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Nessuno vuole più essere Charlie

di Manuele Fior

Ho letto qualche giorno fa su Liberation che Luz, il più mediatizzato tra i “sopravvissuti” di Charlie, non continuerà la collaborazione con il giornale.

Avete presente chi è Luz? Quello simpatico con gli occhialoni e baffetti, diventato il simbolo di tutto e di niente in questa vicenda. Quello che ha abbracciato il presidente Hollande, la cantante Madonna e che si fa ritrarre in pose da rock star sulla copertina di Les Inrockutibles. Ce ne sarebbe abbastanza per mandarlo a quel paese, se non fosse lo stesso che ha firmato la copertina “verde” di Charlie dopo l’attentato. Strano come quel “Tout est pardonné”, che campeggia sul piccolo Maometto con la lacrima e il cartello tra le mani “Je suis Charlie”, acquisisca col tempo uno spessore e una stratificazione di significati sempre maggiore. Ogni volta che quella copertina mi ripassa sotto gli occhi mi appare in un certo senso nuova rispetto a tutto quello che si dice in merito a questa storia. Magia del fumetto.

Di questa prima pagina si è detta una sola cosa: che rappresentava Maometto. Come ormai sappiamo fin troppo bene per alcuni non è lecito farlo, ad altri sembra obbligatorio. La critica si è concentrata su quest’identificazione tra disegno e idea, in pochi si sono soffermati sul testo in alto, o sull’interazione delle parole con l’immagine. Ma il fumetto nasce proprio da questa alchimia, che a volte rafforza e altre capovolge il significato dei singoli elementi.

Così per me quel Maometto assomiglia molto a Gesù che porge l’altra guancia. Mi sembra che quella vignetta dica in fondo “perdonateci, come noi perdoniamo voi”.  A una settimana dalla sparatoria nella redazione, dopo aver trovato i corpi dei suoi colleghi riversi per terra e scampata la morte per un filo, Luz è riuscito a disegnare una copertina che gronda di pietà cristiana.

Perché non si capiscono più i fumetti? Perché si parla di fumetti senza leggerli? Possibile parlare di fumetti senza nemmeno guardarli? Quanti di voi hanno letto “La vie secrète des jeunes” di Riad Sattouf, serializzata su Charlie? E il “Petit Christian” di Blutch, vi è piaciuto? Conoscete il Philémon di Fred? Reiser? E di Cabu e Wolinski, a parte il fatto che siano morti ammazzati, cosa ne pensate?

Si può parlare di libertà di espressione di un linguaggio senza aver letto le parole e guardato le immagini che lo compongono? O disquisire su una rivista senza conoscerne la storia, i suoi fondatori Cavanna, Fred e Choron?

Ve lo chiedo perché penso che parlare di libri senza averli letti o di cinema senza aver visto i film non abbia alcun senso. Il fumetto non è un fenomeno di costume, ma un insieme di opere che vanno almeno capite e storicizzate, se non apprezzate.

Su Charlie ci sono anche degli articoli di solo testo: perché non se ne parla mai, quando lo si taccia di razzismo? La “capo” reporter di quello che è ormai ribattezzato “il giornale dei sopravvissuti” si chiama Zineb el Rhazoui, inviata di guerra da Gaza del 2008-9, arrestata più volte, autrice di numerose inchieste sui diritti umani in Marocco (vi rimando alla sua pagina wikipedia per approfondimenti sulla sua carriera). Ora è nel mirino delle minacce dell’Isis, sotto scorta 24 ore su 24, come del resto tutti i collaboratori di Charlie.

Nell’editoriale del 25 febbraio il nuovo direttore Riss scriveva: “La folla ha sostenuto Charlie come il toro nell’arena. E chi lo sa, forse un giorno Charlie morirà, sfiancato dalle banderillas, sotto gli applausi entusiasti della stessa folla.”

Di motivi per pensare che la corrida sia alle battute finali ce n’è più di uno. Luz, come si sa, lascerà il settimanale l’anno prossimo, la el Rhazoui ha minacciato un licenziamento, la redazione è divisa sulla gestione delle donazioni e delle vendite eccezionali di gennaio. Anche altri collaboratori, meno mediatizzati ma ugualmente minacciati e sconvolti, si defilano, cercano di rifarsi una carriera. Il giornale delle ultime settimane, lo dico malvolentieri, è brutto, si sente la fatica di chi deve fare il doppio del lavoro senza un briciolo d’ispirazione.

Ma non riesco a immaginare che qualcuno si rallegrerà della scomparsa di questa piccola rivista che fino all’anno scorso non vendeva in media più di 40000 copie a settimana. L’idea che possa chiudere aggiunge un velo di cupezza alla già cupissima vicenda.

Per quando Charlie sarà finito mi auguro che tanti commentatori e opinionisti rimpiangano di non averlo mai letto, o come si dice per i fumetti, di non aver neanche guardato le figure.

Commenti
3 Commenti a “Nessuno vuole più essere Charlie”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Attenzione: l’idea che una sparatoria cambi nettamente le cose potrebbe attecchire.

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  1. […] l’odio fermenta, anche grazie a noi. Mi chiedo oggi, a 4 mesi dall’attentato di Parigi, ‘chi è ancora Charlie?’. Sono stata una di quelle che ha cambiato la foto sul profilo di facebook, tenendo per una […]



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