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Geografia di un non-genere: su “No music on weekends” di Gabriele Merlini

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di Tommaso Ghezzi

Sono nato mentre i Litfiba registravano su molteplici piste audio le performance dal vivo del tour conseguito all’album Litfiba 3, delle quali solo una piccolissima percentuale sarebbe stata effettivamente utilizzata per il disco live Pirata.

Sono nato in tempo per vedere, molti anni dopo, Piero Pelù solista, mentre si dimena nei pantaloni in pelle nera e dedica una canzone al nipotino sul palco di Sanremo; sono altresì nato in tempo per leggere i post su Facebook di Federico Fiumani, sporcati da un irriducibile astio senile e un improprio uso dei social network. Sono nato in tempo per vedere Giovanni Lindo Ferretti sciorinare improbabili endorsement al centro destra cattolico. Per non parlare poi di tutto lo sbrodolame nazionalistico di supporto alla destra britannica delle uscite pubbliche di Morrissey. But you don’t remember at all / As we get older and stop making sense.

Tutti cigni diventati anatroccoli, dopo lo iato del millennio? Tutti incendiari permutati in pompieri, una volta che si è perduta gradualmente la densità ossea e i pensieri si sono fatti nostalgici e rammaricati? No, la new wave è stata altro, a prescindere dall’odierno tasso di credibilità dei suoi protagonisti. È stata il fondamento di qualcosa che oggi è presente e vivo in più o meno tutte le forme dell’arte che si dicono contemporanee. Siccome è sempre bene ribadirlo, è uscito un libro che ci ricorda il peso storico di quegli anni e ripercorre in maniera narratologicamente intelligente i centri nevralgici di produzione musicale di quella che è stata la grande stagione disorganicamente raccolta sotto l’iperonimo “New Wave”: si intitola No music on weekends. Storia di parte della new wave, lo ha scritto Gabriele Merlini e l’ha pubblicato la casa editrice fiorentina effequ.

No music on weekends può essere concettualmente considerato il seguito di due volumi, uniti qui in una crasi  tutta personale, per forma e contenuti, che rende complementari due modi di intendere il saggio narrativo.

Il primo è Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa, guarda caso esordio del Merlini, che, più o meno con la stessa dinamica e lo stesso rapporto tra scrittura e spazio, ci accompagna in giro per l’Europa al seguito di un amore dalla forza motrice, tra Berlino, Praga e Bratislava. Anche lì c’era molta new wave, molto post-punk, molto rumore: musica testualmente esplicitata, eminentemente trascritta. In quel romanzo c’era soprattutto molto David Byrne, a cadenzare il battere e il levare della sintassi funambolesca. Lo stesso Byrne è presentissimo anche in questo nuovo lavoro, a partire dalla citazione nel titolo, tratta dal booklet di Stop Making Sense dei Talking Heads. Válečky è quindi la base metodica di montaggio di No music on weekends: riflessioni, lirismi, suggestioni private, pagine di introspezione fumettistica ai gate aeroportuali, incontri con figure senza volto nei parcheggi multipiano o ai distributori, personaggi iconici che appaiono nel polverio mnestico dell’autore/narratore. Tutto addensato e ordinatamente accolto in una prosa sopraffina, ben livellata e funzionale.

Altro testo che a parer mio è da porre alla sinistra di No music on weekends come ideale prequel, è Superonda – Storia segreta della musica italiana, la bibbia storiografica di Valerio Mattioli uscita nel 2016 per Baldini&Castoldi, che specula sui rapporti tra sperimentazione musicale italiana –circoscrivendo il trattato entro i termini cronologici del 1964  e del 1975 – e gli ambienti della controcultura. Con lo iato del punk italiano indicato convenzionalmente da Merlini nell’omicidio Lorusso, No music on weekends riparte da dove Mattioli si era fermato, riconoscendo nel Festival del proletariato giovanile organizzato dalla rivista Re Nudo a Parco Lambro del 1976 la proverbiale fine di un’era.

Proviamo dunque ad abbozzare una sinossi. Il libro si apre su un viaggio in treno, su una carrozza di Trenitalia che conduce a Bologna. L’embrione della New Wave italiana è un cocktail molotov di rumore e provocazioni: Skiantos, Confusional Quartet, Windopen e Gaznevada. Si arriva poi a Firenze (il “nido” di Merlini) e dai tavoli usurati della casa del popolo di Settignano, già Rokkoteca Brighton, ci appaiono Diaframma, Litfiba e Neon. A Milano, poi, si materializzano nella nebbia acida e fluorescente Kaos Rock, Kandeggina Gang, Decibel e Krisma. Merlini ci introduce a tutta la comune fantasmagorica The Great Complotto di Pordenone, per poi arrivare a Roma, lasciandoci imbattere nei Take Four Doses, Elektroshock, e in «una valanga di sigle, numeri e alternanza di spazi che si uniscono caoticamente sulla mappa»[1].

Merlini però non si ferma all’Italia. Sarebbe stato troppo territorialistico e peccaminosamente parziale. Con il metodo del viaggio e dell’introspezione autobiografica ci porta anche negli USA, in Canada e soprattutto nel Regno Unito, dove la qualità della scrittura, con la sua forte volontà idiomatica, raggiunge il suo picco. Le elaborazioni aliene di questi ragazzi venuti dallo spazio e materialmente agenti creativi di una nuova onda di sperimentazione musicale vengono filtrate attraverso il confronto dell’io narrante con testimoni reali di quei mondi, che – al di là delle ovvie presenze di Television, Suicide e Talking Heads – ci portano in rassegna una quantità elettrizzante di dischi.

Qual è la particolarità di questo “saggio pop” (come eloquentemente indica il nome della collana entro cui l’editore effequ ha catalogato il libro, appunto Saggi Pop, «trasversali, ibridi, poco convenzionali») e cosa aggiunge questa cronotopizzazione di Merlini alla già massiva bibliografia sul tema? Il saggio è interessante per come è utilizzato al suo interno l’espediente narrazione. Quelle di Merlini sono vicende che a buon diritto è il caso di riconoscere come autobiografiche. La base del montaggio del libro è una sottotraccia romanzesca, che ci accompagna lungo gli spostamenti della voce espositiva/narrativa, con vette liriche di pregevole ingegno sintattico nelle parti dedicate a Firenze (c’era da immaginarselo) e alle lande urbane albioniche.

No music on weekends è un egregio modulo di narrazione espositiva, un ben formulato puzzle di campiture tematiche. L’autore riesce a tratteggiare il perimetro di una storia di parte che tanto parziale non è. Pur alludendo nel sottotitolo ad una selezione storiografica, (storia di parte della new wave, con tutto ciò che questo possa significare) Merlini centra in pieno l’obiettivo di affrontare tutti i contesti nei quali le esperienze della new wave si sono prodotte. Il metodo utilizzato, di giustapporre cioè i luoghi e non le esperienze dirette, è decisamente funzionale alla trattazione quanto più sistematica possibile di qualcosa che sistematico non è e non potrà mai essere.

Anche il campione di espressioni musicali presi in analisi non è per nulla scontato: una volta planato sulla caleidoscopia tematica della new wave nel Regno Unito, su cui era facilissimo eccedere o, per inverso, affastellare nozioni che avrebbero finito per risultare lacunose e confuse, Merlini azzarda una top ten. Una lista di dieci dischi che ambisce ad essere il canone di rappresentatività per la New Wave inglese – si fornisce qui ampio margine a lunghe sessioni di TL;DR sui forum musicali tra wannabe Jon Savage –nella quale vengono messi su un piatto album, l’ascolto dei quali non è poi così ovvio perfino tra i cultori. Di conseguenza c’è il rischio che leggendo No music on weekends si possa – udite udite – conoscere finanche qualcosa di nuovo.

Dunque, ho 30 anni. Quando vidi David Thomas materializzarsi dietro la porta scorrevole del nove posti che lo aveva trasportato nel backstage, sorretto da due persone, con le stampelle, la voce smodatamente macchiata dalla raucedine e un improbabile gilet di pelle fuori tempo massimo, mi veniva difficile credere che quel tipo, incapace di stare eretto sulle sue gambe, rispondesse alla stessa personalità che urlava i tuoni verbali più insurrezionali del primo segmento di un corso culturale riconoscibile come “New Wave”, nella Cleveland post-industriale dei tardi anni ’70. Eppure, il concerto dei Pere Ubu che ebbi l’occasione di vedere nel settembre del 2018 è stato di gran lunga uno degli eventi più epifanici che abbia mai sperimentato. Il libro di Gabriele Merlini mi ha aiutato a capire meglio quell’epifania: qualcosa di assolutamente alieno, venuto dallo spazio, capace di trasformare le fabbriche in strumenti musicali da suonare, dalle 8 di mattina alle 8 di sera, tutti i santi giorni tranne i finesettimana.

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[1] p. 121

Commenti
2 Commenti a “Geografia di un non-genere: su “No music on weekends” di Gabriele Merlini”
  1. Izio scrive:

    …lo iato del millennio…mio dio! beh dal cognome dell’autore del pezzo si può deddurre una partogenesi di questa prosa psuedoicastica e più probabilmente come diceva Guccini generata de …pubertà infelice spesso urlata a mezza voce…ma che alcuni invece urlano. questo libro deve avere la stessa cifra, giovanilismo ormai fuori tempo…la punkeria, il lato epigonale di una musica che ha dato troppo ma anche questo troppo è degenerato negli ultimi litfiba eccc. Poi vorrei concludere ocn questo riempirsi la bocca con i Talking Heads e il suo guru che avrebbe ammaliato anche Sorrentino e che verrà ricordato con una o due canzoni. Cresci ragazzo cresci…ma , e mi dispiace dirlo, non moltiplicarti!

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  1. […] «Proviamo dunque ad abbozzare una sinossi. Il libro si apre su un viaggio in treno, su una carrozza di Trenitalia che conduce a Bologna. L’embrione della new wave italiana è un cocktail molotov di rumore e provocazioni: Skiantos, Confusional Quartet, Windopen e Gaznevada. Si arriva poi a Firenze [il nido di Merlini] e dai tavoli usurati della casa del popolo di Settignano, già Rokkoteca Brighton, ci appaiono Diaframma, Litfiba e Neon.» Il resto qui. […]



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