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Non dire gatto. Vita di Giovanni Trapattoni

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

È meno scontata di quanto ci si possa aspettare, l’autobiografia del Trap (Non dire gatto. La mia vita sempre in campo, tra calci e fischi, Rizzoli, 297 pagg., 18 euro). Sì, certo, di primo acchito sembra la solita lunga carrellata di partite e risultati raccontati a volte con automatismi verbali (“Il colpo d’occhio straordinario” di Wembley, la tragica finale dell’Heysel che “però fu una partita vera”) – e questo nonostante la collaborazione del giornalista sportivo Bruno Longhi, assieme al quale è firmato il libro. Ma forse è proprio la doppia paternità a rendere il libro così originale, nel senso che l’autore non si è fatto irretire, come tutti gli uomini di successo cartesiani alle prese con le proprie memorie, dallo sguardo meduseo del verbo essere, e così al lettore non tocca assistere a una noiosa sfilata di “io sono”, che avrebbe opacizzato la storie invece di illuminarla.

Il tratto comune, il fil rouge che lega i ricordi d’infanzia a Cusano Milanino, dove tirò i primi calci a un pallone fatto con una vescica di maiale riempita di stracci, agli innumerevoli trofei nazionali e internazionali conquistati sia come giocatore che come allenatore, è il profondo sentimento religioso che lo ha sempre animato.

Da piccolo il Trap abitava con la sua famiglia in una porzione di una grande cascina. I genitori erano lavoratori instancabili: il padre operaio in una fabbrica tessile e la madre negli orti, aiutando i contadini, ma la domenica non mancavano mai a una messa. “Prega Gianni, prega”, gli ripeteva il babbo, perché pregando il Signore cambierà il tuo destino. Le partite a calcio con gli amici si svolgevano all’oratorio e duravano fino a tardi, quando i preti staccavano la corrente; e fu proprio una volta che rincasò tutto sudato da una partitella, che trovò sua madre in lacrime perché la sorella Maria era stata “chiamata dal Signore”. All’inizio rimase un po’ interdetto, perché quell’espressione di solito si riferiva ai defunti, ma quando gli spiegarono che la sorella entrava “in convento” lui ne fu felice. “È una notizia meravigliosa”, commentò radioso, “una sorella suora è il massimo che si possa desiderare”.

Questo atteggiamento fideistico ha permeato a ben vedere anche la sua attività agonistica, e lo si capisce dalla descrizione dello schema di gioco che Nereo Rocco, il suo primo allenatore al Milan, insegnava ai propri giocatori: “in braghe corte ci siete voi, dunque vedete un po’ di trovare la quadra. La tattica giusta è una sola: palla a Rivera, Rivera-Altafini-goal. Chiaro?” E subito dopo li abbracciava uno per uno, come “un prete con i suoi seminaristi”. Ecco come nacque la storia dell’acqua santa, che il Trap sparse inutilmente per terra in mondovisione durante il disastroso match con la Corea del Sud che ci valse l’eliminazione.

La verità è che il Trap è sempre stato un mistico inveterato, un allenatore che incarnava la revoca di qualunque legittimazione professionale. Il suo sogno segreto era il totale annullamento di sé, cioè del ruolo di tecnico. La squadra-che-vince-da-sola! Le mosse del Trap non rappresentavano l’espressione di una competenza profana, frutto di studio matto e disperatissimo a Coverciano, ma l’ingiunzione a esistere rivolta direttamente all’Onnipotente, la glorificazione della Provvidenza perseguita attraverso una sfida continua e radicale alle sue leggi. Se la squadra sopravviveva ai suoi interventi, allora Dio esiste! E tuttavia la prova trapiana è un falso. Solo lo squadrone sopravvive, se ha un Messi o un Cristiano Ronaldo che la buttano dentro.

A lungo hanno cercato di farlo passare per catenacciaro, difensivista e utilitarista, ma dell’utilitarista gli mancava il cinismo, il calcolo, l’accortezza, la malizia. L’intenzionalità, soprattutto. Il gioco del Trap era come il nodo della cravatta di Brummell: il suo segreto era appunto… un segreto. Deve farsi da solo perché vuolsi così colà ecc. Gli è che Brummell poteva permettersi di gualcire decine e decine di cravatte prima che si producesse, chissà come, l’epifania del fiocco giusto, mentre il Trap pagò di persona i suoi fallimenti (pochi, con la nazionale italiana e col Cagliari). Lui era un fedele naïf, l’eterno chierichetto ignaro dei testi sacri, perciò imponeva l’astinenza ai suoi giocatori; come gli scapoloni Berti e Serena dell’Inter, alle costole dei quali mise un detective privato per controllare che non eccedessero nei bagordi notturni. Altrimenti avrebbe saputo, dalla lettura dell’Ecclesiaste, che la donna va frequentata eccome, perché è tutta una rete.

Ma se nella religione il suo approccio era molto ingenuo, con l’arte non si può dire altrettanto. Con grande modestia, il Trap si dichiara nel suo memoir un dilettante e attribuisce al suo amico Giambattista Monti, il medico sociale del Milan, il merito di avergli trasmesso la passione per la musica classica e per l’arte antica, di cui è diventato col tempo un esperto collezionista, eppure i segni di una sua precoce vocazione artistica si erano già manifestati chiaramente in una lontana sera del settembre 1998, quando guidava la mitica Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Fu allora, contro il Padova, nell’aria immota di un sedicesimo di finale di Coppa Italia, che si ebbe grazie a lui uno dei momenti di maggior lirismo della storia del calcio italiano, con la stilnovistica sostituzione di Amoroso con Amor. Oltre alla sua formidabile carriera, anche di questo sublime guizzo poetico, tanto intenso quanto negletto, dovremo essergli per sempre grati.

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