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Niente più culto dei morti nell’Italia del Novecento

Questo racconto è stato scritto e pubblicato sei anni fa.

di Christian Raimo e Nicola Lagioia

Io e Nicola eravamo stati amici – molto amici, stretti, sodali, soprattutto nei due anni in cui le cose stavano andando talmente a scatafascio che potevamo passare le ore a fare battute sarcastiche sul fatto che non avevamo i soldi per comprarci una corda da agganciare al soffitto.
In un’Italia divorata dalla crisi economica, nel maggio assolato e ventoso in cui per un periodo ci dividemmo un appartamentino a San Giovanni, le cose erano andate più o meno in questo modo: io ero depresso perché ero depresso e Nicola era depresso perché – fuori tempo massimo, nevrotizzato dai sensi di colpa – si stava sputtanando i pochi soldi che gli passava una web-agency facendosi nelle vene. Io lo guardavo con gli occhi abbacinati, abbozzavo meraviglia: preparare tutta quella roba lì, le bustine di cellophane, i filtrini di ovatta, il cucchiaino… Tutti i pulpiti su cui sarei dovuto salire per contraddirlo o almeno biasimarlo mi sembravano troppo alti, e del resto ero convinto che lui ce l’avrebbe fatta perché aveva una fidanzata, Betta, che nonostante tutto gli voleva bene, come lui era convinto che io mi sarei salvato perché avevo una famiglia che mi avrebbe fatto in qualsiasi evenienza da materasso protettivo; ma questo, appunto, non ce lo dicevamo.

Ora, come succede nei peggiori racconti, erano passati due anni e mezzo, e io ero tornato a vivere al Tuscolano con i miei, che è vero, erano sempre stati protettivi, ideologici nella loro concezione di famiglia – mia madre, ora in pensione, parlava continuamente di quanto fosse importante tenere unita la famiglia, qualunque cosa volesse dire. Nicola non avevo potuto vederlo per più di un anno, tutto il tempo che aveva passato nella clinica di disintossicazione, dove i medici gli avevano intimato di troncare con tutte le relazioni pregresse – le persone colpevolmente indulgenti – finché non fosse arrivato alla consapevolezza di essere pulito.
Così era successo che da un giorno all’altro, nel moto inerziale della coabitazione a San Giovanni, io mi ero ritrovato ad aver perso un amico, con la promessa vaga che sarebbe ritornato, e appunto ora, dopo il purgatorio, sembrava proprio che qualche nodo iniziasse a sciogliersi: Nicola veniva a trovarmi, si lasciava offrire un caffè dopo l’altro, e parlava, mi chiedeva scusa, spesso senza legami con qualche colpa chiara.

Nel frattempo, cos’era avvenuto? Betta era stata paziente, aveva contato le entrate e le uscite da questo centro di disintossicazione, e per non consumarsi nell’empatia dell’attesa si era trasferita per un anno a Lisbona a completare un dottorato in lusitanistica. L’anno si era consumato, lui e lei si erano rivisti scoprendo, senza nemmeno troppa meraviglia, che i tempi solitari nei laboratori di ceramiche o in biblioteche affossate dalla retorica della nuova Europa non erano riusciti a smentire il fatto che si amavano. Così si erano sposati, e adesso Betta aspettava un bambino.
Nicola era felice, questo pensavo, ma in effetti non era proprio così.

Anche soltanto pochi giorni dopo che si era istallato nella sua casa nuova, cominciò a farmi telefonate mattutine. Mi chiamava verso le otto e dieci, diceva: “Beh?”
Il sole della città si scioglieva, e io restavo in genere chiuso in casa, traducevo fumetti francesi e americani, chiacchieravo in chat e per mail con fumettofili sparsi in giro per il mondo con il pretesto di chiedergli delucidazioni su questo o quel termine. Nicola adesso era la voce che mi svegliava al mattino, mi interrogava sull’umore della giornata. E poi, dopo avermi domandato pro forma cosa sognavo, mi raccontava i suoi, di sogni. Si confessava devastato. Faceva sogni complicatissimi, articolati, interminabili, a spezzoni, che poi il riflusso onirico delle cinque del mattino provava a ricucire. “È cominciata la prima notte del viaggio di nozze, cioè io pensavo che fosse normale, il nervosismo, o tutto quello che c’eravamo bevuti, perché cazzo, sai che succede, succede che mi sogno Pinelli, non Pinelli mentre cade dalla finestra della questura ma i giornali dell’epoca, mi sogno Il Giorno che dice che ci stanno gli anarchici che sono colpevoli, mi sono sognato le assemblee nelle fabbriche con gli operai che dicevano: noi non facciamo più uno sciopero in vita nostra se questo deve portare a ’sto casino coi morti ammazzati. Mi sono sognato Camilla Cederna, che non so manco com’era fatta”.

Io trascorrevo le giornate a procacciarmi un lavoro serio. La mattina, dopo essere stato svegliato da Nicola, telefonavo in banca per chiedere se era arrivato qualche bonifico. La ragazza della Banca Etica era gentilissima al telefono, confidenziale, se mi sentiva col naso chiuso mi consigliava dei rimedi contro la rinite, ma ribadiva sempre: “No, mi dispiace, solo venti euro”. Mi ripetevo: diamoci da fare, e consideravo che mi sarebbe piaciuto essere coinvolto in un progetto di documentario sui produttori che avevano cambiato il cinema italiano negli anni ’60 e ’70 (Bini, Grimaldi, Rottieri), oppure fare il giardiniere come Chance in Oltre il giardino, oppure sfogliavo Porta Portese e mi segnavo annunci del tipo: “Cercasi pony express personale – compenso da concordare”. Da spararsi, insomma.
Mi sarei anche riadagiato in quella depressione che ti fa svegliare all’una e ruminare per mezz’ora sul sito di Repubblica dove qualche autorevole istituzione europea sentenzia con fare sempre meno indulgente che la situazione dell’Italia è sempre più disastrosa, se non fosse stato per Nicola che mi faceva la sua telefonata regolare delle otto e dieci: “Ho sognato Cicconi, hai presente il fotoreporter che seguiva Craxi dappertutto? Ho sognato che riceveva una telefonata da Hammamet e poi se ne andava in giro per Milano a scrivere sui muri: Craxi torna, perché Craxi gli aveva chiesto di farlo”.
“E… come va con Betta?”, chiedevo.
“Con Betta va bene”, diceva Nicola, “ma non lo so. Non capisco. Come cazzo devo fare, devo farmi vedere secondo te da uno psicologo?”
La mia esperienza con gli psicologi era stata fallimentare: mi presentavo sempre al primo colloquio perché era gratuito, piangevo, mi vergognavo della mia vita, la mia indolenza viziosa, mi aprivo del tutto, e poi la volta dopo non mi facevo vedere perché non avevo i soldi, o perché ero convinto che non mi avrebbero creduto a vedermi scoppiare in lacrime una seconda volta.
“Basta che non ti ricominci a fare”, rispondevo a Nicola, del tutto fuori luogo.

Nella mia testa i giorni passavano come dei granelli di sabbia grumosi che non trovano l’apertura tra i due coni di una clessidra. Dicevo di volermi liberare da tutto quello che mi paralizzava. E, non potendo pagarmi uno psicologo, mi appuntavo tutto su un quadernino: i tempi morti, le recriminazioni, i sottintesi, le pressioni psicologiche, i ricatti affettivi, i rancori repressi, le accuse velate, le ossessioni compulsive, le insonnie, i bilanci continui, le ferite non rimarginate, i nervosismi, le tensioni sottocutanee, i rimpianti, le relazioni coi fantasmi, le smorfie, i tentativi inutili di essere spontanei, le strategie meschine, le dinamiche guaste, le delusioni. La mia vita di rapporti sociali.
Poi una mattina pensai che per salvarmi dovevo occuparmi delle altre persone, e così anticipai Nicola e gli telefonai alle otto meno un quarto. Gli chiesi: “Oggi va meglio?”.
“No”.
“No?”
“Ho sognato un cadavere. Un cadavere, e non so di chi è”.
“Beh, dài, è tetro, ma è un sogno normale”.
“È il cadavere di qualcuno. Sta vicino Tarquinia”.
“Non ho capito”.
“È la seconda volta che lo sogno. È la seconda volta. Mi sogno un collettivo di gente, di qualche gruppo di gente che non si capisce se sono compagni, fascisti, massoni, che cazzo ne so, che stanno in una specie di bar del centro, e parlano, dicono di un amico loro morto, che non è stato sepolto, e che bisogna seppellire”.
“E allora?”
“Non so che cazzo devo fare! Sembra che si rivolgano a me. Nel sogno mi chiamano proprio, dicono, dobbiamo farlo fare a Nicola”.
“Fare cosa?”
“Seppellire il cadavere di questo”.

Mentre io da qualche tempo – nella vanità del tempo – ero ossessionato da quella che chiamavo la vita potenziale, dalle esistenze malauguratamente sterili in cui la possibilità del tutto non porta né a un’identità né, men che meno, alla felicità. Faust, Don Giovanni; gli altri come Goethe e come Kierkegaard che tentavano di esorcizzare il rischio di disperdersi concentrandosi in analisi filosofiche di questo genere di parabole di vita. Era Kierkegaard quello che mi spaventava di più. La sua storia d’amore inespressa con Regina Olsen che lo tormentò tutta la vita. Lui che dopo un anno le rimandò indietro l’anello di fidanzamento. Le scrsse una lettera “di un’inguaribile malinconia”. Per una misteriosa “spina nella carne”, aggiunse. Per il “gran terremoto” che aveva significato la morte recente del padre, il padre stimatissimo, adorato, di cui però aveva scoperto, dopo la morte, una terribile colpa, anche questa misteriosa.

Poi ecco arrivare un’altra bordata: Nicola mi aveva telefonato alle due di notte ma non mi aveva svegliato. Era da almeno un’ora che mi contorcevo su me stesso. Avevo provato a addormentarmi in tutti i modi, mi ero imbottito di camomilla, avevo buttato giù un aulin, ma l’unica forma di pensiero che mi era rimasta era una piastra nera che pulsava, un oggetto di cui non riuscivo a capire la provenienza mentale.
“Si chiama Pianesi! Danilo! Danilo Pianesi!”, aveva urlato Nicola. “Mi senti? Ti ho svegliato?”. Gliel’avevano detto sempre in sogno, gli avevano, come dire, presentato la salma. “Fatti una doccia, vestiti, ti passo a prendere tra mezz’ora”.
“Eh? La doccia?”, ero catatonico.
“Bisogna andarlo a seppellire, bisogna andarci mo’, stanotte”.
“Cosa?”, avevo detto, e l’unica cosa lucida che avevo aggiunto era: “E che le hai detto a Betta?”.
“A Betta, gliel’ho detto. Tutto”.
“Nicola”, avevo detto io, e mezz’ora dopo ero atterrato in una Roma pre-albore, popolata dai van che trasportano i giornali e dalla luce mielosa che pareva colare come resina dalle stelle scialbe del cielo metropolitano.
“Nicola”, gli avevo detto, “hai cacato il cazzo. Te lo giuro, ho un rapporto con la realtà che, okay, non è del tutto lineare. Forse sono ancora in depressione, forse sono semplicemente confuso, e anche tu evidentemente hai qualcosa che devi mettere a fuoco, ma ti prego, secondo me questa cosa, queste paranoie viziose ci mandano ai matti, finiamo a fare gli esplosi come tre anni fa”.
Lui era scoppiato a ridere ma poi aveva tirato su col naso, si era asciugato le lacrime, e: “Mic”, aveva singhiozzato, “non lo so se è vero che c’è un cadavere, non lo so perché continuo a sognarmi tutta questa gente, morti ammazzati, storiacce, Paolo Di Nella, Raul Gardini, i fratelli Mattei, Calvi, e ti giuro non me ne è mai fregato niente, non so manco chi cazzo è ’sta gente, nomi mai sentiti, Rumor, Nardi, mai avuta nessuna attrazione morbosa per complotti, cronache nere, non so perché è così, ma adesso mi devi accompagnare”.

Si era stampato da internet una mappa con tutte le indicazioni per arrivare a questo fantomatico posto che in realtà esisteva e si chiamava Porsenna, un paese scalcinato dell’alto Lazio dove si sarebbe dovuto trovare un bar con l’insegna “Lappy Caffè”, dietro il quale sarebbe dovuto partire un sentiero su cui, dopo circa un chilometro, avremmo trovato il cadavere. Tutto al condizionale, tutto secondo il sogno.
Mi ero messo io alla guida, lui mi faceva da navigatore. Sonnambulicamente, eravamo usciti da Roma sull’Aurelia, passando accanto al profilo marziano della discarica di Malagrotta e all’American Hospital dove mio nonno era morto di tumore due anni prima. Ero nervoso e mi sudavano le mani, un sintomo che si manifestava solamente agli esami dell’università o ai colloqui di lavoro, ma con Nicola restavo muto: avevo paura che la sua espressione spiritata si rovesciasse in una forma ancora più selvaggia, avevo il sincero terrore che da un momento all’altro arrivasse a confessarmi, che ne so, di essere guidato dal sogno ed ergo ci saremmo dovuti lanciare giù dal cavalcavia con la macchina in corsa.
Invece fece peggio. Poco prima di Civitavecchia, mentre già mi stavo abituando all’idea di passare semplicemente una nottata stronza fuori Roma, Nicola mi ordinò all’improvviso di svoltare per una stradina sterrata senza nessuna indicazione, io eseguii senza replicare e quando, dopo neanche cinquecento metri, venimmo succhiati dal buio denso della campagna romana, lui mi fece cenno di fermarmi. Accese la lucetta all’interno della macchina, poi si sporse dietro e tirò fuori una busta. E siringhe incellophanate, un cero rubato in qualche chiesa, un paio di lacci emostatici nuovi nuovi, cotone idrofilo. “È ero. Roba sì”, disse. “Ce la dobbiamo fare”.
Aveva la stessa espressione di un bambino ritardato che però la sa più lunga di te.
“Te l’hanno ordinato nel sogno?”
“Non ti sei mai fatto”.
“Non mi sono mai fatto”.
“E non mi hai mai aiutato a smettere, quindi”.
“Quindi che?”
“Quindi adesso ti buchi. È tagliata bene, è tranquilla”.
Traducevo fumetti americani guadagnandomi a mala pena i soldi sufficienti per i salumi in vaschetta che costituivano l’80% della mia dieta, molti giorni ero troppo pigro anche per gingillarmi in un dormiveglia di ricordi sempre meno a fuoco delle scopate magre fatte mesi prima, dovevo seimila euro al mio zio diplomatico che a giorni sarebbe tornato dal Mozambico: perché non dovevo assumere dieci milligrammi di questa polvere brunastra così apparentemente innocua, eterea come il polline di un soffione?

Nicola mi cercò la vena come avrebbe potuto fare mia madre da piccolo per iniettarmi la penicillina. Non disse niente tranne: “Niente, non ho neanche un cazzo di ricordo delle cose di quando mi facevo, c’ho solo il ricordo automatico del meccanismo, tipo che ti ricordi come si va in bicicletta, non so se hai capito”.
L’odore di fuori era quello di brace umida, i fischi della natura (vento, foglie, insetti) si andavano a incrociare con i fischi delle macchine che provenivano dalla parte opposta. La botta mi arrivò da sotto, come se la pancia venisse massaggiata all’improvviso da cento mani, come se una donna invisibile si accucciasse tra le mie gambe. “Non ti ricordi, non ti ricordi”, rideva Nicola, “non ti ricordi niente di quando ti fai, e cosa ti puoi ricordare, il colore del soffitto che hai guardato per due ore, o che cazzo di scarpe aevevi”. Per me, per il novellino, non c’erano referenti fisici di un piacere del genere se non memorie sessuali, cianografiche tattili di orgasmi remoti, forse dell’adolescenza, di quando il sesso è davvero l’accesso privilegiato al mondo reale. Dicevo a Nicola: “Bene”. Ripetevo: “Bene”. O anche soltanto: “Nicola”, veramente come quando scopi. E poi facevo domande slegate, dicevo: “Questo cos’è?” E poi ho detto: “Isacco”, ho detto, “era l’unico figlio, Isacco, veramente figlio di Abramo, e lui l’ha dovuto sacrificare. Cioè gli è stato chiesto di sacrificarlo, e lui ha detto sì. Si è alzato di buon mattino. Non ha tergiversato. Dio gliel’ha donato e poi gliel’ha chiesto esplicitamente: prendi tuo figlio, il tuo unico figlio, quello che tu ami”, mentre Nicola girava la chiave nel cruscotto e ingranava le marce facendole slittare una sull’altra. Io non avrei saputo guidare: “Io non saprei guidare, adesso”, ho detto, “ma forse è solo questione di fidarsi, ma per fidarsi ci vuole Dio che ti chiede qualcosa, un Dio che ti abbia dato già la terra, e un figlio in tarda età, ma sto bestemmiando. Beeestemmio? Che faccio tutt’uno io che mi hai drogato e Abramo che gli viene chiesto di sacrificare il figlio”.
“Ti ho drogato?”
“Forse non avrò mai il coraggio di Abramo! Troverò sempre scuse! Soltanto però il fatto che ci sia, che sia esistito un uomo che abbia ascoltato la volontà di Dio e l’abbia messa in pratica, per me, dico, per me, è quello che mi dà coraggio, no? Com’è che dice, non quelli che dicono Signore! Signore!, ma coloro che fanno la volontà del Padre mio”.
“Pure noi”, ha detto Nicola, “potremmo seppellire non solo il tizio, potremmo seppellire tutto quello che ci capita a tiro. Tutto quello che ha bisogno di essere seppellito”.
La strada davanti ai nostri occhi magnetizzati era un rettilineo buio a cui però sembrava fossimo legati da un binario. Non avevo paura, non avevo assolutamente paura.

Il telefono di Nicola aveva preso a suonare ripetutamente ma, se pure registravo il fenomeno, lo squillo, non riuscivo a riconoscergli una funzione, era un allarme astratto. Nicola ridacchiava, guidava concentratissimo, come se la linea tratteggiata al centro della strada fosse qualcosa di divertente, e mi urlava un discorso accorato che aveva a che fare con qualche strage, non riuscivo a capire quale, Peteano?, Italicus? Stazione di Bologna?: “Guarda quanti sono! Sono venuti tutti qui per il funerale! Li senti?”, chiedeva a me, “li senti fischiare? Tutti?”. Io ero obnubilato, un sonno di nuvole che non era un sonno, facevo caso a dei pezzetti di vetro che erano sopra il cruscotto. Mi toglievo dei fogli dalla tasca e leggevo le cose che ci avevo appuntato.

Finché Nico cominciò a perdere colpi, volontariamente, non accelerava più, controllava la macchina ma lasciava che andasse per conto suo. Eravamo in un posto che non sembrava molto diverso dalla periferia romana, case basse modello borgata, e insegne di negozi enormi, ognuna diversa dall’altra. Ma non mi rendevo conto se quello che percepivo era fedele alla realtà o se riuscivo a sovrapporci ricordi miei, elaborati per l’occasione. “E Moro Moretti e Morucci? E Moretti Morucci Moro?”, rideva da solo Nicola. “Sta bene Curcio? Bisogna telefonargli e accertarsi che sta bene. Io scendo”, aveva frenato di colpo ed era saltato via dalla macchina, come se il sedile avesse preso fuoco. Io che facevo? O piuttosto, che cos’ero? Avevo problemi di autorappresentazione. Recepivo le informazioni con ritardo, l’avevo visto allontanarsi e avevo pensato che dovesse pisciare, e siccome anch’io dovevo pisciare, in cuor mio speravo che lui, il mio amico ritrovato, a quel punto, dopo che ci eravamo drogati insieme, dopo che lo avevo accompagnato a cercare un indizio di una sua follia personale, mi ricambiasse uno di questi favori: che pisciasse anche per me, mi liberasse dalla fatica di alzarmi e inoltrarmi nel bosco, e così, placido, mi lasciasse finalmente addormentare.

E così accade. Vista dall’alto, vista fuori di me, questa scena si colloca a circa 110 chilometri da Roma, a dieci da Cecina, a duecento metri da un maiale. Mi ero addormentato davvero, assorbito da una narcosi buffa e morbida, commestibile avrei detto. La temperatura era di 11 gradi, il nostro corpo ne registrava 25 perenni. Sognavo di aver prurito, oppure ce l’avevo sul serio. Nicola ghignava come un caratterista che ha finito il repertorio ma è ancora al pieno di energie. Mi scosse e mi svegliò dalla circolarità del sonno. Il suo telefono squillava, lui continuava a non rispondere, il drin era l’om universale, finalmente concesso a noi poveri umani. “Andiamo, uccidiamo, seppelliamo”, mi disse. E io: “Perché ha lasciato Regina Olsen?”, gli risposi, una domanda che era un avanzo del sogno.
Nicola mi disse: “Io non ho lasciato nessuno”.
Aveva in mano la stessa siringa con cui c’eravamo fatti poco prima, e un altro grumetto di roba in una palletta di quelle che vinci girando una manopola al luna-park. Avrei accettato di farmi di nuovo? Volevo farmi di nuovo. Invece lui mi trascinò, mentre io raschiavo il fondo dello stomaco: “Ora siamo amici, Nicola? Ora siamo o non siamo amici? Ti fidi di me? ti ho accompagnato dove volevi”.

Il maiale era legato a una corda che era legata a un recinto di filo spinato. Il buio, o forse la mia vista, lo faceva sembrare più piccolo di quello che in realtà era. Una bestia di qualche quintale stava dormendo davanti a noi in piedi. Era qui da secoli, pensai.
“L’ho trovato”, disse Nicola.
“È qui da almeno un secolo”, gli dissi, “guarda come è quieto”. Nicola preparò la siringa: adesso non era più un genitore solerte, era un medico, un medico in una situazione di emergenza, che si faceva luce con la luminosità ebete del telefonino per fare attenzione che l’ago risucchiasse la polvere.

Commenti
3 Commenti a “Niente più culto dei morti nell’Italia del Novecento”
  1. #... scrive:

    …Continuare a scrivere per tutta la notte galvanizzati da litri e litri di acqua minerale…

  2. cdemajo scrive:

    molto bello, come dissi sei anni fa.

  3. Paura e delirio a Cecina. Avvinghiante.

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