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Non esiste sentiero senza una fine

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Jane Sautière è una scrittrice francese, nata a Teheran nel 1952 e tornata successivamente a Lione e Parigi, dove ha lavorato come educatrice penitenziaria. Come scrittrice esordisce nel 1998: tra i suoi romanzi, tutti pubblicati per i tipi di Verticales, compaiono Fragmentation d’un lieu commun (2008) e Mort ‘un cheval dans les bras de sa mère (2018). La Nuova Frontiera ha pubblicato in Italia il suo Guardaroba (2013), nella traduzione di Silvia Turato.
Di seguito pubblichiamo un testo inedito in Italia della scrittrice francese.

di Jane Sautière

Non sono nata in Francia. E ho anche vissuto parecchio all’estero (vissuto, non viaggiato). Quindi mi è successo spesso di venire accolta da altri.

Dunque, nata in Iran. La persona che mi tira fuori da mia madre, che mi srotola il cordone ombelicale dal collo, che mi batte sulla schiena perché pianga è un’ostetrica armena. Quella che mi asciuga via il muco dal corpo, che lo aspira fuori dalle mie narici è una levatrice iraniana.

E via di seguito. Tutto ciò che farò mio per costituirmi sarà quello stesso paese a offrirmelo. Gli yogurt di pecora nei vasetti di coccio, le carni, i frutti, i limoni dolci, le melanzane polpose, la poesia, le viuzze chiare che corrono nel pietrisco, i cieli azzurri come mai altrove, tutti gli azzurri imparati laggiù. Fathémée, amata come la madre che per me è stata al fianco della mia. Ho tutto avuto, tutto preso. Era il mio dovere di bambina.

Dove finiamo cadendo dall’utero materno, lì siamo a casa. Per me è inimmaginabile pensare che non si applichi in modo diretto uno ius soli, come nella materialità della vita. Noi tutti veniamo accolti da una terra, da ciò che produce, da chi la abita. Ne consegue un debito antropogenetico, perché l’essere accolti, che deriva dal fatto stesso di nascere e di nascere in un’estrema dipendenza, ci coinvolge nella reciprocità dell’accoglienza. Non c’è modo di evitarlo. O così o la morte.

Stessa cosa significa accogliere lo straniero. Quello che arriva indifeso sulla nostra terra. Che ha bisogno che gli si mostri la strada, che gli si dia riparo. Lo straniero è su una terra non sua come chi è appena precipitato nella vita, piccolo, senza risorse. No, lo straniero non è un turista che ha trovato un Airbnb dove passare una settimana. Lo straniero è chi arriva e non ha niente. Né la lingua, né i soldi, né le risorse che offre conoscere un posto e i suoi abitanti.

Lo straniero è una figura assoluta, necessaria. Ci costituisce in virtù di quel debito iniziale.

Nasciamo tutti in un luogo che è insieme estraneo e casa nostra. È l’ospitalità che fa del nostro “estraneo” un “a casa”. Una trasmutazione. Io ho avuto proprio questa fortuna, di avere ben visibile lo sdoppiarsi di quell’estero. Di sapere sin da subito di cosa ero debitrice. Di capire come il debito non si saldi mai, ma induca a un continuo rinnovamento.

Qui dove ieri (poiché un pallone da calcio rotola come una nota su uno spartito) cantavamo a pieni polmoni les enfants de la patrie, anche loro cantavano e anche loro con la faccia impiastricciata di bianco rosso e blu, ragazzi che enfants de la patrie non sono, ma piuttosto enfants dell’accoglienza. E la mia unica gioia di questa giornata, quella vera, sono proprio loro.

Loro e quelli che su quel campo da gioco non sono sin da subito de la patrie, ma accolti sul suolo patrio, nati là dove i loro genitori sono stati accolti. E mi veniva da piangere al pensiero di tutto quello che al loro arrivo gli era stato inflitto, a quegli enfants non de la patrie. Le notti di terrore passate nei parchi, gli esami come se fossero animali, i questionari di polizia come se venissero a rubarci qualcosa, mentre quel che era loro dovuto non gli era stato versato. Il dovuto che non è un dovere, ma la nostra origine umana.

Ho visto, a casa mia, in questa grande e ricca città, sfilare l’orrore di quel che facciamo del nostro debito umano d’accoglienza. Ho visto, quest’inverno e fino all’inizio dell’estate, un accampamento di duemila persone lungo un canale. Mi resta di tutto ciò la pietrificazione di quello che non si riesce neanche a concepire. La vista dell’acqua tagliata alle fontane.

Le evacuazioni, i ripulisti come vengono chiamati. I massi sistemati per impedire ai corpi di stendersi. Il rinnegamento di quel debito umano di accoglienza. Proprio il suo contrario, l’invenzione continua di ciò che fa da ostacolo, intralcio, ferita, contrasto a qualsiasi dimora. I corpi che dovrebbero rannicchiarsi fino a scomparire.

La negazione di nascere, di aver ricevuto un posto nel mondo.

Allora, poiché non siamo tenuti a nessuna obbedienza al di fuori di quella che costituisce la vita, sappiamo benissimo come combattere tutto ciò che quella vita la offende. Sappiamo, perché abbiamo preso e ricevuto. Quindi, facciamo qualcosa.

Anche se il riparo delle tue notti è poco sicuro
e la tua meta ancora lontana
sappi che non esiste
sentiero senza una fine.
Non esser triste.

Hāfez

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