisse a galla: indecente come la gravidanza di un mostro. Poi arrivava il sole totale. Allora la lavandaia della pensione ne approfittava per lavare tutte le lenzuola; e queste, insieme ai panni degli inquilini, riempivano completamente la terrazza. Una terrazza che, dopo la brutale oppressione della pioggia, sarebbe stata adatta per una sfilata. Gli indumenti bagnati, soprattutto quelli di una certa grandezza, creavano un labirinto di logoramento analogo a quello creato dalla pioggia. Non potevi fare un passo senza andare a sbattere il naso contro un lenzuolo o un paio di mutande a fiorellini. Iseka, oltretutto, doveva far asciugare i suoi stivali e le calze bagnate dalla pioggia dei giorni precedenti – dinanzi all’impossibilità di riparare i buchi delle sue calzature per mancanza di mezzi. Cioè: gli sottraevano il suo giorno di sole totale con le miserie della pioggia dei giorni precedenti; come un plusvalore che non finiva mai di pagare. Le miserie di Iseka erano una sorta di potenziale in agguato che aspettava il momento per scatenarsi. Quelle figlie di puttana erano capaci di attendere un anno intero, se necessario; ma alla prima pioggia, zac. Così, questa aggressione permanente, questo crimine assoluto. Anche uccidere un individuo è genocidio. Camminare in modo molto precario sulla lama del castratore, non sul filo del rasoio. I campi di concentramento e una Dien Bien Phu circondata da soria.

Iseka salutò la lavandaia, una brava donna santiagueña che gli voleva bene e che varie volte gli aveva dato un piatto di zuppa. Scese la scala sinistra e si ritrovò in strada. Dato che era troppo stanco per prendere un autobus o il metrò, cominciò a camminare in mezzo alla gente. Ogni folla nasconde un cimitero, come si suol dire. Ma i cadaveri non sono i corpi dei componenti della folla, bensì quelli dei tizi che quei bastardi hanno assassinato.
Una vetrina. Iseka Personaggio, perché insisti a ricordare che mancano ancora ventiquattro giorni e un’ora per riscuotere? Perché non pensi invece a quelle mani ortopediche che vedi dietro il vetro? Di un bel colore rosa.
Iseka entrò in una zona pedonale affollata di soria; ma da un appartamento, fatto insolito per il luogo e l’ora, si sentì Wagner in uno dei suoi Blitzkrieg sessuali. Ah, Richard!: i palazzi che hai costruito per Cosima, tenendo conto della zona sud della donna.
Iseka decise di affrontare il peggio una volta per tutte e di infilarsi in mezzo alla calca. Era l’offensiva di primavera. L’offensiva russa, però. Si avvicinò a un assembramento. Domandò. “Non so”. “Non so”, rispondevano fingendosi ignoranti. “Sarà che mi vedo così diverso?”. Comunque, alla fine venne informato. “Hanno ammazzato un tipo”, disse un soria. Un altro commentò: “Uh, pitty“. Personaggio Iseka vide chiaramente cadere dal cielo, coprendo i tetti degli edifici, una precipitazione radioattiva. Nessuno si rese conto che una gioventù era stata assassinata con una carica nucleare di 1.200 ore, cioè 78.000 minuti, equivalenti a 4.680.000 secondi. Come sarebbe bello avere una riserva temporale per attaccare i soria in ogni luogo contemporaneamente. L’attacco alla Russia: un’estate qualsiasi in un’alba inaspettata. Ma la gioventù non basta. Mi accontento di mettere da parte un minuto lucido e di allungarlo senza spoletta a Luis e Juan Carlos Soria mentre stanno mangiando distratti. Non sarà facile. Le ore dei soria si infiltrano attraverso le zone smilitarizzate e si lanciano come kamikaze contro le mie posizioni. Mi metto a scrivere, e migliaia di minuti, sputati dalle loro mitragliatrici pesanti, si conficcano nel terreno accanto al mio letto. Vicino a me un cieco finge di mangiare un cioccolatino e mi allunga la carta stagnola. Un minuto senza scoppiare. Bisogna togliere il detonatore. Chiamate la squadra che smonta i minuti. Occhio all’anti-Mozart figlio di puttana.

Personaggio Iseka comprò il quotidiano. La prima cosa che lesse:

“Scontro sulla frontiera. In un episodio non del tutto chiaro, in un posto di frontiera della Tecnocrazia, guardie di quel paese si sarebbero scontrate con i membri di un plotone soria provenienti dall’Ottima Delegazione, che avrebbero attraversato il confine per errore, confusi a causa della nebbia. Una granata soria è esplosa vicino a un soldato tecnocrate. A tale soldato sono state estratte quaranta schegge di minuto che gli si erano conficcate in corpo. È stato necessario toglierle con una pinza, un secondo alla volta. La cancelleria di Soria ha presentato le sue scuse a quella tecnocrate per l’incidente.”

Iseka accartocciò il quotidiano e lo buttò via. Che peccato. Sarebbe venuto a conoscenza di molte notizie interessanti.
Frammenti del giornale che Personaggio Iseka ha buttato via:

“Le bombe di rotelio in genere sono congegni con una capacità temporale complessiva fra le 2 e le 6 ore (ci riferiamo all’ora megatempoton, chiaro). Negli arsenali termonucleari si trovano i Superspaventosi Orrorifinali, di 40 e 60 ore. Anche se padroneggiano la tecnologia per produrre l’arma di 120 ore sofisticatissime (sono così potenti perché vengono allattate con latte di porco), entrambe le potenze si sono accordate per non usarla in caso di conflitto, perché metterebbe in pericolo la struttura temporale dell’Universo. E allora sì che sono cazzi da cacare.”

Un altro brano del giornale:

“Racconti di soldati. Come i nostri lettori sanno, la guerra civile che dissangua Chanchín – divisa in Chanchín del Nord e Chanchín del Sud – da più di dieci anni ha dato luogo a innumerevoli racconti di guerra. Per un chanchinita è una banalità che non merita di essere raccontata dire che un soldato, entrando in un campo minato, ha calpestato un minuto ed è diventato merdavolante. Ma per i nostri lettori che vivono – fortunatamente per tutti – in pace, forse queste storie possono avere qualche interesse.”

Alle ore 3:15 abbiamo attraversato la zona smilitarizzata per dirigerci verso il nemico. Un’ora prima, i nostri aerei avevano fiaccato la postazione con un bombardamento di 1.200 minuti.
Che cadevano fischiando. Scoppiavano nell’impatto con il terreno e anche un po’ prima, sparando centinaia di secondi a grande velocità. Una volta in prossimità del nemico, ho dato l’ordine di mitragliare la postazione con secondi traccianti. Poi, a un mio ordine, le truppe sono avanzate con l’appoggio dei blindati. Gli effettivi di Chanchín del Sud hanno contrattaccato quasi subito. Mi ha sempre stupito la capacità dei loro comandi di riprendersi dalle peggiori sorprese e di costituire nuove riserve. A ogni istante si sentivano dal nostro lato ordini come questo: “Carrarmato a destra! 450! Fuoco!”. Nella nostra avanzata scorgevamo a entrambi i lati un mucchio di carrarmati in fiamme, nemici e nostri. Non c’è niente di più spaventoso che vedere per la prima volta un carrarmato incendiato. È deprimente constatare che anche un mostro simile può essere distrutto. Poi ci si fa l’abitudine.
Una casamatta ci disturbava. Un ufficiale ha preso un minuto di grande potere esplosivo e di elevata disgregazione e lo ha lanciato dalla bocca. Il minuto è esploso in 60 secondi, che a loro volta hanno deflagrato in 60.000 millisecondi. La via era sgombra e abbiamo continuato ad avanzare!

In un’altra pagina:

“I fisici temporali che lavorano all’accelerazione delle particelle sono esposti a un grande pericolo. Un secondo radioattivo è riuscito ad attraversare il blindaggio protettivo di uno studioso – un giovane promettente di trentadue anni – mettendolo nella merda per sempre.”

Personaggio però non lesse niente di tutto questo. Il giornale era rimasto molto indietro e Iseka osservava i vetri dei palazzi, come se questi fossero enormi armadi di una pensione. “Nel nascondiglio; sempre nel nascondiglio con i miei fantasmi, in mezzo a foreste sfuggenti. Come specchi. Una pensione è una porzione di terra circondata dall’acqua. Un anno e mezzo fa vivevo in calle Carlos Calvo. Ora, dopo le nostre grandi vittorie in Russia, vivo in calle Alberti: una porzione d’acqua circondata dalla terra. Magnifico.

“Il suicidio è praticato dai più grandi sportivi. Si può catturare al volo la preda solo una volta[2]. È talmente costoso che viene attuato solo da persone molto ricche. Dopo averle prese, si contano e si esibiscono le prede, che vengono guardate e anti-toccate da quelli che non si sono arrischiati ad acchiapparle.

“O magari no. Uno non si uccide affatto. E che schiattino i soria che devono sopportarmi. Io, per le mie origini, ero una persona eminentemente agricolo-allevatrice. Seminavo grano e mais in immense estensioni. Un giorno comparvero le cavallette. Non rimase neanche un filo d’erba. Allora mi misi a mangiare gli insetti colpevoli: ridurli nel mortaio in una pappetta che, trasformata in torte seccate al sole, mitigasse la mia scarsità di cibo. Dopo aver perso nello stesso modo vari raccolti di seguito, nella mia mente nacque l’idea di industrializzarli. Vale a dire: smettere di lottare invano contro gli ortotteri locusta[3] e, come nel judo, sfruttare lo slancio del nemico e volgerlo a mio favore. Così seminai tanto grano e mais come non avevo mai fatto, affinché gli animaletti se li mangiassero. Riuscii a impiantare una catena di produzione industriale. All’inizio, dagli insetti ottenevo soltanto pane e olio. Poi, progressivamente, tutta l’industria pesante. Quando lei arriva, comincia la primavera. E se le cose stanno così, perché sopporto i soria? Perché sono uno sfasato e un coglione. Sono venuto a vivere qui, proprio sul confine, in questa città condivisa da soria e tecnocrati. Da qui si vedono i territori di Soria. Credo che mi restino due soluzioni. O diventare completamente soria anch’io, o trasferirmi nei domini tecnocrati del Controllore. Vuole dirmi chi cazzo mi ha ordinato, per un senso di purezza malintesa, di sfidare i soria qui alla frontiera, di rendermi visibile? La pensione in cui vivo e lo stesso lavoro che faccio – spazzino – sono sul confine tra l’essere e l’anti-essere, equidistante da Tecnocrazia e Soria. “Da parecchi anni sono stato espulso all’Est di Mozart e posto sulla frontiera tra il sesso e il nulla. All’ingresso hanno messo degli angeli wagneriani armati di spade di fuoco per impedirmi di tornare”, ho scritto tempo fa. E perché deve continuare a essere vero? Ciò di cui ho bisogno è imparare qualche astuzia. Lo sfruttamento delle cavallette mi sembra un buon inizio. Sarà una disgrazia se neanche con questo procedimento ti va bene e i soria continuano a individuarti. I metafisici si sbagliano: il problema non è “essere o non essere”. Essere o Antiessere è la questione. Il nulla costituisce soltanto una delle conseguenze che subiscono gli uomini e l’essere stesso a causa della loro sconfitta di fronte all’Antiessere. Entità diabolica, quest’ultima, che, lungi dal limitarsi come un pazzo a colpire un gruppo di persone, compie un attentato contro il cosmo intero, imponendogli la discordanza in progressione geometrica. Ma, come dicevo: occorre avere un po’ di astuzia… e di humor. Il procedimento di mangiarsi le cavallette, ecco”.

E Personaggio Iseka, come in un gigantesco teatro, cominciò a balbettare con mille labbra, come diceva Wilde: “Sono terribilmente preoccupato, Ettore ettoride: quest’anno le cavallette sono in ritardo. L’invasione si fa attendere. Dove sono le cavallette benefattrici? Non potremo far altro che mangiarci il grano e il mais, a cui il nostro palato si è disabituato. Crisi dell’industria pesante. Razionamento dell’olio. La Langostian & Company sta per fallire. Le cavallette: bisognerà cadere nel paradosso di doverle sintetizzare? Osso delle Tombe, il suo aiutante, si presenta a Personaggio e gli dice: “Devo informarla, Superduca, come se le nostre disgrazie fossero poche, che hanno rubato i tini dove conservavamo le olive sacre dell’Imperatore”. Iseka: “Che orrore. E dimmi: non puoi portarmi almeno una zuppa di volatili e una braciola di chelonidi?”. Osso delle Tombe: “Impossibile, Sire. I volatili a cui non hanno tirato il collo poco fa li hanno fatti doremifasol. In quanto ai chelonidi, sono scomparsi”. Iseka, disgustato e spaventato: “Aaaah! Dove sono i chelonidi? È possibile che si siano rubati anche i chelonidi, dopo che li nutrivamo con pane e latte?! Si sono rubati le olive sacre e i chelonidi!””.

Personaggio Iseka fa svanire il teatro della sua mente e spazza gli edifici con le dita usandole come se fossero un rastrello gigante con cinque denti.
Dice fra sé: “Speriamo che non sia così. Perlomeno vale la pena provarci”.
Diede le spalle alle terre di Soria e si diresse da una sua zia, che gli voleva bene, perché gli trovasse un lavoro nella compagnia telefonica. Che non era un granché, ma sempre meglio del Campo di Concentramento. Ciononostante, doveva ripercorrere per l’ultima volta la strada già fatta. Entrò nella stanza. I Soria erano andati al cinema. Fece un fagotto con le sue opere e i suoi scarsi effetti personali, secondo la famosa espressione, consegnò la chiave a Don Flores e se la svignò. Era ora. Se fosse rimasto ancora un minuto, chissà cosa gli sarebbe potuto succedere. Uscì in strada. Attraversò gli edifici smilitarizzati della frontiera e si inoltrò nella zona tecnocrate della città.
Era nel paese del Controllore.


[1] Il Don Giovanni de Il fantasma dell’opera di Leroux.

[2] Doppio senso intraducibile: il termine pieza in questo contesto indica un animale preda dei cacciatori, ma anche una stanza, difficile da trovare; la sottostante metafora è che se il suicidio fosse un animale sarebbe difficile catturarlo [NdT].

[3] In realtà si tratta della grossa locusta terribilissorialor, specie nuova – o molto vecchia –, secondo come la si guardi. Pertanto sarà un’impresa disperata cercarla nel dizionario, a meno che si tratti di un dizionario soria.

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