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Non avere niente da perdere. Una conversazione con Antonio Moresco

 

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(fonte immagine)

di Valentina Botti

Nessuno conosce Clivio, eccetto le diecimila anime che riempiono i paesi limitrofi. Eppure, quando rispondo alla domanda di Antonio Moresco che si informa da dove vengo, rimango sbalordita dal suo cenno di capo e dal racconto di come bazzicasse queste zone durante il periodo di impegno politico. L’accogliente sottotetto del palazzo milanese trasformato a studiolo, la poltrona avorio su cui mi fa accomodare e il suo modo di parlare affabile mi mettono subito a mio agio.

Sembra incredibile sentire il maggior scrittore italiano vivente parlare scorrevolmente delle vicende che fin da piccola ho sentito raccontare dai miei nonni. Il blocco della dogana di Porto Ceresio durante l’orario di punta, rischiare la vita di notte, immobilizzato da probabili finanzieri che volevano sbarazzarsi di quel fastidioso protestante per i diritti dei frontalieri, l’attraversamento del confine col culo poggiato su centinaia di pacchetti di sigarette in un’auto sgangherata.

Queste sono le vicende che Antonio Moresco mi racconta appena varcata la soglia di quel sottotetto. Improvvisamente, mi rendo conto di quanto una persona così meriti di essere ascoltata.

Mi piacerebbe cominciare ricordando un’intervista rilasciata al Libraio nel novembre 2014. Qui afferma che in Italia, «quando nasce uno scrittore, gli fanno la guerra». A mio parere lei rientra a pieno titolo tra questo gruppo di autori clandestini ed esclusi per anni dai circoli letterari. Ad oggi, crede di aver vinto questa guerra?

Quella mia affermazione derivava da una riflessione sul modo di essere dei circoli letterari italiani e dalla mia esperienza personale. In buona parte del mondo gli scrittori vengono accolti, resi forti e proiettati all’esterno dagli ambienti culturali del loro stesso Paese, mentre in Italia si nutre una profonda ostilità nei confronti degli scrittori irregolari, che non provengono dal mondo accademico o in altro modo accreditato. Infatti un altro dei tanti problemi che affliggono il nostro universo culturale è proprio l’accademismo e l’autoreferenzialità, i circuiti chiusi, mediatici o di altro tipo, la logica del dare-avere, i giri, le cordate, le lobbies.

Se poi abbia vinto o perso, questa è una bella domanda. Intanto c’è da dire che ho sessantasette anni e che mai avrei pensato di arrivarci, né tanto meno mi interessava. E che a questa stessa età molti degli scrittori e dei poeti del passato da me amati erano già morti. Certo, oggi, dopo le migliaia di pagine scritte e pubblicate per di più dai maggiori editori italiani, non posso più essere preso solo a calci in faccia come è successo per molti anni. Ma non so se mi classificherei come vincitore. Questo è un genere di cose dove puoi solo vincere e perdere nello stesso tempo. Perdi, perché c’è qualcosa, in quello che stai facendo, che non verrà mai accolto e accettato fino in fondo. Ma nello stesso tempo vinci, perché sei rimasto fedele a te stesso, non sei sceso a patti, non hai accettato compromessi e non ti sei arreso, e così hai tenuto accesa la fiamma.

In ogni caso ha dovuto combattere, strenuamente e ininterrottamente. Se avesse semplicemente potuto camminare su un sentiero pianeggiante invece di dover scalare una montagna, sarebbe uno scrittore diverso? Ma soprattutto, quanto sarebbero state differenti le sue opere?

Anche questa è una bella domanda. Non potrò mai saperlo e non potrò mai dare una risposta certa. Ma credo che la fisionomia di uno scrittore ci venga offerta anche dal destino. Melville, per esempio, non avrebbe scritto Moby Dick se non si fosse imbarcato da ragazzo su una baleniera (anche se è altrettanto vero che non tutti quelli imbarcati sulle baleniere hanno scritto Moby Dick), Dostoevskij non avrebbe scritto le sue opere esattamente così come sono se non avesse passato sei anni in un lager della Siberia a contatto con assassini e se non si fosse trovato di fronte a un plotone d’esecuzione. C’è un intreccio profondo tra la vita e le opere di uno scrittore e non si capisce bene quale sia la parte intenzionale. Mi è stato anche detto che in un certo senso quello che mi è successo è stata colpa mia perché, se avessi scritto libri più gestibili, non sarei stato tenuto per così tanti anni fuori dalla porta. Ma io questo non l’ho fatto, non l’ho potuto fare, non tanto per eroismo ma perché non era nelle mie possibilità. Così ho accettato il combattimento, anche quando ero completamente inerme e indifeso.

Probabilmente, se avessi incontrato subito un po’ di accoglienza e avessi potuto pubblicare quindici anni prima,  non sarei uno scrittore uguale identico a quello che sono, perché come ho già detto c’è un intreccio profondo tra vita e opera, anche se questo intreccio non esaurisce tutto. Ma non credo che mi sarei venduto e che avrei potuto tradire me stesso. Però è un fatto che le cose sono andate così e non in un altro modo, e anche questo vorrà pur dire qualcosa. Però, ripensando al passato, sono arrivato alla conclusione che  ciò che mi è successo è stato il più grande dono che ho ricevuto come scrittore. Per molti anni ho pensato che questa fosse una delle tragedie della mia vita. Ora non più, perché questa lunga e dolorosa esclusione mi ha permesso di restare radicalmente vicino a me stesso e di crescere sotto terra, perché ogni pugno in faccia mi ha aiutato a capire chi fossi e a comprendere lo scarto che esiste tra la letteratura e il mondo.

Magari certe opere non sarebbero nemmeno nate.

Probabile. Perché quando sono finalmente emerso come scrittore avevo già scritto alcuni libri, tra cui uno come Gli esordi. Se fosse andata diversamente, non so se avrei avuto il tempo e le condizioni per poter lavorare a un’opera del genere, che è poi stata il punto di partenza di due altri vasti romanzi e di un salto di dimensioni e di piani. Molto spesso, quando gli scrittori hanno immediata accoglienza e successo, si adagiano e magari non hanno più la concentrazione e il coraggio per stare su qualcosa di rischioso e di grosso.

Il fatto che ci siano problemi nel mondo editoriale in Italia è ormai chiaro. Dove e in che modo cambierebbe l’attuale situazione?

Dovrebbe cambiare più o meno tutto perché ormai questo è un mondo drogato dall’unico imperativo economico e finanziario. Le case editrici si sono molto spesso trasformate in holding ed è un caso raro e una grazia incontrare dei veri editori. Per dirla con una semplice battuta, la quantità tende continuamente a schiacciare la qualità. E questa è una cosa umanamente miope e suicida, e lo è persino a un primo livello, perché a volte succede che anche la qualità si trasformi in quantità, solo che ha bisogno di tempi più lunghi.

Se sono riuscito a emergere come scrittore è solo perché ho trovato all’interno dell’editoria persone singole che hanno fatto la differenza, alla Bollati Boringhieri, alla Feltrinelli, alla Rizzoli, alla Mondadori e in alcune piccole e piccolissime case editrici di valore. Esistono poche persone così, nelle piccole e medie case editrici e anche nelle pieghe delle grandi case editrici commerciali.

Però, per come stanno in generale le cose, dovrebbe cambiare tutto, dovrebbero crearsi le condizioni perché possano esistere e prosperare editori animati da elezione e passione, consapevoli di ciò che possono trasmette e propagare con la loro libertà, la loro inquietudine, il loro senso dell’avventura e la loro indipendenza. Ma bisogna anche aggiungere che questo non dipende solo dai meccanismi perversi che dominano il mondo in questa epoca e dalle nuove tirannidi che serrano in una morsa i cuori e le menti, ma anche dalla libertà e dall’indipendenza dei lettori.

Anche gli editori dovrebbero essere anche un tantino più lungimiranti.

Si. Dovrebbero essere più lungimiranti e provare amore per ciò che fanno, dovrebbero comprendere che attraverso la cruna della letteratura possono passare cose dirompenti e irradianti non solo per le vite delle singole persone ma anche di un’intera comunità e di un’intera specie.

Cosa ne pensa invece della narrativa italiana contemporanea, di coloro che sono dal suo stesso lato della strada?

Credo che ci siano in giro buoni e anche ottimi scrittori, non è assolutamente vero ciò che i critici necrofili e autoreferenziali scrivono, che la letteratura italiana è morta. Ma io mi sento diverso anche da questi buoni e persino ottimi scrittori. Non voglio classificarmi come migliore o peggiore, sono semplicemente diverso, le cose che sto facendo sono diverse.

Parliamo un po’ delle sue opere. In Lettere a nessuno, che ha creato un vero subbuglio all’interno dei circoli culturali benpensanti, si definisce uno scrittore che non ha nulla da perdere. Come è cambiata, se lo è, questa concezione nel corso degli anni?

Mi comporto ancora come se non avessi nulla da perdere. È vero, ora pubblico con un grande editore, ma se questo domani mi chiedesse di scrivere in un altro modo non accetterei e mi farei piuttosto buttare fuori, mi rimetterei in spalla il sacco con il quale ho sempre vagato. Non ho mai messo né mai metterò da parte ciò che mi sembra irrinunciabile per poter essere pubblicato da un grande editore. Infatti anche dopo che sono riuscito a nascere, a quarantacinque anni, ho cambiato molti editori, e questo non perché fossi capriccioso o venale ma perché mi buttavano letteralmente fuori. Perciò ho già conosciuto la solitudine e il seppellimento e in un certo senso la morte è alle mie spalle. Io, per ordine esterno e non per mia convinzione, non cambio una virgola di ciò che scrivo, né fortunatamente mi è mai stato chiesto di farlo. L’ho pagato duramente e con una lunga esclusione, ma almeno in questo ho conquistato rispetto. Quindi no, non ho ancora niente da perdere.

L’interlocutore privilegiato di Lettere a nessuno è appunto “nessuno”, che può indicare anche l’incapacità di ricezione da parte di “chiunque” del messaggio urgente che doveva comunicare. Ad oggi, le sue opere possono dirsi destinate a “qualcuno”?

Lo sono sempre state, anche quando non le voleva nessuno. Poi ho incontrato via via dei lettori, e la maggior parte di loro sono giovani e giovanissimi. È la cosa più preziosa.

Dunque viene snobbato dal circolo chiuso della critica letteraria ma apprezzato molto da un pubblico giovanile.

Io, dal grosso della critica, non mi aspetto nulla. In questi anni è più che altro autoreferenziale e lotta per la propria malintesa sopravvivenza, non ha alcun amore per l’oggetto, non fa ponte tra le generazioni, è capace solo di ripetere come un mantra o come un desiderio segreto che non c’è più niente, per cercare di far credere che c’è solo lei e il suo gioco terminale e chiuso. Io ho avuto la fortuna o la sorte di incontrare qualche persona diversa, che non erano riusciti a spegnere, e poi ho dovuto aspettare che crescesse una nuova generazione di lettori per far si che la mia opera venisse avvicinata senza preconcetti e paure. Questi lettori mi hanno permesso di continuare a pubblicare. Ciò che ha fatto la differenza sono stati loro, insieme ai pochi che andavano controcorrente e ai singoli dentro la macchina editoriale. Io sono sempre passato attraverso rapporti elettivi, in Italia e anche all’estero.

Alcuni suoi libri sono stati tradotti in francese e tedesco.

Si, e proprio la settimana prossima ci sarà un convegno sulla mia opera di scrittore all’Università Sorbona di Parigi e, considerando che in Francia ho pubblicato due soli piccoli libri, è una cosa enorme che non mi è mai accaduta in Italia, dove invece ho pubblicato più di trenta libri, di cui alcuni di un migliaio di pagine. Inoltre nei prossimi mesi esordirò in Spagna e nei paesi sudamericani di lingua spagnola, negli Stati Uniti e poi in Canada, in Inghilterra e nella Repubblica Ceca… E allora forse, di rimando, chissà che per me non succeda qualcosa d’altro anche qui. Perché purtroppo il mio Paese ha un atteggiamento servile e coloniale nei confronti delle lingue e delle letterature dominanti.

A mio parere, la sua produzione potrebbe distinguersi tra opere composte di getto, come La lucina o Gli incendiati, e altre incubate per decenni, come la Trilogia dell’Increato. In quale di questi due gruppi si riconosce maggiormente?

Per scrivere alcuni libri (come Gli esordi e Canti del caos) mi ci sono voluti quattordici anni, mentre per altri (come La lucina) quattordici giorni. Ma per me quattordici anni e quattordici giorni sono la stessa cosa, perché quando mi abbandono a questa espansione e a questa trance il tempo si ferma, rimane immobile, e allora si può allargare. Perciò i due gruppi di libri non sono in contraddizione e mi riconosco in entrambi.

A proposito della Trilogia, risulta chiaro quanto Dante faccia da modello nello scheletro dell’opera. Possiamo considerare la Pesca una novella Beatrice?

Quando ho incominciato a scrivere Gli esordi, la Pesca era solo un personaggio ispirato a una ragazza conosciuta durante la mia adolescenza, una presenza misteriosa vista davanti alla gabbia dei fagiani che si cotona i capelli, che invita il seminarista nel lettone, che lo incanta. Non pensavo che avrebbe avuto uno sviluppo simile, anche perché non pensavo che ci sarebbe stato altro dopo Gli esordi, non credevo che ne avrei avuto le forze. Poi nella mia mente ha iniziato a formarsi questo nuovo romanzo che non ho capito immediatamente essere il seguito del primo, ho solo preso atto che il personaggio del Gatto non voleva andarsene, così come quello del Matto e della Pesca. Infine, proprio lei diventa la figura che accompagna il Matto verso l’Increazione, è una guida ma è anche un personaggio molto terreno, è colei che unisce l’alto e il basso e il basso e l’alto e li increa. In questo senso, nonostante il mio grande amore per Dante, non può essere accostata a Beatrice, creatura angelica all’interno della contrapposizione tra aldiqua e aldilà e tra terreno e ultraterreno del suo meraviglioso poema.

Si è riferito al fatto che la Pesca si ispira a una ragazza conosciuta in passato. Potrebbe considerare l’incapacità di prendere le distanze dal dato biografico il fil rouge che accomuna le sue opere?

Da una parte non posso e non voglio prescindere dalla parte di vita che ho potuto conoscere e distinguere per alcuni istanti nel buio che ci circonda, dalla fessura nevralgica attraverso la quale ho guardato il mondo e ne sono stato guardato, dall’altra questo è solo il punto di partenza che mi permette di andare oltre. Credo però che in questi anni ci si sbagli a considerare l’invenzione e la biografia come due cose separate e opposte. Io parto dalle poche cose che conosco o credo di conoscere, ma per spingermi più in là. Le cose non si esauriscono certo nella mia autobiografia, che è solo la fessura, il passaggio, che io allargo e che mi permette di passare dall’altra parte.

Anche la morte è un concetto presente in modo preponderante in ogni sua opera, ad eccezione di quelle d’esordio. Perché ne è così ossessionato?

Non è che ne sono ossessionato… Provo a spiegare con poche parole una cosa difficile: la nostra cultura e le nostre strutture mentali si basano su una concezione lineare del tempo, che vede la vita e la morte ai due estremi opposti. Considera questo segmento e nient’altro e ci dice che invece è tutto ed esaurisce ogni cosa e ogni conoscenza. Mentre le stesse scienze ci stanno dicendo da tempo che in realtà le cose non stanno così. Io sto cercando di spingermi e di avventurarmi più in là, voglio superare le colonne d’Ercole e le antinomie bloccate e oltrepassare lo spazio chiuso e il vicolo cieco  in cui si è andata a imprigionare da sola  la letteratura e non solo quella, soprattutto nel Novecento, sto cercando di sfondare la parete di questa prigione.

Capisce però che tutto questo è molto complicato, in modo particolare per una persona giovane che vede la morte come qualcosa di lontano.

 Non solo è complicato, ma sbilancia tutto il nostro piano mentale e ti toglie il terreno da sotto i piedi. Però – anche se può sembrare paradossale ­­– credo che sia addirittura più facile per una persona giovane entrare in questa dimensione più vasta, proprio perché ha un orizzonte d’attesa più ampio, non vede la morte come ultimativa e temibile e non l’assolutizza, a differenza di una persona anziana e che è vissuta per tutta la vita dentro questo ferreo ordine mentale. Un giovane è più aperto a un’avventura, anche di invenzione, di prefigurazione e  di conoscenza.

Una decina d’anni fa paragonò la sua vita a una «zattera in mezzo al mare». Se la situazione è cambiata, che metafora utilizzerebbe oggi per descriverla?

Non è più la stessa vita perché quando ho incominciato non avevo nulla, non sapevo chi ero e non immaginavo un futuro per me. Non sapevo se quella zattera, colpita violentemente dalle onde, si sarebbe rotta o sarebbe rimasta insieme. Ma a livello interiore sono ancora lo stesso: la mia zattera è ancora flagellata dalle onde e sempre sul punto di spezzarsi. Ho viaggiato a lungo da solo, a piedi nudi, nella notte, poi mi è capitato di trovare dei carretti, degli asini, persino delle carrozze, ma se domani dovrò tornare a camminare a piedi nudi lo farò.

Perché, lei invece a cosa mi paragonerebbe?

Immagino la sua vita come una stella cometa, viaggiatrice sola in un costante buio notturno, dispensatrice di luce donando parti di se stessa.

È una buona metafora, calda e buona.

 Se potesse tornare agli albori della sua carriera letteraria seguirebbe ancora questa “vocazione” senza mai scendere a compromessi o lancerebbe il suo messaggio con “più peli sulla lingua”?

Non cambierei nulla, anche perché non rientra nelle mie possibilità. Ho fatto cose controproducenti, come pubblicare Lettere a nessuno nonostante la fragilità e le spalle scoperte, ma dentro di me sapevo che era necessario. È come se ci fosse al mio interno qualcuno più lungimirante di me, che fa quello che deve fare senza curarsi d’altro, compreso quello che io non capisco. Grazie all’istintualità che mi contraddistingue – o perlomeno a ciò che passa attraverso la mia istintualità – oltrepasso i miei limiti intellettivi, naturali o introiettati, abbandonandomi a questa forza superiore che mi fa percepire cosa è giusto per me e cosa sono chiamato a fare.

Magari è anche questo che attira tanto un certo pubblico giovanile, pieno di aspettative e speranze, pieno della forza necessaria per non scendere a compromessi.

Per me, questo è l’unico modo in cui si può stare dentro la vita. Conosco il buio, so cosa vuol dire vedere attorno a sé solo il buio e non ne ho paura. Ma io non voglio identificarmi e diventare una cosa sola con questo, farmi bloccare nella postura in cui sono stati immobilizzati il pensiero, la cultura e la letteratura di questa epoca, che si è fatta pietrificare dallo sguardo della Medusa. Io voglio tenere drammaticamente aperto un altro orizzonte.

Commenti
Un commento a “Non avere niente da perdere. Una conversazione con Antonio Moresco”
  1. adriano scrive:

    “ Lunedì 6 aprile 2015 – Quello che penso stamani, che non è Pasqua ma Pasquetta, come dire una Pasqua più piccola, ma anche più leggera, meno impegnativa, più alla mano, più facile, più allegra, forse, è che Antonio Moresco doveva continuare a scrivere lettere, o comunque doveva continuare a pensarci su. Sul fatto che la letteratura è scrivere lettere, sul fatto che non si sa mai a chi siano indirizzate, sul fatto che non è mai detto che arrivino, causa Poste Italiane o altro, sul fatto che c’è chi, comunque, le lettere non le legge, sul fatto che c’è chi le legge ma non capisce quello che c’è scritto, sul fatto che c’è chi preferisce comunque comunicare de visu, sul fatto che anche chi le scrive spesso pensa che non c’è niente di più palloso che ricevere una lettera, sul fatto che ricevere una lettera fa sempre un po’ paura, cioè che una lettera è sempre un po’ « minatoria », sul fatto che, come si sa, di lettere se ne scrivono sempre meno, anche se, a pensarci, ad andare per strada, sull’autobus, in metropolitana, in ufficio, al cinema, al supermercato, la gente che scrive è sempre di più: con quelle dita magre, grasse, corte, lunghe, bianche, nere, veloci veloci, senza staccare gli occhi dal piccolo aggeggio. È tutto uno scrivere, uno scriversi, sono milioni, miliardi di parole che vanno di qua e di là, da Tizio a Caio, da Caia a Tizia, da Tizia a Sempronia: non si è mai scritto così tanto, ecco la verità. Del resto è anche vero che non si è mai mangiato così tanto, non si è mai cacato così tanto, non si è mai scopato così tanto, non si è mai nato, non si è mai morto così tanto come si nasce/si muore ora. Nel rotondo mondo. “.

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