1ghost

Nick Cave e lo spirito di “Ghosteen”

1ghost

Bright Horses è la seconda canzone di «Ghosteen», l’ultimo album di Nick Cave con i Bad Seeds. Inizia con quattro differenti accordi ripetuti due volte, e immagino che a molti la mente sia volata a Into my arms, per via dei due attacchi che sembrano richiamarsi tra loro in una maniera gentile. Pochi istanti, una sensazione simile a quella che si prova rivedendo una persona non vista da troppo tempo e cambiata solo leggermente. Ti sembra di riconoscere qualcosa di familiare dietro una coltre di nebbia. Ho provato persino a farle suonare insieme, facendo partire le canzoni nello stesso momento. Soltanto i primissimi secondi; puoi lasciare che si sovrappongano. Poi ognuna va per la sua strada.

Credo di aver provato a ricercare un qualche significato dentro quei primi secondi di Bright Horses, probabilmente esagerando una piccola impressione personale ricavata da un’eco lontana. Provando a spiegarmi, il significato che ho trovato è più o meno questo: Nick Cave ha vissuto molte vite, e nel 1997 – l’anno di Into my arms – era un uomo profondamente diverso, proprio come lo era ancora (diverso) una decina di anni prima; malgrado tutto, però, rimane la stessa persona. Forse avevo bisogno di qualcosa del genere, di pochi secondi terreni e familiari, per poter accettare tutta la luminosità dolorosa di «Ghosteen», le cui canzoni sono luci che lampeggiano talmente forte da accecare.

Sul fatto che oggi Nick Cave sia una persona diversa non ci sono molti dubbi. Notoriamente restio a parlare di sé e della sua musica, prima ha iniziato a conversare con i fan durante i concerti, e poi, dall’autunno 2018, ha avviato una newsletter – «The Right Hand Files», la homepage ricorda un layout di Tumblr – per rispondere alle domande più disparate. «Puoi chiedermi quello che vuoi. Non ci sarà nessun moderatore. Questa cosa sarà tra me e te. Vediamo cosa succede. Molto amore, Nick». L’esperimento ha funzionato, e Cave ha risposto a decine di domande, a volte raggruppandole assieme, dando spesso l’impressione di – perdonatemi l’espressione – aprire il suo cuore. Domande da fan – il rapporto con Warren Ellis, anima dei Bad Seeds da metà anni Novanta – oppure domande sul perché  «Nocturama» sia il suo album più detestato, ma anche più penetranti. Sulla religione, sul valore dei sogni, sui suoi scrittori e poeti preferiti, sul lutto. Su come stesse la moglie Susie.

Dicevamo dei cambiamenti. Da qualche tempo Nick Cave ha lasciato l’ufficio dove era solito scrivere – per attenersi a una sorta di scrupoloso metodo di lavoro – preferendo rimanere a casa. È lì che ha scritto le canzoni di «Ghosteen», diviso in due parti. Otto canzoni sul primo lato e due, più lunghe, sul secondo, spezzate da un testo recitato. «Le canzoni del primo lato sono i bambini. Le canzoni del secondo album sono i loro genitori. Ghosteen è uno spirito migratore», ha scritto annunciando l’uscita dell’album sui «Right Hand Files» e fornendo una chiave di lettura.

«Ghosteen» chiude la trilogia composta da «Push the Sky Away» e «Skeleton Tree». Uscito nel 2016, «Skeleton Tree» seguiva di pochi mesi la morte di Arthur, il figlio di Nick e Susie Cave, precipitato da una scogliera vicino a Brighton. Aveva soltanto quindici anni. L’estrema cupezza delle canzoni, unita a versi come quelli di «I Need You» («Nothing really matters, nothing really matters / when the one you love is gone / You’re still in me, baby / I need you / In my heart, I need you») lasciarono pensare che fosse, come dire, l’album della perdita. In realtà, come ha spiegato Cave, quelle parole erano state scritte in larga parte prima della tragedia. Ma nelle canzoni possiamo leggerci più o meno quello che ci pare, e se ascoltando Jesus Alone abbiamo pensato che in qualche modo Nick Cave stesse parlando del suo lutto, be’, nessuno potrà biasimarci.

Dentro «Ghosteen», invece, Nick Cave ha fatto succedere qualcosa di nuovo. È un album che affronta il lutto, potremmo dire, e in parte è così; ma il discorso non si esaurisce in questo senso, vale a dire nella rielaborazione. Il fatto ulteriore è che quelle di «Ghosteen» sono canzoni che mettono a disposizione il dolore (e l’attesa di un ritorno… possibile? Impossibile? Reale? Immaginato?) per suscitare una miccia d’empatia. Un dolore acuto che cammina accanto alla ricerca del figlio scomparso, evocato e intravisto dentro i testi di un grande scrittore. Nelle pieghe dell’album, tra momenti solenni e altri dal tocco più delicato, a ogni passo il cuore si spezza per ricomporsi subito dopo. L’oscillazione tra vita e morte si riverbera per tutto «Ghosteen», e l’esperienza di ascolto genera una massa continua di sentimenti. Cavalli lucenti dalla criniera infuocata, galeoni rotanti, una spirale di bambini che sale verso il sole (l’immagine potentissima in Sun Forest), farfalle e libellule e la leggenda buddista di Kisa (sul finale di Hollywood): sono i frammenti  disparati e necessari per una visione grandiosa, aperta e non chiusa sul lutto. Come le correnti ascendenti portano alla formazione delle nuvole che poi rilasciano la pioggia che ci bagna, così Cave ha portato a sé una miriade di immagini di dolore e speranza per poi farle ricadere, donandocele.

Già la copertina di «Ghosteen», una copertina che inizialmente – prima dell’ascolto – avevamo considerato kitch, brutta se non improbabile, illustra questa dimensione multiforme e metafisica, oltre dalla terra e collocata in chissà quale cielo dove è migrato lo spirito di Ghosteen. Non sono le suggestioni a trascinarti dentro queste canzoni, ma una forma fatta di sogno e concretezza lirica, e qui – in questo nucleo di senso misterioso – risiede una parte consistente dell’arte riuscita a creare da Cave in «Ghosteen». E la musica, la parte sonora che compone le canzoni, è altrettanto misteriosa e difficile da descrivere: perché bisognerebbe spiegare come riescano composizioni minimali, configurate secondo un tocco generalmente scarno, essenziale, a risultare così traboccanti, nel suono e nella voce che può spezzarsi («The fields are just fields, and there ain’t no lord»), rallentare il flusso delle parole, rimarcandole («Well sometimes it’s better not to say anything at all») e infine elevarsi in una direzione spirituale («Peace will come, a peace will come, a peace will come in time»; l’attesa della pace è l’invocazione che apre e chiude «Ghosteen», nei versi finali della prima canzone, Spinning Song, e dell’ultima, Hollywood).

Ognuno di noi potrà ricavare un’impressione diversa dall’ascolto di «Ghosteen», soffermarsi su una delle immagini che lo compongono, dentro un suono più evocativo – un carillon, o nel tratto circolare di Galleon Ship, forse il passaggio più radioso dell’album. Ora, ci sono altri cantautori che hanno affrontato il  tema della morte, o meglio del lutto e della perdita. Ne cito un paio, distanti tra loro per lo status artistico raggiunto e per la differenza generazionale: Lou Reed, con «Magic and Loss», e Mount Eerie, ovvero il cantautore Phil Elverum, nello struggente «A Crow Looked At Me». Lou Reed scrisse «Magic and Loss» dopo la morte di Rotten Rita, un personaggio che gravitava attorno alla Factory di Andy Warhol, e dell’amico-cantautore Doc Pomus. «There’s a bit of magic in everything / And then some loss to even things out», canta Lou con la forza evocativa di cui solo lui era capace.

A un livello enormemente più intimo e brutalmente diretto, Elverum ha inciso «A Crow Looked At Me» facendo i conti con tutto il suo dolore per la morte della moglie Geneviève Castrée, scomparsa un anno dopo la nascita della loro figlia. «When real death enters the house, all poetry is dumb / When I walk into the room where you were / And look into the emptiness instead / All fails», sussurra Elverum in Real Death. Sono due dischi diversi e bellissimi ed è inutile e senza senso stabilire quale sia il migliore: Lou Reed dà fondo a tutto il suo carisma, scandendo le parole con la precisione di uno scultore, scavando attraverso il fuoco verso la luce. Mount Eeerie ci mette in contatto con il dolore in un modo visivo, spietato, difficile da dimenticare: sostiene che la poesia ammutolisce di fronte alla morte, ma sostanzialmente è a lei – alla poesia – che ricorre, per elaborare il lutto. Nick Cave – non fa meglio, non fa peggio, non è questo il punto – compie un passo ulteriore e iscrive «Ghosteen» in una dimensione altra; è come se avesse creato un mondo nuovo, e per questo «Ghosteen» è un album destinato a diventare un classico, un’opera con cui dovremo fare i conti.

Nick Cave ha avuto un’adolescenza turbolenta, come si dice. Da ragazzino entrò nel coro della cattedrale della sua città, in Australia, ma crescendo si lasciò andare a qualche bravata di troppo. I genitori, più che altro la madre Dawn, lo cavavano dai guai in cui si cacciava. Una sera del 1978 Nick chiamò ancora una volta la madre: la polizia lo aveva trattenuto in caserma. Mentre erano lì a conciliare con gli agenti, arrivò la notizia che il padre, Colin, era morto in un incidente stradale. Disse in seguito che la perdita del padre creò in lui un vuoto all’interno del quale le sue parole «iniziarono a trovare la loro direzione». La scomparsa del padre incise sulla sua biografia. «Murder Ballads», l’album del 1992 in cui duettava con PJ Harvey e Kylie Minogue, racconta violenza e morte con lo sguardo asciutto del narratore. Quello di «Ghosteen», scritto dopo la morte del figlio Arthur è lo stesso Nick Cave, eppure è un Nick Cave diverso. È un uomo che ha superato i sessant’anni e che ha perso il padre, da ragazzo, e un figlio, da adulto.

Attraverso i «Red Hand Files», lo scorso agosto un fan ha chiesto a Nick Cave se «crede nei segni». La risposta:

«Due giorni dopo la morte di nostro figlio, Susie e io andammo sulla scogliera dove cadde. Ora, quando Arthur era un bambino piccolo, aveva sempre, sempre, avuto un debole per gli scarabei di coccinella. Li adorava. Li ha disegnati. Si è identificato con loro. Ne parlava costantemente. Mentre eravamo seduti lì, una coccinella atterrò sulla mano di Susie. Entrambi l’abbiamo visto, ma non abbiamo detto nulla, perché anche se ne abbiamo riconosciuto il significato triste, non avevamo intenzione di sminuire l’enormità della tragedia con qualche dimostrazione sentimentale di pensiero magico. Ma eravamo nuovi al dolore. Non eravamo a conoscenza dei particolari appetiti del dolore. Quando tornammo a casa, mentre stavo aprendo la porta di casa nostra, un’altra coccinella atterrò sulla mia mano. Da allora Susie e io vediamo coccinelle dappertutto. Quando Warren e io stavamo lavorando all’ultimo album, un’ondata di coccinelle entrò in studio.

Questa necessità di credere in qualcosa al di là di noi stessi è una funzione umana di base. Gli esseri umani sono essenzialmente creature religiose per natura; siamo posseduti da inclinazioni e intuizioni in contrasto con il mondo razionale. Per alcuni di noi, questo non è semplicemente un pio desiderio o mancanza di nervi o essere “stupido”, ma un istinto di sopravvivenza che può dare un grande significato alla nostra vita, indipendentemente dal fatto che sia o meno conforme ai fatti».

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
2 Commenti a “Nick Cave e lo spirito di “Ghosteen””
  1. Alba Barnabei scrive:

    Ho provato le stesse sensazioni e emozioni. Complimenti per l’articolo.

  2. Barbara Grazioli scrive:

    L’articolo e successivamente la grafica della copertina mi hanno ricordato un film fantasy ‘Al di là dei sogni’ con protagonista Robin Williams.
    Lo trovo surreale, una musica veramente struggente

Aggiungi un commento