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Noi, macchine delle macchine. La grande trappola del sistema dell’informazione

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Questo pezzo è uscito su il Reportage.

di Giancarlo Liviano d’Arcangelo

Liberato da qualsiasi caricatura retorica, e ridotto all’essenzialità fattuale nuda e cruda, è indiscutibile che l’attentato di Parigi, dal momento del suo concepimento fino all’azione finale vera e propria, non sia altro che un “caso unico”, ovvero una successione di eventi ed energie peculiari e irripetibile, conoscibile nel profondo solo ed esclusivamente da chi ne era implicato.

Ciò vale per tutto ciò che riguarda l’intricato dettaglio di cause scatenanti, per i rapporti tra mandanti ed interpreti, per le motivazioni psicologiche reali o strumentali che l’hanno prodotto, per l’influenza vera o presunta dello scenario sociale, per l’importanza del fattore mistico e irrazionale nella psiche degli esecutori, o, al contrario, per l’influsso dei fattori razionali o ideologici sulla successione delle azioni, e infine, per l’effettiva valutazione delle difficoltà concrete che in tempo reale tali azioni le hanno concretamente partorite.

Per mutuare una nozione di estetica letteraria cara a Michail Bachtin, l’attentato potrebbe declinarsi, dunque, come un preciso e complesso cronotopo[1], che, immaginato nel tempo reale in cui accade la vita e non in quello semplificato della ricostruzione giornalistica postuma o in quello estremamente soggettivato e parziale dell’opinione, sfugge a qualsiasi generalizzazione; ribadendo, invece, la sua assoluta unicità caotica. Tale unicità caotica dovrebbe fungere come concetto basico condiviso, poiché soprattutto in un’epoca caratterizzata dalla dirompente facilità mistificatoria, è una verità addirittura lapalissiana, così come aveva capito Canetti[2].

Ciò naturalmente non significa che l’attentato non si possa commentare: ma di certo servirebbero dosi massicce di onestà intellettuale e un maggior senso di responsabilità nell’individuare i punti di vista più equidistanti e prolifici, quelli che possano produrre arricchimento e progresso nella cosiddetta “opinione pubblica”, perché rivolti al senso profondo dei fatti accaduti, fuori dall’inferno dello slogan, delle strumentalizzazioni, dei cliché e delle ipocrisie.

Già Deleuze, in una sua illuminate intervista, chiarì come gran parte delle congetture, nonché delle interpretazioni idealistiche degli eventi significativi della contemporaneità, a partire dai discorsi teorici sui diritti umani alla base dei movimenti rivoluzionari, fino alle ipotesi sulle basi retoriche degli attentati terroristici, siano pure astrazioni. Spesso connotate, peraltro, da nessi meccanicistici o deterministici del tutto vuoti. Suggestioni, insomma, couésimi. L’unico modo prolifico di affrontare questi “casi” abominevoli sarebbe, per Deleuze, la giurisprudenza: ovvero, la ricostruzione postuma, la più complessa possibile, del cronotopo, del caso unico.

E allora come mai nemmeno trenta minuti dopo l’attentato, centinaia di commentatori impiegati nel circo mediatico, e, non di meno, milioni di utenti collegati al web, offrivano già interpretazioni e letture razionali, cristallizzate, certificate, assolute, ideologiche e definitive dei fatti accaduti, per definizione infinitamente complessi? Come mai in meno di trenta minuti, ciascuno mostrava di possedere, prêt-à-porter, una verità da esprimere e da difendere rabbiosamente nell’arena cruenta del proprio spazio “social”, scambiato, di colpo, per il tavolo della conferenza di Yalta?

Come mai questa prontezza e questa volontà incrollabile di immettersi come gocce di pioggia nell’oceano del dibattito simulato, nel gioco combinatorio dei posizionamenti a somma zero, nella lotta selvaggia delle falsificazioni e della progressiva riduzione di complessità tipica di qualsiasi sciacallaggio intellettuale?

La debolezza culturale di un paese inficia fortemente la sua presunzione di modernità, di centralità. Ma cosa produce questa atroce debolezza? E quali effetti sono inscritti nel suo perpetuarsi?

Il sistema mediatico italiano si erge su condizioni che rappresentano un unicum assoluto nel panorama occidentale.

La struttura di fondo e i rapporti di produzione dell’industria culturale sono più o meno i medesimi in tutto il mondo occidentale, con le solite convergenze tra grossi gruppi editoriali e grande industria; convergenze peraltro ormai date per scontate, ma abbastanza discutibili di fronte a un’analisi appena più radicale delle nostre democrazie.

In Italia però alcune caratteristiche tipiche e ben note della società generano condizioni di asfissia davvero preoccupanti. Tendenza all’utilitarismo, al servilismo, un certo sprezzo dell’etica e della deontologia professionale, logica del settarismo e delle corporazioni, cooptazione negativa frutto di nepotismo o consorterie, un’apicale ignoranza della borghesia di riferimento generatasi da un passaggio repentino dall’analfabetismo e dall’economia di sussistenza fino all’istruzione tecnico-scolastica, e infine supervalutazione di suddetta ignoranza da parte degli addetti ai lavori, sono oggi le forze purtroppo prevalenti.

In più, sembrerebbe, il cortocircuito tra media “ufficiali” e social network, sempre più legittimato dall’alto in direzione di una strana osmosi, rende l’organismo culturale sempre più logorato, disgregato e corroso, ammesso che sia possibile.

L’asfissia, dal punto di vista medico, è l’impossibilità a eseguire la semplice e normale attività respiratoria, ovvero la prima funziona basilare dell’organismo. E l’asfissia altro non è che la prima sensazione fisica che si prova, se ancora si è sani, di fronte all’accumulo indistinto delle dispercezioni e di decodifiche aberranti della realtà che galleggiano nella grande discarica d’informazioni che è la rete.

Da tempo, oltretutto, ed è questo l’effetto duraturo più molesto, questa asfissia è diventata una vera e propria forza materiale: ovvero una componente perfettamente integrata nell’industria culturale stessa, un elemento che incide nei rapporti di produzione e li determina sotto diverse forme, tra le quali, la più evidente e riconoscibile, è la frenetica ricerca di livelli sempre più estremi di semplificazione intellettuale come caratteristica intrinseca dei prodotti destinati al mercato.

Senza dover ricorrere a Marx (“i pensieri della classe dominante sono in ogni epoca i pensieri dominanti, cioè la classe che rappresenta il potere materiale dominante della società è allo stesso tempo il suo potere spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone contemporaneamente dei mezzi della produzione spirituale, di modo che generalmente anche i pensieri di coloro che non hanno i mezzi della produzione spirituale le sono assoggettati”), appare evidente che in Italia, se si eccettuano alcune piccole realtà isolate, la coincidenza tra forze di produzione materiale e spirituale, pressoché assoluta, investe l’intera area della produzione culturale (giornalismo, prodotti d’intrattenimento televisivo, infoteinement, cinema, letteratura): questa convergenza, lungi dal generare forme di censura oscurantista del vecchio tipo, si regola soltanto sulle vere o presunte esigenze di mercato, (anche questo è ben noto, nonostante la strisciante ipocrisia generalizzata), anche e soprattutto quando queste stesse esigenze sono declinate attraverso forme di marketing mistificatorio che richiedono la riproposizione di vecchie categorie tipiche della cultura umanistica[3]: come il presunto valore artistico trasformato in spettacolo appiccicato come discorso (packaging) intorno ad alcuni prodotti che si presume ne possano beneficiare in chiave commerciale, come per esempio accade per il romanzo.

Questa necessità di chiamare in causa strumentalmente categorie del vecchio mondo umanistico nella realtà accantonate, nasce dall’assoluta incapacità (unita a un sostanziale disinteresse) dei grandi centri di emissione di proporre una vera politica culturale a lungo termine. In altre parole, l’industria culturale non fa altro che utilizzare i valori della cultura vera come modello di simulazione. Così, dove non è il mercato a potersi appoggiare a un testimonial credibile, ecco la retorica del talento o del valore applicata a contenuti di infimo livello, tecniche che tuttavia ormai nemmeno pagano più, non sapendo in quale pozzo di consumatori pescare: del resto non sempre le esigenze del mercato sono quantificabili o prevedibili, manifestandosi soprattutto come puri meccanismi di pensiero, come fede, puri moti d’obbedienza a uno “spirito del tempo”.

Il mix tra queste due energie principali, ovvero l’asfissia culturale che diventa forza materiale con effetto retroattivo sul processo economico-produttivo, e l’obbedienza cieca delle forze produttive stesse alle vere o presunte regole di mercato generate dall’asfissia, fa sì che l’industria culturale e i media finiscano per essere il luogo dove si declina meglio un tipico schema autoritario della nostra società, fondato sull’incomunicabilità delle parti sociali e sull’ideologia della strenuo conservatorismo delle risorse, uno schema che riconosce nella diffusione virale della mediocrità le sue fondamenta più solide.

Tale schema, secondo cui i dettami del mercato determinano e regolano solo la vita materiale degli individui, finisce per diventare autoritario quando i meccanismi di mercato (o come esse vengono percepiti o esercitati dagli addetti ai lavori) arrivano a sfalsare del tutto e a corrompere anche la scala acquisita dei valori spirituali, ingarbugliando, nelle opere dell’intelletto e nell’area della cultura persino il rapporto tra valori sostanziali facilmente misurabili, come l’effettiva intelligenza stilistica e creativa di un contributo o la profondità di visione, barattando “il sostanziale” con la facilità di consumo o la facilità di fruizione.

Qualche anno fa si pensò che la rete, un po’ come aveva sperato Walter Benjamin dopo l’irruzione nella storia dell’arte dell’apparato tecnico di riproduzione della realtà in immagini, avrebbe potuto contribuire a rompere l’aura negativa di certe venature opacizzate tipiche della cultura ufficiale, nel nome di una maggiore vitalità. E se questo in parte è accaduto, specialmente agli inizi, oggi sembra che di quella vitalità iniziale non resti nulla.

Lo schema autoritario, infatti, è solo superficialmente messo in discussione dall’apparente capovolgimento della piramide di Bourdieu, che sarebbe dovuto avvenire attraverso la produzione di contenuti dal basso, ovvero la peculiarità senza precedenti che sulla carta caratterizzerebbe la vita del web prima, e dei social-media poi.

L’incontro tra industria culturale e contenuti spontanei pubblicati dagli utenti professionali e non, con la conseguente (e reciproca) contaminazione, a oggi è la nuova escrescenza, il nuovo mostro generato dall’unione post-coitale tra organismi dalle caratteristiche genetiche completamente diverse: ovvero tra un élite (reale o aspirazionale) perfettamente consapevole del suo ruolo sociale, i cui comportamenti si dipanano secondo un preciso schema di coscienza di classe secondo cui le azioni (posizionamenti ideologici, opinioni, ecc.) scaturiscono razionalmente dalla condizione economica o dall’appartenenza a un particolare gruppo, e, di contro, una massa piccolo-borghese, che come vedremo, si interfaccia a questa élite secondo il tipico schema schizoide passivo/aggressivo di contemporanea ribellione/sottomissione.

Ogni giorno, quindi, un’enorme quantità di informazioni e contenuti (notizie, estratti di libri, di articoli di giornali, riviste, opinioni, commenti, immagini pubblicitarie, immagini di varia natura, grottesche e seriose, vere o false, curiose o solenni) transitano dai media ufficiali ai social network, e vengono condivise dai singoli utenti. Ondeggiano nel maremagnum secondo brezze ed energie peculiari (un miscuglio tra il succitato spirito del tempo che è diventato forza materiale e le regole basiche che regolano i logaritmi dei social), energie basate su variabili quantitative (come tempo di utilizzo, capacità di ogni utente di agire come cassa di risonanza) o qualitative (aderenza ai tormentoni, utilizzo di parole chiave, medietà contenutistica ed espressiva). Così, le informazioni resistono sulle timeline per un tempo variabile, ma sempre caratterizzato dall’assoluto della brevità, per poi essere totalmente dimenticate.

Siamo nient’altro che nell’esasperazione dei concetti di società liquida di Baumann e di mondo come simulazione e gioco combinatorio delle apparenze di Baudrillard.

Ma poiché nonostante questo fungo atomico di nulla in continuo perpetuarsi qualcosa di vero e concreto deve pur restare, c’è da chiedersi cosa sia il concreto che resta.

E come al solito, il vero che si perpetua altro non sono che i vecchi rapporti di produzione[4].

Sebbene in crisi di consumatori, o di spettatori (se si fa riferimento all’intrattenimento o all’infoteinement televisivo), o di lettori, ciò che sembra ancora indistruttibile dell’industria culturale è proprio il riconoscimento, conscio o inconscio, della sua struttura autoritaria trascendente.

Ciò che l’attività riottosa e ingovernabile dei social mette in discussione, infatti, è solo il piano dei contenuti: non si riconosce più alcun primato conoscitivo, né alcuna necessità di competenze specifiche per esprimersi su qualsivoglia argomento. E nemmeno, spesso, si riconosce il valore o il disvalore del singolo operatore. Allo stesso tempo, ciò che non è mai messa in discussione è la struttura stessa dell’ordinamento sociale incarnato dai media,che nel linguaggio dei social si manifesta soprattutto attraverso una gerarchia precisa, eretta principalmente sul fattore della “fama”.

“Fama” intesa come sistema metafisico a cui aderire, fama come minimo comune denominatore, come indicatore verso cui l’utente medio dei social vive il succitato atteggiamento schizoide tipico della società piccolo borghese: ovvero ribellione spuria contro l’autorità e nello stesso tempo riconoscimento e sottomissione ad essa come polarità strutturale. Ci si può ribellare contro il famoso, insomma, ma mai contro la fama (valore cui segretamente si aspira).

Ecco perché, di fatto, l’agenda dei social media principali, che si tratti di Twitter (in cui l’esistenza di una struttura gerarchizzata è del tutto manifesta) o Facebook, non è altro (salvo rarissime eccezioni), che una stanca riproposizione ancora più impantanata dalla fanghiglia del chiacchiericcio, dei punti di vista, dei tormentoni, dei deliri, delle strumentalizzazioni e delle evacuazioni momentanee di chi opera nell’industria culturale “ufficiale”. Le notizie, “i casi”, su cui applicare la logica istintiva del tifo a favore contro entrano nel metabolismo collettivo ormai nemmeno somministrate, ma del tutto in automatico, quotidianamente, come il mangime industriale che da silos dall’infinita portata ricade nelle mangiatoie man mano che viene ruminato.

Ciò conduce direttamente a due ordini di considerazioni, cui proveremo a rispondere.

1) È criticabile, sul piano dei contenuti, l’abbattimento di quell’aura secondo cui le opinioni, le razionalizzazioni, i pensieri organizzati degli addetti ai lavori o dei competenti su qualsiasi tematica, valgono di più di quelle dell’utente medio?

In termini astratti, idealistici, sì, è totalmente criticabile. Non è accettabile che, ritornando all’esempio iniziale dell’attentato di Parigi, l’utente che ha appena appreso sommariamente il divenire dell’evento già semplificato, vivisezionato in microparticelle di senso già corrotto e poi riposizionato, poniamo, dal TG5, debba considerare la sua opinione basata su credenze, riferimenti e immagini momentanee del tutto disordinate e generiche, di pari valore rispetto a quella di uno studioso di politologia specializzato nel campo dell’integrazione delle comunità islamiche nelle periferie di Parigi.

Ma nei termini relativi della prassi giornalistica ufficiale, della mancanza di qualsiasi etica o deontologia professionale ormai in atto, allora sì, l’atto di ribellione verso l’autorevolezza dei contenuti proposti dalla maggioranza degli addetti ai lavori si configura in certi casi addirittura come un atto libertario, tuttavia inutile o addirittura dannoso, perché nel gioco estremo della simulazione non esiste nessun atto efficace sul piano del valore.

La totale perdita di credibilità degli operatori culturali italiani è un fatto assodato e indiscutibile.

La particolare struttura sopra evocata (convergenza tra grosse concentrazioni di capitale e proprietà dei mezzi di produzione culturale) e i meccanismi interni che regolano la vita interna di tali organismi perfettamente descritti da Debord ne La società dello spettacolo (con in aggiunta le dinamiche sociali che notoriamente portano all’affermazione di questa o quella personalità del grande Barnum) sono sufficienti già di per sé ad abbattere qualsiasi presunzione di “aura” qualitativa, perché del tutto alieni alla sostanza della cosa in sé, come si potrebbe facilmente dimostrare entrando nel merito dell’attualità o della storia dei media in Italia. Si verrebbe semplicemente sommersi dagli esempi empirici di un livello professionale addirittura mefitico, volendo tacere sul giocattolo dei posizionamenti strumentali.

Ma ciò che resiste, come detto, è la sovrastruttura.

La cosiddetta “opinione pubblica” di un paese, questo mostro mitologico indefinibile e polimorfo, ancora oggi non si forma più dal basso attraverso una capillare azione dei partiti politici, o attraverso gli insegnamenti o il sistema di valori aderenti allo specifico percorso culturale di ognuno (condizionato, semmai, da centri di potere secolare che agivano nello specifico di ogni comunità). I valori che oggi si credono condivisi, i modelli di vita che si affermano su larga scala e s’inseguono come fonte di pienezza non sono più, come in passato, quelli riconoscibili nel quotidiano all’interno della proprio gruppo sociale o nel proprio ambiente reale di riferimento. Non sono più, quindi, quelli che si vivono esistenzialmente.

Lo sviluppo dei grandi mezzi di comunicazione di massa, capaci di operare grazie alla tecnologia una sorta di globalizzazione della conoscenza (in ogni parte del mondo è possibile sapere in tempo reale cosa accade, cosa si pensa, che personalità emergono, quali tendenze si affermano, qualsiasi tipo di curiosità fino alla nascita di un cucciolo di opossum allo zoo di Adelaide) ha prodotto una necessità primaria di selezione di ciò che può alimentare il flusso secondo un criterio di accettazione che ognuno di noi, anche a livello inconscio, è disposto a riconoscere come acquisito per norma sociale nei  rappresentanti “ufficiali” della creazione dell’immaginario.

Come avviene, infatti, in ogni essere umano la formazione della cultura?

In larga misura attraverso l’ordinamento, la schematizzazione e l’argomentazione coerente d’idee casuali interconnesse alla propria educazione familiare e alle proprie letture, in seguito confermate quotidianamente dal circolo primario di opinion leaders e mass-media che riescono a reiterare l’efficacia di simboli e stereotipi.

Il risultato di questo processo è la formazione di quello che Walter Lipmann chiamava pseudo-ambiente.

Per pseudo-ambiente, s’intende uno spazio mentale, un’idea virtuale del mondo che s’inserisce come un cuscinetto tra l’uomo e il proprio ambiente reale, determinandone i comportamenti.

L’architettura di questo pseudo-ambiente è ottenuta attraverso l’attuazione di alcuni principi basilari che de facto altro non sono altro che forme di censura relativa, e che obbediscono all’imperativo generale di assicurare il mantenimento dello status-quo.

Nient’altro cioè, che il benessere (o la sopravvivenza) dell’organismo.

Nei grandi numeri, considerando gli individui come milioni e non come migliaia, è impossibile emanciparsi completamente dall’ingerenza dei media nel processo di formulazione delle idee, anche perché uno dei valori più radicati e diffusi nelle società moderne è proprio l’aspirazione a essere informati. Solo attraverso il perseguimento di un proprio, specifico, percorso culturale (ricerca delle fonti primarie, approfondimento, confronto sincero delle posizioni discordanti, istinto autentico di chiarificazione) si può contrastare la potenza del flusso quotidiano, che investe gli individui da ogni aspetto

dell’esistenza (rapporti umani, rapporti lavorativi, vita economica).

I social network, in quest’ottica, più che minare l’esistenza di questo pseudo-ambiente, lo amplificano a dismisura.

2) Quali sono i meccanismi deleteri attraverso cui la prassi fenomenologica dei social network, lungi da una demonizzazione aprioristica dello strumento tecnologico, contribuiscono a creare quell’asfissia culturale che è entrata di diritto a determinare i processi produttivi su larga scala?

Come già accennato, nessuno più di Walter Benjamin si è occupato di comprendere come gli apparati tecnologici modificassero la percezione della realtà sensibile. Il Medium, è per Benjamin il plesso di tutte quelle condizioni tecniche, artificiali, capaci di filtrare, modulare, deviare la luce, configurando la visione e più in generale la percezione sensibile in modi diversi: condizioni storicamente variabili, che con il loro evolversi determinano delle trasformazioni nella stessa percezione, nel modo in cui essa «si organizza» e «ha luogo[5]». Appare evidente, dunque, che talune caratteristiche specifiche del mezzo tecnico finiscano per risultare predominanti, fungendo come veri e propri incantamenti, che di volta in volta sfuggono anche all’utente più consapevole. La navigazione abitudinaria tra le mille stimolazioni della rete, con il decretarsi di certi automatismi cancella, nell’immediato, ogni interfacciarsi consapevole e razionale: si annulla, di colpo, tutta la complessità del rapporto uomo/macchina.

E sebbene una materia del genere meriterebbe uno studio ad hoc, è possibile, forse, individuare alcune nevrosi generali che più di altre appaiono come sistematiche.

In primo luogo, come detto, la propensione naturale dei social, è quella di fungere come grancassa dei media ufficiali.

La luce che le nuove condizioni tecniche dei social arrivano a deviare, è così quella scaturita dall’agenda-setting prestabilita dall’alto. Le fonti originarie di questa luce, tuttavia, si disperdono subito, trascurate o neutralizzate. È il social stesso, come per magia, a fungere come una specie di pannello solare. La luce già artificiale irradiata dal corpo celeste mediatico giunge dall’esterno, dall’alto, ma poi è come se finisse in un serbatoio che alimenta una nuova finestra sulla realtà, il proprio schermo, che ciascun utente tende a considerare non più come uno strumento, non più come lo schermo che offre accesso a una serie di contenuti precedentemente organizzati, ma direttamente come il vetro di una finestra realmente proiettata di volta in volta sull’evento che passa in giudicato, che pare illuminato, paradossalmente, di luce naturale.

Riallacciandoci l’esempio più recente degli attentati di Parigi, si possono scorgere alcune prassi di comportamento trasversali a utenti professionali e non, piuttosto esplicative.

Al primo momento emotivo in cui l’istinto è quello di diffondere la notizia, momento tutto sommato innocuo, seguono i primi barlumi di apparente razionalizzazione, ovvero l’anticamera del caos.

Il fenomeno più preoccupante, e che sembra originare tutti gli altri che si verificano a cascata, è osservare come anche un evento tragico come quello di Parigi sia immediatamente maneggiato, nella propria vetrina, come un’appendice della propria esistenza. Si sfalsa, dunque, il rapporto proporzionale tra il sé e il mondo esterno, laddove tutto ciò che è altro da sé finisce per essere via via disconosciuto.

L’ego sembra fagocitare e inglobare il mondo esterno, all’istante, ma non in chiave creativa o artistica, come ognuno è ingenuamente (presuntuosamente?) portato a credere, ma secondo i crismi del meccanismo pubblicitario: un linguaggio talmente imperante nella vita di tutti i giorni, che ormai chiunque, anche al semplice livello di emulazione a orecchio, è in grado di riprodurne gli schemi. Il risultato è quindi l’ineluttabile riduzione di sé stessi in merce pura, allo scopo di prendere parte con il maggior grado di efficienza possibile, per l’appunto, al processo economico virtuale su cui è basato il meccanismo di funzionamento dei social.

Fare di sé stessi e del proprio intelletto un supporto ai dettami dell’interfaccia: ecco come si produce una innovativa forma di alienazione che investe e attacca, demolendolo, il piano della personalità e dello spirito. Esaurita la possibilità di mercificare se stessi come forza lavoro, l’alienazione si deve spostare sul piano dell’immaginario, dell’espressività, del sentimento.

L’utente dei social network, su vari livelli di maturità, impara sin da subito a percepire il rapporto con il mezzo in modo economico: finiamo per percepirci essenzialmente come merce modulabile, potenzialmente infinita come i pensieri e riformulabile secondo miglia di combinazioni. Un magazzino inesauribile di merci momentanee da mettere in vetrina, in modo che i consumatori di passaggio, guidati dalla familiarità o dai logaritmi precostituiti, siano disposti a pagare secondo un preciso sistema monetario, basato sulla moneta dei like o della condivisione.

Tutto il mondo esterno transita nel nostro ego alienato e dal nostro ego alienato fuoriesce falsificato, ridotto a cumulo di nulla, manipolato secondo le diverse intenzioni del puro attimo, strutturato secondo la successione aritmetica priva di senso della Timeline, la nuova, stolida, geografia della coscienza: e poiché in regime di infinita concorrenza non esiste il successo nella vendita senza saper applicare i principi basilari del marketing e del suo linguaggio, ogni ego rinato sotto forma di avatar è, nell’atto stesso della scrittura, oltre che alienato, schematizzato in brand.

Da qui, appare perfettamente chiaro come postulato, non esiste alcuna autenticità nella scrittura sui social, qualsiasi sia la forma espressiva scelta o il contenuto espresso.

Riproponendo l’attentato di Parigi come esempio, e ponendo che io voglia esprimere la mia indignazione per i fatti accaduti, succede che nell’attimo sesso in cui compio l’atto di pubblicare/pubblicizzare il mio sentimento attraverso una formula efficace (claim) che risponda alle esigenze tecnico/linguistiche (concepirò il mio claim perché abbia un certo successo, vedi regole SEO), e che allo stesso tempo riesca a cogliere almeno una zona di senso comune (target)su un binario di originalità che mi è consentito dal posizionamento che intendo darmi, quel sentimento si oggettivizza, mi allontano da esso.

Lo guardo con una maggiore dose di distacco, mi chiedo come renderlo immediatamente merce appetibile e fruibile. Si compie così il sogno di qualsiasi pubblicitario (che in genere è un artista mancato): conformare l’intera umanità a una forma di linguaggio inferiore, medio, codificato, simulato, sottomesso all’inanimato.

I mostri generati da questo meccanismo sono polimorfi e imprevedibili, e per accorgersene basta una breve passeggiata nella discarica. Fenomeni di assurda immedesimazione, tendenza a traslare su di sé e sul proprio lavoro gli accadimenti senza alcun nesso logico, citazioni a sproposito, speculazioni pubblicitarie spietate, aderenza massificata agli slogan, riproposizione pedissequa degli schemi ideologici binari che contraddistinguono il dibattito pubblico in televisione, schemi noti sin dai tempi della propaganda nazista e di Hitler: «Il popolo, nella sua maggioranza, è eminentemente femmineo; i suoi pensieri e le sue azioni sono determinati non tanto da sobrie considerazioni, quanto da una sensibilità emotiva. E questa sensibilità non è affatto complicata, essa è semplice ed elementare. Non vi sono in essa differenziazioni sottili, ma gioca sempre tra due poli, uno negativo e uno positivo, amore o odio, diritto o ingiustizia, verità o bugia[6]».

Estrema semplificazione dunque: ecco il comune denominatore che come già accennato è la linfa di quella asfissia culturale più e più volte qui evocata come la più influenza forza materiale.

Un’estrema semplificazione che trova il suo esempio fondante nell’abdicazione del primato dell’intelletto in fatto di trasfigurazione del mondo, primato trasferito, per converso, nel mezzo, nello strumento tecnologico, secondo le sue regole, che sono, per l’appunto, tecnologiche. Twitter è oggi il social network più a la page tra i cardinali della

società dello spettacolo, o peggio, molto peggio, tra i presbiteri che aspirano al vescovato e provano faticosamente a conservare il più popolosa possibile la propria minuscola parrocchia virtuale. Lo diceva Feuerbach, e le cose non sono cambiate. Semmai vanno esacerbandosi: «E’ senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità».

In Twitter il mondo o la porzione di mondo chiamata in causa deve rientrare sempre in 140 caratteri. Così, quando Twitter smette di essere un servizio, e il tweet[7] diventa lo standard di conoscenza del mondo di un’intera comunità, le regole del rapporto sociale si debbono definitivamente considerare cambiate: significa che in qualsiasi ambito il valore referenziale è annullato a vantaggio del solo gioco strutturale del valore, e che i segni si scambiano tra loro senza scambiarsi più con qualcosa di reale[8], generando un’inflazione senza limiti a somma zero in cui più nulla, nessun valore condiviso, è destinato a sedimentare[9]. E il gioco è fatto.Niente è più utile a qualsiasi ordine autoritario che convogliare tutto il potenziale energetico in eccesso di una società, tutta l’immensa forza in Watt che altrimenti rischierebbe di diventare incontrollabile, in un Black Hole virtuale, in un oltretomba di giochi combinatori senza alcun effetto sulla realtà diverso dalla pura nevrosi, dalla routine sistematizzata, che si manifesti sottoforma di autocompiacimento o rabbia, o peggio, di totale apatia. Una nevrosi che ha come metafora finale il suicidio del refresh compulsivo, lo stadio ultimo, in cui l’uomo degrada sé stesso in macchina della macchina, incurante di tutto, ignaro che lo sterminio del principio di realtà è avvenuto, senza neppure un tweet che lo commenti. File e combinazioni di 0 e 1, è tutto qui[10].

 

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[1] Cosa c’è di più prolifico che far ricorso agli strumenti più alti dell’analisi testuale, ossia della fiction, per rapportarsi alla narrazione della realtà spettacolarizzata (o mistificata) dai media?

[2]“Un’idea penosa: che la storia, a partire da un dato momento, non sia più stata reale. Senza accorgersene, l’umanità tutta intera avrebbe d’improvviso abbandonato la realtà; tutto ciò che accadde da quel momento in poi non sarebbe affatto reale; noi però non potremmo accorgercene”. E. Canetti. La provincia dell’uomo, Adelphi.

[3]Non sorprende ma fa sorridere che nella presentazione al pubblico di alcuni prodotti di essenza commerciale come romanzi dichiaratamente midcult, si utilizzino ancora strumenti promozionali riconducibile all’arte pura e alla tradizione letteraria.

[4]Altro aspetto economico che meriterebbe di entrare nel dibattito pubblico e che invece sembrerebbe del tutto rimosso riguarda il valore in miliardi di dollari sottoforma di dati personali che gli internauti disperdono gratuitamente ogni giorno e che Facebook e Google indicizzano e rivendono ad altre società e inserzionisti. Una materia ancora non mediata dalla giurisprudenza che tuttavia è contraddistinta da fortissimi margini di speculazione, giacché ogni utente potrebbe benissimo creare da solo il proprio portafogli di dati e decidere se venderlo o no agli interessati in prima persona. Interessante articolo sull’argomento si trova in Le Monde Diplomatique del Settembre 2014, a firma di Evgeny Morozov.

[5]Walter Benjamin. Aura e choc, Einaudi 2012.

[6]Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, Mondadori, 1974.

[7] Il tweet, il cinguettio, ci si arriva per onomatopea, altro non è che la formulazione di un puro suono da cui il senso è ineluttabilmente espulso, in favore dell’armonia del suono, della sua acutezza, della mera segnalazione di presenza dell’usignolo, laddove più il tweet è rotondo, facile, armonioso (secondo il codice condiviso), più il piumaggio dell’usignolo è variopinto.

[8] Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, 2007.

[9] A questo proposito sarebbe interessante studiare i social sotto l’aspetto sessuo-economico, giacché anche alla frequentazione più superficiale appare chiaro quanto, all’interno del sistema economico-monetario basato sul Like, sia decisiva la componente sessuale: basta notare come qualsiasi borborigmo espresso da donne o avatar che si posizionano in modo aggressivo dal punto di vista sessuale, ottengano dei plebisciti.

[1o] Quest’analisi è priva della cosiddetta pars costruens, da alcuni ritenuta arricchente quando si tenta di sviscerare il reale circostante. In questo caso non c’è alcuna proposta perché chi scrive ritiene che non vi sia nessuna energia contraria rilevante capace di opporsi a quell’asfissia più volte evocata. Ha ragione Anthony Wilden nel suo System and Structure citato in Lo scambio simbolico e la morte, Jean Baudrillard, Feltrinelli, 2007. “Ogni elemento di contestazione o sovversione di un sistema dev’essere di un tipo logico superiore”. È del tutto evidente che al gioco aleatorio dei simulacri, non sia possibile opporre, né individualmente né collettivamente, strategie ancora più aleatorie.

Commenti
3 Commenti a “Noi, macchine delle macchine. La grande trappola del sistema dell’informazione”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Questo è un pezzo da antologia, tappezzateci le pareti. Ovunque.

  2. mariano welber scrive:

    Splendido ed erudito. Ma non sarebbe il caso di star bassi? Senza andare sul sessuo-economico, non basta il finanziario? Quanto devo leggere e capire prima di poter opporre con speranza di successo un “elemento di contestazione o sovversione di un sistema …di un tipo logico superiore”. Sennò facciamo un tweet con la cornacchia. Auguro a tutti quelli che non li hanno di trovare lavoro e sicurezza: credo sia meglio battersi nei fatti che sperare di vincere in rete.

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  1. […] Noi, macchine delle macchine. La grande trappola del sistema dell’informazione […]



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