synecdoche_new_york14

New York cambia, ma nulla è mutato nella mia malinconia

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Mi sono spiato illudermi e fallire

abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve

mi sono visto che ridevo

mi sono visto di spalle che partivo 

Fabrizio De André, in questo breve passaggio di Anime Salve, riesce a definire il concetto di malinconia in maniera diretta e tangibile, dandogli una collocazione, tratteggiandone gli sfuggenti contorni in un frammento potente e dolorosissimo.

La traccia Anime Salve dell’omonimo disco, ultimo del cantautore genovese e realizzato in fortunata collaborazione con Fossati, non è altro che un canto accorato in cui viene celebrata la solitudine cosmica dell’anima, definita, quest’ultima, “bell’inganno”. Anima ormai lontana dal mondo sensibile (“ti saluto dai paesi di domani”) e finalmente in grado di visioni antiche e ricordi ancestrali.

Le strofe a epigrafe dell’articolo riferiscono alcuni topoi fondamentali nella trattazione del tema della malinconia e, proprio per questo, sortiscono un effetto di familiare commozione.

L’immagine di noi stessi ridotti a oggetto dell’azione del vedere, quindi spiati, visti e guardati; la vulnerabilità patetica espressa dai verbi illudere, fallire, piangere; nonché il sentimento penoso suscitato dalla sagoma riflessa nello specchio di neve e soprattutto dalla raffigurazione di spalle e per di più in partenza; sono tutti espedienti retorici che afferiscono alla sfera psicologica della melanconia, da sempre in stretto legame con la riflessione, con gli specchi e con la visione di figure chine e pensierose.

Proprio tali corde emotive, comuni a molti, sono state motivo di ispirazione per Baudelaire che del nostos, e della sofferenza da esso scaturita, ha fatto un faro dell’intera sua poetica. E proprio questa pagina del nostro autore francese è stata approfondita con autorevolezza e attenzione da un’importante voce della critica contemporanea: Jean Starobinski.

La malinconia allo specchio è un saggio (SE 2006) del critico svizzero, corredato di un’acuta prefazione di Yves Bonnefoy, il quale insiste sull’origine della categoria malinconica: “la scheggia nella carne di quella modernità che a partire dai greci non cessa di nascere ma senza mai finire di liberarsi delle sue nostalgie, dei suoi rimpianti, dei suoi sogni”.

Passando in rassegna alcuni versi di Baudelaire, lo studioso Starobinski, senza mai forzature, mette in luce la massiccia presenza dell’elemento specchio, di certo influenzata da una tradizione iconologica precisa ma anche frutto di un sentire personale e autonomo.

Si riflette, dunque, sulla reazione malinconica che si innalza di fronte allo specchio, monito di precarietà e finzione, nonché riprova evidente di finitezza e limiti, e si accenna al perverso compiacimento che si innesca proprio in tale momento, citando e spiegando i primi versi di L’Homme et la mer:

“Uomo libero, sempre tu amerai il mare!

Il mare è il tuo specchio; tu miri nello svolgersi

infinito delle sue onde la tua anima.

Il tuo abisso non è un abisso meno amaro.

Ti compiaci a tuffarti entro la tua propria immagine.”

La superficie levigata e dritta di questa trappola di cristallo, che non conosce la reale profondità spaziale e non concede mai aggiustamenti o sconti, è sì un abisso su cui chinarsi fino alla vertigine più nauseante ma è anche lo specchio di neve su cui si piange in Anime Salve.

Il riflesso di se stessi ha insita in sé la consolazione per una scoperta triste, l’imbarazzo per una brutta sorpresa: ci si scruta allo specchio e si soccombe al “muto rimprovero del proprio inseparabile spettro” e il livello di astrazione risulterà ancor più doloroso se il nostro spettro sarà visto chino, piegato o di spalle, come quando si ripesca una fotografia in cui non si era fissato l’obiettivo, come quando si guarda La maddalena penitente di Georges de La Tour, dipinto-manifesto della melanconia e non a caso immagine di copertina de La malinconia allo specchio.

MaddalenaPeinitente

La donna dai lunghi capelli neri è immortalata lateralmente, in posa girata, mentre il suo sguardo assente si poggia su una candela, unico bagliore di un’atmosfera notturna e di solitudine, e la mano, già più in ombra rispetto al viso, sfiora con naturalezza un teschio, quasi si trattasse di un semplice utensile.

L’uomo potrà affermare di conoscere veramente il proprio io soltanto attraverso l’esame di una sua copia: non disperderà intenzioni e pulsioni ma si concentrerà sul suo spettacolo individuale, sul ritorno indietro della sua essenza più autentica, attivando allora un meccanismo fatto di narcisismo e malinconia, nel quale l’uno si nutre dell’altra e in cui la vita viene affrontata con cronica nostalgia: si soffre per l’assenza del momento stesso che si sta vivendo e quindi si cerca di pietrificare ogni esperienza, di eternare ogni attimo attraverso la sua pedissequa riproposizione.

Ed è proprio attorno a quest’ultima ossessione, portata al paradosso più inverosimile, che prende corpo Synecdoche, New York, film del 2008, uscito in Italia recentemente, soltanto in seguito alla scomparsa dell’attore protagonista, Philip Seymour Hoffman. Esordio alla regia di Charlie Kaufman, celebre per essere lo sceneggiatore di Michel Gondry e Spike Jonze, Synecdoche, New York, dal titolo suggeritore e già tortuoso, inscena (e lo fa nel senso più letterale del termine) il bisogno compulsivo di un uomo, Caden Cotard, di dirigere lo show della sua biografia.

Il protagonista, regista teatrale frustrato dalla professione e dagli affetti, si propone di combattere il suo inguaribile terrore della morte attraverso l’allestimento di un colossale progetto drammaturgico che vedrà portata in scena la sua vita, quella stessa vita che di continuo è soggetta a trasformazioni e cambi di rotta, che viene giorno per giorno rosicchiata dal tempo e dagli sbagli.

Un capannone dalle dimensioni enormi e in costante espansione, centinaia di attori e comparse, sets che con rigore filologico riproducono tutti i loci di Caden, una regia pirandelliana (di Caden e non meno di Kaufman) che diviene sempre più folle e nevrotica, una sceneggiatura aspirante alla verità: tutto questo è Synecdoche, New York. Sacrifici che arriveranno ad ammalare e uccidere le persone coinvolte, e tempo, così tanto tempo che finirà poi col non avere più alcuna connotazione oggettiva: tutto questo per inseguire la perfezione, per vedersi riflesso in una pièce a specchio.

Per l’intera durata del film si assiste a un crescendo di esigenze artistiche e ogni ciak si moltiplica e frammenta in modo esponenziale, non essendo mai quello definitivo e dando vita a staffette infinite di ruoli, scambi di interpreti e acrobazie narrative di non immediata comprensione. Il senso di alienazione sarà sorprendente quando verrà svelato l’immobilismo di quegli studios rispetto al mondo esterno, dichiarando il divario ormai incolmabile fra il loro tempo interiore, di Caden e di tutta la sua contagiata compagnia, e il tempo di New York.

E così possiamo tornare al nostro saggio su Baudelaire, al capitolo in cui è parafrasato e commentato Le Cygne, poema simbolo della malinconia pensierosa, con cui vanno raffrontati alcuni temi dell’opera prima di Kaufman.

Il divario patologico che esiste fra la bolla scenografica voluta e conservata dal protagonista e il circostante urbano in perenne metamorfosi affonda le sue radici psicologiche in fenomeni emotivi alquanto simili a quelli cantati nei versi francesi:

“Parigi cambia! Ma nulla è mutato nella mia malinconia

[…]

La vecchia Parigi non esiste più (l’aspetto di una città

muta più presto, ahimè, che il cuore dell’uomo)” 

Quando si vive nella malinconia, ovvero quando si è intrappolati nel riflesso intangibile di se stessi, sfuggirà, innanzitutto, il contatto fra la scansione cronologica del proprio io lirico e quella della realtà, e la prima lamentosa denuncia sarà proprio relativa alla lentezza disarmante del tempo, lentezza che azzopperà i giorni e renderà l’aria asfittica. Le scene della vita di Caden, così come la sua anima, saranno sempre in ritardo rispetto a una New York vorticosa – che in un epilogo semi-apocalittico troveremo sgretolata su se stessa per cause ignote – e proprio questa asincronia lo immobilizzerà, rendendolo vittima del dettaglio che per sua natura non smetterà di sfuggire alla presa umana, facendolo soccombere sotto le macerie di una scommessa impossibile, quella di “trattenere lo spirito allo specchio per metterlo alla prova” (Emily Dickinson J 351).

Tirando un filo sempre più sottile – da quella scena iniziale nel bagno di casa con un Caden coperto di schiuma da barba e sangue – si approda, sfiniti, al finale, l’unico possibile per un film tanto complesso e avveniristico, in cui seguiamo i passi incerti di un Philip Seymour Hoffman ormai vecchio, che arranca fra le rovine confuse del suo set, della sua New York e della sua esistenza fino all’ultimo incontro epifanico, fino alle ultime, strazianti, note di regia:

“Hai realizzato che non sei speciale.

Le specifiche contano poco, tutti sono tutti.

Non provieni da niente, non arriverai a niente.”

Bianca Maria Sacchetti, marchigiana, studia a Firenze Lettere Classiche. Dopo aver lavorato in ambito editoriale è attualmente autrice e conduttrice tv.
Commenti
Un commento a “New York cambia, ma nulla è mutato nella mia malinconia”
  1. spago scrive:

    articolo-recensione-riflessione profondamente affascinante! cercherò di vedere il film e tornare a rileggerlo!

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