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Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono?

I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso – casse integrazioni ballerine – e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito – i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l’azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po’ malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell’università telematica eCampus e un video sull’eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un’onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull’orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l’ossigeno… Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

Certo, si potrebbe osservare, ancora con la carta nel 2014… Ma anche i giornali on-line sembra rischino di chiudere. Il sito del Paese sera – “la voce di Roma”, solo digitale da anni ormai – è ancora funzionante, ma seconda notizia in home page, dopo quella del traffico della Capitale lento e costoso, è questa: “La proprietà ha annunciato informalmente che tra qualche giorno porrà in essere la liquidazione della società. I contratti rinnovati dai giornalisti nel mese di marzo diventeranno carta straccia. Il gruppo Parsitalia Media ha fatto un passo indietro, nonostante avesse già fatto investimenti in funzione dell’ingresso nella società”. Italia Oggi nemmeno un mese fa declamava una sorta di bollettino medico per Linkiesta e per l’Huffington Post, un milione di euro di perdite annuali per uno. Un po’ meglio gli altri, ma con rossi considerevoli: Il Post, Lettera 43, Blitz Quotidiano
E infine in questi giorni d’estate – i peggiori per essere sensibili agli interessi dei lavoratori, me ne rendo conto – l’allarme suona per l’Unità. La casa editrice, la NIE di Matteo Fago, è in liquidazione; il PD non sa bene che fare. Renzi l’ultima volta che ne ha parlato ha buttato lì l’ipotesi di una spending review casareccia: due giornali per un partito sono troppi. Intendeva l’Unità ed Europa, che vive quasi solamente on line ormai.
E potrei continuare. A spulciare la rete, emerge una fungaia di comunicati sindacali agguerriti, di appelli dei giornalisti all’editore affinché con un orgoglio imprevisto salvi la baracca, agli investitori che samaritanamente ci ripensino, ai lettori che solidarizzino. L’impressione è quella di osservare una montagna che crolla, al rallentatore. Una parabola impietosa, ma forse normale, quasi fatale uno direbbe: nell’era dell’informazione su internet, tutto cambia, tutto ciò che è solido evapora nell’aria.
C’è un elemento di questo declino dei giornali che però appare meno prevedibile del resto. C’è una nota che stona nelle pagine dei commiati, delle lettere di solidarietà. I commenti.
I commenti dei lettori sono un coro decisamente uniforme, e – almeno per me – spiazzante. Dicono: “Chi è causa del suo male pianga se stesso. Se è diventata come i giornali di B. questa è la fine che merita.”, “Si trovino un lavoro con le loro competenze (se le hanno…), e se avranno successo sarà per meritocrazia e non grazie ai finanziamenti pubblici. La pacchia è finita!”, “Finalmente. Chiudessero ste merde”, “Se non hanno lettori perchè dovremmo pagare tutti noi i loro stipendi? Io non leggo quel giornale e quindi non voglio finanziarlo!”, “Godo. Giornale divoratore di soldi pubblici. Si cercheranno un lavoro vero. Come me, che lavoro senza che lo Stato mi sovvenzioni”. “Questi giornaletti senza aiuti di stato non vanno da nessuna parte. Speriamo ne chiudano altri, di quelli che prendono i nostri soldi”.
Su facebook, su twitter, ovunque, il tenore è simile. Chi si mette dalla parte dei lavoratori, viene sbeffeggiato. Chi ricorda la storia della testata o si appella al valore del pluralismo, considerato uno zombie. Chi difende il finanziamento pubblico, direttamente un ladro. Anche tra colleghi, tra giornalisti, la solidarietà è solo di facciata, si sente piuttosto un’aria da mors tua, viticina mea. È arrivato il repulisti. Soffiano gli spiriti animali.
Che senso ha tutto questo? Sono così brutti, vecchi, sorpassati, malgestiti questi giornali che chiudono, quelli sprofondati nella crisi nera, quelli che provano a respirare con più forza mentre noi vediamo la corda che si stringe rapidamente intorno al loro collo? Sono così mal pensati anche i giornali nuovi? Sono vittime di business model toppati in pieno quelli che accumulano debiti incompensabili?
A quale segno dei tempi stiamo assistendo? Cosa vuol dire: che la coscienza di classe è un residuato novecentesco canceroso da ripulire tipo l’eternit? Che una civiltà giornalistica di tutelati (professionisti, articolo 1…) sta finendo, distrutta dalle orde di freelance, forse preparati, sicuramente sottopagati, sconfitta – leggi: schiantata – dagli eserciti di opliti produci-click? Perché non si manifesta nessuna solidarietà tra lavoratori? Perché effettivamente ci si sente in due trincee opposte: i vecchi e i giovani? Perché c’è un retrogusto dolce a veder affondare quel giornale in cui un caporedattore l’altroieri mi ha rifiutato un pezzo, non rispondeva mai alle mail e adesso è disoccupato come me? O è una banalissima Schadenfreude? Gioiamo delle disgrazie altrui, proviamo un piacere misto al sublime nel contemplare il disastro, declini che somigliano a affondamenti: finalmente se ne vanno a casa, quelli scarsi, gli stipendiati coi soldi pubblici, i parassiti, chiedessero i soldi agli strozzini per pagarsi i mutui?
Ma seppure questa è la risposta di default, l’istinto, la reazione belluina, la dichiarazione à la Grillo – grande pedagogo dell’odia il prossimo tuo – c’è un altro interrogativo più pungente che ci si rivela appena le bollicine sulla superficie si sono dileguate e la pietra legata alla corda si è ormai inabissata: noi, siamo sicuri di essere quelli bravi noi? Quelli che – nella crisi di sistema – si salverebbero, perché hanno affinato le competenze: le lingue fluenti, la dimestichezza con wordpress e con le infografiche, la velocità, la disponibilità perenne, la versatilità?
E ancora, più a fondo, una domanda che scova un’altra domanda, come se avessimo scoperto una vena scavando in un terreno che non pensavamo così friabile: Noi, che cosa proviamo? Quale sentimento, dico?
Visto che non abbiamo avuto mai nessuna certezza, possiamo sempre sentirci al riparo nella stiva, come gli schiavi nelle rotte dall’Africa all’America nel 1700?
Conosciamo bene il futuro che ci aspetta; allora forse è preferibile soccombere nella prossima burrasca?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
30 Commenti a “Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono?”
  1. Liborio c. scrive:

    Grazie.

  2. Enrico Marsili scrive:

    Azzardo un ipotesi: se i giornali chiudono, forse e` perche` non hanno abbastanza lettori. E se non hanno lettori, vuol dire che non sono fatti bene.

    E` solo un ipotesi, ovviamente, e mi dispiace per i giornalisti a spasso.

  3. Eduardo scrive:

    I social media hanno tirato fuori il peggio della società!
    Eliminati tutti i filtri, quello che viene sempre più a galla è il fondo melmoso ed inquinato.

  4. Maurizio. scrive:

    Più volte ho provato a trattarne, ma davvero pochi sono quelli che riescono a disquisre sul sottile limite che esiste tra ‘libertà di stampa’ e ‘diritto di informazione’ da difendere a ogni costo. Da anni, ma tanti anni, Il Manifesto ha sviluppato una linea editoriale alquanto sofisticata. Nelle pagine di approfondimento si sono ,… nel tempo e non certo agli albori, insediati articolisti e ‘intellettuali’ di gran cultura ma che, nel loro essere, paiono un poco lontani dall’essere comunisti’ come la testata vorrebbe.Anzi, sembrano intrattenere dialoghi comprensibili solo tra consimili. Non sto qua a fare l’elenco di decine e decine di pagine di cultura assolutamente ostiche ed illeggibili, di contributi di ricchi intellettuali sul quotidiano ‘comunista’. Perchè non è questo il punto . Il punto sta nel fatto che mentre io riuscivo a seguire il filo ( ah, il dibattito sul post moderno! oppure la recensione al film di Sorrentino , seguita da decine di commenti di chi nulla aveva capito) i mie amici ‘comunisti’ non riuscivano. Per loro era out. Illetterati che non sono altro! Sono muratori, pittori, idraulici. Elettricisti.Beh? Fatti loro! Mica tutti possono leggere tutto.
    Cosa c’è di male a diventare un giornale di nicchia? Nulla,se non fosse che questo giornale si piglia, solo per quest’anno, 4 MILIONI DI EURO per sopperire alla mancanza naturale di lettori. Cioè: senza cannoni artificiali, niente neve. Prima di gridare al liberista sfrenato reganiano, il che mi si addice molto poco, pensate: quale è il limite tra l’uso del denaro pubblico per una stampa libera e rivolta a tutti, e un giornale sempre più chiuso su se stesso che sa di poterlo fare tanto arrivano i denari pubblici? Mancando i quali si può sempre gridare all’attentato alla liberta?Il mio vicino di casa è comunista, ma non è istruito. E’ comunista davvero neh? Ho pensato di metterlo di fronte a questo brano ‘ “Presentismo: ultima deriva dell’uomo contemporaneo” l’accusa non andrebbe genericamente rivolta al postmoderno, ma ad una certa interpretazione (anche qui interpretazioni) leggera del postmoderno stesso, interpretazione che ho definito con il termine “presentismo”, o altre volte “pensiero molle”. Secondo questa particolare visione del mondo (il presentismo appunto) non solo nel mondo non c’è una verità, ma le interpretazioni sono inutili, perchè tutto si equivale e non vale la pena neppure provare a cercarla la verità. Mentre quindi i migliori spunti della neoermeneutica …( segue)’ . Ma non ho avuto la forza di dirgli ‘ è scritto da un quotidiano rivolto a te ( comunista) e pagato con i denari tuoi’. Perchè forse si sarebbe un tantino adirato. E taccio sugli intellettuali facoltosi che da li danno lezioni, oppure sulle centinaia di bancarelle con magliette e veltronate varie marchiate ‘Manifesto’, che sono in tuttelefestedituttelecittà
    ditutteleregionie! Se questo dura da tanto tempo, se da sempre la linea editoriale resta immutatae da tanto si devono pigliare i denari pubblici, forse quella che alcuni chiamano ‘attentato alla libertà di stampa’, per altri è una semplice iniezione di realtà.
    Quindi fate tutte le cene che vi pare, e sottoscrivete con quanto denaro vi aggrada. Ma per la difesa della ‘libertà di stampa’ , per cortesia, cambiate simbolo.

  5. Gab scrive:

    Io non sono d’accordo al 100% con lo “scrivete come mangiate”. CIoè, non è che per vivere un giornale debba scrivere solo per un ipotetico lettore medio, altrimenti si diventa tutti uguali (la forma coincide con il contenuto, inutile girarci intorno) e il mercato si riduce ulteriormente. Poi, è ovvio e pure giusto che chi si autocompiace della propria irraggiungibilità stilistica (= nessuno ti legge) sparisca.
    Il problema è per me ben diverso: il giornale deve essere diversificato (diversi stili e contenuti: parla come mangi+volare alto), ma se non nasce un modello di business nuovo (e per ora non lo vedo, né ho particolari idee in merito), anche quelli che scrivono come mangiano sono destinati a scomparire, perché comunque il lettore si sposta sull’informazione online e gratis. Fino a quel momento, è guerra di tutti contro tutti per le briciole.
    Ci sono diverse idee in giro, ne cito due che per me non funzionano.
    1) Il crowdfunding, che è un modello nato negli Usa e che ben si adatta a quel mondo e non a questo (il giornalismo di comunità, l’inchiesta sul territorio finanziata dagli stessi lettori che hanno interesse a che la si faccia). Inoltre, funziona spot, sul singolo progetto, non su un progetto che abbia continuità. E’ più per freelance.
    2) Le Ong come “nuovi editori” (idea che circola nel mondo anglosassone), secondo lo schema: la Ong vuole attirare l’attenzione sul problema di cui si occupa; finanzia un giornale o una singola inchiesta; attira visibilità e quindi finanziamenti, così il ciclo si ri-alimenta. Francamente, dopo avere vissuto l’esperienza del mensile di Emergency e di PeaceReporter, ci credo molto (moltissimo) meno.
    Ho il sospetto che sia proprio il mercato italiano a essere asfittico, al momento non vedo soluzioni

  6. Mariateresa scrive:

    L’Unità contiene dei pezzi di grandissima, sublime lettura (uno su Matera, un algtro sullo stato della follia, in contempranea con la visione del film a tarda notte su raitre…) A me spiace moltissimo che chiusa. In boccalupo ai giornalisti dell?unità, a cui va tutta, per quel che vale, la mia simpatia!
    Bari, Mariateresa

  7. Giovanni scrive:

    Per me la cosa e’ semplice: niente utili si chiude, come qualsiasi altra attivita’. I giornalisti piangono il morto e chiedono che siano i contribuenti a pagare i loro stipendi, da taxpayer vi dico: ARRANGIATEVI

  8. Fabio scrive:

    “(…) Ho il sospetto che sia proprio il mercato italiano a essere asfittico, al momento non vedo soluzioni”
    È uno degli ultimi commenti che chiude così, e credo che sia in parte sbagliato. È il cervello del lettore italiano, e non il mercato, che è asfittico. La sua voglia di informarsi è passata dal “vecchio” comprare due o tre quotidiani per avere notizie e commenti comparati al leggere i titoli dei post su Facebook o bere a occhi chiusi il veleno venduto a caro prezzo dai guru del momento. Qui non si tratta di salvare la libertà d’informazione, ma di non far dimenticare che l’informazione vera esiste ancora. Se dovesse sparire, si tornerebbe d’incanto negli anni bui dei menestrelli e dei predicatori. Come dite? Già ve n’è qualcuno in giro???

  9. Friz scrive:

    Quella di Gab mi sa che è la fotografia più veritiera del momento attuale.
    Chi è fuori dal mondo giornalistico vede il finanziamento pubblico come una pratica insostenibile ed antistorica. Certamente deve essere rivisto il finanziamento secondo un’ottica di “servizio pubblico” che si svolge informando i cittadini, magari attraverso un meccanismo come quello del 2per1000 inaugurato quest’anno per i partiti politici.
    Sul business model siamo ancora nella fase delle sperimentazioni. Per pensare a voce alta, chissà cosa potrebbe accadere se le imprese destinassero buona parte del proprio budget pubblicitario alla creazione di nuove iniziative mediatiche online. Con stesso effetto di visibilità per i prodotti, ma un maggiore servizio alla collettività.

  10. Cristina scrive:

    La santanché non può comprare l’Unità ma Renzi può fare le leggi con berlusconi. Vai a capire…

    Il posto di lavoro si difende soprattutto lavorando bene.
    In una redazione di un quotidiano lavorare bene significa anche opporsi a linee editoriali che distorcono la realtà dei fatti.

    L’ho scritto qualche settimana fa e lo ribadisco: l’Unità non chiude perché qualcuno le vuole male o perché Grillo ha fatto il malocchio e perchè nei social ci sono gli incivili maleducati. Se l’Unità chiude è perché non è più un giornale, ha rinunciato da tempo ad essere il quotidiano del popolo, ha rinnegato l’idea che aveva Gramsci quando l’ha fondato.
    L’Unità chiude perché per compiacere il partito di riferimento ha, nel tempo, cacciato i suoi pezzi migliori, quelli che facevano il giornale, e che lo facevano comprare. E come ogni azienda che rinuncia ad essere competitiva valorizzandosi è arrivata al fallimento, che peraltro non è nemmeno il primo.
    Sarebbe bello che tutti quelli che si mettono in gramaglie quando un giornale rischia di chiudere lo facessero anche per le decine, centinaia di aziende e imprese grandi e piccole che hanno dovuto chiudere per motivi indipendenti dalla volontà dei loro proprietari.
    Il pd, al quale l’Unità si è sottomessa invece di fare il giornale indipendente dovrebbe chiedere scusa agli italiani per la politica infame che ha sostenuto in questi anni e che l’Unità ha enfatizzato con la sua propaganda che ha impoverito e annichilito non una redazione di giornale ma i tre quarti di questo paese.

  11. Andrea scrive:

    I giornali aprono e i giornali chiudono. I blog aprono, i blog chiudono. Le aziende aprono, le aziende chiudono. E’ il mercato, baby. E capisco perché non debba valere per il giornalismo. E’ nato il Fatto Quotidiano e in pochi anni è diventanto uno dei giornali più venduti in Italia. E’ nato il Garantista, vediamo come andrà. E l’Unità chiude. E’ il mercato, decidono i lettori. In più c’è una cosa chiamata crisi e un’altra chiamata Internet. Non capisco perché per la Casta dei giornalisti (termine insopportabile ma decisamente appropriato) il mercato deve valere solo per gli altri settori. E se chiude un giornale? Aiuti di stato o stracciar di vesti? Se c’è crisi, se c’è Internet ma soprattutto se altri giornali aprono, per forza di cose altri giornali devono chiudere. Per quanto gloriosi, antichi che sono. Se la gente compra altri giornali un motivo ci sarà, evidentemente. E non venite a parlarmi di democrazia. La democrazia c’è anche senza Unità (o xyz). Sia perché di giornali ce ne sono tanti sia perché, appunto, nuovi giornali aprono. E i lettori scelgono. Come scelgono quali merendine comprarsi e in quali ristoranti andare.

  12. Veronica scrive:

    Il piccolo problema è che questo commovente articolo c’entri ben poco con il caso «Unità» – giornale la cui diffusione cartacea è andata scemando a un ritmo impressionante nel giro di dieci anni, giornale che ha avuto una gestione aziendale a dir poco vergognosa. Che si può fare? Assolutamente nulla. E questo non ha chiaramente a che fare con l’avvento del giornalismo freelance e dell’Equo compenso, che sono altre tematiche. Perché i giornalisti – che, se non pubblicisti, sono liberi professionisti – non possono essere trattati come tutti gli altri lavoratori italiani cassaintegrati o esodati? Qual è la differenza? Il fatto che avessero articolisti – a esser gentili – scandalosi, che praticassero un giornalismo non obiettivo almeno quanto «Il fatto»? Piú domande e meno piagnistei.

  13. Dubček scrive:

    Il manifesto, sì proprio il quotidiano comunista, è professionista nella doppia morale. Sta con i precari, i freelance, i poveri e gli sfruttati e poi non paga i propri collaboratori, freelance e precari. Li affama, salvo rarissimi spiccioli che manco si avvicinano all’iniquo compenso. Ma il manifesto è anomalia positiva, è altro. Non può esser giudicato!
    Fa scrivere grassi e ricchi baroni, perché danno prestigio, e ogni giorno pontifica contro lo sfruttamento. Ecco, questi sono i cosiddetti “buoni”:

  14. Vulfran scrive:

    Mi sembra che in Italia si sia avviato una sorta di circolo vizioso: i giornali non approfondiscono, i lettori non vogliono approfondire le loro conoscenze. Un grande quotidiano di tradizione anglosassone, francese o tedesca in Italia sarebbe giudicato noioso, “da intellettuali”. Basta vedere su quali argomenti e sotto quali articoli si concentrano i commenti sui grandi quotidiani italiani, per non parlare del livello dei commenti. La stessa situazione si rispecchia nel giornalismo italiano, che, o fa pettegolezzo politico anziché idagare e interpretare (ormai sappiamo tutto delle divisioni intra- e interpartitiche sulla riforma del senato ma ancora non sappiamo quali siano le sue competenze specifiche…) oppure si rifugia negli articoloni leggibili da chi studia da svariati lustri la materia trattata. Ho generalizzato, certo, ma non troppo.

  15. helena scrive:

    Per chi ne è stato lettore e ancora più per chi ci ha lavorato, è molto facile capire tutto quello che non andava e che non va nei nostri giornali – Manifesto, Unità, Repubblica, Corriere (chi più ne ha più ne metta)
    Altrettanto facile è vederlo come l’ennesima manifestazione del decadente sistema-Italia, fatto di privilegi intoccabili, spesso articolati sul falde di diseguaglianza generazionale, nonché di logiche di posizionamento politico e partitico, indipendenti dal ricevimento del sostegno pubblico o dal finanziamento imprenditoriale.
    Così però sfugge un dato macroscopico che si può riassumere con l’antico provverbio del bambino e dell’acqua sporca.
    Noi, qui in Italia, ne abbiamo tanta.
    Ma il bambino – ossia il sistema dell’informazione giornalistica – è in grave pericolo ovunque. La crisi di sistema del giornalismo dipende dal suo passaggio su questo supporto qui dov’è disponibile a gratis. (vedi l’articolo di Jaron Lanier uscito qualche giorno fa -occorre dirlo – su Repubblica) . Ed è tanto più vulnerabile più l’economia di un paese è in crisi – questo vale anche per quelli molto più seri e “puliti” dei nostri, come la Spagna. Ovviamente la difficoltà colpisce di più chi non ha finanziatori forti che in genere coincidono con chi ha forti interessi economici e/o politici ( i giornali di area Berlusca sono redittizi? dubito – ma lui può permettersi di tenersi ugualmente quegli strumenti di propaganda e – spesso – intimidazione degli avversari)

    Ultima cosa: qui si parla di quest’argomento. Perché mai uno che si domanda che fine faranno i giornali e i giornalisti dovrebbe fregarsene del destino degli altri lavoratori esodati e licenziati, e della distruzione generale del tessuto socio-economico?

  16. massimo scrive:

    Chiunque creda di poter fare a meno di un giornale è un povero illuso, uno sciocco, un presuntuoso o tutte queste cose insieme. I giornali sono presidi di democrazia e stimoli intellettuali, senza i quali siamo condannati a navigare a vista tra bufale e gossip alla ricerca dei fatti, con pochissime possibilità, una volta trovati, di contestualizzarli e interpretarli, perchè nel frattempo siamo passati oltre, appena raggiunta la nozione pret à porter.

    Quattro milioni di euro per un giornale che non ha lettori? Anche dieci ce ne vorrebbero, perchè sopravviva e resista alle infami colonne di destra di troppi giornali on line e perchè possa offrire una sponda a chi non ne vuole mezza dei contenuti sempre più degradanti condivisi su facebook e similia

  17. Cristina scrive:

    Un giornale è presidio di democrazia quando si mette al servizio dei cittadini, non quando serve l’editore di riferimento che a sua volta fa da referente al politico e al potente che in qualche caso è la stessa persona, vedi berlusconi e De Benedetti. Per non parlare del CDA del Corriere della sera. Sentir parlare di libertà in pericolo in un paese dove l’informazione è classificata ai livelli del terzo e quarto mondo, dove mai si è voluto risolvere il conflitto di interessi, quello sì, che favorisce la testata ben protetta economicamente ma che a quanto pare è ben sopportato anche dalla parte politica a cui risponde l’Unità fa semplicemente ridere. Nelle redazioni dei giornali la libertà è stata messa, e da tempo, fuori dalla porta, e se dobbiamo dare “anche dieci milioni” a l’Unità bisogna darli a tutti. Altrimenti non è solidarietà ma vantaggio di casta.

  18. Giorgio scrive:

    Appoggio Cristina, basta coi vantaggi e coi soldi dei contribuenti a questi giornali ormai fuori dalla società, come stile e come modalità di fruizione.

  19. Jacopo scrive:

    1) Mi lascia inorridito il fatto che la maggior parte degli interventi qui pubblicati consideri l’informazione a mezzo stampa una merce, e una merce come le altre (“se il negozio non ha clienti è bene che chiuda”). L’informazione è un bene pubblico, e in quanto tale va sottratto con tutte le forze possibili alla logica del mercato. Il problema non è il finanziamento pubblico alla stampa: il problema è il modo clientelare e disonesto con cui il denaro pubblico viene erogato, e che ha come unico risultato di affossare proprio l’informazione. Ma senza soldi pubblici pensate davvero che la qualità dell’informazione andrebbe meglio?
    2) Raimo, non confondiamo la coscienza di classe col corporativismo. Dal punto di vista della coscienza di classe, un giornalista di un foglio lecchino non vale quanto un cronista che lavori onestamente. Detto questo, è ovvio che l’esistenza di una maggiore varietà informativa è comunque un bene da tutelare, ma non certo direttamente in nome della classe lavoratrice
    3) Al populista che ha scritto il pezzo su quanto-è-illeggibile-il-Manifesto faccio notare che se le recensioni culturali (e, Dio liberi, la pagina del cinema orrenda per due terzi) a volte sono faticose e chiedono una certa competenza, viceversa le inchieste, gli esteri, grandissima parte dei commenti politici sono leggibilissimi. Ha ragione il commento di Gab: tocca scrivere anche MEGLIO di come si mangia, se no non si cresce.

  20. GiACOMO scrive:

    A me sembra un’altra la questione e cioè noi, almeno io, dai giornali che chiudono perdo pluralismo ? Io penso assolutamente di no, penso che il giornalismo italiano della carta stampata sia lo scandalo per eccellenza di una democrazia arretrata. Se arriva quindi per la prima volta un criterio occidentale di valutazione, il pubblico e le vendite, dobbiamo sdegnati rimpiangere il bel tempo andato? Solidali con i lavoratori che perdono il lavoro? qui la questione mi pare che sia: di che lavoro stiamo parlando? Disinformare e’ un lavoro? Nessuno e’ poi sicuro di essere lui quello bravo ma almeno siamo certi di non doverci fare spiegare le notizie da questa gente che , almeno nell’ambito che interessa a me che e’ quello economico, fa per paura o viltà’ un lavoro sporco: disinforma. Creando disoccupati, falsando il mercato, creando un mercato finanziario che può collocare bidoni ai risparmiatori senza che vi sia minimamente un controllo della stampa che anzi risponde ai dettami di editori impuri, invischiati anima e corpo nella necessita’ di dire il falso. E il falso ha dei costi sociali molto più’ alti di mille giornalisti a spasso che forse dovranno cercarsi un lavoro e da ricattati che erano potranno aspirare a diventare dignitosi in un mestiere diverso da quello che hanno fatto finora: servire, assecondare, legittimare i potenti di turno.

  21. Mikez scrive:

    Io ho perso il lavoro due anni fa, ogni volta (cioè appena metto il piede fuori di casa) che vedo una serranda abbassata o un capannone chiuso mi si stringe il cuore, perché so cosa vuol dire, dentro quel vuoto mi immagino le storie di tutti quelli che ci lavoravano.
    Dirò di più. Siccome lavoravo in una piccola libreria indipendente (due punti vendita, eravamo in otto), capisco anche lo sgomento leggendo il tenore dei commenti su internet perché avevo provato lo stesso stupore leggendo un articolo sulla crisi dell’editoria: i commenti erano un florilegio di insulti alle piccole librerie, che non facevano sconti, che non c’avevano mai un libro, che impiegavano una vita a far arrivare un libro, e quant’è fica Amazon e quant’è comoda Amazon e viva la tecnologia e il libero mercato e le magnifiche sorti e progressive. Ho pensato: tenetevi pure Amazon, ma se non capite l’antifona temo che non vi terrete il vostro lavoro.
    Quindi? Quindi nessuna pietà per i giornali. Sottoscrivo ogni parola scritta da Giacomo. No, nessuna solidarietà per i giornali. Magari con qualche giornalista sì (anche se non ne me ne viene in mente manco uno), con i tipografi, certo, ma per il resto i giornali possono chiudere uno dopo l’altro, e quando verrà il turno del Manifesto stapperò lo champagne. Sono corresponsabili dello sfascio intellettuale e umano degli ultimi venti anni, cioè di aver spappolato le teste dei propri lettori con i peggiori luoghi comuni. Dicesi propaganda. Hanno seminato il vento del libero mercato nelle più varie forme, più o meno consapevolmente, che raccolgano anche loro la tempesta della disoccupazione.

  22. andrea scrive:

    secondo me il tema non è la solidarietà nei confronti di chi nei giornali lavora, quella è scontata (almeno per me), si tratta comunque di persone che perdono il lavoro, e spesso senza colpe personali dirette.
    quindi a mio avviso il punto è: come sta evolvendo il sistema dell’informazione? qualle sarà a tendere il suo modello di business? di quali (e quante) professionalità avrà bisogno?
    e questa domanda se la dovrebbe porre chiunque, perché OGNI settore di business (avrete capito che considero l’informazione un business) sta subendo, anzi ha già subito, profonde trasformazioni legate al “digitale”.
    e in più il settore dell’informazione e più at large della produzone di contentui, è legato a doppia corda a quello della pubblicità, per cui la definizione del modello di business di un settore non potrà prescindere dalla definizione del modello di business dell’altro, rendendo le cose ancora pèiù complesse…

  23. Mikez scrive:

    Caro Andrea, come volevasi dimostrare.
    Anyway, un bel modello di business nell’informazione è Dagospia: il 90% di contenuti è ripreso dagli altri giornali, aggratis credo, ci lavora lui (D’agostino) e una manciata di altre persone, ha una moglie (abbastanza) ricca da parargli il culo in caso di denunce, visto che incredibile dictu è l’unico che ogni tanto nel marasma delle sue pagine parla di cose scomoducce – te la vedi Repubblica che fa un articolo non dico su Sorgenia, ma sulle condanne per evasione fiscale al duo D&G che con la sua pubblicità ricopre le pagine del quotidiano e delle riviste e per proprietà transitiva con la sua pubblicità pagherà lo stipendio almeno a un quarto dei giornalisti che ci lavorano?
    Il modello di business, praticamente qualunque business, per i prossimi dieci anni è questo: sfruttare il gratis offerto dalla rete, vuoi per i contenuti vuoi per l’intermediazione dei servizi, lavorarci in quattro dove prima lavoravano in 2000, l’unica entrata è rappresentata dalla pubblicità nel doppio senso di marcia (all’andata, dalla merce al consumatore, al ritorno dall’identità del consumatore all’azienda che così profila i suoi clienti).
    Nel frattempo, aspettando che si crei un nuovo modello di bizness che riesca a monetizzare l’uso della rete, milioni di persone che prima lavoravano ora vagheranno sonnambuli sperando di riuscire a salire sulla nave dei folli. Non a caso l’unica misura di politica economica in agenda in ogni partito all across the Eurozone è il sussidio di disoccupazione, o come cazzo lo chiamano adesso.
    Quindi, fondiamo un giornale?
    Citando a braccio un post letto qualche mese fa, ma non mi ricordo scritto da chi per cui non riesco a citarne la fonte: un giornale è proprietà dei suoi azionisti, le sue entrate non sono dovute alla vendita delle copie ma alla pubblicità e ai finanziamenti pubblici. Ergo, non potrà parlare male né dell’industria né della finanza. Dello stato sì, ma solo finché non attenta alla sacra libertà di opinione (Daje a ride). Ovvero, un giornale non potrà mai rivelare verità scomode sull’industria o sulla finanza o sulla burocrazie, cioè sul potere. Le uniche verità saranno quelle della cronaca nera e della cronaca rosa, i.e. il gossip. Con una bella spruzzata di sport, visto che lo sport allena la mente dello spettatore/consumatore all’agonismo cioè alla libera concorrenza tra lavoratori quando spenta la tv dovrà andare a offrire le sue prestazioni sul campo verde del lavoro.
    Su carta o online, cambia poco, il problema dei giornali è che non possono parlare di ciò che dovrebbe davvero interessare i cittadini, cioè le decisioni fondamentali sulla loro fottutissima vita, e quindi parlano del nulla.
    In my opinion.

  24. Mikez scrive:

    Addendum:
    E comunque i giornali sono i cani da guardia degli elettori, non del potere.
    Emblematico il caso di RCS, una società straindebitata, con un modello di business obsoleto basato sulla tanto vituperata carta, l’unica ideuzza nuova per il momento è Gazzabet, cioè cercare di sfruttare la Gazzetta per entrare nel mondo delle scommesse on-line (altro che informazione!), un anno fa ha dovuto fare un bell’aumento di capitale, con Agnelli Della Valle e compagnia cantante che han tirato fuori palanche di quattrini, da allora ci sta entrando con i suoi quattrini pure Cairo, quello che l’altro giorno ha appena assunto a la 7 la sòla Floris, e in tutto ciò, oggi 10 luglio anno del signore 2014, la società quota in borsa perfino sotto il suo prezzo di AdC.
    Perché lor signori avrebbero tirato fuori tutti ‘sti soldi per un modello di business così vecchio?
    A cosa servono i giornali? A chi servono i giornali?
    La risposta è dentro di noi, ma è quella sbagliata.

  25. SoloUnaTraccia scrive:

    I giornalisti che fanno i giornalisti (secondo quanto prevede il Codice Deontologico dell’Ordine, fra l’altro -lettura affascinante e ilare, visto che è esattamente il negativo della realtà dell’informazione in i-Taglia) sono un bene prezioso e imprescindibile di una società civile e democratica. Il problema è che da noi ce ne stanno 40 o 50 tutt’al più, e per 50 milioni di potenziali lettori (tolti gli analfabeti) sono pochini. Ecco perchè non viviamo in una società civile né democratica. D’altra parte, siccome non viviamo in una società civile né democratica possiamo fare benissimo a meno degli house organ di industriali, partiti politici, associazioni a delinquere, maneggioni e avventurieri assortiti, cosa che sono i quotidiani, settimanali e mensili attualmente disponibili al pubblico (escluse le nicchie tecniche perchè l’esperto/appassionato, si sa, è mediamente difficile da fottere, e ormai ci sono i forum).

    Disgraziatamente, pur non essendoci nessuno a raccontarla, la realtà ha il pessimo vizio di manifestarsi con veemenza, prima o poi. Lei l’editore non ce l’ha.

  26. matteo scrive:

    Mi pare che l’interrogativo di Christian sia risolto dai commenti che mi precedono (e seguiranno). La crisi dei giornali non è solo italiana e non dipende solo dal finanziamento pubblico. Dipende più che altro dall’ASSENZA di scelte pubbliche (perché il conflitto di interessi è di berlusconi ma sta anche a sinistra) e dalla MEDIOCRITA’ del capitalismo editoriale italiano, viziato da nanismo e privo di idee industriali e culturali sensate.

    Intervengo solo per raccontare un po’ di cose sul manifesto, visto che ci lavoro e lo conosco bene.
    1) il manifesto non prende 4 milioni di euro di finanziamento pubblico. Ne prenderà meno di un quarto alla fine del 2014
    2) questo milione di euro circa non è un biglietto della lotteria elargito dallo stato come una specie di tangente legalizzata ma è un rimborso di circa il 35% delle spese certificate e pagate (tramite bonifico) per carta, stampa, dipendenti contrattualizzati a tempo indeterminato, distribuzione. il finanziamento pubblico, insomma, è un rimborso di spese già sostenute e pagate ad alcuni fornitori (i cosiddetti costi ammissibili). giusto? sbagliato? intanto è così: un rimborso parziale di alcune spese sostenute.
    3) il manifesto in un certo senso ha chiuso due anni fa. Nel 2012 la cooperativa storica aveva accumulato 12 milioni di euro di debiti ed è entrata in liquidazione. dal 1 gennaio 2013 il manifesto è autogestito dalla maggioranza dei lavoratori della vecchia, senza padroni, senza padrini, senza sponsor né pubblici né privati. una quarantina di persone piuttosto determinate che guadagnano, tutte, circa 1400 euro al mese

    4) da allora, questa nuova coop ha fatto alcune scelte che forse stupiranno chi pensa di conoscere il manifesto:

    a) il giornale è in pareggio economico: tanto entra tanto esce. niente più debiti. una mossa quasi in stile bundesbank che abbiamo capito essere la base di una libertà diversa da quelle alle quali siamo abituati e non rinunciamo (intellettuale, politica, culturale, etc.). il primo bilancio è pubblicato sul sito, qui: http://ilmanifesto.info/bilanci-e-conti/

    b) i lettori, abbonati e sostenitori contribuiscono agli investimenti, non ai debiti. Il nuovo sito, le nuove app per Apple e Android, le abbiamo tutte realizzate con un crowdfunding tra i lettori. Vedi qui: http://www.ilmanifesto.info/fondatori

    c) in questo modo, il finanziamento pubblico torna ad essere quello che deve essere: un rimborso spese per imprese sane ma che sono DISCRIMINATE dal mercato perché fuori dal coro, senza padroni o di nicchia. E’, quindi, un finanziamento diretto al pluralismo, non a fogli clientes di qualcuno o qualcosa. Si può abolire? forse sì. Magari lo stato abbattesse l’iva sul digitale dal 22% al 4%. Quella sì che sarebbe una rivoluzione che aprirebbe il mercato. Chissà perché non la fanno…

    d) abbiamo deciso di sperimentare, anche rompendo con il nostro passato. Di affrontare con coraggio il passaggio tra carta e digitale. Per esempio:
    – il sito è SENZA pubblicità. Basta guardare http://www.ilmanifesto.info (un caso unico tra i quotidiani italiani)
    – è GRATIS ma bisogna registrarsi (un paywall morbido, unico tra i quotidiani italiani)
    – chi si abbona alla carta si abbona anche al digitale (nel tempo cioè non ci sarà più distinzione tra “prodotto carta” e “prodotto digitale” ma un unico servizio: leggere il manifesto dove vuoi, quando vuoi, come vuoi)

    in questo modo con i nostri lettori realizziamo uno scambio equo: chi crede in noi ci compra in edicola sul web oppure si abbona (anche solo per un mese), chi è solo curioso si registra e legge gratis quello che vuole (cioè ottiene un regalo grazie al pagamento del resto della comunità, niente è gratis). in altre parole, premiamo sia i passanti che i fedelissimi. scommettiamo cioè su una comunità curiosa e rispettosa dell’integrità che la circonda. la apprezziamo, non la bombardiamo di notizie idiote o video pubblicitari. sul nostro sito e app ci siete solo voi e noi. Provatele, è gratis.

    – l’assenza di pubblicità è un piano editoriale: non abbiamo bisogno di aumentare il traffico per campare. niente commenti finti, click comprati, titoli paraventi o listicles. niente foto di gattini, sebbene adorabili. non ce ne frega niente delle pagine viste anche se fanno piacere. nel tempo però diventano una schiavitù, una droga autoindotta, svalutano i tuoi lettori (di fatto li vendi a pacchi ai tuoi inserzionisti). sul nostro sito ci vieni se ti va. sennò internet è grande. e per informarsi in diretta ci sono twitter, youtube, milioni di blog. noi scriviamo e pensiamo e ragioniamo e lottiamo per i lettori.

    è un patto di lealtà e fiducia che può trasformare poche pagine di cellulosa e bit in un diamante. un patto che rinnoviamo ogni giorno da 42 anni. senza soste né pause. non sempre ci si riesce. ma vale la pena provare e riprovare… è questo il senso di un giornale: che non può vivere, né su web né in edicola, se non incontra un bisogno sociale e una propria comunità fatta da decine di migliaia di persone. Dal 2003 a oggi le uniche esperienze editoriali nazionali che hanno resistito più di tre mesi in edicola sono il fatto quotidiano e il nuovo manifesto. non è perché sono giornali migliori degli altri, ma è perché hanno un SENSO.

  27. Antonio Canoro scrive:

    Davvero si tratta di un ottimo articolo. Grazie per averlo condiviso :)

  28. Mikez scrive:

    Grazie Matteo per le informazioni. Per quel che mi riguarda tengo a precisare che il mio astio non è dovuto al finanziamento pubblico (cui peraltro non sono manco contrario) ma al fatto che il vostro giornale era ai miei occhi politicamente morto dall’estate del 2011 quando, per stessa ammissione della Rossanda, organizzò un finto dibattito sull’euro (dal titolo La Rotta d’Europa), finzione poi ribadita nella lettera di dimissioni della coppia Rangeri/Mastrandrea nell’ottobre dello stesso anno. Quella era disinformazione bella e buona, soprattutto nel metodo di discussione più ancora che nel contenuto: cioè con la volontà di dirigere la mente degli elettori verso una tesi precostituita, e per di più contraria in tutta evidenza agli interessi dei lavoratori/salariati. Che infatti nei commenti agli articoli del dibattito, se ben ricordo, erano alquanto imbestialiti. Se nel frattempo siete risorti, magari lontano dalla riva sinistra della Senna, ne sarei contento. Proverò a buttare un occhio. Saluti.

  29. LdG scrive:

    Condivido molti commenti, dall’anomalia del sistema informativo italiano e qualità lettori-editori (ma non possiamo considerarlo solo un business), l’offerta “gratis” sul web, etc. Sono uno di quei lettori di quotidiani pluri-decennale dagli anni ’80. Avendo perduto le mie occupazioni lavorative seleziono ora i giornali dai contenitori della differenziata. La mia piccola statistica personale indica una tendenza fortemente negativa per cui è più facile trovare cartoni bisuni della pizza che quotidiani. Tuttavia, noto ancora che leggere su cartaceo è meno dispersivo che al monitor. Sarà anche che la mente resta più lucida quindi ci si concentra maggiormente. Ho trovato degli articoli molto interessanti proprio sulla fruizione dell’informazione via web (tra cui l’articolo ivi rilanciato) e molto altro ancora. Difficilmente ci sarei arrivato attraverso pur i selezionatissimi “like” di feisbuk (non clikko sui gattini per intenderci) Non ci sono paragoni, decisamente. Sul web o controlli con grande sforzo la dispersione di tempo o vieni controllato.
    Un giorno, spero, tornerò a riacquistare un quotidiano almeno una volta la settimana ma dubito che sarà italiano, più probabilmente di lingua tedesca con corrispondenti internazionali non allinati alle “primavere” e guerre dei nostri “liberatori”:

    Per Matteo. Ero un affezionato abbonato del Manifesto a suo tempo negli anni 80-90 ma vi abbandonai dopo la svolta a PRC. Ora pro-obamiani è proprio impossibile leggervi. Dolente. Basterebbe cercare di essere equidistanti e obiettivi per quanto possibile senza cercare santi ed eroi.

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