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Noi credevamo

Con il suo ultimo film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, Noi credevamo, Mario Martone ha affrontato un tema fondamentale nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia: l’esistenza non di uno, ma di due Risorgimenti, spesso contrapposti tra loro. Il Risorgimento di Cavour e dei Savoia, moderato e annessionista (a vantaggio del Piemonte); e il Risorgimento dei democratici, dei mazziniani, dei repubblicani, dei cospiratori, dei rivoluzionari, pienamente in linea con le rivoluzioni di mezzo continente. Come noto, dopo la sconfitta della Repubblica romana, sarà il primo Risorgimento a prevalere, a “fare l’Italia”, e a determinare le sorti del nostro paese (e non solo del Meridione) per molti decenni. In parte, fino a oggi.

Questo tema (la netta differenza tra il Risorgimento istituzionale e conservatore, che forse non merita neanche di essere chiamato Risorgimento, e quello rivoluzionario) in Martone è strettamente intrecciato a un altro, che si svolge attraverso tre biografie: sono esistiti anche dei patrioti meridionali che, non stando né con i Borbone né con i Savoia, hanno sognato e lottato per un’Italia diversa.
Noi credevamo riprende in parte la storia di Domenico Lopresti, mazziniano del Cilento protagonista del romanzo di Anna Banti che ha il medesimo titolo. Ma la sua biografia è intrecciata a quella di altri due giovani cilentani, che crescono precocemente nella cospirazione: Angelo e Salvatore. Angelo ricalca la figura, realmente esistita, di Giuseppe Andrea Pieri, che attentò alla vita di Napoleone III insieme a Orsini, e che per questo fu ghigliottinato. Salvatore ricalca invece la figura di Antonio Sciandra, coinvolto in un attentato a Carlo Alberto.
Martone, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Giancarlo De Cataldo, ha deciso di narrare episodi minori, e oscuri, del nostro Ottocento. Non il 1848 o la Spedizione dei Mille, ma appunto l’attentato di Orsini (una vera e propria azione terroristica), l’insurrezione fallita in Savoia nel 1834, e la spedizione di Aspromonte del 1862, dove lo scontro tra i due Risorgimenti raggiunse la massima tensione. “Garibaldi fu ferito”, recita la canzoncina che tutti sappiamo, ma quei versi dissimulano un conflitto molto più aspro, fratricida, che si concluse con i piemontesi che presero a sparare sui garibaldini, spargendo morti.
Nel mezzo, una lunga parte del film, è dedicata al carcere politico di Montefusco, dove il Regno di Napoli rinchiuse i suoi “sovversivi”. E, qui nella ricostruzione di quel composito e ristretto mondo carcerario, Martone non si è rifatto solo al romanzo della Banti, ma anche a “Carceri e galere politiche”, le bellissime memorie di Sigismondo di Castromediano, patriota di Cavallino che lì fu recluso, e che poi – nell’Italia unita – sarebbe diventato deputato. Il carcere di Montefusco è stato ricreato fedelmente sull’altro versante appenninico, nei castelli di Bovino e Deliceto. E Martone ha saputo ricreare molto bene non solo il dibattito carcerario tra monarchici e repubblicani, tra moderati e radicali, ma anche le profonde differenze tra aristocratici e popolani.
Il Domenico protagonista di “Noi credevamo” (Edoardo Natoli da giovane, Luigi Lo Cascio in seguito) è uno sconfitto, che si aggira in un’Italia che ha preso tutta un’altra piega, tra i fantasmi di compagni morti. Muoiono il settario Angelo (Andrea Bosca da giovane, Valerio Binasco poi) e Salvatore (Luigi Pisani), ucciso dallo stesso Angelo, che lo crede una spia. E muore Saverio (Michele Riondino), il figlio di Salvatore, negli scontri sull’Aspromonte. Sullo sfondo, visti con gli occhi e i pensieri dei cospiratori minori, si stagliano la figura titanica di Mazzini (Toni Servillo) e quella enigmatica di Crispi (Luca Zingaretti), che compirà tutta la parabola da rivoluzionario a primo ministro conservatore. Una parabola molto italiana.
Per entrare ancora di più nei meandri del film, è utile leggere il volume pubblicato dallo stesso Martone per Bompiani Overlook (Noi credevamo) che contiene, oltre alla sceneggiatura e molte foto di scena, anche una corposa introduzione. Che siano esistiti dei patrioti meridionali, dei democratici meridionali, e che questi siano stati stritolati da una Storia travagliata, è la miglior risposta da dare a chi oggi intende riscrivere il nostro Ottocento. Non solo da Nord (da un certo Nord) sparando su tutto ciò che odora di unità. Ma anche da Sud (da un certo Sud), sostenendo che il Risorgimento è stato fatto unicamente da “criminali” al sevizio dei piemontesi “simili ai nazisti”, e che quello delle Due Sicilie era in fondo un regno fiorente e liberale. Invece bisogna sempre ricordare che i Borbone inviarono le loro truppe a reprimere nel sangue la Repubblica romana, e che fecero spegnere nelle loro galere decine, centinaia delle migliori intelligenze meridionali, come Lopresti o Castromediano.
Qui si rischia di perdere il bandolo della matassa. Tra gli sconfitti degli anni sessanta dell’Ottocento non ci sono certo i Borbone, e le loro corti militar-amministrative che seppero riciclarsi rapidamente. I veri sconfitti furono tutti coloro che come Domenico aveva sognato un paese, una società, delle istituzioni radicalmente diverse, libere da tutte le ottuse monarchie esistenti. E che invece furono sommersi dalla solita melma.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
6 Commenti a “Noi credevamo”
  1. Eva scrive:

    Ma in questa critica, che condivido in pieno, e grazie alla quale mi son decisa a vedere il film, è trascurata la figura di Cristina di Belgiojoso, che per fortuna Martone e De Cataldo hanno ripescato dall’oscurità in cui la storia dei “vincenti” (uomini), l’aveva ingiustamente gettata. La sua presenza nel film è assai discreta, eppure è capace di darvi senso e ritmo. E’ lei che pronuncia uno dei discorsi più saggi e illuminanti di tutto il film: quello in cui si sostiene che l’unità d’ Italia è nulla se prima non si istruiscono e non si preparano le masse (inevitabile la domanda rapportata ai giorni nostri: e dopo due decenni di berlusconismo? Che ne sarà di un popolo vittima da due decenni di certi schemi culturali? Come sapremo gestire l’ormai sempre più imminente “dopo-Berlusconi”?). In un periodo in cui il ruolo civile e politico della donna è rappresentato dall’aggressività di una Santanchè, dalla solerzia di un assessore troppo pronto a portar soccorso ad un’improbabile nipote di Mubarak, o da una miss gambe con troppi parenti e amici piazzati in ruoli-chiave, ricordare al mondo che c’è stato un tempo in cui le donne sono state DAVVERO al centro di grandi manovre politiche internazionali, grazie alla loro cultura, alla loro classe e alla loro grazia è, per quanto mi riguarda, uno degli aspetti più ragguardevoli di questo film.
    Cordialmente,
    Eva

  2. Eva scrive:

    Ehm, volevo dire “vincitori”, non “vincenti”.

  3. Nicola Biondi scrive:

    Il film è tecnicamente splendido, nella fotografia e nelle ricostruzioni, nel commento musicale efficace ma non invadente, gli attori impeccabili anche se opinabile il ricorso a protagonisti diversi per lo stesso soggetto in luogo del classico invecchiamento.
    Contenutisticamente condivisibile il richiamo ad un risorgimento “perduto”, di piccoli eroi dimenticati ( come il vero attentatore Pieri) con il disincanto, il rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato e spinge a volgersi alla nuova disperata impresa garibaldina, ultima spes, e trovarvi, irridente, una fine infamante.
    Il tutto, sia chiaro, in un ambito colto, che presuppone una buona conoscenza dei fatti e del loro contesto, fatti nel film dati per scontati, ed appena accennati i contesti, così che al cittadino medio per non parlar dei giovani, il tutto può apparire poco comprensibile, sofisticato (come il simbolico rudere moderno) e portare in definitiva a conclusioni negative sulla nostra entità nazionale, così come nata e cresciuta, conclusioni in definitiva, seppur per altro verso, non distanti dalle “ideologie” leghiste e sanfediste.

  4. Eva scrive:

    Non sono sicura del fatto che per apprezzare fino in fondo questo film si debba necessariamente possedere una buona conoscenza dei fatti. Penso anzi che uno dei meriti di “Noi credevamo” sia proprio l’aver rifiutato a priori scelte più canoniche e meno rischiose.
    Meriti (o demeriti) del film a parte, penso che partire dal presupposto che il cittadino medio non capisce o capisce a fatica, e quindi è meglio evitare strade meno battute, sia piuttosto pericoloso: tale idea presuppone, di fatto, l’esistenza di una classe privilegiata alla quale è invece tutto chiaro e comprensibile e che quindi può avere accesso a “cose che noi umani…”; In ogni caso, la presunta ingenuità del cosiddetto “cittadino medio” non deve certo costituire un freno alla sua emancipazione culturale da certi schemi, né alla creatività dell’artista o all’impegno dell’intellettuale. Del resto, forse il “Cittadino medio” è molto meno ingenuo di quanto si immagini e l’inaspettato successo di “Noi credevamo”, con tutti i suoi colti e sofisticati riferimenti, lo testimonierebbe.

  5. anna scrive:

    Nono ho visto il film, ma nell’omonimo romanzo di Anna Banti, Domenico Lopresti non é cilentano bensí calabrese di Pizzo.

  6. Max Tivoli scrive:

    Non ho visto il film, ma sto leggendo l’ottimo libro della nipote di Lopresti, Anna Banti, che racconta nei dettagli le sue “memorie”. So che spesso si preferisce spendere solo un paio d’ore nella visione di un film, piuttosto che “perdere tempo” a leggere, ma vi garantisco che ne vale davvero la pena. Non so se vedrò mai il film, tra parentesi.
    A proposito del commento di anna, confermo sulla Calabria ( http://www.provincia.vibovalentia.it/index.php?action=index&p=127&art=39 )

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