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I nomi dello sterminio e l’attualità della questione antisemita

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Come ogni anno, a ridosso del Giorno della Memoria, fioccano iniziative editoriali, ristampe in nuove vesti di testi già editi o, in casi meno numericamente impressionanti, pubblicazioni di nuovi studi che hanno la forza di uscire dall’occasione per aprire invece un ragionamento più ampio e, di conseguenza, interessante. In particolare sono stati pubblicati quest’anno quattro volumi, che coinvolgono vari editori, da Bompiani ad altri più specificatamente occupati a sviscerare questioni che hanno a che fare con il mondo dell’ebraismo, come Giuntina, EDB e la rinata Marietti.

Si tratta della Breve storia della questione antisemita di Roberto Finzi (Bompiani), dei testi su un lessico delle sterminio di Anna-Vera Sullam Calimani (I nomi dello sterminio. Definizioni di una tragedia, Marietti 1820) e di Tel Bruttmann e Christophe Tarricone (Le 100 parole della Shoah, Giuntina) e, infine, la riflessione sull’emancipazione ebraica di Bruno Karsenti (L’ebreo emancipato. Attualità dell’antisemitismo in Europa, EDB).

Ognuno di questi testi ha ovviamente una declinazione propria e una propria finalità, differenti sono gli autori e lo sguardo che essi portano ma, in chiave più generale, si può certo dire che questi lavori figurano come importanti riferimenti per studiare non solo la questione dello sterminio, ma anche la condizione dell’ebreo oggi.

Il libro dello storico Roberto Finzi, riprende e amplia il suo fondamentale L’antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio, pubblicato nel 1997, e si impone come importante viatico per introdursi diacronicamente nella storia di pregiudizi, nell’odio, nelle persecuzioni sanguinose e nei massacri contro gli ebrei; l’autore sottolinea come il XX secolo sia stato il momento in cui questa violenza esplode in maniera incontrollata e violenta, ma non dimentica di evidenziare come le radici di questa avversione siano antiche e legate alla religione: «l’origine è senza dubbio religiosa – scrive Finzi – e tuttavia permane pure quando la società si laicizza; […] si ammanta allora di “scientificità” e viene giustificata, spiegata, propagandata con argomenti “razziali”».

In questo processo, come è noto, l’ebreo diventa un «bacillo distruttore dell’ordine sociale», ma non solo perché «deicida», seppure non è possibile comprendere il fenomeno nel ventesimo secolo senza considerare il permanere di elementi discriminatori di matrice religiosa, ma perché considerato, per natura, carico di odio per gli altri e desideroso di imporre il proprio dominio sull’intera umanità. Questo libro affronta e racconta gli eventi salienti di questa vergogna, dai pogrom in Russia al J’accuse del caso Dreyfus, fino ad arrivare al «tragico epilogo» della Shoah. Il libro di Finzi è poi molto preciso nel mettere in luce come l’antisemitismo si sia nutrito di una convivenza con la “cultura ufficiale”, fattore che ha contribuito, secondo l’autore, alla sua presenza inquietante anche dopo la Seconda guerra mondiale e le atrocità della Shoah, nonostante un modo sempre «solenne» di affrontare l’argomento.

I libri di Anna-Vera Sullam Calimani, storica della lingua italiana, e degli storici Tel Bruttmann e Christophe Tarricone, si arricchiscono reciprocamente, concentrati come sono a definire, con precisione e acutezza, i termini dello sterminio, entrati oggi nel linguaggio comune ma dei quali, spesso, si ignora il significato più profondo nonché la sua origine. I nomi dello sterminio di Sullam Calimani, pubblicato da Marietti, nasconde, dietro un’indagine storica della lingua, un’urgenza importante, quella di tentare di comprendere come i vari nomi, da “deportazione” a “sterminio” e successivamente a “genocidio”, oppure nel mondo ebraico “hurban” prima e “shoah” poi, oppure “olocausto” come utilizzato da inglesi e americani, siano un tentativo di rispondere ad un evento incomprensibile provando a chiamarlo nella maniera giusta. Calimani guida allora il lettore alla scoperta delle varie forze, psicologiche, economiche, sociali e religiose, che sottendono la scelta e l’adozione di una certa denominazione.

Ma proprio a partire da questa incomprensibilità, che rischia come conseguenza diretta l’indicibilità – come infatti si può parlare di qualcosa che non si capisce –, è nata l’interrogazione sulla definizione che in questo libro viene ripercorsa: la difficoltà di dare un nome all’evento (il compito del nomoteta è «tra gli uomini il più raro degli artefici», scrive non a caso Platone nel Cratilo), riflette la difficoltà di individuare un approccio storico soddisfacente allo studio di questa materia, ma è anche testimonianza decisiva di uno sforzo né banalizzante né strumentale, strenue nel suo tentativo di non lasciare scivolare la questione nell’oblio. «L’agonia e la morte delle cose cammina di pari passo con l’oblio del nome che le designa» recita una frase di Cesare Beccaria in esergo al libro di Calimani, e sembra voler rispondere anche a questa necessità il libro di Bruttmann e Tarricone (tradotto dal francese da Vanna Lucattini Vogelmann), strutturato come un’enciclopedia per voci.

La creazione del libro parte da un paradosso: se infatti è indubbio che la Shoah occupi un posto di rilievo nella società contemporanea, da un punto di vista non solo politico, ma anche mediatico e culturale (emblematica la mole di film, documentari e saggi sull’argomento), questa onnipresenza è spesso portatrice di un’impressione di conoscenza, «spesso distorta da un insieme di rappresentazioni nate nel corso della seconda guerra mondiale o al suo indomani» e tragicamente connessa alle immagini delle camere a gas o dei forni crematori: questo procedimento ha portato spesso il ragionamento ad un’essenzializzazione che cela la complessità dell’evento. Le cento parole che sono state scelte dagli autori rispecchiano un tentativo di «decriptare l’evento stesso», sforzando le normali coordinate che segnano oggi la nostra conoscenza dell’argomento, frutto dell’istruzione e della sua presenza nel discorso pubblico.

Infine il libro di Bruno Karsenti, directeur d’études all’Ècole des Hautes Ètudes en Sciences Sociales di Parigi (tradotto da Stefano Suozzi), squaderna i temi messi in luce anche negli altri libri nella contemporaneità. L’ebreo emancipato muove infatti verso una definizione delle attualità dell’antisemitismo in Europa, traendo origine da un fatto, secondo l’autore ben poco sorprendente: l’abbandono costante negli ultimi quindici anni degli ebrei dell’Europa.

Tracciando l’itinerario storico e le definizioni in filosofia politica della parola “emancipazione”, Karsenti ne valuta il peso nella società contemporanea facendo dialogare la definizione con la questione ebraica, e mostrandone le problematiche all’interno del discorso pubblico: «di questo doppio fatto, violenza e partenza, ritengo che ogni cittadino europeo, per poco che sia sincero sulla propria esperienza attuale e che sia cosciente della propria storia culturale, debba sentire il carattere problematico» scrive Karsenti sottolineando la difficoltà contemporanea nel parlarne liberamente. È necessario allora uno sforzo nel provare a comprendere come si sia bloccato l’impulso all’emancipazione fino al punto che «non siamo più capaci di vedere la singolarità di ciò che ha insegnato il suo più eminente “caso esemplare”».

Ognuno di questi libri, comunicando anche tra loro, apre luoghi di riflessione autentici e importanti anche per il nostro vivere comunitario, come sottolinea più volte Karsenti.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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