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Non essere cattivo candidato italiano alla cinquina per il miglior film straniero

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Non essere cattivo, l’ultimo lungometraggio di Claudio Caligari uscito nelle sale postumo l’8 settembre scorso, rappresenterà l’Italia agli Oscar nella selezione per il miglior film straniero. Per l’occasione ripubblichiamo l’intervista di Paola Zanuttini a Valerio Mastandrea, apparsa sul Venerdì. 

ROMA. In questa storia c’è tutta l’epica del cinema. Del fare cinema. C’è l’amicizia, la passione, la sfida, la morte. E un’eredità da consegnare al mondo, cioè al pubblico. Naturalmente è un film, questa eredità: Non essere cattivo di Claudio Caligari, regista molto outsider che, poco prima di perdere la sua lunga battaglia contro il cancro e di vincere quella produttiva, quasi altrettanto estenuante, così ricapitolò i fatti: «Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». Una battuta che, detta in romano e non con il suo accento da lago Maggiore, poteva stare benissimo in uno di quei due film, epocali: Amore tossico, del 1983 e L’odore della notte, del 1998, dove i protagonisti erano fattoni e delinquenti, non cineasti. Ma la poteva infilare anche nel terzo, perché alla fine ce l’ha fatta, Caligari: Non essere cattivo l’ha girato e montato, quasi definitivamente, e sarà pure a Venezia. Come Evento speciale, però, non in concorso.

Andando avanti con l’epica, qui ci vuole un Buono, che è Valerio Mastandrea. Era stato il protagonista dell’Odore della notte, un rapinatore violento e problematico anni 70, e il ruvido Caligari gli aveva tirato fuori cose che nessun altro prima. Insomma erano diventati amici. In un rapporto non proprio alla pari, diciamo da discepolo e maestro. D’altronde il discepolo è poco più che quarantenne mentre il suo maestro, quando se n’è andato nel  maggio scorso, aveva infilato 67 primavere. Un paio di anni fa, il Buono sapeva che il Ruvido –  potremmo anche chiamarlo l’Anachico, l’Intransigente o l’Incazzato – stava lavorando al progetto di un film ambientato a Ostia nel 1995 – due giovani amici fratelli di vita: Cesare, il più integrato, e Vittorio, il più scoppiato, fra droghe, spaccio, guai, donne, tentativi di riscatto – faticando molto per trovare i soldi. Poi il Buono ha saputo anche che il tumore del Ruvido, sconfitto un bel po’ di tempo prima, era tornato all’attacco. E allora si è buttato nell’impresa, come produttore. Avete presente Mastandrea? Un po’ stralunato, no? Riuscite a immaginarlo che va da funzionari e dirigenti con una cartellina sotto il braccio? Beh, lui c’è andato. C’è anche il fatto che stava cambiando pelle: all’epoca si preparava a girare il suo primo lungometraggio da regista, La profezia dell’Armadillo, da Zerocalcare. Dirigere, organizzare, crescere. Poi la cosa era slittata, nel cinema gli slittamenti sono all’ordine del giorno e a volte sono l’occasione di fare la cosa giusta: l’Armadillo può attendere.

L’entrata in campo del Buono si è palesata nell’ottobre scorso con una lettera aperta sul Messaggero a Martin Scorsese, regista feticcio di Caligari. «Caro Martino» scriveva Mastandrea raccontando tutti i guai (produttivi, non di salute) di Caligari, del suo amore per il cinema e del fatto che lui lo chiamava proprio Martino, con una confidenza «da compagno di scuola». Alla fine, con una considerevole faccia tosta, gli chiedeva di venire in Italia a incontrare il suo maestro e produrre il film.

Scorsese non si è fatto vivo, anche se Mastandrea è certo che ha ricevuto la lettera. Che però ha dato i suoi frutti, come vedremo. Solo un principiante assoluto nelle sabbie mobili della produzione poteva farsi venire un’idea simile: «Avevo già bussato a qualche porta: il deserto, se non un impegno più morale che altro di Rai Cinema. E intanto la salute di Claudio peggiorava. Ho lanciato il sasso per muovere le acque. Ma in quei giorni sono successe cose strane, direi magiche: prima ancora che la lettera venga pubblicata, riappare Rai Cinema, e dopo, invece, mi chiama Valsecchi che decide di darmi una mano, creando un modello produttivo unico e paradossale». Qui va spiegato che la Taodue di Pietro Valsecchi fa parte della galassia Mediaset e va aggiunto che in questa corsa contro il tempo per un pugno di euro – non proprio un pugno: circa un milione e due – non poteva mancare Sergio Leone, o meglio suoi eredi: anche la Leone Film Group è della compagnia.

A vederlo in una tarda mattinata d’agosto con un pezzo di pizza in mano, stanco, trafelato e con l’aria di quello travolto dagli eventi, al Buono non gli daresti una lira come produttore. Però ha convinto i finanziatori,  contrattato con le banche per il tax credit, messo insieme un cast tecnico e artistico entusiasta e generoso oltre che impeccabile, e seguito una lavorazione parecchio complicata. Insomma: ha portato a casa il film. «Con la più totale impreparazione: raccontavo a tutti come la racconto adesso la genesi del film. E tutti erano quasi stupefatti dall’assoluta mancanza di un mio interesse economico personale. È questo che li li ha disarmati e convinti».

Qui stiamo entrando in un film di Frank Capra, quindi meglio tornare a quello di Caligari che non è sdolcinato per niente, anche se il titolo riprende la scritta del bavaglino di un orso di peluche donato a una bambina malata. Di Aids. «Claudio ha affrontato l’eroina e la sua evoluzione come l’arma di distruzione di massa usata del potere per mantenere lo status quo. Perché quella che l’eroina è sparita è una vera fregnaccia. Ha ambientato la storia nel 1995, anno in cui cominciano i lavori per il porto di Ostia e i primi movimenti criminali che hanno portato ai casini di oggi. I primi movimenti di un cambiamento generazionale e epocale. Un cambiamento che segna anche la fine dell’intellettuale pasoliniano. C’era gente che per capire e raccontare la realtà ci entrava veramente, andava dentro le persone, basta pensare a Comizi d’amore di Pasolini o  a I bambini e noi di Comencini. Poi, verso la metà degli anni Novanta, dopo l’ edonismo reaganiano, con l’avvento del cellulare e di internet, secondo Claudio l’intellettuale si è allontanato dalla gente: si è messo a raccontare il mondo da casa. In quegli anni sono anche crollate le ideologie, è cambiata, non in meglio, la classe politica, e l’intellettuale, il giornalista, il musicista, il cineasta che dovevano immergersi nella realtà per interpretarla ed eventualmente aiutare a cambiarla, si è cagato sotto. Questo ha fatto molto male alla coscienza civile del Paese».

Caligari invece nella realtà ci sguazzava. Aveva le sue guide: nelle storie e le microstorie di Ostia lo ha condotto Emanuel Bevilacqua, già attore in L’odore della notte che nel cast tecnico figura come assistente personale del regista. Personale vuol dire che si occupava anche della chemio e di tutto il resto. Nella sceneggiatura sono confluiti molti racconti veri di gente vera che con lui parlava senza reticenze: «Perché  Claudio non si metteva né sotto né sopra le persone,  non le faceva sentire un fenomeno sociologico».

Dice il Buono che nel film sono tutti underdog, gente votata alla sconfitta che, proprio come l’Accattone di Pasolini, considera il lavoro peggiore della morte, non un diritto o una forma di riscatto. C’è una battuta fulminate quando la banda di amici delinquentelli vede i due protagonisti con l’onesta polvere del cantiere sui vestiti: Aho, che c’è un’epidemia de lavoro?«Claudio ha voluto raccontare la fine del mondo pasoliniano, di quella gente che rifiuta il lavoro, vive alla giornata seguendo il suo destino di povertà ed emarginazione. Il film finisce con uno che entra nel mondo del lavoro e non ci sta bene».

Come collocava Caligari queste fasce sociali nel grande disegno del potere? Come vittime o ultima forma di resistenza? «Credo le considerasse il contenitore sociale dove nascevano i veri sentimenti, la rabbia vera capace di cambiare le cose. Ha fotografato tutto questo restituendo nei piccoli gesti la dignità e la riscossa. Alla fine nasce un bambino e nel film è un elemento positivo, anche se con lui nasce la nuova generazione che dovrà scontrarsi definitivamente con l’etica moderna del lavoro, la generazione della resistenza alla mutazione dei rapporti tra capitalismo e realtà».

Sì, il Ruvido credeva ancora all’ideologia. E all’etica del lavoro, anche se raccontava storie di scioperati. «La passione per suo lavoro lo ha fatto sopravvivere due mesi e mezzo di più, è stata una specie di chemio creativa. Io con questa esperienza ho imparato due cose: che questo lavoro, se lo ami, ti permette tutto, ma, se lo odi, è inutile che lo fai; e che nel cinema l’attore è uno dei ruoli più comodi. Lo sapevo già, ma è stata una conferma, anche se noi italiani facciamo un cinema con il coltello fra i denti: qui il tempo vince sempre. E l’attore è un accessorio, un cavo che attacchi e stacchi perché hai sei scene al giorno. Vittorio Mezzoggiorno sosteneva che se impari a fare l’attore in Italia puoi farlo dappertutto. E Daniel Day-Lewis, con cui ho lavorato una settimana in un film che poi non ho neanche visto, mi ha detto che ci invidia, noi attori italiani: perché trova che, sul set, abbiamo una capacità straordinaria di stare con la testa e il corpo dovunque, ma quando tocca a noi ci siamo fino in fondo: come lui che si prepara due anni per un ruolo. Gli ho risposto che non è capacità, ma necessità». Per inciso, il film che non ha neanche visto è Nine di Rob Marshall: non l’ha voluto vedere perché lo imbarazza sentirsi parlare inglese.

A proposito del mestiere dell’attore. Da mesi Mastandrea aveva impostato la lavorazione  con il ruolo di Vittorio lo scoppiato affidato a Luca Marinelli, già protagonista di La solitudine dei numeri primi, mentre quello di Cesare che tenta di rigare dritto era di Alessandro Borghi, una solida carriera televisiva che non l’ha guastato, poi un giorno Caligari, che non poteva parlare tanto perché era tracheotomizzato (handicap che gli forniva il suo unico cespite, una pensione minima di invalidità) ha fatto un gesto con la mano. «Voleva dire inverti i ruoli. E porca miseria se aveva ragione». Di gesti ce sono stati tanti durante la lavorazione e uno il Buono non lo dimenticherà mai. «Il film era finito, mancava qualche aggiustamento e io stavo partendo per girare Fai bei sogni con Bellocchio. Sono andato a trovarlo, stava nel letto dove è morto, a casa della madre di 95 anni. Mentre mi alzavo per andare, mi ha salutato alzando il pollice come per dire tutto OK. Quando sono arrivato alla porta gli ho detto rifammelo e  me l’ha rifatto».

Il Ruvido che non si fidava tanto di nessuno si è affidato al Buono, che ha dato gli ultimi ritocchi all’eredità. E che mette le mani avanti: «Tutto il buono del film è suo, tutto il cattivo è di noi che siamo rimasti». Frank Capra non si lascerebbe sfuggire un dettaglio: nel dire queste cose, il Buono si commuove.

Paola Zanuttini è nata a Roma nel 1954. Lavora a La Repubblica dalla sua fondazione e da oltre vent’anni è inviato del Venerdì per il quale si occupa di società, esteri e cultura. Per minimum fax ha scritto Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso insieme ad Amedeo Letizia.
Commenti
2 Commenti a “Non essere cattivo candidato italiano alla cinquina per il miglior film straniero”
  1. Luigi Colasacco scrive:

    Finalmente una bellissima notizia. E volevo vedere se non lo candidavano!
    Caligari ci lascia tre capolavori assoluti di arte cinematografica: dispiace che un sistema produttivo a dir poco miope non gli abbia permesso, negli anni, di realizzarne altri.
    L’Oscar a “Non essere cattivo” sarebbe strameritato, e forse consentirebbe di aprire una seria riflessione sulle occasioni fin troppe volte perdute e su cosa è diventato, in Italia, il sistema-cinema.

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  1. […] “soli” tre film — eccezionali — in carriera, la morte poco dopo la fine delle riprese, la candidatura a rappresentare l’Italia agli Oscar) che al film in sé. Attenzione che ha creato tante […]



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