galloni

Dove non esiste spazio né tempo

di Ilaria Palomba

Non posso pensare di aver sofferto per delle stronzate: l’università, il lavoro, i soldi, i libri, quando poi invece adesso nulla ha più senso. La telefonata è arrivata domenica pomeriggio da un amico comune, mi ha detto: «È successa una brutta cosa a Gabriele», e io ho pensato simultaneamente: «È morto! No, ovvio che no!»

Domenica non mi venivano neanche le lacrime, aspettavo che Gabry mi chiamasse e dicesse: «Tranquilla, sorella, tutto apposto», come faceva lui, che un attimo prima ti scriveva che stava malissimo e un attimo dopo ti chiamava con un entusiasmo che faceva tenerezza, tenerezza nel senso di amore, c’era così tanto amore nella nostra fratellanza, amicizia non è la parola esatta. Ma non c’è stata nessuna telefonata e le mie illusioni erano solo i vaneggiamenti di una bambina, di un’immatura o di un’idiota.

Il 5 maggio mi aveva scritto: «Nel caso morissi prematuramente, ti lascio i miei tre libri inediti ma perfettamente compiuti – essendo tu tra le persone a me più care».

Ricordo una sera della primavera 2016, dopo una presentazione di Antonio Veneziani e Antonella Rizzo al museo archeologico di Lanuvio, parlammo per la prima volta intensamente; conosceva dei poeti che non avevo mai sentito nominare prima: Tito Marrone, Libero De Libero, i minori, e poi amava i crepuscolari, aveva procurato ad Antonio non so quale libro introvabile, a me aveva promesso La contessa sanguinaria della Pizarnik, che aveva solo lui. Ma non parlammo solo di poesia, iniziammo a confidarci come se ci conoscessimo da sempre, scoprimmo di avere molto in comune: il modo di vivere le relazioni e, soprattutto, gli abbandoni, l’attrazione per l’estremo, un romanticismo autodistruttivo e il desiderio di raccontare l’abisso. Di lì a breve iniziammo a sentirci e a vederci molto spesso, tentammo un romanzo a quattro mani ma non l’abbiamo mai finito.

Gabry è sempre corso da me quando stavo male, veniva a trovarmi a via Accademia degli Agiati, mi parlava di cose altissime, una volta gli ho letto García Lorca ma a lui non piaceva, lo trovava troppo sensazionalista.

Aveva sempre detto che sarebbe morto giovane, per questo ha pubblicato quattro libri, uno dopo l’altro (in questi giorni leggo e rileggo In che luce cadranno e L’estate del mondo, i suoi migliori a mio avviso). Ma il suo non era un urlo disperato, era sapienza poetica, capacità intuitiva, visionaria, genio. Spesso ci ispiravamo a vicenda, ma lui era molto più bravo di me, aveva la maturità letteraria di un’anima eterna, i suoi versi erano preghiere.

Conosceva la metrica, conosceva la poesia come se fosse il suo respiro. Era tanto maturo come poeta quanto bambino nella vita. Non voleva crescere o forse non poteva. Sì, perché alcuni di noi semplicemente non possono, non hanno accesso alla vita delle persone stabili, serene, equilibrate. Tutta la sua genialità l’ha pagata con l’autodistruttività. Non era mica un santo, ma era dolce, altruista, e il suo altruismo, il suo modo di volere bene era estremamente elegante.

Molte delle cose che abbiamo vissuto insieme non potrei mai dirle, sono segreti, sono nostri, restano celati nelle cripte della memoria.

I motivi, le ragioni, i perché e i come sono affari che non riguardano il mondo. Non riguardano soprattutto quel mondo di ipocriti che l’hanno calunniato, ingiuriato o, peggio, ignorato, e che oggi ne tessono le lodi.

Non si tratta solo di questo, il suo rapporto con la vita e con la letteratura era complesso, la sua scomparsa lo è altrettanto; non fate addizioni da quattro soldi, determinismo spicciolo, non è utile, non è così semplice comprendere e forse alcune cose, per quanto dolorose e assurde, vanno lasciate nel mistero. I suoi venticinque anni in realtà erano molti di più, aveva avuto accesso a dimensioni altre, ciò che riusciva a tratteggiare in tre endecasillabi era già un mondo.

Tutto ciò che Gabry aveva da dire sulla vita e sulla morte è nelle sue poesie, e mi sembra molto ingiusto presumere di sapere, sia nei suoi confronti che nei confronti della sua famiglia. Cercate tra i suoi versi, la verità è lì.

La nostra era una sofferenza gemella, glielo dicevo sempre: «Siamo siamesi nel cervello». Mi sembra che mi abbiano portato via una parte di me. La domanda «Perché lui e non io?» mi tormenta ogni istante. Però adesso non ha più importanza. Neanche tormentarsi ha importanza. Gabriele deve raggiungere la luce in cui desiderava cadere, quella scritta nell’universo, incisa con le parole dei suoi versi nelle profondità abissali in cui alto e basso non fanno differenza e non esiste spazio, né tempo.

 

Morire è solamente
farsi una vita altrove:
non è il Tutto né il Niente.
È intravedere il mare
dietro un canneto; e qualche 
casetta sulla costa. 
Scoprirsi nudi; e nudi 
scoprire gli altri. 
La lingua, sai, è la stessa 
per tutti. E presentarsi 
con il nome più semplice da dire: 
ma non il proprio; un altro.

Gabriele Galloni

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