nondiregatto

Non dire gatto. Un reportage domestico

Questo pezzo è apparso inizialmente sul blog dell’autore, Malesangue.

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La percettibilità è una forma d’attenzione.
Novalis

Primo giorno

La primissima volta del gatto in questa casa è stata qualche giorno fa. L’idea era quella di provare a farlo ambientare, giusto per un’oretta, in preparazione della lunga permanenza dei giorni successivi.
Per tutta quell’ora il gatto è sembrato timidamente spaventato, restandosene al sicuro sotto il mio letto. A un certo punto è uscito, ha fatto un salto e si è rifugiato dietro il cuscino appena sollevato sul materasso, la testolina che sbucava come fuori da una tenda, in campeggio.
Quando poi lo abbiamo portato in cucina se n’è stato tra le braccia della mia ragazza, ancora un po’ intimorito. Perdeva il pelo, specie dietro le orecchie – una sorta di calvizie improvvisa – e si guardava intorno con gli occhi ben aperti. Non sbarrati: una cosa che mi colpisce dei gatti è che stati d’animo e emozioni, se così possiamo chiamarli, sono gradazioni leggere che non prevedono cesure nette: e così basta poco perché il timore si muti in riconoscenza e viceversa. Questo rende i gatti fieri e sospettosi, al tempo stesso sospetti.

Oggi, primo giorno ufficiale qui, le cose sono andate in modo diverso. Il gatto, al sicuro nella sua cuccia di pezza in camera mia, sembrava ricordare di essere già stato in questa casa. Poi è arrivato mio padre, che si è inginocchiato e gli ha offerto la mano a palmo aperto. Il gatto ha annusato, lasciando intuire che una certa confidenza era possibile. Qualche minuto dopo è uscito dalla cuccia, ha mangiato e fatto i suoi bisogni nella lettiera. Pur ancora in tensione, sembrava più a suo agio. A quanto pare a sbloccarlo è stato l’incontro col capofamiglia, col capobranco, che anche a casa della mia ragazza ha riconosciuto subito – il padre di lei, ovviamente.

Partita la padrona, il gatto si è dato all’esplorazione e solo in un secondo momento al sonno. Per prima cosa ha indagato tutti gli angoli più nascosti della casa: spazi angusti, inimmaginabili per gli umani, tra battiscopa, divano, poltrone e mobili. In particolare ha apprezzato il piccolo mondo di polvere dietro il divano in cucina, dove ha trovato la serenità necessaria per iniziare a farsi le unghie.

Due considerazioni, allora: in un ambiente nuovo, il gatto stila subito un elenco dei posti più segreti in cui potrà andare a nascondersi quando ne avrà voglia; di conseguenza, un gatto ti costringe a fare i conti con la polvere che non hai voluto o non sei riuscito a pulire via nell’ultimo mese, obbligandoti quindi a guardare la tua abitazione da prospettive minori, inedite, a volte inconfessabili.

Quanto al sonno: è stato l’unico momento in cui Raymond – questo il nome del gatto, tanto vale dirlo – mi è sembrato finalmente Raymond, ovvero il gatto che frequento, nel suo ambiente – la stanza dell’appartamento in cui vive la mia ragazza – per qualche giorno a settimana. A questo punto ne approfitto pure per descriverlo: Raymond (da Carver, ma all’occorrenza può essere anche Queneau, Roussell o Chandler) è il classico gatto grigio con striature nere che sul volto formano una mascherina tigresca. Da metà volto in giù, dunque sul petto e sulla pancia, il pelo si spande in una folta pelliccia bianca; sul collo questa pelliccia richiama la candida gorgiera pieghettata di qualche vecchio re o aristocratico ritratto in un dipinto a olio, mentre sul ventre si assottiglia e mischia col grigio fino a formare una strana sacca di pelle, quasi un marsupio, che può far apparire Raymond leggermente sovrappeso.
Il pelo bianco riappare poi sulle zampe, a dare l’idea di quattro guantini bianchi – i quali, insieme al minuscolo naso rosa e ai cuscinetti del medesimo colore, danno a Raymond un’aria insieme infantile e cartoonesca.

Ora, mentre Raymond dorme sul letto, alle mie spalle, mi sembra come dicevo di riconoscerlo: sia fisicamente che caratterialmente. L’ambiente nuovo lo aveva ridimensionato in entrambi i sensi: per tutto il giorno, anche quando era più a suo agio, Raymond pareva essersi rimpicciolito fino alla classica figura del gattino curioso – ho dimenticato di dire che Raymond, due anni e un mese, è un gatto piuttosto grande, e questo al di là della finta ciccia sulla pancia: quando si lascia andare completamente, specie d’estate, col caldo, sul pavimento fresco, arriva a poco più di mezzo metro di lunghezza. A letto, adesso, finalmente e del tutto rilassato, sembra essersi espanso e aver riempito definitivamente il suo contenitore, la sua forma naturale, quella tronfia e insieme elastica che assume di solito nel suo ambiente primario.

Nel suo ambiente, Raymond arriva a controllare e dirigere anche le azioni degli umani, tirando fuori all’occorrenza la selvatichezza che deve aver ereditato dai genitori randagi: se vuol dormire, carezze e grattini sono banditi, per cui non esita ad allontanare, con cortesia, la tua mano prima con la zampa – gli artigli però già estratti – per poi passare ai fatti con un morso. Che è arrivato anche stasera.

Secondo giorno

Devo averlo letto in Hillman o in Franzosini, non ricordo: gli animali ci sembrano eterni e ci connettono con l’infinito per via della loro forma, che da millenni permane immutata. Il primo gatto apparso sulla terra non doveva essere troppo dissimile da quello che teniamo oggi in casa – il Gatto Originale, insomma, è rievocato nel Gatto Raymond.

Della natura più animalesca dell’Originale, tuttavia, nei domestici è rimasto poco o niente. Risulta quindi difficile tornare all’astrazione di quel Gatto osservando il Gatto Raymond. Eppure, proprio in quanto domestico, Raymond offre infinite possibilità di osservazione in attesa, di tanto in tanto, che la natura più pura del Gatto Originale riaffiori, per quanto in forme blande.

Nella mia ricerca dell’astrazione felina il fallimento non è però legato solo allo sguardo umano che inevitabilmente antropomorfizza le bestie; il fatto è che a loro, alle bestie, riesce altrettanto naturale lasciarsi antropomorfizzare, dunque smettere di essere ciò che a noi umani appare come naturale: può sembrare un paradosso, ma anche l’essere domestici fa ormai parte della natura di alcuni animali. Nel caso di Raymond questa che possiamo definire naturalezza (o reciprocità dell’antropomorfizzazione) è evidente quando cerca di attirare l’attenzione con un miagolio – prima debole, poi insistente – con la sua pallina di carta stagnola tra le zampine bianche. In quei momenti, il gatto usa le caratteristiche tipiche del gatto – il miagolio e certe espressioni facciali – per comunicare con l’uomo un desiderio, o meglio un desiderio trasposto in abitudine, in ogni caso instillato dall’uomo.

In questo gioco con la pallina mi colpisce lo sguardo bambinesco di Raymond. Il gioco gliel’ho visto fare qualche volta con la mia ragazza, a casa di lei, e così in questo secondo giorno di convivenza tento di replicarlo, sia pure con alterne fortune: così Raymond, quando gli lancio la palla in attesa che me la riporti, mi guarda immobile come un bambino che rimbrotta il nuovo compagno di giochi perché evidentemente non all’altezza dei suoi standard.

Il gioco vero, infatti, funziona in un altro modo, piuttosto noioso per un umano: bisogna considerare Raymond un portiere a cui però non va segnata alcuna rete. La palla va tirata piano e consegnata così tra le zampe del gatto. Lì inizia il gioco vero e proprio: Raymond avanza per qualche metro passandosi la palla da una zampa all’altra come un giocatore di hockey ghiaccio che si porta appresso il puck con gran foga. A quel punto, dopo solo qualche secondo di corsa, Raymond si ferma e aspetta che io mi avvicini per lanciargli la pallina dall’altra parte del corridoio. Ecco quindi il bimbetto soddisfatto.

Il felino comunque torna a emergere, di tanto in tanto, ed è emerso anche oggi quando, ormai del tutto a suo agio, Raymond si è svegliato all’improvviso dal sonno pomeridiano – ha dormito per ore, profondamente, sfiancato da quel terribile mestiere che è l’esser gatto per i gatti, quasi che questo mestiere venga svolto esclusivamente per conto e per diletto degli umani.

Era così sveglio, di colpo, che non sapeva che farsene del resto del giorno. Quando ha preso a girovagare per casa mi sono messo a inseguirlo: una volta acciuffato, lui ha reagito un po’ lasciandosi accarezzare, un po’ protestando con quel suo modo di scacciarti con le zampe posteriori, artigliarti la mano in una gabbia – cioè lui appallottolato attorno al tuo arto – e infine attaccarti con ferocia tipicamente felina, le quattro zampe che mulinano a unghie spianate e i morsi a tagliola.

Ma di fatto – e questo potrebbe davvero essere un tratto caratteriale del Gatto Raymond soltanto – anche nei momenti in cui manifesta la sua natura, per molti versi Raymond è un gatto de-felinizzato: raramente soffia quando attacca e ancora più raramente le sue fusa sono di quelle rumorose, invasive, da spazzolino elettrico peloso.

Spazzolino elettrico? E perché non un telefono, allora? Chi è che lo diceva, che i gatti sono telefoni? Era Cortázar: questo me lo ricordo bene.

Terzo giorno

Forse scrivo di Raymond per resistere alla tentazione di fotografarlo, adesso che ce l’ho sotto gli occhi tutto il giorno. Tutto il giorno: anche quando esco, l’idea di tornare a casa e trovarlo addormentato sul mio letto è sempre nella mia testa, ed è un’idea assolutamente piacevole. Il gatto dà pace: questa cosa deve funzionare come con i vasi comunicanti, c’è una forma di bilanciamento della mia iperattività, o meglio, forse di assorbimento delle mie energie da parte del gatto.

Ma perché fotografiamo i gatti? Adesso, mentre scrivo, Raymond è alle mie spalle, sulla mia coperta (per la quale ha tradito la sua, quella su cui dorme da quando è al mondo). Tutto raccolto in sé come un piccolo cosmo peloso nella solita mezza ciambella che ricorda vagamente una spirale logaritmica, una sua foto in quella posizione, condivisa sui social, raccoglierebbe decine e decine di like. Ma provo a resistere, limitandomi a osservare: il che incide sul ritmo della mia scrittura, rallentandolo, snebbiando i più assurdi dubbi di forma. Ecco l’assorbimento di energie, soprattutto negative: la forma del gatto attira e neutralizza le sovrastrutture e i barocchismi della mia scrittura, ma anche le imprecisioni, le piccole isterie compulsive, gli sgambetti di una certa, petulante autocritica che paralizza la scelta dell’aggettivo o del verbo più appropriato… Al contrario di un gatto che sceglie, sceglie sempre, all’istante e con estrema facilità.

Se penso a Raymond in esplorazione in questa casa, ad esempio, noto che ha scelto subito quali angoli e quali poltrone o sedie lo interessavano e quali no; per lui conoscenza ed esperienza coincidono perfettamente, perciò deve scegliere in fretta cosa merita la sua attenzione. Il gatto sceglie in continuazione e scarta senza troppi problemi ciò che non lo appassiona: perciò conosce il valore dell’indifferenza.

Il fatto è che il gatto, forse, è tutta superficie, forma pubblica. È lineare, non viscerale. Induce alla pace, come dicevo, alla contemplazione, in qualche caso persino alla poesia. Ma questa poesia non parla mai di caduta (men che meno di quella dell’uomo), semmai di orizzonti, di superfici impolverate e ipotesi prospettiche infinite (quantomeno nella testa del gatto). Eppure quegli scatti improvvisi, quegli slanci in cui la parte più intermedia e sinuosa del movimento felino è ellittica o invisibile all’occhio umano – come se mancassero dei fotogrammi da una sequenza cinematografica e il film scorresse comunque fluido, continuo – ecco, quegli istanti riescono a mettermi comunque tensione: in questo dualismo di pace e violenta rapidità persino il Gatto Raymond è un messaggio in codice, un avvertimento da parte di quella forma originaria e primordiale del Gatto Originale circa il suo avvento, il suo ritorno improvviso sulla faccia della terra.

Forse esagero, insistendo nella ricerca dell’astrazione dato che Raymond, ambientandosi, allontana ormai sempre più quest’idea del Gatto Originale. In fondo stiamo parlando di una cosa pelosa che per la maggior parte del tempo non fa che dormire. Questo fa Raymond: o almeno così l’ho immaginato quando in questi giorni sono uscito da casa. Ieri mattina, nell’ufficio comunale dov’ero andato per sbrigare delle faccende burocratiche, ho notato che la vecchia impiegata dietro la scrivania aveva allungato e sistemato i piedi su un faldone gettato per terra. Non ho fatto in tempo a leggere cosa ci fosse scritto sull’etichetta appiccicata sul dorso dell’insolito poggiapiedi – probabilmente si trattava di vecchie scartoffie d’archivio che qualcuno… Ma perché racconto questo dettaglio, poi? Perché credo che un gatto, per quanto assorto nella contemplazione della grana più sottile del visibile, farebbe certamente caso a questo tipo di particolari. Il gatto è affine allo scrittore di racconti, che nel breve deve rendere conto del tratto più minuscolo, assurdo e narrativo della realtà. Ecco, ho ripreso con le congetture. Torniamo alla domanda, allora.

Perché fotografiamo i gatti? Domani è l’ultimo giorno pieno di Raymond a casa mia. Cercherò di resistere ancora alla tentazione di immortalarlo.

Quarto giorno

All’alba, stamattina, mi ha svegliato uno di quei rigurgiti cavernosi che emettono gli animali quando stanno per vomitare. Ho spostato Raymond per terra e ho aspettato che vomitasse o morisse. Era così anche coi miei due cani: ogni volta che vomitavano temevo che ci avrebbero lasciato le penne, per via di tutto quel casino che facevano con la gola, forse direttamente con lo stomaco.

Alla fine Raymond non ha vomitato, comunque. Se n’è stato un po’ a guardare il vuoto ed è tornato sul letto. Mi sono riaddormentato e ho sognato: ero giù per strada, sul muro della casa c’era un gallo che s’infilava all’interno mentre Raymond fuggiva da una finestra laterale. Allora lo rincorrevo per la strada deserta e dopo una lunga corsa riuscivo a riacciuffarlo. Mi sono svegliato con addosso uno spavento che è durato per tutto il giorno: in fondo la mia paura più grande, coi gatti, è che fuggano e non tornino più.

Raymond ci ha provato una sola volta, da piccolissimo: qualcuno a casa della mia ragazza aveva dimenticato la porta aperta. Quando lei è tornata da lavoro il cucciolo Raymond non c’era più. E giù lacrime a distanza, al telefono, quella sensazione di inadeguatezza quando smarrisci un piccolo animale indifeso. Il giorno dopo si scoprì che lo avevano trovato le inquiline del primo piano, sulle scale. Ma che terrore: e che terrore che capiti proprio a me di smarrire Raymond proprio in questi giorni, mentre è mio ospite.

Un terrore che è tutt’altro che campato in aria. Soprattutto in casa mia, che è piena di porte e finestre sempre aperte, essendo l’abitazione di tre fumatori incalliti senza più olfatto (fateci caso: in questo racconto gli odori sono del tutto assenti o quasi). Perciò coi miei abbiamo escogitato un sistema di sicurezza piuttosto elaborato, che mette a dura prova la nostra memoria a breve termine: quando Raymond è in camera mia, di là si può vivere come d’abitudine, ma quando è fuori la porta della mia camera resta chiusa così come quelle di lato (bagno e camera da letto dei miei) e le altre due che danno nel soggiorno. Raymond può quindi girovagare libero tra corridoio e cucina, anche se è è attratto da tutte quelle porte chiuse, ovviamente: ci si mette dietro e miagola. In particolare, il soggiorno lo attira per via di un altro divano – quello della cucina, deve averlo capito, è territorio esclusivo e indiscusso di mia madre – cui ieri è riuscito ad appendersi con le unghie per circumnavigarlo senza quasi toccare terra.

Ma il terrore, va detto anche questo, è tutt’altro che campato in aria soprattutto per un altro motivo, legato alle quotidiane e misteriose sparizioni dei gatti. Per chi ne possiede uno quello che sto per dire non dovrebbe rappresentare niente di nuovo: ci sono dei minuti interminabili in cui i gatti domestici svaniscono letteralmente nel nulla. Dunque il terrore di cui parlo è universale, atavico: razionalmente, tu sai che il gatto è lì da qualche parte, in casa, perché porte e finestre sono tutte ben chiuse. Eppure non c’è, da nessuna parte. Dove vanno i gatti in quei momenti? È per quello che hanno compilato un elenco dei posti più segreti della tua casa, quando ce li hai portati all’inizio?

Perciò quando stamattina, ancora assonnato per la sveglia all’alba, non trovavo più Raymond, ho iniziato a preoccuparmi. Sapevo che non poteva essere andato da nessuna parte: eppure non c’era. Ho preso a controllare in tutte le stanze, soggiorno incluso, ma niente. Neppure dietro il divano in cucina, neppure sotto il letto nella mia stanza (ero comunque certo che ne fosse uscito con me). Restava solo la camera da letto dei miei, con la porta chiusa, e lì mi ha preso il terrore di cui sopra: perché a quel punto non potevo escludere che mia madre, uscendo per andare a lavoro, avesse chiuso la porta della stanza per poter lasciare la finestra aperta come ogni giorno – senza però accorgersi che Raymond ci si era infilato di soppiatto.
Prima ancora di aprire la porta ho sentito un miao: Raymond era lì, in effetti, ma per non so quale ragione mia madre aveva tenuto la finestra chiusa.

Forse perché non entrasse il gallo che ho sognato stanotte? Vai a sapere.

Quinto giorno

Ieri ho scritto molto, me ne rendo conto. Oggi invece Raymond è andato via e non c’è granché da dire. Lo rivedrò tra due o tre giorni al massimo, ma non sarà come averlo qui. Quell’idea di pace, per quanto sia comunque impegnativo prendersi cura di un animale in casa propria…

(Stamattina – non all’alba, per fortuna – Raymond ha vomitato in diversi punti della stanza. Era un rigurgito liquido, giusto un po’ di succo giallastro, che avrei potuto facilmente scambiare per pipì se non glielo avessi visto e sentito produrre con quegli stessi, infiniti versi cavernosi e mortiferi emessi ieri mattina. Sempre a proposito di impegno nella cura dei nostri animali domestici, c’è poi la questione della lettiera, verso la cui pulizia pensavo di aver sviluppato una certa abilità – tutt’altro: continuo a sottovalutare la grande capacità di Raymond di nascondere i suoi bisogni con grande accuratezza sotto la sabbia, e allora mi fisso, preso da improvvisa maniacalità, nella rimozione di ogni singolo grano anche solo inumidito di pipì, gettando via così una gran quantità di lettiera. Stamattina, quando la mia ragazza è tornata, la lettiera era quasi finita.)

…pace che significa pure mettere il telefono da parte. Non so se i gatti siano davvero telefoni come scriveva Cortázar, ma di certo li sostituiscono nella lista delle priorità domestiche: mentre osservi il felino, per un po’ ti dimentichi di notifiche, mail, contenuti da leggere o postare. I gatti, pure, creano connessioni tra le persone che abitano con te, perché quando ne hai uno per casa non fai che parlare di loro coi tuoi coinquilini o preoccuparti di spostare bicchieri, bottiglie e oggetti puntati dal gatto in procinto di zompare sul tavolo… Chissà, forse oggi Cortázar direbbe che i gatti sono una sorta di Internet of things, che connette cose e persone e all’occorrenza le muove: ma torniamo alla domanda.

Perché fotografiamo i gatti? Al contrario di questi giorni, in passato qualche foto a Raymond l’ho scattata. Non molte, in ogni caso, delle quali pochissime condivise su Internet. Mi vanto però di una cosa: continuo a cercare l’astrazione, il Gatto Originale, Assoluto, addirittura Infinito se occorre, immortalando Raymond in pose neutre, difficilmente interpretabili a posteriori – niente faccine o posizioni strane, insomma. Invece credo che quello che ci piace delle foto di gatti sia sempre la discrepanza tra ciò che le foto effettivamente descrivono e quello che, condividendole coi nostri amici, finiscono col solleticare nella nostra immaginazione.

Prendiamo la classica foto di ragazza con gatto assonnato, ad esempio: il gatto vorrebbe semplicemente dormire, ma di volta in volta racconteremo che sta tramando un attacco improvviso o  investigando chissà cosa – tutto questo, magari, aumentando la realtà della foto con emoji e filtri strani… La solita antropomorfizzazione però con aiutino digitale, insomma: e così scambiamo per buffità ciò che è invece naturale, naturalmente ai limiti dell’ordinario.

Potrei concludere che l’antropomorfizzazione è la realtà aumentata che noi umani applichiamo agli animali da millenni, ma è davvero finito il tempo delle congetture – com’è e come non è, questa noia o pace o buffità felina mi mancherà. Non so se quando ci rivedremo Raymond ricorderà l’intimità di questi giorni. Quando ha rivisto la mia ragazza, stamattina, l’ha salutata con l’affetto sobrio dei gatti, e allora mi sono chiesto come funzioni la memoria felina.

Di solito, Raymond sembra indifferente a ciò che ha visto o vissuto in passato, ma se di colpo si ritrova catapultato in certe case o strade o tra certe persone che ha già conosciuto, sembra subito ambientarsi. Forse i gatti separano tempo e memoria, facendo del primo una serie di istanti isolati e della seconda una sorta di busta a sorpresa da cui di volta in volta estrarre uno di questi momenti, un piccolo ricordo utile all’occorrenza per non agitarsi troppo, e nulla più.

Cercando nella mia, di busta a sorpresa, tornando a questi giorni troverò delle orecchie spelacchiate su cui sono impresse, ben visibili, due venuzze rosse che seguono il disegno dei bordi di quelle stesse orecchie, e dentro una trasparenza di pelle rosa.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle), il suo blog è Malesangue.com.
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