orecchie elfo

Non è un paese per elfi

Questo articolo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico(Modificazione corporea di Russ Foxx) 

Metti di giocare a Dungeons & Dragons da vent’anni, ma di aver sempre tenuto la cosa distinta dalle tue letture; pudore, forse. Poi un giorno entri in libreria e ti avvicini, quasi per caso, alla sezione fantasy. Gli autori sono dozzine. Svariati i nomi italiani. Stai quasi per comprare qualcosa, per capire (in realtà, pensi che leggere una storia di magia ti andrebbe anche: di certo deve essere un’esperienza rassicurante – e poi la Terra di Mezzo ti manca così tanto…), tuttavia orientarsi non è banale. Ne sfogli un paio, ma hai la sensazione che ti manchino proprio gli strumenti per scegliere.

Quando poi, qualche giorno più tardi, passi nel tuo negozio di giochi di ruolo di fiducia, realizzi che ha anche una sezione libri. La gamma degli editori si riduce: Mondadori, Nord, Fanucci e Salani, più Einaudi (ma solo per Stella del mattino di Wu Ming 4, che fantasy non è, ma ha Tolkien tra i protagonisti); di autori italiani ci sono soltanto Licia Troisi (in effetti metà scaffale sono libri suoi) ed Evangelisti (che non è esattamente fantasy). Quello che in libreria sembrava un multiverso prende le dimensioni di un cortile. Ti torna la voglia di capire.

Su Internet, a parte Fantasy magazine, che cerca con impegno di occuparsi di tutto, film e videogiochi inclusi, non trovi punti di riferimento, solo un arcipelago di blog, forum, gilde. Alcuni sono al centro di polemiche: Baionette Librarie, Zweilawyer, Gamberi Fantasy. Hanno stroncato molti fantasy italiani, c’è chi li accusa di essere distruttivi. A breve sei su Skype con uno di loro, noto come Duca di Baionette: “Distruttivi? Non direi,” si difende, “quando è uscito qualcosa di buono, come Pan di Francesco Dimitri, è stato subito elogiato. Il problema è che nel tentativo di trovare la nuova Troisi gli editori hanno buttato nella mischia autori sempre più giovani.” Qualche nome? “Einaudi Stile Libero ci ha provato con Chiara Strazzulla, quindicenne al momento della scrittura del primo libro; Newton Compton con Federico Ghirardi, quattordicenne durante la stesura; Piemme con Elisa Rosso, quindicenne all’uscita”. E si potrebbe continuare con Maurizio Temporin (Giunti), Thomas Mazzantini (Dalai), Alessia Fiorentino (Rizzoli)… Praticamente ogni casa editrice ha avuto il suo teenager fantasy. “È normale che un adolescente non sia in grado di tenere le fila di una narrazione complessa,” continua il blogger, “ma non la si può considere una scusante”. Giovanissimi che non hanno mai pubblicato neanche un racconto, lanciati allo sbaraglio. Librerie che si riempiono di pile dei loro libri e ben presto si svuotano, mentre il negozietto di giochi di ruolo si tiene il suo canone sicuro.

Contatti subito Dimitri, autore anche di Alice nel paese della vaporità per Salani. Trovi conferme: il fantasy italiano può sembrare grande in libreria, ma la scena ancora non esiste. La sua storia può essere semplificata in due momenti: il “pre-Troisi”, quando era solo una nicchia, e il “post-Troisi” (che coincide col successo dei film tratti dal Signore degli Anelli e da Harry Potter), quando è diventato redditizio. A una tale esplosione di interesse non è corrisposta la formazione di un sottobosco: non esistono riviste per i racconti degli esordienti, sono pochissime le piccole case editrici di ricerca (Dimitri cita la sola Asengard; Asengard, che contatti, cita la sola Delos) e poche anche le grandi che hanno editor preparati sul genere; non esistono premi dedicati (c’è il Premio Italia, ma nasce per la fantascienza e solo dal 2005 si dota di una sezione fantasy); infine, conclude Dimitri, “le pagine culturali dei giornali e il grosso dei blog letterari ci considerano scrittori di serie B”.

Sai già chi contattare – il negozietto non mente. Quando scrivi a Wu Ming 4, quasi ti destreggi sul tema. Altre conferme: “La critica al fantasy in Italia è alle caverne. Non è capace di trattarlo per il semplice fatto che non è tradizionalmente abituata a farlo. Detto questo, tra gli italiani è anche difficile trovarne di buono – e se c’è, è facile che si perda, in un mercato soffocato da romanzi mediocri: la maggior parte degli autori che si dedicano a creare mondi medievaleggianti finiscono a confrontarsi con Tolkien, e sono destinati a perdere”.

Tolkien si rifà al mito. Autori successivi si rifanno a Tolkien. Autori ancora successivi – magari adolescenti – si rifanno ad autori che si rifanno a Tolkien. A ogni passaggio la qualità cala. Agli editori non importa, il ricambio c’è. Ti pare di sentirli: “Far crescere l’autore è poco sostenibile anche in letteratura, figuriamoci nel fantastico…” Ma l’autore, più che pubblicando, cresce confrontandosi con i suoi pari, e non hai scorto, in quei blog e i quei forum, uno solo dei nomi che hai letto sulle copertine dei libri. Ecco il problema, ed ecco la speranza.

La speranza che questi ragazzi, mandati allo sbaraglio, ma volenti o nolenti trasformati in autori, non si prendano troppo sul serio e abbiano ancora voglia di confrontarsi. Che continuino a scrivere anche quando si troveranno le porte editoriali chiuse in faccia, e non sprechino un capitale di esperienza comunque accumulato. Che realizzino che esiste una tradizione italiana nel fantastico, e che se un fantasy italiano – sì, anche uno di quelli con gli elfi e i draghi – osasse gettare radici anche dalle parti di Dante (la città di Dite, del resto, vale certo Barad-dûr) e Ariosto, o frequentare gli spazi aperti da Papini, Buzzati e Calvino (per citare solo i più dotati nel world-building), sarebbe cosa bella e fertile. Che si leggano e si recensiscano a vicenda. Che comprendano le ragioni dei loro stroncatori e trovino un dialogo con essi. Che mettano su assieme a loro (chiedo troppo?) spazi di pubblicazione e dibattito. Che costruiscano una scena, insomma: scagliati nella wasteland, provino a renderla fertile. Di loro si potrà dire ogni cosa ma non certo, io credo, che non hanno a cuore il genere che si sono scelti e che li ha portati a pubblicare: bene, il momento di farlo crescere è adesso.

Commenti
31 Commenti a “Non è un paese per elfi”
  1. sergio l. duma scrive:

    A mio parere, la narrativa fantasy ha un grave problema: dal punto di vista letterario è spazzatura (compreso Tolkien che ha avuto un’influenza nefasta su molti autori, costituendo un punto di riferimento che ha impedito l’evoluzione del genere, con forse l’unica eccezione di Moorcock) e gli italiani che si sono cimentati nella scrittura di libercoli fantasy non hanno talento, con buona pace dei Wu Ming che sostengono che la critica nei confronti del fantasy è ferma all’epoca delle caverne. Il fantasy può avere senso al massimo in termini di mercato poiché si rivolge a una categoria precisa di lettori dai gusti infimi, sostanzialmente bamboccioni e sessualmente repressi che apprezzano facilonerie da frustrati di impostazione reazionaria e sovente sessista. Opinione personale, ovvio.

  2. mauro scrive:

    @sergio etc.: dici un mare di stronzate. E sei gratuitamente offensivo. Opinione personale, ovvio. Come è ovvio che non hai mai letto un fantasy in vita tua. Come si può paragonare il background culturale di Tolkien o di U.K. Le Guin con quello di adolescenti che riempiono pagine su pagine di sciocchezzuole tutte uguali e ripetititve? Su Tolkien hanno scritto saggi Sergio Solmi o Elémire Zolla, ne cito solo due: sono dei perfetti imbecilli? sessualmente repressi? Leggiti la Le Guin e scoprirai forse che il reazionario sessista sei tu. Sempre opinione personale, ovvio.

  3. marco scrive:

    Di China Mieville. Mi scuso se lo lascio in inglese, ma sono pigro – con google traduttore si capisce il succo:

    “When people diss fantasy – mainstream readers and SF readers alike – they are almost always talking about one sub-genre of fantastic literature. They are talking about Tolkien, and Tolkien’s innumerable heirs. Call it ‘epic’, or ‘high’, or ‘genre’ fantasy, this is what fantasy has come to mean. Which is misleading as well as unfortunate.

    Tolkien is the wen on the arse of fantasy literature. His oeuvre is massive and contagious – you can’t ignore it, so don’t even try. The best you can do is consciously try to lance the boil. And there’s a lot to dislike – his cod-Wagnerian pomposity, his boys-own-adventure glorying in war, his small-minded and reactionary love for hierarchical status-quos, his belief in absolute morality that blurs moral and political complexity. Tolkien’s clichés – elves ‘n’ dwarfs ‘n’ magic rings – have spread like viruses. He wrote that the function of fantasy was ‘consolation’, thereby making it an article of policy that a fantasy writer should mollycoddle the reader.

    That is a revolting idea, and one, thankfully, that plenty of fantasists have ignored. From the Surrealists through the pulps – via Mervyn Peake and Mikhael Bulgakov and Stefan Grabinski and Bruno Schulz and Michael Moorcock and M. John Harrison and I could go on – the best writers have used the fantastic aesthetic precisely to challenge, to alienate, to subvert and undermine expectations.”

  4. sergio l. duma scrive:

    @Mauro: Ho espresso un parere e lei, solo perché non lo condivide, si sente autorizzato a pensare che non ho letto mai un fantasy? Purtroppo ne ho letti molti e ribadisco il mio giudizio. Io mi riferivo a quell’elemento che forse molti dimenticano: la letteratura. A mio avviso, un buon novanta per cento della narrativa fantasy non è letteratura. Uno scrittore autentico è una persona che innanzitutto lavora sul linguaggio, almeno secondo me, e benché Tolkien e La Leguin siano in possesso di un indubbio background culturale, dal punto di vista linguistico non sono niente di eccezionale; anzi, quest’ultima soprattutto la trovo illeggibile. Turtledove, Goodkind, Jordan e compagni sono, a voler essere buoni, onesti mestieranti che propinano mattoni scritti e concepiti male per ragioni meramente mercantili. Sono d’accordo con lei, invece, quando afferma che non si possono mettere sullo stesso piano autori affermati con ragazzini che si cimentano nella saghe fantasy; tuttavia l’articolo toccava diversi argomenti e nello spazio angusto di un commento ho messo insieme le due cose e probabilmente non avrei dovuto farlo. Quanto a Zolla e Sergio Solmi, non mi sognerei mai di scrivere che sono imbecilli. Che però si siano occupati di narrativa fantasy per ciò che mi concerne non è rilevante. Continuo a stimarli ma non per questo devo cambiare la mia opionione su un genere narrativo.
    L’intervento di China Miéville postato da Marco è interessante (e peraltro ho gradito il suo ‘Perdido Street Station’) e pur essendo fondamentalmente a favore di Tolkien evidenzia certi aspetti della narrativa fantasy che trovo irritanti. Ha ragione quando afferma che molti usano il fantastico per sovvertire e perturbare le coscienze… però, sinceramente, inserire Bulgakov o i surrealisti in questo contesto mi sembra esagerato.

  5. marco scrive:

    Io non leggo Turtledove, Jordan o Goodkind. Leggo invece gialli usa-e-getta – quei cozies con animali, arti e mestieri, protagonisti simpatici e orribili giochi di parole nel titolo (Thyme of Death, A Good Day To Pie, We’ll always have Parrots e così via). Mi diverto, li leggo per quel che sono, e non uso i loro limiti come martello per picchiare contro forme di crime novel molto diverse che meritano un tipo d’attenzione più seria – Chandler, James M. Cain, Willeford, Highsmith, Derek Raymond, fino a Sciascia o Dürrenmatt.
    Se i giovani autori di cui si parla nell’articolo sono soddisfatti di quello che scrivono (fotocopie di fotocopie), non avranno la motivazione o la curiosità per allargare i loro orizzonti; magari la troveranno crescendo e ampliando le loro letture, magari no.
    Difficile, fino a che fanno soldi e hanno un pubblico, gli venga dalle critiche ad alzo zero.

    Quel che dice Miéville è in fondo molto semplice: fantasy è la parola inglese per fantastico, e la letteratura fantastica è vasta e frastagliata. La riduzione a Tolkien è, indipendentemente dalla discussione sui meriti di quest’ultimo che non mi interessa molto, una sineddoche che può solo impoverire. Del resto, anche scorrendo su Wikipedia collane come i Fantasy Masterworks della Gollancz o i Fantasy Classics della Ballantyne trovo scelte molto estroverse rispetto al fantasy commerciale o tolkeniano; e se guardo le liste dei World Fantasy Award nelle varie categorie trovo premi ad autori di fantastico-pubblicato-come-letteratura come Louise Erdrich, Kelly Link, Lyudmila Petrushevskaja o George Saunders.
    Né vedo perché dovrebbero dare pensiero le citazioni di eventuali padri nobili. In primo luogo perché anche zii e cugini (Schulz, Peake, M J Harrison) sono autori di tutto rispetto, ma anche e soprattutto semplicemente perché esistono autori, magari non facilmente visibili dal punto di vista commerciale, la cui concezione del fantastico deve più a Kubin, Daumal o de Nerval piuttosto che a Howard o Tolkien.

  6. Paolo1984 scrive:

    ogni volta speri che lo snobismo intellettuale e letterario non ci sia più o si sia ridotto poi leggi il duma e torni alla dura realtà.
    Non starò qui a difendere la letteratura fantastica che si difende da sola e comunque ha dalla sua parte gente ben più titolata di me ma mi colpisce come per la letteratura accada ciò che raramente accade per altre arti: nessuno direbbe mai che il pop di Katy Perry o Lady Gaga non è musica, tutt’al più si dirà che è musica pop commericiale, invece quando si parla di letteratura, chissà perchè, si sente il bisogno di dire che alcuni autori (per non parlare di interi generi) non solo “scrivono male” ma “non sono letteratura”..come se lassù nell’iperuranio ci fosse la Letteratura e qui sotto la spazzatura (in cui peraltro si comprende anche Tolkien che è un autore di tutto rispetto). non si vuole capire che letteratura è un sostantivo, non un aggettivo

  7. Spinoza scrive:

    Sì Paolo1984, ma quando si parla di musicisti si parla di Bach, Mozart, Verdi, al massimo di John Lennon o Peter Gabriel, non certo di Lady Gaga.

  8. Alex scrive:

    Buongiorno a tutti,

    personalmente condivido molti punti div ista espressi nell’articolo, sia come lettore storico di fantasy (ho iniziato con la mitologia greca, romana e nordica da bambino), sia come scrittore di fantasy alle prime armi con alle spalle qualche racconto, qualche buon risultato in concorsi e una novella pubblicata lo scorso anno con una piccola casa editrice (non a pagamento, per fortuna).

    Purtroppo la difficoltà di far emergere libri di valore nel mare di mediocrità che infesta le librerie è comune a molti altri generi letterari, probabilmente per la mancanza di educazione del lettore e, forse, anche della tendenza di parecchie case editrici a privilegiare il lato economico a quello culturale. E’ comprensibile, visto che tutti devono campare, ma questo a mio modesto parere ha condotto la lettarura italiana in un imbuto dal quale difficilmente si riuscirà ad uscire, se non con una lunga e faticosa opera di selezione di contenuti davvero di qualità.

    Per quanto riguarda il fantasy, in particolare, la soluzione per uscire dalle solite trame, dai soliti personaggi e dalle solite ambientazioni annacquate, è quello di svoltare e seguire altre vie. Ripartendo dalle origini magari, e da quei miti sempre più dimenticati (anche se, lo so per esperienza personale, lo studio delle fonti scoraggia molti autori); oppure lavorando sulla complessità psicologica e sulla profondità dei personaggi, rendendoli davvero di spessore e differenziandoli dal solito mago-mentore e dal ben poco originale guerriero in cerca di gloria.

    Già questo, in un panorama italiano che raramente regala storie di valore, potrebbe bastare a ridare un po’ di smalto al fantasy nostrano.

    Naturalmente, a questo va aggiunta la capacità di scrittura. Elemento imprescindibile del quale, purtroppo, tanti addetti ai lavori tendono a dimenticarsi.

  9. Axel Shut scrive:

    Spinoza, John Lennon o Peter Gabriel all’inizio della loro carriera erano considerati come Lady Gaga dai media ufficiali (“I Rolling Stones sono 5 scimmie su un palco” scrisse un giornale inglese nel 1963), il gusto è cambiato in 50 anni, quella che allora era un’eresia oggi è un’opinione accettata (sbaglio o si riparla di Nobel per Dylan in questi giorni?)
    forse ancora oggi si può trovare qualcuno che dice che il rock è rumore e non Musica ma sono molto pochi e hanno poca influenza
    per i libri invece sono ancora tanti quelli che danno patenti di Letteratura sulla base di non si sa cosa (WuMing4 li evoca nell’articolo e subito spuntano degli esempi)
    di fronte a un simile pregiudizio è persino inutile ribattere “Leggetevi Samuel R. Delany o George R.R. Martin ché poi ne riparliamo” ma quelli che si sono rinchiusi nelle torri d’avorio non possono dirci che non esiste niente un mondo fuori dalla loro stanza

  10. Paolo1984 scrive:

    sì Spinoza ma continuo a non capire come si possa definire “spazzatura” un intero genere letterario che ha avuto i suoi capolavori e i suoi grandi autori

  11. Paolo1984 scrive:

    anche le osservazioni di Axel Shut sono molto acute

  12. sergio l. duma scrive:

    Evidentemente non riesco a farmi capire. Il fantasy è solo una categoria del fantastico e non lo rappresenta totalmente. Peraltro, parlando di libri di genere, apprezzo molta science-fiction e gente come Ballard o Dick, tanto per citarne un paio, per quanto mi concerne sono Scrittori con la maiuscola perché agivano sul linguaggio, al di là delle loro intuizioni certamente inventive. I valori esistono. Non tutto è sullo stesso piano. Ed esiste la Letteratura così come esiste la spazzatura ed è inutile discutere: Tolkien non è uno scrittore. Non lo è dal punto di vista linguistico. Non lo è dal punto di vista espressivo. Non lo è e basta. A molti piace? Problema loro. Significa che non hanno gusti elevati. Tirare in ballo poi Lady Gaga e Katy Perry è ridicolo. Il fatto che incontrino il gusto odierno non mi autorizza a considerarle valide, dal momento che sono solo fenomeni di mercato studiati a tavolino per prendere per i fondelli un pubblico che non ha le basi culturali ed estetiche per capire cose è arte e cosa non lo è. Il livello del gusto, in tutti i campi, si è abbassato per colpa di un sistema mediatico e specialmente televisivo che ha rimbecillito le massa delle capre che infestano questo paese immondo. Altrimenti come si potrebbe spiegare il successo dei film di Vanzina? Quelli sarebbero arte, secondo voi? O gli indici di ascolto di Amici e X-Factor? Pure Emma e Alessandra Amoroso sono ai primi posti delle classifiche ma da qui a definirle cantanti valide ce ne vuole! E dobbiamo parlare del numero di copie vendute delle cinquanta sfumature di rosso o di nero o di chissà cos’altro? E’ snobismo dire che quei libri, dal punto di vista della scrittura, fanno pena e piacciono a un pubblico di ignoranti pseudo-acculturati che leggono ciarpame e si illudono di erudirsi?
    Delany… grandissimo scrittore. Ma le sue doti emergono in ‘Dhalgren’ e nelle opere dall’impostazione post-moderna e post-joyciana, non certo nei suoi libri fantasy. Stesso discorso per Moorcock. Si confronti il Moorcock di ‘Madre Londra’ con il ciclo di Elric e vediamo se possono essere messi sullo stesso piano. E cortesemente finitela di tacciare di snobismo qualcuno che si ‘permette’ di criticare i libercoli da supermercato.

  13. Paolo1984 scrive:

    criticare è una cosa, dividere con l’accetta la Letteratura dalla spazzatura in un lamento apocalittico che butta nella stessa pentola Tolkien e le Cinquanta sfumature è un’altra. (a proposito di non mettere tutto sullo stesso piano)
    Poi vabbè, ci si para la schiena con Dick e Ballard per poter sparare più facilmente sul fantasy e su Tolkien..ma checchè se ne dica il fantasy è letteratura come lo è la fantascienza sociologica.
    Noto comunque che non c’è nulla da fare: non ci si accontenta di disprezzare certi libri (che è legittimo) bisogna pure disprezzare chi li legge e li apprezza..

  14. Wif scrive:

    Come ci stanno Murakami e S. King nella categoria “fantasy” (magari assieme a Dick, Ballard…ecc.)? Grazie se mi risponderà qualcuno.

  15. Emanuele Manco scrive:

    Interessante articolo.
    Ti ringrazio per l’apprezzamento per il nostro sito, ho da fare solo una piccola precisazione. Hai scritto che “non esistono riviste per i racconti degli esordienti”.
    Sia per il sito che per la nostra rivista cartacea Effemme, valutiamo e pubblichiamo racconti di scrittori esordienti come di affermati. Nei cinque numeri della rivista ho pubblicato almeno un esordiente a numero, quando non due.
    Organizziamo sia un concorso a tema, giunto già alla terza edizione e valutiamo anche i racconti pervenuti fuori concorso.
    Poi mi risulta che altre riviste siano nate in questo periodo, senza chiusura verso gli esordienti, come AltriSogni. Si fa quello che si può insomma, nei limiti delle possibilità.
    Grazie dell’ospitalità al commento.
    Ciao
    Emanuele Manco

  16. sergio l. duma scrive:

    @Wif: rispondo con un parere personale. Stephen King secondo me rientra a pieno titolo nella categoria del fantastico. Ha toccato prevalentemente atmosfere horror ma non ha evitato il fantasy o il noir e ci sono anche opere come ‘Stand By Me’ che potrei definire realistiche, se proprio si deve usare un termine. A mio avviso, pur apprezzando alcune delle cose che ha scritto, non è un vero e proprio scrittore. Dal punto di vista linguistico si inserisce nel solco di una tradizione impostata da Twain. I suoi stilemi espressivi spesso lo ricordano ma ci sono anche elementi mutuati dal monologo interiore, con modalità slang comunque intriganti.

    Quanto a Murakami, che personalmente adoro, lo ritengo inclassificabile. Secondo me, inserirlo nella categoria del fantastico significherebbe limitarlo. ‘Dance Dance Dance’, ‘Nel Segno della Pecora’ o ‘L’Uccello che faceva girare le viti del mondo’, per esempio, hanno indubbiamente elementi fantastici ma più che altro la sua fiction mi pare caratterizzata da ibridazioni di generi disparati che magari in America definirebbero Avant-Pop. A me piace reputarlo una specie di corrispettivo letterario (e giapponese) del cinema onirico di David Lynch.

  17. Wif scrive:

    @sergio l. duma–ti ringrazio molto. Negli ultimi romanzi Murakami mi sembra, sempre più, uno sceneggiatore che un letterato. Ma sono sono impressioni personali, senza nessuna importanza. Certo che ultimamente mi annoia molto. King non lo leggo più da molto tempo. grazie ancora.

  18. Francesco scrive:

    Sergio, una domanda.

    Ma tu leggi regolarmente in inglese? Hai mai vissuto in un paese anglofono? Perchè per parlare di ‘uso della lingua’ di un autore inglese devi leggerlo in originale, devi parlare regolarmente con altri inglesi e capire come la usano loro, la lingua, devi conoscere il contesto linguistico in cui la sua opera nasce e cresce, e il contesto culturale.

    Altrimenti la tua non è un’opinione; è, tipo, un niente.

  19. Axel Shut scrive:

    a quanto ho capito in generale la science-fiction sarebbe Letteratura e il fantasy no
    adesso però questa differenza ontologica bisogna andare a spiegarla alla moltitudine di autori che scrivevano entrambi i generi (parecchi sono stati già nominati, aggiungo un nome per tutti: Fritz Leiber)

  20. sergio l. duma scrive:

    @Francesco: Sì, leggo prevalentemente in inglese (autori anglofoni, ovviamente) e per motivi di lavoro ho a che fare con l’area anglosassone in generale. Posso capire che i miei giudizi (comunque soggettivi) possano sembrare dogmatici ma sono motivati proprio dal fatto che mi concentro sul linguaggio. Riconosco pure che è una mia fissazione poiché quando leggo un romanzo di qualunque tipo tendo a concentrarmi sul ritmo, le eventuali assonanze, la musicalità, le modalità espressive e meno sulla trama, le ambientazioni o le tematiche, che sono certamente anch’esse importanti. Però, secondo me, che si scriva di un guerriero in missione in una terra ancestrale o della coltivazione di un campo di patate non fa differenza perché a me interessa il modo in cui lo scrittore scrive di determinate cose.

    @Axel Shut: sicuro, sci-fi e fantasy spesso non hanno delimitazioni precise (la McCaffery, per esempio, ha utilizzato concetti tipici del fantasy come i draghi e narrazioni ambientate in pianeti alieni, elemento che rimanda più alla fantascienza). Lo stesso China Miéville che è stato citato mi pare che preferisca un mix dei due generi e potrei continuare con altri esempi. Tuttavia, mi sembra che nel fantasy si perda l’elemento essenzialmente letterario a vantaggio di altre finalità. Per es., Moorcock… dal punto di vista linguistico è interessante nell’ambito della sua new wave, basti pensare al ciclo di Jerry Cornelius; lo trovo eccezionale quando realizza romanzi di stampo quasi post-joyciano e niente affatto commerciali come ‘Madre Londra’. Ma se analizziamo il ciclo di Erlic di Melniboné che pure a suo tempo fu considerato innovativo nell’ambito del fantasy, ho l’impressione che il livello di scrittura sia meno sofisticato. Quanto a Lieber, la mia posizione non muta. L’ho apprezzato quando mi è capitato di leggere qualcosa di fantascientifico (adesso, sinceramente, non ricordo i titoli) ma sono rimasto freddo quando ho avuto a che fare con il ciclo di Fafrd & il Grey Mouser o, se è per questo, con alcune sue produzioni horror.

    @Wif: il tuo rilievo su Murakami ‘sceneggiatore’ non è peregrino perché ha sempre avuto un ritmo paratattico che può far pensare agli script televisivi e cinematografici; e poi è un autore certamente ‘visivo’ poiché molte volte, leggendolo, ho avuto la sensazione di osservare davvero le situazioni e le ‘scene’ (chiamiamole così) da lui descritte. Forse ciò lo si deve al fatto che per molti anni Murakami è stato traduttore di scrittori americani che tendono alla sinteticità hemigweyana e steiniana delle frasi e a un’attenzione nei confronti degli aspetti meramente ‘visivi’, appunto. Quindi la tua riflessione è calzante.

  21. v.s. scrive:

    @emanuele manco: sí, hai ragione, avrei dovuto scrivere “a parte la succitata Fantasy Magazine non esistono riviste per i racconti…”

    Al di là di ciò, quello che mi lasciava stupito era l’assenza di, diciamo, un “Nazione Indiana” (o se vogliamo un minima&moralia ^_^) del fantastico, un buon vecchio wordpress messo su per lo più dagli scrittori stessi, come spazio di pubblicazione e dibattito prima ancora che di recensione e informazione. Non ci vorrebbe molto, e farebbe molto bene alla scena.

  22. M. R. scrive:

    A me pare che il discorso vada scisso su due punti:
    La validità del mezzo espressivo del “fantastico” e la validità di certi autori.
    Sul primo punto Ursula K. Le guin in un saggio di molti anni fa, “il linguaggio della notte” affermava che secondo lei la letteratura fantastica (fantasy, fantascienza, horror, ossia science fiction) sia depositaria della moderna mitologia, nel senso che utilizza una piattaforma d’immaginario collettivo, condiviso sulla quale costruisce storie che hanno assoluta capacità critica sulla realtà circostante. Un buon esempio è Orwell che utilizzava forti elementi d’immaginario per imprimere certi concetti, spesso semplici, nella mente del lettore.
    Ma tutti gli autori, a mio avviso, utilizzano a varie misure un tale immaginario collettivo, pensiamo a Borges, e in generale a tutta la tradizione latinoamericana del realismo magico alla Marquez od autori come Murakami, oltre agli autori citati come esponenti più stretti e validi della moderna science fiction come Miéville, come Erikson, come la Hobb e molti altri.
    A me pare che portare avanti un discorso che marchi così nettamente le differenze stilistiche sia inutile.
    Tra gli autori più propriamente di genere, è chiaro che ci siano autori più o meno validi come in tutti generi e secondo me – e in questo sono d’accordo con Wu Ming – il numero dei romanzi mediocri è di molto superiore.
    E’ vero anche che la critica letteraria non è abituata a trattare il “fantastico”, però non credo sia vero che qualunque autore si trovi a confrontarsi necessariamente con Tolkien.

  23. M. R. scrive:

    Comunque ci tenevo a dire a chi ha curato l’articolo che personalmente non apprezzo allusione che vuole chi legge letteratura fantastica un fissato del genere che ama mettere orecchie da elfo, etc. mentre molto spesso è un vorace lettore di tutto e un amante della letteratura in generale.
    Ricordo con affetto il mio librario, una persona molto anziana scomparsa da poco quando in una delle tante volte in cui mi parlava dei libri che gli erano piaciuti, mi indicò un libro e mi disse che a quel libro teneva come a pochi altri al mondo. Era il Neuromante di Gibson.

  24. miki scrive:

    @Sergio L. Duma: accettabili le critiche a Tolkien (per quanto io lo ami), e condivisibili quelle alla Le Guin. Peccato però che ti perdi ad osannare Goodkind, che è uno scrittore mediocre, sia a livello di abilità narrativa che di contenuti, oltre che sospettato di plagio nei confronti di Jordan; Jordan, per quanto sia difendibile, non è di certo il massimo come scrittore. Turtledove è bravo.
    Ma se ti piace Goodkind, non pretendere che la tua opinione sia presa seriamente :)

  25. Giovanni Costabile scrive:

    Accusare Tolkien di pochezza linguistica è come dire che Ariosto non ha fantasia, o che Dostoevsky non è radicato nel background culturale russo… Come dire che il nucleo del sole manca di calore, o che la pioggia è troppo arida…
    Tolkien E’ il linguaggio, la sua scrittura muove dalla ricerca linguistica e filologica e per sua stessa dichiarazione, parafrasando: “il mondo che immagino è nato per fornire un luogo alle lingue che ho inventato, piuttosto che il contrario”.
    Bisogna essere dei completi idioti per dire quello che ha detto questo Sergio, e insistendo per giunta. Mah!

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