image

Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo.

di Christian Raimo

Dopo aver assistito, con un senso di frustrazione talmente conosciuto da essermici quasi assuefatto, all’esito abbastanza fallimentare della manifestazione No Expo dell’altroieri a Milano, ho cercato le reazioni, anche quelle a caldo, di persone che s’impegnavano a riconoscere questo fallimento e a ragionare sui motivi in termini politici.

Il primo articolo che ho trovato è un pezzo uscito sul Manifesto di Luca Fazio, che è subito molto circolato. S’intitola “I riot che asfaltano il movimento” ed è molto esplicito nel puntualizzare un paio di considerazioni: 1) Questo primo maggio è stato politicamente disastroso, perché la MayDay non ha saputo governare gli scontri, e di fatto ne è uscita vittima (sulla strada prima, mediaticamente appena dopo, e infine politicamente); 2) La piazza era ingovernabile, e probabilmente sarà così anche in futuro se non si fa una profonda autocritica sull’organizzazione della protesta.

“D’ora in poi, come gover­nare la piazza, ammesso che ci siano altre occa­sioni altret­tanto impor­tanti, diven­terà un pro­blema quasi insor­mon­ta­bile. Per­ché la gior­nata di ieri signi­fica che nes­suno a Milano, e anche altrove, ha più l’autorevolezza di poter deci­dere come si deve stare in un corteo.
Que­sto è un pro­blema poli­tico: a poste­riori, è chiaro che non si può accet­tare con leg­ge­rezza la con­vi­venza con chi ha come uno unico obiet­tivo quello di spac­care tutto e basta.”

Anche i pezzi di Leonardo Bianchi e quello di Roberto Ciccarelli (probabilmente i due migliori giornalisti di movimento oggi in Italia), il primo su Vice e il secondo sul Manifesto, erano piuttosto sconsolati.
Nel primo, “Cosa abbiamo visto al corteo No Expo del primo maggio a Milano”, Bianchi dice a un certo punto:

“A livello politico e d’immagine, invece, è tutta un’altra storia. Me ne accorgo immediatamente scorrendo i siti e i social sul cellulare sulla via del ritorno.
Da destra a sinistra, e dal Presidente della Repubblica in giù, la politica si è scagliata all’unisono contro la “violenza teppistica” e i “farabutti col cappuccio,” mentre Alfano—di cui Salvini e il M5S hanno chiesto le dimissioni—ha elogiato l’operato delle forze dell’ordine.
Twitter, invece, trabocca di indignazione per quello che è successo, in moltissimi invocano il pugno duro verso chiunque e qualsiasi cosa, la mamma di Baltimora è ovunque insieme all’intervista al ragazzino che si esalta per la violenza. Le prime analisi a caldo rispolverano i “cattivi maestri” e si chiedono chi abbia armato la mano degli #idiotineri; qualcuno arriva anche a dire che ieri “i fascisti sono tornati a marciare su Milano.” Nella foga si spreca ogni tipo di parallelismo, spesso e volentieri a cazzo di cane.”

Nel secondo, “Fiamme, riot e ordine pubblico: gli effetti del colore nero sul NoExpo”, Ciccarelli fa notare:

“Le ragioni dell’opposizione dei NoExpo (cor­ru­zione, inchie­ste, il lavoro gra­tuito pre­vi­sto nel “grande evento”) sono state com­ple­ta­mente oscu­rate. Ne ha appro­fit­tato l’Ad del mega evento Giu­seppe Sala che, forte della pla­tea di per­so­na­lità poli­ti­che schie­rate a difesa dell’Expo, ha soste­nuto: «Vanno rispet­tate le idee di tutti ma è dif­fi­cile capire — ha detto — quali siano le idee di que­sti vio­lenti». «Rimane una festa rovi­nata, è un pec­cato in un momento come que­sto con tutto il Paese rac­colto intorno ad Expo».”

La sconfitta è tale che Napolitano si può permettere di dichiarare con un’alzata di spalle: “Abbiamo visto di peggio” e Renzi di liquidare tutto con un No comment.

Quali sono le ragioni di questa inefficacia? Per me sono rintracciabili in una rappresentazione del conflitto che accoglie anche chi lo pensa in modo consumista e pornografico. In un pezzo su Internazionale di ieri, ho provato a argomentare meglio.

“Il cul de sac in cui i movimenti di protesta globali si sono infilati ormai da anni è quello di essere inconsapevoli produttori di riot porn: una pornografia della devastazione.
I cortei organizzati, spesso male organizzati, spesso involontariamente o addirittura colpevolmente male organizzati, spesso inorganizzabili, ma soprattutto senza una coscienza di come gestire la rappresentazione del conflitto, lasciano spazio ai desideri individuali e solitarissimi: spaccare tutto, farsi una foto con la macchina bruciata o – appena dopo per contrappasso – commentare su Facebook quanto sia idiota quel ragazzo incappucciato o questa ragazza sorridente, o addirittura a invocare manganellate, mamme di Baltimora, interventi à la Diaz. Il clicktivism è l’altra faccia del riot porn.
Il conflitto diventa un consumo come un altro. Ognuno si può scegliere la sua categoria, come su un sito porno. Ed è molto difficile, per chi invece crede alle ragioni di questa protesta e al bisogno di radicalità, provare a uscire dal vicolo cieco.”

Una riflessione di Claudio Riccio uscita su Il Corsaro (“Bertolt Brecht, la parte del torto e l’arte di perdere la ragione”) affonda anche questa sulle responsabilità dell’antagonismo, in definitiva quindi le nostre:

“L’estetica del conflitto mimato, della passione nichilista per il fuoco di chi replica pratiche di lotta sempre uguali, come un disco rotto, senza mai leggere la fase o il contesto, senza mai ragionare sul senso e sul consenso delle proprie azioni, non ha fatto altro che dare fiato alle trombe della propaganda pro expo, chiudere gli spazi di legittimità del conflitto e aprire gli spazi per una repressione che probabilmente non si limiterà ai soli fatti di Milano. […]
Il ribaltamento è totale: noi, precari, disoccupati, noi che abbiamo bisogno di reagire, diventiamo nella retorica renziana “quelli che non vogliono reagire”, “quelli che non vogliono farcela”, mentre gli unici con voglia di riscatto, gli unici in grado di infondere una speranza diventano coloro che varano il jobs act, riducono i diritti e il primo maggio inaugurano l’expo elevando a modello di società quella che è la fiera del lavoro gratuito. […] Più che mettersi in cattedra o davanti a una tastiera e trascorrere il proprio tempo a giudicare soltanto gli episodi, le dinamiche di piazza e la devastazione, può essere utile e necessario esprimere valutazioni politiche chiare e rimboccarsi le maniche ancora di più. Serve un maggior impegno, perché discutere di quanto abbiano sbagliato gli altri, organizzati o singoli, non ci può bastare, servirebbe una seria discussione su cosa abbiamo sbagliato tutti noi che ora abbiamo a che fare con le macerie di Milano. Se rinunci al far parte dei percorsi di lotta e di movimento puoi davvero lamentarti di chi poi li egemonizza o sovradetermina? No, non puoi, o almeno non senza una contestuale riflessione autocritica: il problema non sono solo quelle che vengono definite “presenze sgradite”, ma soprattutto le assenze e i vuoti di chi poteva contribuire ad un esito diverso della mobilitazione, non per forza privo di conflittualità, ma egualmente in grado di estendere il consenso e mettere in difficoltà la macchina propagandistica di Renzi e dell’expo. La rabbia mista a frustrazione di queste ore è quindi figlia anche dei limiti politici di tutte le sinistre del nostro paese e senza un salto di qualità, tanto nella capacità di mobilitazione reale e di organizzazione del conflitto sociale quanto nella proposta politica, il confine tra attivisti politici e commentatori da social network rischia di diventare sempre più labile.”

Non si può evitare di pensare che il fallimento della manifestazione non rappresenti un campione esemplare della crisi della sinistra che è anche e soprattutto una crisi performativa. Una crisi ideale su quale racconto del conflitto provare a tessere, che non sia maniacale, depressivo, consumistico o pornografico.

Nel pezzo di Internazionale notavo come a differenza di altre manifestazioni (14 dicembre 2010 o del 15 ottobre 2011) nessuno stavolta abbia rivendicato gli scontri. In realtà poi ho visto che invece qualcuno non solo li rivendicava, ma ne coglieva i segnali di un paesaggio mondiale a venire. Su Infoaut l’articolo di Luca Fazio del Manifesto viene definito orrendo, e si afferma che c’è stato un cambio di paradigma che molti nell’area dell’antagonismo non hanno ancora avvertito:

“C’è tanto da dire, ragionare e commentare sui fatti di ieri. C’è però innanzi tutto da prendere una posizione chiara sul dove e con chi stare. Sul fatto che è mille volte preferibile trovarsi il giorno dopo a fare i conti con conseguenze ed esiti imprevisti piuttosto che darsi le pacche sulle spalle tra le infinite gradazioni di un ceto politico costantemente impaurito dall’emergere di una qualunque forma di eccedenza non prevista. Atene, Baltimora, Istanbul sono dietro l’angolo. Prendiamone atto e attrezziamoci di conseguenza. C’è invece chi ancora pensa di trovarsi nella stagione dei social forum o peggio, nei trenta gloriosi. Non è (più) così.”

In una nota Facebook, “Expo non è finito. Un orizzonte dopo la rivolta del primo maggio” invece Cristiano Armati critica i toni fallimentaristici, cercando di contestualizzare storicamente quello che accaduto ieri (molte rivolte del passato all’inizio sembravano isolate e impossibili e sono diventate invece fondamenti della storia dei movimenti di liberazione), insistendo che sarebbe un errore pensare di stigmatizzare chi ha spaccato qualche vetrina, perché vorrebbe dire non vedere come la protesta contro Expo è solo cominciata e la repressione che verrà era tutto fuorché disattesa:

“Se è vero come è vero che Expo ha voluto mistificare le reali necessità di un corpo sociale stremato dalla povertà (cioè dalla prima arma che il padronato rivolge contro le classi subalterne per piegarle ai suoi scopi), rinchiudendo le legittime aspirazioni al cambiamento dentro le esigenze di una vetrina scintillante, allora spaccare quella vetrina è stato giusto, sia in termini metaforici che in termini reali. Eppure non è ancora questa la cosa più importante, né il campo in cui è necessario concentrare i propri sforzi. La cosa più importante,infatti, è sottolineare come Expo non è finito. E non è finito non solo perché il tributo preteso dal governo Renzi si estenderà sul Paese per ulteriori sei mesi, ma perché è lo stesso modello che Expo impone ad aver costruito una nuova cornice di “normalità” con la quale confrontarsi e che è necessario spezzare. Basti dire che, annunciando l’organizzazione del prossimo giubileo romano, è  già stata ventilata da parte del governo la possibilità di porre un blocco degli scioperi nel nome di un superiore interesse nazionale…”

Ma se queste sono posizioni molto cristalline, (e su Contropiano per esempio c’è un interessante rassegna di commenti che parte dall’assunto molto condivisibile di non ridurre il dibattito a un “lei è favorevole o contrario?”), buona parte  resto delle analisi all’interno del movimento per forza di cose risente di uno spaesamento, di una difficoltà d’interpretazione che necessita di metabolizzare più lungamente, di analisi a freddo, di evitare non detti mascherati da cautela. Per questo motivo qui quando ho letto sulla bacheca facebook di Franco “Bifo” Berardi la sua reazione a caldo, intitolata “Dalla parte dei teppisti”, ho immaginato, come è accaduto, che – anche grazie alla sua scrittura evocativa – fosse un pezzo destinato a girare, fino a diventare in poche ore il testo di riferimento più condiviso da un’area antagonista più restia a fare autocritica sulla manifestazione.

La visione di Bifo è che è inutile lottare per i diritti o per la democrazia (di cui siamo spossessati da una governance neo-liberista), e occorre ripensare la politica in termini pre-moderni.

“Nel tempo che viene non capirete niente se penserete alla democrazia. Occorre pensare in termini di vita e di morte, e allora si comincia a capire.
Ci stanno ammazzando, capito? Non tutti in una volta. Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia. Un numero crescente di ragazzi si impiccano in camera da letto (60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS). Ci ammazzano di lavoro e ci ammazzano di disoccupazione. E mentre la guerra lambisce i confini d’Europa, focolai si accendono in ogni sua metropoli.”

È molto affascinante la retorica di Bifo, ma secondo me è scorretta e pericolosa per almeno un paio di motivi.

Primo: perché costruisce una scivolosa visione morale, quando fa leva sul senso di immedesimazione – vedi quando scrive “Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia” o cose del genere. Per quanto possa essere addolorato, indignato, rabbioso e disperato per le morti dei migranti nel Mediterraneo, quel migrante non sono io, che invece mangio decentemente, che ho un passaporto che mi permette di viaggiare etc… E se condivido il senso di esclusione sociale dei migranti, o empatizzo con la loro disperazione, questo non vuol dire che posso pensare di “identificarmi” fino a “sostituirmi” alla loro condizione.
Questa retorica dell’immedesimazione non è in alcun modo utile politicamente: non è necessario identificarsi in chi è spossessato di tutto per battersi a suo favore e a favore dei suoi diritti. Non solo: questa volontà spasmodica di riconoscersi nelle vittime rivela una debolezza dell’identità politica, se non una subalternità psicologica e politica nei confronti delle stesse vittime, che paradossalmente non vengono riconosciute come portatori di una voce autonoma.

Secondo: perché negli ultimi anni – fino al suo libro, Heroes: suicidi e omicidi di massa appena uscito per Verso in Inghilterra prima e per Baldini e Castoldi in Italia – si è molto prodigato a pensare il suicidio e la depressione come una sorta di boicottaggio, di auto-sabotaggio nei confronti di una società turbo-capitalista che – come direbbe Alain Ehrenberg – ti rende impossibile la “fatica di essere te stesso” e – come direbbero Pierre Dardot e Christian Laval in La nuova ragione del mondo – usa la psichiatria come lubrificante sociale.

Certo, se la seduzione dell’Apocalisse è fortissima, il minimo di speranza sindacale è che ci sia qualche Rivelazione, altrimenti l’esaltazione di questo nichilismo oltre che provocatoria, anche sanamente provocatoria, risulta anche un po’ scorretta. Da dove prende per esempio Bifo i dati allarmanti sul suicidio – “più 60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS”? Probabilmente qui. Ma primo: se si legge il testo non si dice “nel mondo neoliberista”, ma “worldwide”. Secondo: questi incrementi sono forse dovuti anche semplicemente a un diverso modo di segnalare i casi di morte. A guardare qualunque altra statistica, anche le altre dell’OMS, i dati dicono cose diverse. Ci sono degli incrementi in alcuni paesi che hanno delle brusche trasformazioni economiche, ma l’Italia per esempio diminuiscono leggermente (stando a quello che dice l’Istat) e in Grecia – per dire – si riscontra il tasso è il più basso d’Europa. Se volete, qui ci sono un bel po’ di dati.

Ma perché fare le pulci a questo pezzo di Bifo (a cui si vorrebbe dire che se c’è una cosa che forse abbiamo imparato nel ’77 è a trasformare i cortei in feste, e allora non si capisce perché adesso dovremo trasformare le feste in cortei funebri, solo per opporci alla retorica pubblicitaria, funzionalista, efficientista del turbo-capitalismo)? Perché è consolante nella sua visione semplificatoria, e rischia di replicare proprio nei movimenti un meccanismo di autolegittimazione nella deresponsabilizzazione, nel disimpegno. Dicono quelli di Infoaut che tra Baltimora, Instanbul, Atene, la rivoluzione è alle porte…
Viene da replicare con un po’ di realismo che la rivoluzione non è alle porte, e proprio se non si vuole trasformarla in un feticcio, o proprio perché ci si vuole preparare bene, è meglio saperlo.

Commenti
33 Commenti a “Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo.”
  1. Lorena Melis scrive:

    concordo nel replicare con realismo che la rivoluzione non è alle porte, ma certo mi auguro che arrivi il tempo per prepararsi

  2. Stefano scrive:

    occorre che il mondo degli intellettuali compia la sua rivoluzione: creare un meccanismo di peer review. D’ora in poi non sarà più possibile pubblicare analisi sociologiche che non rispettino i criteri di veridicità per le cose empiricamente verificabili, come appunto i dati sul suicidio. Meno analisi da leggere, ma più buone, e si spera, efficaci.

  3. Cosimo scrive:

    I dati che Bifo fornisce, anche se non aggiornati, sono presi dal WHO

    http://www.suicide.org/international-suicide-statistics.html

  4. Christian Raimo scrive:

    Appunto, Cosimo, da dove vedi che c’è un aumento del 60% nei paesi del neoliberismo?

  5. franco berardi scrive:

    ringrazio Christian Raimo per avermi dato l’opportunità di precisare la questione dei suicidi.
    Prima di tutto i dati.
    Il sito dell’World Trade Organization – nel Report del 2012 – informa che negli ultimi 40 anni il tasso di suicidio è aumentato del 60%. La stessa organizzazione mondiale della sanità informa inoltre del fatto che i dati sono sottostimati perché in molti paesi (non solo quelli musulmani in cui i dati sul suicidio sono tabu) i medici sono sollecitati dalle autorità politiche a non ammettere il suicidio in assenza di prove certe. Un dirigente di un ospedale cittadino bolognese mi ha confermato che il Ministero degli Interni ha esplicitamente invitato i medici a non riconoscere il suicidio in assenza di elementi inoppugnabili.
    Sono personalmente convinto del fatto che la propensione suiciderai sia molto più vasta di quanto i dati confermino.
    In secondo luogo non ho detto che il suicidio cresce nei “paesi del neoliberismo”, dal momento che l’assolutismo capitalista (di cui il neoliberismo è solo la favoletta ideologica) non ha confini. Né la Russia (dove il tasso di suicidio è a livelli altissimi, accompagnato da un fenomeno di denatalità senza precedenti) né la Cina sono estranei all’assolutismo capitalista, anzi ne sono un laboratorio particolarmente violento.
    Ho detto invece che il balzo in avanti del tasso di suicidio avviene “negli anni” del neoliberismo. E questo lo confermo senza tema di smentita.

    Nella sua cortese disamina Christian parla del libro HEROES al quale io non avevo fatto cenno nel mio intervento “dalla parte dei teppisti”. E allora lo faccio anch’io (scusandomi per l’indebita autopubblicità). In quel libro non sostengo che il neoliberismo sia la “causa” dell’incremento del suicidio, ma sostengo che se possiamo parlare di condizioni che influiscono sulla propensione al suicidio queste sono almeno due. Oltre alla competizione tra individui c’è la progressiva disempatia prodotta dalla virtualizzazione della comunicazione.
    In quel libro provo a disaggregare i dati, e cosa ne esce? Che il paese in cui il tasso di suicidio è più alto (28 per centomila) è la Corea del Sud che è anche (guarda caso) il numero uno mondiale nella connettività, oltre ad essere stata investita con violenza spaventosa dalla trasformazione neoliberale negli ultimi due decenni.
    Ma non basta. Il tasso di suicidio in quel paese era molto basso (6 per centomila) fino agli anni ’80. La crescita ha seguito in modo impressionante l’incremento della connettività (quindi della solitudine dei corpi) e l’incremento della competizione.
    Con questo non intendo dire che il suicidio possa essere ridotto a fattori sociali. La componente di singolarità della scelta suicidaria è sempre quella determinante. Ma il combinato composto di aggressività sociale, competizione precaria e isolamento connettivo creano le condizioni per un’esplosione del desiderio di cancellare il mondo.
    Respingo l’idea che Raimo mi attribuisce secondo cui il suicidio è una forma di sabotaggio eccetera. Se Raimo avrà la cortesia di leggere anche l’ultimo capitolo del mio libro (“Cosa si fa quando non c’è più niente da fare”) si renderà conto del fatto che il mio libro è un invito a sfuggire dalla depressione e a vivere in nome dell’amicizia e della singolarità autonoma. Ma chi ha voglia di leggere Heroes lo capirà da sé.

  6. Cosimo scrive:

    Caro Raimo, legga con più attenzione. Il neoliberismo è ormai egemone su scala mondiale e gli ultimi dati che trovo pubblicati dal WHO e rintracciabili su internet , sono appunto questi:

    In the year 2000, approximately one million people will die from suicide: a “global” mortality rate of 16 per 100,000, or one death every 40 seconds.
    In the last 45 years suicide rates have increased by 60% worldwide. Suicide is now among the three leading causes of death among those aged 15-44 years (both sexes); these figures do not include suicide attempts up to 20 times more frequent than completed suicide.
    Suicide worldwide is estimated to represent 1.8% of the total global burden of disease in 1998, and 2.4% in countries with market and former socialist economies in 2020.

    Insomma almeno 800.000 persone muoiono di suicidio ogni anno.

  7. Max scrive:

    Christian ma come i suicidi non sono aumentati in Grecia? Prova a dare un’occhiata ai dati pubblicati da Davis Stuckler dell’Università di Oxford sulla rivista Lancet nel febbraio 2014 (http://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736%2813%2962291-6.pdf)

    – l’incidenza dell’hiv fra gli eroinomani è aumentata di 10 volte fra il 2009 e il 2012;
    – la tubercolosi fra gli eroinomani è più che raddoppiata nel 2013;
    – i fondi per la salute mentale si sono ridotti del 55 per cento nel 2012 rispetto al 2011;
    – i casi di depressione sono aumentati di 2,5 volte nel 2011 rispetto al 2008;
    – i suicidi nel 2011 sono aumentati del 47 per cento rispetto al dato del 2007:
    – la mortalità infantile è aumentata del 48 per cento fra il 2008 e il 2010.

    A livello globale, oltre ai dati sugli aumenti del suicidio andrebbero considerati anche i recenti trand di aumeto dell’eroina (http://www.eroina.eu.com)
    Si veda ad esempio l’ottimo libro di Salvatore Giancane “Eroina. La malattia da oppioidi nell’era digitale”

  8. Giacomo scrive:

    “Ragazzo, vai e bruciami il SUV, ho fatto la Casco apposta. Anzi, eccoti anche 50 euro”

  9. Stefano scrive:

    http://www.who.int/gho/mortality_burden_disease/life_tables/situation_trends/en/

    sopra ci sono i dati sull’aspettativa di vita alla nascita. Nel mondo siamo a 70 anni.

    Nello specifico, si possono vedere i dati per i singoli paesi, In Corea del sud l’aspettativa era di 70 nel 1990, poi scesa a 65 nel 2000 e risalita a 70 nel 2012. In Giappone è passata da 79 a 81 a 84. In Cina da 69 a 71 a 75. In Russia da 69 a 65 e 69. In Messico da 71 a 75 a 76. Cuba: 74, 77, 79. India: 58, 62, 66. Brasile: 66, 71, 74. Italia: 77, 80, 83.

    Strano modo di ammazzarci…

  10. giublini scrive:

    Articolo molto bello. Bella la riflessione sulla sconfitta della sinistra performativa. Vorrei chiedere però a noi di sinistra o ex di sinistra come me quando mai lo è stata performativa la sinistra in Italia. Su quali battaglie civili? Ogni riflessione che poi parta da assiomi oscurantisti mai chiariti del tutto ( il neo liberismo? il turbo- capitalismo?) secondo me dovrebbe poi atterrare su realtà cocenti e purtroppo schiantarsi su di esse. Ad esempio il fatto che nessuno di noi avrà una pensione vi dice qualcosa? Ad esempio il fatto che i fondi pensione sono tartassati di tasse e quindi non potete nemmeno farvene una alternativa o gestire il vostro risparmio equamente e none ssere costretti ad investire in debito pubblico. O ad esempio il fatto che pochi dei miei coetanei abbiano una cultura finanziaria minima che gli permetta di non essere fottuti ogni giorno dalle peggiori banche del mondo, ovvero le nostre, quelle italiane. Insomma dire neo liberismo in Italia è una barzelletta come anche parlare di capitalismo. Limitiamoci a considerarci uno Stato con la peggiore sinistra Europea e il peggior sistema economico finanziario del mondo occidentale. Per il capitalismo c’è tempo.

  11. Mik scrive:

    Bifo, sul resto non so ma sulla Russia sei rimasto a dieci-quindici anni fa. In Russia sono almeno cinque anni che il bilancio nascite-morti è positivo, seppure di poco, grazie in buona parte alle politiche governative di sussidio. E, sebbene il modello economico della Russia non sia cambiato, il tasso di suicidi dal 2000 a oggi è diminuito di un terzo, e la Russia non è più tra i primi dieci stati al mondo per incidenza di suicidi.
    https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A1%D1%83%D0%B8%D1%86%D0%B8%D0%B4_%D0%B2_%D0%A0%D0%BE%D1%81%D1%81%D0%B8%D0%B8
    (anche se non leggi il russo, il grafico lo capisci lo stesso).

  12. Se la noia uccidesse o bruciasse le auto, questo pezzo sarebbe più pericoloso di una pattuglia di blackblock.
    Sempre ad analizzare i riccioli di polvere nell’ombelico e mai, dico mai, e neppure per sbaglio, ribadisco neppure per sbaglio, assumersi la responsabilità di un passo in avanti, di una proposta, per quanto utopica. Nada, niet, zero.
    Quello che alla fine ottenete, intellettuali intellettualmente intellettualizzanti.

  13. Mauro scrive:

    Christian Raimo ha ragione ma è stato troppo generoso con Berardi, quel plurale maiestatis “ci annegano e ci ammazzano di lavoro e di disoccupazione” è una delle cose moralmente più indegne che mi sia capitato di leggere in questi anni Chi pensa e scrive cosi ( come anche chi non ha l’educazione di scrivere correttamente il nome delle persone che citano, per due volte: il cantante si chiama Bocelli, non Boccelli) merita di rimanere nell’irrilevanza politica e culturale in cui si trova. Pancia piena e culo al caldo, si intende.

  14. Luca MC scrive:

    @Mauro:
    Mi pare che Berardi abbia risposto per le rime più sopra. Si può essere in totale disaccordo con qualcuno, averlo persino in antipatia, ma le idee vanno combattute con altre idee e altri dati, non solo con astratto sdegno.

    @Mik:
    Ci andrei piano a citare Wikipedia come valida referenza… quantomeno controllerei le fonti dalle quali trae i dati che riporta.

    @Stefano:
    L’allungamento della vita media è un dato che somiglia alle statistiche de i polli di Trilussa; qua si parla di suicidi e non di mortalità in generale. E altro discorso ancora sono le condizioni in cui si vive più a lungo. Quando poi arriverà la generazione esodata e poi quella precaria a far statistica, siamo così sicuri che quel dato continuerà a crescere? Temo che dovremo gridare al miracolo se resterà costante sui valori attuali!!

  15. mauro scrive:

    @Luca MC: preciso che il mio sdegno è concretissimo e non astratto, inoltre ho riletto la risposta di Berardi a Raimo e non ho trovato traccia, né in rima né senza rima, di risposta alla giusta osservazione ma non sufficientemente sdegnata a mio parere ( di Raimo) su quella orrenda identificazione tra le sciagurate vittime di questo mondo e coloro che, come me e come tanti di noi, non sono quotidianamente annegati o ammazzati di lavoro o non lavoro ecc. Non è questione di antipatia, è questione di decenza e di dignità del pensiero. Loro muoiono, non io e lei, caro Berardi, e non le permetto di parlare in questo modo in nome loro

  16. Stefano scrive:

    @ Luca MC

    Credo di no. Mentre io posso avere 2 polli e tu nessuno, non si dànno persone che vivono 140 e altre 0 per fare media. Nel complesso oggi si vive di più perché si sta meglio, tutte le analisi odierne dimostrano come le condizioni di vita sono complessivamente migliorate (il confronto fra l’Italia 1861 e 2011 è l’inferno vs il paradiso: la mortalità infantile nel primo anno di vita è passata da 1 bambino su 3 a 4 su mille), e questo smentisce Bifo perché lui stesso pone una correlazione che non ha senso. Non ha senso dire che siccome x è cresciuto negli anni del neoliberismo allora x è determinato dal neoliberismo. I dati sull’aspettativa di vita lo dimostrano, sono cresciuti anch’essi. Dunque? La sfida del futuro sarà proprio quella di conciliare risorse finite, e da utilizzare meglio, con l’aumento della popolazione mondiale e del suo tenore di vita. Questo non significa dire che il neoliberismo va bene, che ogni paese sta bene e migliorerà, perché la disuguaglianza è un tema serio. Si critichi pure il neoliberismo, ma a ragion veduta.

    Se prendiamo la Corea del sud, un paese che prima della democrazia era povero e oggi è benestante, con un tasso di laureati fra i 50 e i 60enni del 50%, noi che stiamo al 11%, possiamo dire che sono peggiorati? Hanno i suicidi in aumento? D’acccordo, andiamo a capirne i motivi. Spiegare tutto con il neoliberismo, non solo non ha senso, ma è di fatto errato. Se la causa fosse quella i suicidi dovrebbero aumentare in ogni paese, e così non è.

  17. Maurizio scrive:

    Berardi, lei risponde (anche) a proposito delle statistiche, chiarendone meglio le fonti e l’uso che ne fa. Questo uso rimane però, a mio giudizio, assai criticabile: come si fa a dire che “negli anni del liberismo” il tasso di suicidi è aumentato del 60%, prendendo a riferimento un periodo che va dal 1945 a oggi e un ambito geografico addirittura globale? Gli anni tra il ’45 e i primi ’80 sono stati quelli dell’egemonia keynesiana; tacciare di liberismo quell’approccio mi pare del tutto inappropriato, tanto che oggi lo rimpiange lei stesso quando si esprime a sostegno di Varoufakis; inoltre, in settanta anni, in un campo di gioco che è il mondo intero, sono successe molte altre cose oltre all’avvento del liberismo. Il riferimento alla Corea non basta a giustificare un nesso causale che andrebbe provato con ben altre evidenze, ma soprattutto con ben altri metodi che non la congettura. Immagino (spero) che nel suo libro lei argomenti meglio questa tesi che, personalmente, definirei piuttosto ardita; un esempio lampante della confusione tra correlazione e causazione, o se si preferisce del “post, hoc, propter hoc”. Una fallacia logica, particolarmente grave se commessa nel tentativo di interpretare in chiave politica una realtà che probabilmente ha molti gradi di complessità in più, rispetto a questa schematizzazione. Oltre tutto, guarda a uno solo dei fenomeni che si sono verificati in questi decenni, che sono stati anche quelli di uno spettacolare aumento dell’aspettativa di vita che ha riguardato, sebbene in misura minore, anche quello che una volta si chiamava terzo mondo. Se al liberismo vanno ascritti i suicidi, gli andrebbe però attribuito, secondo la sua stessa logica, questo merito; non crede?
    Ma non è questo, credo, il problema più grave del suo discorso. E, soprattutto, non è in difesa del liberismo che sto commentando le sue affermazioni. A me interessa il rigore argomentativo, che se vogliamo dare spessore politico alla nostra azione è tutto, e che nel ragionamento suo che stiamo analizzando qui mi pare molto carente.
    Nel suo chiamare a raccolta per una rivolta che vada oltre i limiti imposti dalla democrazia, a suo avviso superati e ormai inefficaci, lei propone una giustificazione basata su quella che per me è una distorsione caricaturale della realtà: “Democrazia? Ma di che stai parlando? L’80% dei greci appoggia il suo governo, ma la Banca Centrale europea ha detto con chiarezza che le regole non le stabilisce l’80% dei greci, ma il sistema bancario, quindi che i greci vadano a farsi fottere, e con loro la democrazia”. Ora, un tale sillogismo denota o profonda ignoranza o malafede. Sarei propenso alla prima ipotesi, non potendomi raffigurare come intellettualmente disonesto un signore che ha dato contributi importanti alla cultura di questo paese. Ma se si invocano mezzi eccezionali (e il superamento dei metodi democratici altroché, se è eccezionale), si sa, bisogna anche produrre prove eccezionali. E quali sarebbero queste prove? Una fola, né più né meno. Cominciamo dal ruolo attribuito alla banca centrale europea. Lei sembra ritenerla un’entità onnipotente, monocratica e, soprattutto, sovrana, in campi che vanno oltre quello monetario; addirittura, capace di sospendere la democrazia in Grecia. Il problema del suo argomentare è che la BCE, pur nei limiti invalicabili dei suoi poteri che non sono politici e neppure assoluti, ha fatto esattamente il contrario. Si tratta di un provvedimento squisitamente tecnico che interessa le banche greche, e non il popolo di quel paese: ha detto che non accetterà più, da quelle banche, titoli di stato della Grecia in garanzia dei prestiti alle banche stesse. Al di là del linguaggio tecnico, vuol dire che se le banche greche vogliono soldi in prestito dalla banca centrale europea dovranno dare in pegno qualcosa di più solido dei titoli di stato greci, perché quelli sono a rischio di non valere più niente. Dovrebbe esserne contento: in passato, se non ricordo male, lei è stato tra quelli che hanno accusato la BCE di aiutare le banche e non i popoli; ebbene, ecco, la BCE decide di non aiutare le banche greche; ovviamente si fa per dire, perché nel momento stesso in cui ha detto quella cosa, la stessa BCE ha preso ad aumentare la linea di finanziamenti emergenziali al sistema bancario greco, portandola da 50 a oltre 70 miliardi. E questo, si badi bene, vuol dire aiutare il popolo oltre che le banche, perché solo chi non sa come funziona il flusso del denaro può pensare che si possa lasciar fallire un sistema bancario senza rovinare interi popoli (certo, si può immaginare un’economia senza banche; ma finora nessuno è riuscito a inventare un sistema migliore). Insomma, la BCE (ripeto, nei limiti non infiniti del suo mandato) sta facendo di tutto per mettere il governo greco nella condizione di onorare le sue promesse, che contemplavano esplicitamente la permanenza nell’euro; Lei non se ne accorge perché, immagino, conosce poco queste questioni. Ma allora se le studi, visto che i mezzi intellettuali non le mancano. Perché lei non può permettersi, oltre tutto dall’alto di una credibilità guadagnata sul campo, una chiamata alle armi, se non sa letteralmente di cosa sta parlando. Chi pronuncia parola pubblica ha, secondo me, una responsabilità di cui deve sentire consapevolezza, perché il rischio di fare danni è enorme. Lei, proponendo questa rappresentazione schematica e caricaturale (il finanzismo internazionale o come lo chiama, l’Europa rapace e affamatrice e tutto il resto), espelle dalla realtà il suo elemento di maggior peso: la complessità. E lo fa in modo tanto più insidioso in quanto molte delle cose che dice sono vere, ma le mescola a congetture e visioni che contribuiscono a edificare un mondo di cartapesta denso di falsi obiettivi contro cui scatenare rabbia e rivolta. Se si desse la pena di approfondire si stupirebbe della risonanza che molte delle sue aspirazioni trovano nel cuore stesso di quello che lei dipinge come un moloch; di quanti, all’interno del sistema bancario e delle stesse banche centrali, delle cancellerie, dei parlamenti, pensano come lei che l’austerità stia affamando i popoli e generando enormi rischi politici, e si stanno impegnando per far prevalere altre visioni, ovviamente con mezzi molto diversi da quelli che propone lei. Forse, mi permetto di consigliarle senza alcuna ironia, dovrebbe provare ad allargare le sue frequentazioni anche personali, perché questo le permetterebbe di cogliere meglio gli elementi di complessità di quel sistema che lei rappresenta all’ingrosso. Sistema che – attenzione! – è tutt’altro che sano, anche secondo me; ma soffre di patologie completamente diverse (e genera effetti altrettanto diversi) da quelli che gli attribuisce lei.
    Veniamo a un altro tema che mi sembra le sia caro: il ripudio del debito. Anche nel pezzo che stiamo commentando, a un certo punto lei parla di “un debito che non abbiamo contratto”. Ora, se è vero che con i soldi del debito abbiamo comprato anche gli F35, secondo lei ospedali, scuole, strade, l’intera infrastruttura (benché certo non ottimale) del paese come l’abbiamo costruita? E quanto di quel debito è andato ad alimentare le mitiche infornate di dipendenti pubblici e parapubblici nei ’70 e negli ’80, quando il lavoro pubblico veniva utilizzato come una forma di welfare? Insomma, quanti di noi, non ricchi e non potenti, campano grazie a quel debito? Davvero, lei pensa che non lo abbiamo contratto? Ma, al di là di questo: davvero lei pensa che sia possibile, anche in questo caso come nel caso dei salvataggi bancari, fare default sul debito senza rovinare un popolo, o più di uno? L’hanno fatto gli argentini, quattordici anni fa, e non mi sembra che ne siano particolarmente felici. Non pagare il debito vuol dire, da subito, non disporre di risorse per pagare i dipendenti pubblici; azzerare la parte più consistente del portafoglio degli enti previdenziali e dei fondi pensione, mettendoli in condizione di non poter più pagare le pensioni; vaporizzare i risparmi di una marea di piccoli risparmiatori, nel paese che ha tanto cari i BOT. Questo tanto per mostrare alcune delle conseguenze più eclatanti, perché certo il conto non finirebbe qui. Ma poi, mi chiedo, quanto è giusto non pagare un debito che si è consapevolmente deciso di contrarre? Perché io su questo ho pochi dubbi: se un governo democraticamente eletto si indebita e viene anche riconfermato, vuol dire che il popolo approva quelle spese. Se la Grecia decidesse di fare default, oltre a rovinare se stessa quanta altra gente manderebbe a ramengo? Come stato italiano, in caso di default greco ci rimetteremmo una cifra oscillante tra quaranta e settanta miliardi (ma più verosimilmente settanta): ce lo potremmo permettere, noi che siamo terrorizzati per un buco nei conti di cinque miliardi aperto l’altro ieri da una sentenza della Corte? O questo si ripercuoterebbe in tagli selvaggi dei servizi già carenti erogati dallo stato?
    Penso anch’io, come lei, che la Grecia non abbia alcuna possibilità di ripagare un debito di quelle dimensioni; ma, contrariamente a lei, penso che la via maestra da seguire non sia l’esasperazione del conflitto, ma piuttosto la revisione dei trattati su basi non più liberiste e l’assunzione di parte di quel debito, come di quello di diversi altri paesi, da parte dell’Unione nel suo complesso. Solo così quello che sembra un costo (l’accollamento di un debito) si trasformerà in un investimento, capace di generare lavoro e servizi attraverso il recupero di una fiducia che non sarebbe quella dei mercati, secondo la favola di troppi politici europei, ma quella dei popoli, ben più potente.
    Se lei sostiene che i riti della democrazia sono ormai insufficienti a permettere a chi protesta l’accesso al timone, invoca il default e “ringrazia” gli autori delle devastazioni urbane (che in questo caso, seguendo Raimo, io definisco invece produttori di porno), sta tacendo però che fare questo vuol dire dare l’assalto al Palazzo d’Inverno. Io penso che lei ne sia cosciente. Il problema è: ne è cosciente anche chi la legge? Perché bisogna essere chiari, nel mostrare dove porta la strada che si sta indicando.
    Mi devo scusare con lei (se leggerà questo commento) e con eventuali altri lettori, a cominciare da Raimo, perché non posso usare il mio nome completo a causa di possibili attriti con il mio lavoro. Glielo fornirò privatamente, attraverso il suo profilo FB, se me lo chiederà.

  18. Isa scrive:

    Scusate un attimo.

    C’è Berardi che scrive: «…(60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS)…» senza citare la propria fonte. Perché “i dati dell’OMS” non è una citazione ma solo un’affermazione, non molto più probante di “me l’ha detto mio cugino”.

    Poi c’è Raimo che obietta: «Da dove prende [Berardi] i dati allarmanti sul suicidio? Probabilmente _qui_» azzardando un’ipotesi di link, dove il documento corrispondente esordisce così: “In the year 2000, approximately one million people will die from suicide… In the last 45 years suicide rates have increased by 60% worldwide”.

    Ma di che anno è il documento? 1990, o ’99, o forse inizio 2000: però il 2000 non si è ancora compiuto,
    altrimenti perché coniugare il verbo al futuro (will die)? In realtà il rapporto non è datato (lo è la pagina, al 2015, a scopo di tutela del copyright). Mettiamo che sia del 2000: dunque, gli “ultimi 45 anni” sono cominciati nel 1955. È allora che sono cominciati “gli anni del neoliberismo”? Ma fosse anche del 2012 (indicazione che però su quella pagina non si trova da nessuna parte), il periodo avrebbe inizio nel 1967, e all’elezione di Reagan o di Margaret Thatcher, per dire, mancano rispettivamente 14 e 12 anni (oppure io non ho capito cosa sia il neoliberismo, il che può tranquillamente essere).
    Mentre rimango con questo dubbio torna in campo Berardi, e scrive: «Il sito dell’World Trade Organization – nel Report del 2012 – informa che negli ultimi 40 anni il tasso di suicidio è aumentato del 60%.» A parte la svista tra WTO e WHO, pure qui: ma uno straccio di link? Dov’è questo rapporto del 2012? Se non è quello ipotizzato da Raimo, allora qual è? E gli anni, sono 45 o sono 40? Se pure sussiste l’equivoco tra “Paesi” e “anni” del neoliberismo, volendo datare questi anni, come si fa? Sono gli ultimi trenta? Venti? E allora, come si ricalcola quel dato del 60%, se è riferito ai 45 anni precedenti al 2000 (o risale ancora più indietro?)
    No, scusate, ha ragione “mauro”, l’opinione più sconcertante (#jesuisannegatonelmediterraneo, diciamo) non viene minimamente affrontata, ma se per il resto a qualcuno la risposta di Berardi sembra una risposta “per le rime”, quel qualcuno non ha mai visto una risposta per le rime in vita sua.

    : a “global” mortality rate of 16 per 100,000, or one death every 40 seconds.
    In the last 45 years suicide rates have increased by 60% worldwide

  19. Isa scrive:

    (Ecco, Maurizio ci ha messo la metà di me – che nemmeno sono riuscita a ripulire il post dagli sfridi) a scrivere il doppio, e doppiamente più interessante.

  20. Maurizio scrive:

    E comunque, Isa, Maurizio (cioè io) almeno un errore l’ha commesso, andando a memoria e confondendo “last 45 years” con 1945. Non è da lì che parte l’analisi di Berardi. Il che, però, non altera la sostanza del mio ragionamento: che fosse il 1945 o 45 anni fa, Berardi include una grande porzione di un’apoca che neoliberista non era.

  21. LM scrive:

    Ma come si fa nel 2015 a mettersi a discutere sulle teorie politiche sociologiche di Bifo? Vi piace vincere facile…

  22. Alan Ian Ross scrive:

    Berardi è IRRILEVANTE. Per fortuna.

    Prima spariranno nell’oblio questi residuati parolai del ’68 che tengono in ostaggio la sinistra di questo paese da TROPPO tempo, meglio sarà. Perché di tempo ce ne avete già fatto perdere a volontà.

    Sui fatti di Milano, quella di Raimo, se non è la parola definitiva, ne è una buona approssimazione.
    Chi si illude di “sconfiggere” il Capitale Finanziario odierno bruciando qualche macchina e sfondando due vetrine, o è un idiota – delle stesso genere di chi s’illude che per curare il cancro basti il bicarbonato – oppure è in malafede.

    Io, ormai, tendo a propendere per la seconda eventualità…

  23. Giuseppe Parascandolo scrive:

    Che il capitalismo finanziario, oggi come ieri, distrugga le pur “nobili” contraddizioni del capitalismo industriale,
    dovrebbe essere arcinoto a tutta l’umanita’. Che fare?
    Nel ’29, epoca storica completamente differente, certo, col New Deal, il capitale finanziario, fu sacrificato tutto a vantaggio del Keynesismo in economia ad opera del duo Roosvelt-Keynes, in estrema sintesi, per paura del “comunismo”, quello dell’ex URSS. Percio’, la pragmatica mediazione tra Capitale e Lavoro, attraverso l’interventismo statale negli USA e che condiziono’ un po’ tutto l’occidente. La II guerra mondiale, poi , fece il resto!
    Il Capitalismo USA fu salvo e “il comunismo” Stalinista, fu salvo anch’esso.
    Oggi, invece, la situazione economica globale è molto diversa. La reazione occidentale, a questa crisi capitalistica tutta occidentale, cosi’ come previsto sia da Marx come pure da Lenin stesso, per non scomodare Hilferding o Rosa Luxemburg, è piu’ somigliante alla crisi, alla fine dell’ottocento, del vecchio colonialismo e del predominio degli USA come economia egemone a livello globale, con il passaggio, a Cina soprattutto, dello scettro di potenza egemone globale.
    L’Europa attuale è stretta tra due fuochi! Il decadentismo USA come nazione egemone all’interno della globalizzazione, e la Cina che è a meta’ strada, tra il vecchio Maoismo, con i suoi apparati e le sue burocrazie, e l’evoluzione di essa come astro nascente del capitalismo egemone sul piano globale.
    Il disordine è grande sotto i cieli della globalizzazione?
    Si, certo, ma la situazione non è per niente eccellente!

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Raimo  Non elogiate la depressione. riflessioni a marginedellamanifestazione no […]

  2. […] del 1° Maggio; chi fosse interessato può leggere l’interessante riflessione di Christian Raimo, Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo, “Minima & […]

  3. […] trovato molto interessanti i due articoli di Christian Raimo ( Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo, Minima Moralia, 3 maggio 2015, e  La pornografia della devastazione, Internazionale 2 maggio […]

  4. […] lezione del ’77 viene anche ripresa in un altro articolo che è molto girato, quello in cui Christian Raimo ti accusa di “pensare il suicidio e la depressione come una […]

  5. […] e non del giudice) e da Vice – di pareri diversi sugli eventi di Milano sono Luca Fazio e Christian Raimo -Bifo chiarisce e specifica ulteriormente la sua posizione: Pensi che una soluzione sia, non so, […]

  6. […] Expo a Milano. La vicenda dell’intervista a Mattia Sangermano. Leggi qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, e […]

  7. […] e non del giudice) e da Vice – di pareri diversi sugli eventi di Milano sono Luca Fazio e Christian Raimo -Bifo chiarisce e specifica ulteriormente la sua posizione: Pensi che una soluzione sia, non so, […]



Aggiungi un commento