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Non essere Jeeg Robot

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di Mario Luongo

Credo molto nel Caso inteso come casualità, un po’ meno in quello inteso come singolo evento di rilievo. Per questo quando sento parlare di caso cinematografico storco il naso, peggio ancora se seguito dal rafforzativo dell’anno. È una formula insidiosa, malandrina e furba che restituisce l’idea di una réclame pubblicitaria o almeno di un eccesso di enfasi. A volte, però, può accadere che il Caso intersechi impercettibilmente alcuni casi distanti tra loro, e vengano fuori risultati inaspettati.

Due casi cinematografici?

A settembre 2015 viene presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia “Non essere cattivo”, l’opera postuma di Claudio Caligari sulla quale inizialmente si era creata una grande attenzione dovuta, per molti media, più alle vicende personali del regista (la figura dell’outsider da “soli” tre film — eccezionali — in carriera, la morte poco dopo la fine delle riprese, la candidatura a rappresentare l’Italia agli Oscar) che al film in sé. Attenzione che ha creato tante aspettative, che non sono state deluse, regalando un momento bellissimo al cinema italiano.

Un mese dopo, al Festival del Cinema di Roma, viene presentato “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti e la scena si ripete. L’opera prima del regista romano suscita da subito un piacevole stupore tra gli addetti ai lavori che lo hanno visto in anteprima: regia abilissima per un esordiente, sceneggiatura solida, ritmo costante per una trama che alterna con sapienza azione e presentazione dei personaggi, attori in stato di grazia.  Non male per un film su un super-anti-eroe. In Italia. La conferma avviene anche al Lucca Comics poco dopo, e al Terminillo Festival.

I due lavori sono diversissimi tra loro: Caligari si inserisce nel solco della poetica pasoliniana e prova a chiuderne idealmente il cerchio iniziato con “Accattone” attraverso un affresco crudo di Ostia negli anni ’90 e della gioventù sintetica erede di quella presentata 30 anni prima in “Amore tossico” ; quello di Mainetti, invece è un cine-comic calato nel contesto romano che, di fatto, ha posato la prima pietra per tracciare un percorso virtuoso di questo genere in Italia. Ma analizzando bene si possono trovare più punti in comune di quanto sembri.

La Produzione

Partiamo dall’inizio: Caligari ha faticato non poco per trovare un produttore, e ci è riuscito grazie all’aiuto dell’amico Valerio Mastandrea che aveva scritto anche una commovente lettera aperta a Martin Scorsese: “Caro Martino. Ti scrivo per una ragione semplice. Tu ami profondamente il Cinema. In Italia c’è un Regista che ama il Cinema quanto te. Forse anche più di te” è l’affettuoso incipit. Scorsese non ha mai risposto, ma quella lettera ha messo in moto una concatenazione di eventi che, alla fine, ha portato alla formazione di una squadra di produzione con la partecipazione di Kimerafilm, Rai Cinema, Taodue, e Leone Film.

Anche Mainetti ha percorso la stessa trafila per quasi cinque anni, passando fin dal 2010 dai produttori piccoli a quelli importanti, tutti con le stesse porte chiuse. Le risposte più frequenti erano due: “Non abbiamo i mezzi qui in Italia”, oppure ‘Il cinema di genere da noi non funziona. O fai film d’autore, o fai commedie”. Un merito di Mainetti è stato proprio quello di abbattere la rigidità di questi steccati, dimostrando che in Italia si può fare un film sui super eroi mantenendo una propria identità senza invidiare nulla agli USA o al Giappone, anzi prendendone spunti da inserire all’interno di una cultura pop ormai talmente ibridata tra cartoni, fumetti e cinema di genere che fare distinzioni geografiche non ha più senso.

Le citazioni e influenze più o meno esplicite sono diversissime: ovviamente Jeeg Robot di Gō Nagai, ma anche il Batman di Nolan (l’attentato allo stadio Olimpico è un omaggio a quello di Bane di “The Dark Knight Rises”?) “Gomorra” e “Romanzo criminale”, Tarantino (David Foster Wallace scrisse: “A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l’orecchio”. Aggiungerei che a Mainetti basta anche un mignolo del piede mozzato) fino a “Il silenzio degli innocenti” (Marinelli per interpetare lo Zingaro ha attinto a piene mani dal personaggio di Buffalo Bill, oltre che dal Joker di Brian Azzarello).

Marinelli, Cesare e lo Zingaro

Il secondo punto in comune tra i due film è proprio Luca Marinelli. È significativo che un attore che si sta confermando tra i migliori della sua generazione abbia infilato due perfomances straordinarie con questi film, uno a breve distanza dall’altro, interpretando due ruoli così diversi e allo stesso tempo così vicini. Sia Cesare di “Non essere cattivo” che lo Zingaro di “Lo chiamavano Jeeg Robot” sono mossi dalla voglia di rivalsa, di fare il grande salto dalle rispettive misere condizioni in cui si trovano. Entrambi, a loro modo, sono figli del contesto sociale cui appartengono e del loro tempo: il primo, spacciatore coatto di borgata, imbroglione ma con un forte di senso dell’amicizia; il secondo a capo di una gang di periferia, smanioso di essere riconosciuto e rispettato, di visualizzazioni su Youtube e primi piani in televisione. Cesare è il prodotto del vuoto dell’hinterland romano, un marziano suburbano che suscita tenerezza perchè nonostante tutto prova a non essere cattivo; lo Zingaro può considerarsi una sua versione 25 anni dopo, quasi un suo figlio cresciuto a pane e Buona Domenica tra i palazzoni di Tor Bella Monaca.

La periferia dell’anima in tre trilogie

La borgata è un’altra presenza fortissima in entrambi i film. Non soltanto uno sfondo per l’azione dei protagonisti, ma parte integrante ed essenziale della trama stessa e dell’atmosfera di tutta la storia. Contesto, cause, effetti, background psicologico dei personaggi sono riassunti perfettamente nell’ambientazione dei due film. Il pontile di Ostia, le baracche dei tossici sulla spiaggia, i bar illuminati al neon sono i luoghi dell’anima di Claudio Caligari, sui quali sono intessute le trame di ognuno dei suoi tre film.

Cesare e Vittorio di “Non essere cattivo” si muovo negli stessi spazi di Enzo e Ciopper di “Amore Tossico”, mentre Remo (Valerio Mastandrea), Maurizio (Marco Giallini), il Rozzo (Emanuel Bevilacqua) e Roberto (Giorgio Tirabassi) fanno un frenetico andirivieni tra i quartieri alti e la periferia romana, sottolineandone il contrasto attraverso le loro rapine violente in “L’odore della notte”. Soprattutto nel suo ultimo film, Caligari, insieme a un bravissimo Maurizio Calvesi come direttore della fotografia, riesce a rappresentare Ostia attraverso i suoi spazi aperti, con uno sguardo rivolto al cielo, come a cercare una via di fuga, in contrasto con gli interni spogli, modesti e opprimenti delle case proletarie.

Mainetti con il suo primo lungometraggio ha dato vita a una (finora?) trilogia ideale e particolarissima, in cui lo spunto supereroistico-fumettistico prende vita in contesti periferici romani, con tutto ciò che ne consegue. Con il cortometraggio “Basette” del 2008 porta Lupin e Jigen (Mastandrea e Giallini, ancora una volta vedi il Caso!) Margot, Goemon e l’ispettore Zenigata (Luisa Ranieri, Daniele Liotti e Flavio Insinna) tra viale Santa Rita da Cascia e il commissariato di Tor Bella Monaca. Altro punto in comune con Caligari è, questa volta, la fotografia affidata a Maurizio Calvesi.

Quattro anni dopo è la volta del corto “Tiger Boy”, omaggio al Tiger Man di Ikki Kajiwara: un wrestler di Corviale chiamato “Il tigre” diventa l’idolo di Matteo, un bambino di 9 anni che nasconde le sue paure e i suoi problemi di abusi sessuali dietro la maschera felina del suo eroe. Le gesta del lottatore sul ring daranno a Matteo il coraggio di ribellarsi alle violenze inflitte dal preside della sua scuola, mentre in “Basette” l’astuzia, l’abilità e la simpatia di Lupin non sono altro che la proiezione del ladruncolo Antonio, in punto di morte dopo una rapina andata a male con la sua banda.

In “Lo chiamavano Jeeg Robot” infine c’è uno dei (pochi) dialoghi del protagonista Enzo Ceccotti sulla sua adolescenza, la comitiva di amici in una borgata appena tirata su in piena speculazione edilizia, il destino segnato dall’ambiente in cui si cresce: a me ha ricordato una splendida descrizione di Sandro Onofri sulla vita dell’allora nascente quartiere della Magliana, citata da Vincenzo Cerami in “Fattacci”. In questo risiede la peculiare cifra stilistica e autoriale di Mainetti: omaggiare gli eroi della sua infanzia, di una certa generazione cresciuta con gli anime cult giapponesi, senza cadere nel citazionsimo o nella facile autoreferenzialità di genere, anzi mescolando azione e commedia, dramma e spunti di riflessione, facendone un prodotto trasversale che piace al nerd di turno come al cinefilo colto, al figlio come al padre. I super eroi non sono mai stati così umani e sfigati. Al cinema ho visto “Lo chiamavano Jeeg Robot” seduto tra un ragazzino di una decina di anni e una signora dell’età di mia madre. Entrambi molto soddisfatti.

La domanda, a questo punto, diventa: perché due tra i migliori film italiani degli ultimi anni, apprezzati da pubblico e critica, hanno avuto così tanti problemi a trovare un produttore? Perché l’industria del cinema crea “casi” a posteriori, tenendo fermi per anni film non solo potenzialmente profittevoli per il settore, ma anche di qualità e di presa sul pubblico? Il Caso, in questi casi, non sembra più una motivazione convincente.

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