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Nient’altro che le nostre mani vuote – il dono di questi giorni infetti e fuori sesto

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(fonte immagine)

O meraviglia, che si possa far dono
di ciò che non si possiede, o dolce
miracolo delle nostre mani vuote!
Georges Bernanos

Sono tempi infetti e fuori sesto. E così, costretto a casa da questa quarantena, aggirandomi tra le mie stanze come il fantasma di me stesso, per evitare il più cieco sconforto mi trovo a pensare che in fondo a tutto questo isolamento ci deve essere qualche dono.

E se è vero che oggi «il mondo è un dente strappato», e l’ennesima diramazione dei bollettini della Protezione Civile sembra confermarlo, ugualmente, nella stessa poesia, Amelia Rosselli ci invita a «non stancarsi mai dei doni».

Che tipo di doni stiamo ricevendo in questi giorni spettrali, dove la gente rompe tutto questo silenzio cantando a squarciagola dai balconi? Sono doni negativi, generati da una mancanza. Nell’improvvisa sparizione di qualcosa, la forma cava di qualcosa brilla tanto più intensamente nell’aria, rivelando l’incredibile tesoro di cui disponevamo senza rendercene conto.

Così, quello che più salta agli occhi oggi è che, in giro, per strada, nei pochi concitati minuti in cui muoviamo verso una farmacia cercando di respirare il meno possibile, noi tutti, anche incontrando persone care, non ci sfioriamo più, non ci abbracciamo più, non ci accarezziamo più, non ci tocchiamo più, non ci stringiamo le mani.

È esperienza comune, ormai – dopo una lunga fila, entrando scaglionati in un supermercato, facendo incetta di prodotti a lunga conservazione, noi non solo ci teniamo alla larga dal prossimo, abbassando lo sguardo, evitando perfino di parlare, come se le parole fossero già causa di intimità e quindi di contagio, ma auguriamo tutto il male a chiunque invada incidentalmente il nostro spazio vitale, la nostra zona di sicurezza, una circonferenza dal raggio di un metro che ci colloca come al centro di una stanza invisibile e portatile.

Del resto, ci hanno ripetuto così tante volte che le goccioline di saliva, scoccando come frecce avvelenate, portano l’infezione, che noi, neanche per scelta, ma per riflesso, ripieghiamo come se fossimo gli eroi dell’Iliade immersi in fitta battaglia, alzando gli scudi inconsistenti di guanti e mascherine, sentendo colpi mortali sopraggiungere da ogni lato.

A tutto ciò si aggiunga un guaio ulteriore – sapendo che le nostre mani sono irrimediabilmente compromesse con le ragioni del contagio, noi, in condizione di allarme e pericolo, non solo evitiamo di toccare gli altri, ma ci precludiamo la possibilità di toccare noi stessi, in particolare gli occhi, il naso, le labbra.

Ovviamente, essendo un tempo così incoscientemente abituati a toccare e a toccarci, queste privazioni ci causano sofferenza, dolore, nevrosi. E se già Emily Dickinson scriveva che «l’acqua s’impara dalla sete», noi tutti, qui, con grande struggimento, stiamo diventando ogni volta più consapevoli che privi di tocco, sganciati dal nostro stesso toccare, la vita ci appare insopportabile se non impossibile.

Vi chiedo a questo punto di fare un piccolissimo esperimento. Un esperimento che in realtà portate avanti dal primo dei vostri giorni e che immediatamente vi lega a tutti gli esseri umani mai apparsi sulla Terra. Provateci. Toccate una cosa qualsiasi. Toccate uno dei vostri cari, se in questo momento avete dei cari intorno mentre siete disperatamente chiusi a casa. Cosa sentite?

Proprio così – nel momento in cui toccate qualcosa, qualcosa a sua volta vi tocca. Perché toccare è un’azione riflessiva, e quando il tocco si compie è come se le nostre mani, in completa autonomia, prendessero immediata coscienza non solo di quanto hanno appena toccato, ma di se stesse. Nel tempo infinitesimale di un contatto, le nostre mani, pensando e pensandosi, individuano noi stessi, individuano gli altri, collocando noi stessi e gli altri in uno spazio, riconoscendo di ognuno le specifiche qualità, da quelle più strettamente materiali a quelle più sottilmente emotive.

Il tatto, così, per questa sua capacità riflessiva, è ritenuto il senso dei sensi – e c’è chi pensa che gli esseri umani, posti nelle condizioni più estreme, privi di vista, udito, gusto, olfatto, potrebbero perfino cavarsela, ma non avrebbero alcuna speranza di sopravvivere senza la possibilità di toccare e farsi toccare.

Non è un caso se gli antropologi facciano risalire la presenza dei primi esseri umani sulla Terra al momento in cui i nostri antenati, staccando le zampe dal suolo, conquistando la posizione eretta, abbiano liberato le mani dalla loro funzione di appoggio, consegnandole a tutta una serie di raffinatissime abilità fino allora impensabili. Così come non è un caso se già in principio e poi lungo i secoli i filosofi si siano interrogati sulla natura delle nostre mani, come se nel cavo dei nostri palmi vuoti risiedesse un segreto di specie.

Per darvi qualche cenno, Anassagora sosteneva che «L’uomo pensa perché ha le mani»; Aristotele che «La psiche è come la mano e, infatti, la mano è l’organo degli organi»; Giordano Bruno che «Gli dei avevano donato all’uomo l’intelletto e le mani»; Kant che «La mano è la finestra della mente», e che «La mano [è] il cervello esterno dell’uomo»; Hegel che «La mano è l’animato artefice della felicità dell’uomo».

Certo, tra alcune di queste sentenze sembra spirare un ottimismo illimitato. Poiché se le mani costruiscono, modellano, cesellano, allo stesso tempo rompono, schiacciano, uccidono – e osservando controluce le superfici su cui si sono verificati i più luminosi atti di solidarietà o le più spietate opere di sterminio troveremmo sempre le stesse impronte digitali.

Ma non è questo il punto che mi preme sottolineare. Così come non vorrei concedere un’eccessiva predominanza alle mani. In realtà, noi tocchiamo con tutto il corpo, noi siamo sempre toccati da altri corpi – e se il nostro corpo toccando pensa e mette a punto il mondo, capirete voi stessi che tutta la questione della scissione tra mente e corpo, e della prevalenza dell’una sull’altro, è una di quelle assurde trappole concettuali da cui non ci siamo ancora emancipati veramente. Le mani, qui, indicano una parte per il tutto – e forse non sarebbe tempo sprecato se una volta a casa, dopo essere tornati carichi di buste dal supermercato, spellandoci i palmi sotto l’acqua bollente, sperando che il sapone compia furiosissima strage di virus vendicando la nostra specie, mettessimo da parte Cartesio per approfondire Spinoza.

Ma lo sapete già, e a questo punto l’avrete capito ancora meglio, c’è qualcosa di più intimo e profondo nel tocco delle nostre mani. Allora, per rendere la cosa più evidente e concreta, riprendete l’esperimento appena iniziato, ma questa volta portatelo avanti con gli occhi chiusi, in modo che i risultati siano depurati dalla mescolanza con gli altri sensi. Provateci. Abbassate le palpebre. Toccate qualcosa o qualcuno. Cosa sentite?

Sì, è così – per quanto dotate di volontà, per quanto pronte a cogliere, a premere, a stringere, le nostre mani, almeno per una frazione di secondo, allungandosi, librandosi nel vuoto, non hanno la certezza di toccare qualcosa, ma si abbandonano alla speranza che davanti a sé qualcosa non retroceda per sempre nel vuoto e nell’oscurità.

Per le mani, trovare il pieno nel vuoto, è sempre un atto di fede, e toccare è uno di quegli eventi che inaugurano la fiducia che un futuro accada, e stia per accadere, e sia già qui, sotto il fremito delle nostre dita. In fondo, non è azzardato pensare che ogni volta che le nostre mani tocchino qualcosa, in realtà stiano immaginando qualcosa, stiano inventando qualcosa, stiano strappando qualcosa al vuoto e all’oscurità, riconsegnandocela come una promessa.

Così, toccare noi stessi, toccare gli altri, è un modo per avvicinare noi stessi e gli altri alle imprevedibili ragioni del futuro. E tra tutti i possibili gesti, forse è la carezza la strategia di specie che più di altre apre all’indefinito sviluppo delle cose umane.

Scrive Emmanuel Lèvinas, «La carezza è l’attesa di questo avvenire puro, senza contenuto», e già così sentiamo scorrere sulla nostra pelle qualcosa di infinitamente tenero, seducente, lascivo, traumatico, come lo è ogni incerto accadere di ciò che ancora non conosciamo. Ma Lèvinas scrive pure «La carezza come il contatto è sensibilità. Ma la carezza trascende il sensibile».

Sembra così che nel momento in cui allunghiamo le mani sugli altri noi sfioriamo addirittura quello che non c’è. Le mani, continuamente animate da un qualche sentimento, arrivano a toccare l’intoccabile, cioè i nostri punti vitali, quelle zone a un tempo nascoste ed esposte a superficie, lì dove siamo più veri e sprovvisti di difese, lì dove una qualsiasi inavvertita pressione potrebbe farci soccombere.

Alcune notti, in completa solitudine, quando cala un silenzio asfissiante, non potendone più, io spalanco la finestra che dà sul grande viale sotto casa mia. Mi sporgo, guardo giù, e non trovo nessuno, se non gli alberi, e il profilo minerale dei palazzi, che assestandosi pesantemente davanti a me mi consegnano una volta di più la sensazione che una vita tutta impersonale sopravvivrà alla sorte degli esseri umani. In tanta desolazione, rotta da qualche finestra illuminata, riesco perfino a sentire il getto di una fontana che scorre dall’altra parte della strada. L’acqua, non potendo seguire altro che la sua natura, scroscia e canta, ed io, che non ho la stessa forza, sento che da un momento all’altro potrei volare via dalla finestra come foglia secca.

Fortunatamente, in quegli istanti, vengono in mio soccorso alcuni versi delle Elegie Duinesi. Rilke, parlando degli amanti, scrive così, «Lo so, / vi toccate beati così perché la carezza trattiene, / perché non svaniscono gli spazi che voi teneramente / premete; perché lì avvertite il puro durare».

Ecco, mi dico chiudendo la finestra, a cosa serviva tutto il nostro inesauribile toccare e toccarsi dei giorni più lieti, non solo ad avere fiducia nell’avvento di qualcosa, non solo a scoprire qualcosa, non solo a inventare qualcosa, ma a far sì – accarezzando, premendo, trattenendo – che quanto di volta in volta andavamo scoprendo e inventando non svanisse miseramente, ma durasse e continuasse a durare.

Così, portandomi a letto, sperando ardentemente di sognare mani che si occupino di me e trattengano qui la foglia secca di me stesso, per un attimo ancora immagino che questa sarà la cosa che dovremo imparare da capo quando questa pestilenza sarà soffiata via da un tempo nuovo e più clemente. Toccare, accarezzarsi, premere infinitamente, trattenere infinitamente, così da far durare noi stessi e gli altri il più a lungo possibile. Costretti da turni massacranti negli ospedali, i medici e gli infermieri già da settimane stanno adoperando le loro mani per fare in modo che ciò accada. È il dono e la promessa che ci concedono questi giorni funesti.

 

 

ghost track:

https://www.youtube.com/watch?v=uk_yKYhBjKA

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
Commenti
5 Commenti a “Nient’altro che le nostre mani vuote – il dono di questi giorni infetti e fuori sesto”
  1. stefano zoletto scrive:

    Grazie per questo articolo, che ho molto condiviso con colleghi e amici. Ha centrato una riflessione profonda sul senso delle relazioni e delle relazioni perdute, o sospese che siano. E la ghost track che ho visto dopo aver letto l’articolo è di una bellezza struggente. Grazie davvero

  2. Maria Rosaria Fele scrive:

    Bellissimo articolo,
    Le mani che offrono non resteranno mai vuote.
    Grazie

  3. Luciana Maurelli scrive:

    Attraverso le nostre mani si dona e si riceve, ma soprattutto si fa durare la vita!

  4. Enrico scrive:

    Grazie. Questa lettura mi ha ricordato il bellissimo lungometraggio animato “J’ai perdu mon corps” candidato agli Oscar quest’anno. La ricerca incessante di una mano mozzata che vuole a tutti i costi salvare il proprio corpo (e spirito).

  5. Adriana Varacalli scrive:

    Ho letto il tuo articolo e l’ ho apprezzato moltissimo.

    E’ una magnifica ed interessante analisi sociologica e filosofica da cui traspare una naturale disposizione a trattare tematiche così “forti” e attuali.

    Considero le tue riflessioni molto alte e soprattutto Ti riconosco il merito di voler avvicinare gli altri ad argomenti/questioni così importanti e angoscianti.

    Molto profondo il passo sull’ azione riflessiva delle mani e “sulla carezza che trascende il sensibile” (Lèvinas ) .
    Forse molti di noi non avevano bisogno del “virus” per comprendere il valore del “dono”, della relazione umana, della comunicazione che non si può giocare nel non-spazio del virtuale, o forse avevamo bisogno tutti di un periodo sabatico per cogliere, afferrare il vero senso della vita.
    Non credendo al complottismo, sono più propensa ad ammettere che la Natura abbia sempre, con le sue leggi, il modo di riequilibrare le “cose”, quando vengono stravolte e la forza di richiamarci a fare i conti con tutto ciò di cui abbiamo perso il valore.
    Con grande stima
    Adriana Varacalli

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