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Non ci sono riduzioni per studenti, nel senso che ci hanno già ridotto abbastanza

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di Paolo Valoppi

«Non ci sono riduzioni per studenti».

Una volta ancora, con lo stesso tono ammonitorio, tassativo, per nulla conciliante, o dispiaciuto. Il tono di chi si è trovato tante volte – non sempre per colpa sua – in questa spiacevole situazione e sa che deve avere il polso fermo, inamovibile; non deve fare eccezioni, sconti, per l’appunto.

«Non ci sono riduzioni per studenti».

Sono alla Casa Museo di Dante, a Firenze, e alla biglietteria mi dicono che la riduzione è prevista solo per i cittadini italiani over 65 e per i gruppi organizzati. E in realtà anch’io sono con un gruppo organizzato, una decina tra amici e colleghi dell’università. Siamo a Firenze perché la professoressa di un corso che frequento ha organizzato una visita alla Biblioteca Medicea Laurenziana – un patrimonio librario tra i più importanti al mondo – e abbiamo deciso così di trattenerci fino a sera e visitare la città.

«Non siete un gruppo organizzato. Dovete essere più di quindici. E poi potreste anche esservi incontrati qui fuori. Io questo non lo so».

L’insinuazione, smorzata da una goffa dichiarazione d’innocenza (io questo non lo so, non c’ero, non ho visto niente), mi ricorda i buttafuori che fanno entrare nei locali solo i maschi accompagnati da altre donne, amiche o fidanzate, e non quei manzi ruspanti – sempre soli, tra uomini – che pur di entrare nei club provano ad accalappiare delle ragazze di fronte alla discoteca facendo finta di essere in loro compagnia.

«E poi potreste anche esservi incontrati qui fuori. Io questo non lo so».

La funzione che la donna alla biglietteria sembra esercitare, l’alibi che sottotraccia attraversa le sue parole, è esattamente lo stesso del “guardiano” dei locali notturni: proteggere il fortino dalle incursioni dei furbastri. Certo, come dicevo, gli ordini spesso arrivano dall’alto, così per il bodyguard che per la dipendente del museo, e specialmente quando si tratta di prezzi c’è poco che un dipendente possa fare. Ma è il sospetto, l’allusione, la sfumatura che c’è in quell’illazione che mi dà la misura di un problema ben più grande dello sconto mancato. Non solo un problema legato all’accessibilità del patrimonio storico e artistico – in questo caso a pagamento e senza riduzioni –, una condivisione che a mio avviso dovrebbe essere del tutto libera e gratuita, ma un problema di percezione del patrimonio, della sua funzione, del suo esercizio, della sua comprensione.  L’idea del patrimonio come un bene superfluo ed accessorio, immateriale, informe, un intrattenimento di lusso, un passatempo sofisticato ed esclusivo; “una via di fuga verso le «cose belle»”, come scrive Tomaso Montanari nel suo A cosa serve Michelangelo?:

La storia dell’arte è ormai universalmente associata al disimpegno e al divertimento: sui giornali se ne parla solo per pubblicizzarne gli «eventi», all’università è ridotta a disciplina ausiliare della cosiddetta «scienza del turismo», e nell’immaginario collettivo la si ritiene (nel migliore dei casi) un anestetico di lusso, cioè una via di fuga verso le «cose belle» che consentono di non pensare alla «brutta realtà».[1]

L’idea che un gruppo di studenti – che su Dante hanno letto libri, seguito corsi, sostenuto esami – possa recarsi alla Casa Museo per arricchire non solo la propria conoscenza di studiosi, di “ricercatori”, di persone amanti della letteratura e della storia dell’arte, ma anche e soprattutto di uomini e donne, di cittadini, di ragazzi che sanno che

La comprensione razionale, culturale e storica del patrimonio è uno strumento che consente (usiamo ancora le parole della Costituzione) «il pieno sviluppo della persona umana». L’arte del passato, e i suoi legami con gli uomini e con la natura, ci introducono in un mondo di forme in cui sperimentiamo la disciplina e la libertà, l’invenzione e il realismo. E ci fa capire quanti modi diversi ci sono stati, e ci sono, per essere uomini: ci educa alla complessità, alla tolleranza, alla laicità.[2]

Ecco, questa idea, questa consapevolezza pura e semplice, di fronte alle parole della dipendente del museo, all’ombra delle sue insinuazioni, è come se venisse svuotata di qualsiasi riconoscimento civile, umano, formativo, e sottraesse la «cultura» al suo ruolo educativo, morale, di costruzione del futuro e formazione delle nuove generazioni. Così come “la storia dell’arte è universalmente associata al disimpegno e al divertimento”, così gli studenti delle facoltà umanistiche sono percepiti come latori di questa cultura dello svago, questo ricreativo deambulare per città, musei, chiese, siti archeologici, come depositari di un linguaggio colto nella sua “accessibilità” e “facilità”, di una cultura a cui si ritiene ci si possa avvicinare senza alcuno sforzo; una cultura privata, evasiva, immota e pretenziosa, che se in passato ha contribuito a insegnare, prima di ogni altra arte e disciplina, il mestiere di uomo, oggi è ridotta a mero sfoggio intellettuale, ad una scelta “facile” – difficile, al contrario, se si parla di opportunità professionali – e ad una complessiva mancanza di responsabilità e scientificità. A questo siamo ridotti,

[…] perché nell’opinione comune, e anche in quella della classe dirigente, la storia dell’arte, l’archeologia, la biblioteconomia e l’archivistica non sono scienze storiche, né ambiti di ricerca scientifica, ma vaghe approssimazioni, buone per signore sfaccendate o eccentrici benestanti.[3]

«È un museo privato, per questo non ci sono riduzioni».

L’ultima eloquente spiegazione, il tentativo definitivo di giustificarsi per l’assenza di sconti e biglietti gratuiti, di agevolazioni per studenti, il disperato ricorso alla logica dell’etica museale, ai rigorosi dettami della privatizzazione, suona inevitabilmente come il granitico «Festa privata» usato dai buttafuori delle discoteche contro i clienti più ostinati.

«Museo privato, stasera non entrate».

La dimensione esclusiva – come nei locali e nei club – e le limitazioni che questa esclusività a volte comporta a livello di accessibilità e condivisione, si può considerare come un fallimento di quella missione di inclusività di cui il patrimonio artistico deve essere responsabile:

Del resto, è esattamente questa la missione che la Costituzione affida al patrimonio: essere inclusivo, non esclusivo […]. L’articolo 3 impone alla Repubblica di «rimuovere» gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]. Il patrimonio storico e artistico della nazione è precisamente uno degli strumenti che permettono alla Repubblica di rimuovere quegli ostacoli, e di rendere effettiva la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.[4]

Questa esclusività, quest’ostacolo alla “libertà e l’eguaglianza dei cittadini”, se affiancata da una percezione distorta, approssimativa e inadeguata della storia dell’arte, della letteratura, delle scienze umanistiche, se corroborata da politiche di promozione culturale che esaltano solo il valore economico, e non morale, del nostro patrimonio, se rinforzata da un crescente scetticismo verso chi decide di coltivare lo studio di quelle scienze attraverso un percorso universitario, se tutto questo non verrà contrastato, combattuto, se la centralità del patrimonio pubblico non verrà recuperata, ripristinata nel suo antico ruolo formativo, allora sarà la dignità, la serietà, la passione e la professionalità di noi studenti ad essere ridotta sempre di più.

 


[1] Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi, Torino 2011, p. VII.

[2] Tomaso Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro, minimum fax, Roma 2014, p. 49.

[3] Tomaso Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro cit., p. 86.

[4] Ibid, p. 107.

Commenti
5 Commenti a “Non ci sono riduzioni per studenti, nel senso che ci hanno già ridotto abbastanza”
  1. Simone DB scrive:

    “se tutto questo non verrà contrastato, combattuto, se la centralità del patrimonio pubblico non verrà recuperata, ripristinata nel suo antico ruolo formativo, allora sarà la dignità, la serietà, la passione e la professionalità di noi studenti ad essere ridotta sempre di più.”

    Complimenti per l’analisi e per l’ironia.

  2. Severino scrive:

    Paolo, sono del tutto d’accordo con te.

  3. andrea scrive:

    Bellissime parole.. in cui purtroppo mi ci ritrovo: ho paura di scegliere una facoltà umanistica all’università per una totale mancanza di lavoro in seguito..

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    @Andrea

    2 considerazioni da un esperto:
    -dato l’andazzo gestionale del paese, o la tua famiglia ha la possibilità di fornirti una nicchia ereditaria o sarai disoccupato lo stesso: almeno studia qualcosa che ti piace (la gioventù non torna mai)
    -dato che le cose che ti piacciono le puoi studiare anche nel tuo tempo libero, tanto non ti fan sudare, studia qualcosa che ti eserciti il cervello; l’elasticità di un cerebro giovane è un tesoro da modellare

    Verità taciuta alle masse: non si studia per trovare lavoro, si studia per diventare migliori. Il lavoro si impara facendolo, ed è lì che, in i-Taglia, arrivano i guai. Ma se uno vuole usare i libri per fare soldi ha sbagliato tutto: i soldi si fanno delinquendo, investendo capitali o facendo i cuochi (tralascio la prostituzione la quale innesca discorsi di genere)… tutte cose che l’università non insegna.
    Tre famosi non-laureati degli ultimi tempi: Bill Gates, Steve Jobs, Mark Zuckerberg.

    Tornano al topic: in i-Taglia la classe digerente quando sente parlare di cultura mette mano alla pistola.
    Dei cittadini anche solo vagamente alfabetizzati prima e acculturati poi non avrebbero tollerato 20 anni di Berlusconi, 20 anni di Formigoni (Polverini, Veltroni, D’Alema, la Lega Nord, il fascismo e via elencando), nè 3 governi consecutivi senza regolari consultazioni elettorali.
    Non tollererebbero la mafia, le ingerenze del Vaticano, le malversazioni delle forze dell’ordine, la corruzione nelle istituzioni, l’ipocrisia criminale dei vertici europei eccetera.
    Insomma, sarebbe un grosso problema. Enorme, direi.

  5. andrea scrive:

    Grazie per la risposta e per i consigli.. avevo già in mente di fare scienze politiche per le materie che potrebbero interessarmi (facoltà che comunque non offre sbocchi, come le facoltà umanistiche).. e studiare cinema per conto mio.. Sono comunque messo nella posizione di fare una scommessa.

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