Musso40

Non mi dire che ci sta riuscendo: “M. L’Uomo della Provvidenza” di Antonio Scurati

di Stefano Trucco

L’incipit è preoccupante.

L’alito è pesante, il dolore addominale opprimente, il vomito è verdognolo, striato di sangue. Il suo sangue.
I fogli inchiostrati planano nella pozza maleodorante. Impossibile leggere il giornale. Il suo corpo glorioso, gonfio di ipersecrezioni acide e di gas, ingoia aria e cerca ossigeno reclinando il capo all’indietro sul bracciolo del divano. Tutt’intorno, però, la stanza vortica in una giga di ferite aperte sulla mucosa ulcerata.

Cioè, è tutto così? Non so se ce la faccio… Un po’ come disse Manzoni di un romanzo dell’ultras cattolico Padre Bresciani, L’Ebreo di Verona: “Ho letto i primi due periodi; paiono due sentinelle che dicano non andate avanti” .

Posso rassicurarvi, dato che l’ho letto tutto: M. L’Uomo della Provvidenza, di Antonio Scurati, il secondo volume della tetralogia (anche se ricordo distintamente che all’inizio era stata presentata come trilogia) dedicata a Benito Mussolini, NON è tutto così. Non vuol dire che sia scritto particolarmente bene ma decisamente migliora, anche rispetto al primo volume uscito nel 2018, M. Il Figlio del Secolo, con cui Scurati vinse finalmente il Premio Strega.

Mi pare il caso di occuparsene un po’ per due motivi: intanto il successo. La fascetta Bompiani spara mezzo milione di copie vendute e traduzioni in 40 paesi. Non so: ma di certo ha venduto moltissimo per un mercato asfittico come quello italiano e le traduzioni, magari non così tante, ci sono. Si parla pure di una serie televisiva, anche se non credo proprio ci si possa arrivare nell’Italia d’oggi per motivi troppo deprimenti perché ve li ricordi.

Il successo, secondo me, che ragiono con la mentalità dell’aspirante autore di genere, è sempre importante, anche quando ci pare completamente separato dalla qualità. Magari è solo sociologia: ma i romanzi fanno anche parte della società e sono abbastanza convinto che in questo caso il tema, il qui e ora del libro, sia fondamentale.

La ragione vera del mio interesse però è un’altra, cioè il fatto che questo di Scurati, con ogni probabilità, diventerà il ritratto di Benito Mussolini per le generazioni future, non solo in Italia. M. sarà il libro che si leggerà ogni volta che un aspirante tiranno si affaccerà sulla scena, un po’ come gli americani che hanno recuperato dall’oblio il vecchio romanzo fantapolitico antifascista di Sinclair Lewis  It can’t happen here’ (1936) dopo l’elezione di Donald Trump.

Con che cosa abbiamo a che fare, quindi. Quello di Scurati non è un romanzo storico ma è storia romanzata, come quella, per rimanere in ambito Strega, che faceva Maria Bellonci in romanzi come Lucrezia Borgia e I segreti dei Gonzaga. Niente personaggi né dialoghi inventati: tutto rigorosamente basato sui documenti. Il romanziere si riserva giusto una maggiore libertà nel montaggio e nella messa in scena degli eventi, e nell’immaginare i pensieri dei personaggi, che ovviamente non possono essere smentiti (e che comunque sono spesso tratti da lettere o diari). Quindi una lunga serie di brevi capitoli ognuno corredato da una selezione di documenti a sostegno (lettere, articoli di giornale, testi di discorsi, telefonate intercettate,  informative della polizia…).

Il primo volume, Il Figlio del Secolo, copriva gli anni dal 1919 al 1924, dalla fondazione dei Fasci di Combattimento alla Marcia su Roma fino alla crisi del delitto Matteotti (e scelta strategica di saltare completamente l’infanzia, gli anni di povertà e tutto il periodo da militante e leader socialista). Il secondo volume, L’Uomo della Provvidenza, va dal 1925 al 1932, il consolidamento del regime, anni per certi aspetti misteriosi di cui il lettore medio sa poco.

I punti di vista sono numerosi: Mussolini è ovviamente il centro dell’attenzione ma nel primo volume era affiancato da D’Annunzio, Balbo, Bombacci, Matteotti – il vero

contraltare del Duce, la vittima sacrificale –, Arrigo Dumini, l’assassino di Matteotti, e l’amante Margherita Sarfatti. La Sarfatti ha un ruolo importante anche nel secondo volume, accanto a Rodolfo Graziani, al segretario del PNF Augusto Turati, al capo della polizia Bocchini, al valletto Quinto Navarra (i cui ricordi furono molto famosi nel dopoguerra) e alla figlia Edda.

Una differenza positiva fra il primo e il secondo volume sta nella maggiore attenzione ai dettagli di Scurati, che evita (mi pare) certe piccole ma incredibili sciatterie storiche (come l’attribuire a Carducci una famosa frase di Pascoli e confondersi sull’altezza di Giolitti), incredibili perché la documentazione è evidentemente profonda e accurata e i testi sono stati letti con attenzione.

L’altra differenza sta nella diversa natura dei due periodi. Fra il 1919 e il 1924 c’è una situazione di guerra civile strisciante, ci sono oppositori più o meno agguerriti e quindi diverse scene d’azione. Gli anni dal 1925 al 1932, gli anni del consolidamento del regime, sono, dicevo, misteriosi: sono pochissimo rappresentati in romanzi e documentari, che privilegiano gli anni Trenta, le leggi razziali e la guerra o, più raramente, l’ascesa al potere: anche Nascita di una dittatura, il giustamente famoso documentario di Sergio Zavoli del 1973, si ferma a Matteotti (credo, vado a memoria). In generale sono proprio gli anni Venti in Italia a essere una specie di spazio vuoto dell’immaginario, a differenza dello stesso decennio negli USA, in Germania, in Gran Bretagna etc  dove ha spesso una fisionomia molto definita (tipo Età del Jazz o Weimar). Credo dipenda dal fatto che in quegli anni il cinema italiano era a tutti gli effetti morto e anche perché ben pochi dei romanzi coevi sono sopravvissuti (l’eccezione ovvia, Gli Indifferenti di Moravia, non funziona proprio da affresco sociale). Così gli eventi importanti del secondo volume – la malattia che nel 1925 portò quasi alla morte il Duce e con cui comincia il romanzo, i numerosi attentati cui scampò, la battaglia per Quota 90, le campagne militari in Libia, le lotte interne al partito – sembrano tutti un po’ delle sorprese, a parte forse la Conciliazione con la Chiesa Cattolica, cosa che rende il compito di raccontarle più facile e permettendo così a Scurati di attenuare le tipiche difficoltà dei secondi e terzi volumi delle tri- e tetralogie.

Scurati mette in scena gli eventi documentati; a volte lo fa bene, a volte no. Il primo volume ne soffriva per via delle numerose scene di violenza di gruppo, molto difficili da mettere in scena e che infatti abbastanza spesso fallivano. La violenza è più facile da gestire nella letteratura di genere, dove gli autori hanno a disposizione varie convenzioni narrative più o meno realistiche che possono usare con maggiore o minore abilità e realismo ma che, per quel che servono, funzionano. Per gli scrittori ‘letterari’, col bias di dover fare tutto da soli e non avendo, di solito, una vita violenta alle spalle, scene simili diventano molto problematiche e infatti di solito le evitano.

Da dire però che nelle scene di guerra in Libia Scurati se la cava molto meglio. In parte perché si tiene vicino alle fonti, specie alle memorie di Rodolfo Graziani, che qui appare decisamente più temibile e competente del demoralizzante Maresciallo d’Italia della Seconda Guerra Mondiale, e in parte perché le convenzioni narrative relative alla guerra sono molto più antiche e consolidate (a lungo le storia non è stata quasi altro che descrizione di guerre e battaglie) e Scurati le conosce molto bene, come dimostra un suo bel libro del 2003 sull’argomento, Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale. Fra l’altro questa parte del romanzo ci ricorda utilmente che quello italiano in Libia, fra gas e campi di concentramento fu un genocidio: numeri forse piccoli, relativamente a altri genocidi del XX secolo, ma pur sempre genocidio e tutto nostro.

I problemi dello stile di Scurati sono ben noti: l’eccesso di enfasi, la sentenziosità, gli effettacci para-cinematografici, gli inserti saggistici a volte pesanti, le occasionali sciatterie. Certi capitoli sono sostanzialmente il documento scritto – il discorso, il verbale, il rapporto, la telefonata, l’articolo, il diario – annotati e decorati da dettagli più o meno utili, come le scene in esterni aggiunte ai testi teatrali portati al cinema, e la cosa tutto sommato funziona più sì che no. In un certo senso, in questo secondo volume l’autore fa un mezzo passo indietro e si fa notare meno, con risultati positivi.

Che poi, a voler essere banali, lo stile sono anche la struttura e il ritmo e qui Scurati, di nuovo, li indovina. Più convulsi e martellanti nel primo volume, più distesi e sarcastici nel secondo, i capitoli di solito brevi reggono l’attenzione e si succedono con un ritmo regolare e ben cadenzato, e mantengono l’attenzione.

Giusto per citare un capitolo che mi è piaciuto parecchio: quello sul matrimonio fra Edda Mussolini e Galeazzo Ciano, dove Scurati azzecca, un po’ a sorpresa, un tono leggero, fra gossip e Brecht.

Due cose importanti per abbozzare una specie di giudizio.

La prima è la conferma di una cosa che scrissi due anni fa riguardo al Figlio del Secolo sul blog di un amico, Giacomo Verri: Scurati sta tentando di scrivere il romanzo balzachiano che manca alla letteratura italiana. Balzac fu un’influenza enorme su Mussolini e sulle generazioni che vissero l’ascesa e caduta del fascismo, specie sui giovani ambiziosi che ne costituirono i quadri, Balzac inteso come romanzo del potere e dell’ambizione, riassunti nell’immortale ‘E adesso, a noi due’ che Eugene De Rastignac rivolge alla città di Parigi dal colle del Perè Lachaise. Ci sono, mi pare, pochissimi uomini di potere al centro dei romanzi italiani ‘seri’ e l’ambizione sembra essere il crimine imperdonabile, un po’ come il suicidio per la Chiesa Cattolica. L’opzione è quasi sempre quella degli sconfitti, degli umili, degli schiacciati dalla Storia, oppure da chi nella Storia cerca in tutti i modi di non entrare, gli isolati, i marginali, gli ‘inetti alla vita’. Se pensiamo a quegli scrittori importanti che usarono i potenti come personaggi, tipo Sciascia, non possiamo fare a meno di notare come, col tempo, i suoi democristiani sembrino strani, una forma di gestione del potere decisamente atipica nella storia umana e sempre più distante nel ricordo. Il rapporto di Mussolini col potere sembra più normale. Uno finisce per pensare che gli unici veri potenti credibili nella letteratura italiana recente siano quelli dei romanzi novecenteschi di Aldo Busi. Probabilmente in Italia non si scrivevano romanzi balzachiani sul potere perché per farlo si sarebbe dovuto parlare del personaggio balzachiano per eccellenza, Mussolini, e non si voleva correre il rischio.

In altre letterature si è un po’ meno schifiltosi (penso ai romanzi storici di Gore Vidal o ai politici francesi di Simenon o alla lunga serie di MP nei romanzi inglesi di ogni tipo e genere) e se nella letterature ‘serie’ restano comunque rari c’è una ricca letteratura di massa popolata da migliaia di Presidenti, Senatori, Governatori e Primi Ministri che in Italia sostanzialmente latita con poche eccezioni: chi ha mai letto un romanzo italiano in cui il protagonista o uno dei personaggi principali sia il Presidente del Consiglio? (in compenso ci sono parecchi romanzi italiani sui giudici e suppongo la cosa voglia dire qualcosa su di noi).

Scurati costruisce Mussolini come un tipo esemplare e, con tutti i suoi limiti, riesce. Il suo M. funziona tanto come Benito Mussolini da Predappio che come epitome dell’Uomo di Potere (del resto se gli altri scrittori sono così disgustati dall’idea stessa di Potere e dalla possibilità di occuparsene dalla cima della piramide invece che dal fondo da rifiutare di giocare allora Scurati vince facile). Funziona anche grazie ai suoi oppositori, anch’essi idealtipici: nel primo volume gli si opponevano D’Annunzio (glamour e riccamente retorico ma privo di qualsiasi senso strategico), Matteotti (giusto e eroico ma disperatamente fuori passo coi tempi) e i leader liberali, Giolitti in testa, ormai spenti e confusi; nel secondo Mussolini si trova a mediare fra Turati (idealista, onesto e coscienzioso, e che infatti finirà malissimo) e Farinacci (la vera anima nera del libro, simbolo di un fascismo di pura violenza e ingiustizia, una vera incarnazione del Male radicale).

Scurati conosce bene la situazione sociale e le forze in campo del periodo e vi fa riferimento ma non fa di Mussolini e del fascismo una semplice invenzione di agrari e industriali: qui il politico ha una sua autonomia (giustamente, secondo me) e il suo punto di vista è quello che privilegia la società di massa e i processi in corso nel Novecento (il Figlio del Secolo, appunto) di nazionalizzazione delle masse, carismatizzazione del potere e ideologizzazione profonda, in Italia come in altri paesi. Si sente molto l’influenza del Canetti di Massa e Potere, direi.

L’altra cosa che io trovo importante è questa: che questo libro, come già accennavo, potrebbe diventare il libro di riferimento sul Duce per il futuro.

La biografia ‘ufficiale’ di Mussolini è ovviamente quella di Renzo De Felice che però è sostanzialmente illeggibile: in parte per la mole, otto spessi volumi, e in parte perché De Felice scriveva piuttosto male e, a differenza di Scurati, era uno storico coscienzioso che doveva parlare di tutto e non era in grado di organizzare il materiale e al tempo stesso di mantenere un ‘personaggio’ Mussolini unitario. Il paragone con uno dei grandi libri del nostro tempo, la ancora incompiuta biografia del Presidente USA Lyndon B. Johnson che Robert Caro sta scrivendo da ormai quarant’anni è impietoso, poiché Caro, pur storicamente rigoroso all’estremo, ha una tempra da grande romanziere, come l’ebbero Gibbon e Michelet e Mommsen. Scurati non è a quei livelli – non c’è letteralmente nessuno, a quei livelli! – ma fa del suo meglio.

Ci sono numerose altre biografie del Duce – secondo me quella di Aurelio Lepre è buona – ma raramente hanno la vivacità e il gusto del Mussolini piccolo borghese (1950) di Paolo Monelli, opera ormai datata e un anche po’ stronza ma molto acuta sul versante psicologico. Non c’è una biografia di Mussolini rigorosa ma anche leggibile come un romanzo come ce n’è per Hitler – Bullock, Fest, Kershaw etc. Quindi Scurati si trova nella possibilità di segnare a porta vuota non solo rispetto agli altri romanzieri italiani ma anche rispetto agli storici, almeno fino a quando Mimmo Franzinelli non si decida finalmente a scriverla lui, che le doti le avrebbe, la biografia definitiva e standard.

Inoltre: il libro di Paolo Monelli che citavo prima è una biografia psicologica e questo mi ricorda un’altra brillante biografia del Duce, quella che Gaspare Giudice scrisse nel 1971 per la collana La Vita Sociale della Nuova Italia, della UTET. Quella di Giudice è una biografia ancor più che psicologica psicoanalitica (ma senza schematismi e piuttosto sottile) e infatti, a differenza delle altri, dedica moltissimo spazio all’infanzia, all’adolescenza e alla prima maturità di Mussolini e in più da per scontato, per il resto del volume, che gli eventi storici li sappiate già. E’ una vasta seduta di analisi, con centinaia di citazioni mussoliniane. L’obbiettivo è proprio, come per Monelli, l’uomo Mussolini.

Scurati invece sceglie di partire dal 1919 (anche se naturalmente vi sono continui riferimenti a eventi precedenti) e di concentrarsi quindi sull’Uomo di Potere col risultato di semplificare il personaggio del Duce, di renderlo meno sfumato e problematico ma piuttosto una creatura di appetiti e desideri, ben esemplificati dal suo rapporto totalmente anaffettivo con le donne, da Rachele alla Sarfatti a parecchie altre. In un certo senso, Scurati anima e incarna l’immagine pubblica di Mussolini più che Mussolini stesso. Più che Henry James tenta di rifare James Ellroy, che secondo me ha letto. Ma può essere che abbia ragione lui e siamo più semplici di quanto vorremmo.

All’epoca dell’uscita del primo volume vi fu chi si preoccupò che Scurati desse un’immagine troppo positiva del Duce e chi, al contrario, sperò la stessa cosa, un Mussolini libero dalla ‘vulgata resistenziale’ o del ‘buonismo radical chic politically correct’, come usano dire i fiancheggiatori. All’uscita del libro i primi furono parzialmente rassicurati – l’antifascismo era salvo – mentre i secondi furono molti delusi e Il Figlio del Secolo ebbe il dubbio onore di una stroncatura in prima pagina sul Corriere della Sera e un costante fiume d’odio sui social che non accenna a spegnersi. Perché il Mussolini di Scurati, l’Uomo di Potere, non è uno qualsiasi. Non lo esalta ma nemmeno lo sminuisce. Può essere un mostro ma non è certo uno stupido o un mediocre: è un personaggio a tutto tondo, nel senso che al termine da E. M. Forster, e l’unico rimpianto è che se a scrivere questo stesso libro fosse stato un autore di maggior talento di Antonio Scurati avremmo fra le mani un libro epocale. Ma pazienza, ci si accontenta. Lui ha avuto il coraggio di farlo quindi onore al merito.

Quando Umberto Eco scrisse Il Nome della Rosa e ottenne il successo mondiale che sappiamo, il suo sodale del Gruppo ’63 Alberto Arbasino spiegò il fatto che si trattasse di un romanzo molto diverso da quelli immaginati dall’avanguardia degli anni Sessanta con la necessità di rivolgersi a un pubblico di massa che dopo la debacle culturale degli anni post-68 non sapeva più niente: Eco ‘costruisce oggetti complessi che fanno un po’ paura agli incolti’ ma sostanzialmente lo fa a scopo pedagogico.

Sono passati quarant’anni e la situazione non è certo migliorata. Uno si può chiedere se la lingua dell’antifascismo non debba assomigliare di più a quella di Scurati, proprio per via delle sue imperfezioni, dei suoi effetti trash, dei suoi trucchi da film di supereroi. Magari non si può fare altrimenti, se ci vuole rivolgere a un pubblico più vasto e se la cosa ci sembra abbastanza importante perché forse aveva ragione G. K. Chesterton, che se una cosa vale la pena di farla vale la pena di farla male.

Ultimissima considerazione: un carattere strutturale del romanzo storico come della storia romanzata è che sappiamo come va a finire. Il talento del romanziere storico è quello di far apparire come una sorpresa quel che sappiamo benissimo sta per succedere.

Quindi questi primi due volumi, in cui Mussolini passa di successo in successo e supera tutte le crisi e gli ostacoli che si trova davanti fra il plauso delle masse italiane e dell’opinione pubblica mondiale, si leggono tenendo a mente lo sguardo allucinato dell’uomo smagrito appena liberato dai tedeschi a Campo Imperatore, per non parlare del cadavere appeso a un traliccio a Piazzale Loreto.

Il Mussolini delle ultime pagine, al vero culmine della sua parabola politica, ormai semi-divinizzato ma anche sempre più solo e diffidente verso tutto e tutti, è un Mussolini che forse sente il passo del futuro, che sa bene che il fascismo senza di lui crollerebbe in un attimo, anche perché sa che lo stiamo leggendo e sappiamo quel che sta per succedere. I personaggi storici, gli uomini della Provvidenza, sono sempre lì a guardarsi da sopra la spalla per vedere se qualcuno li sta guardando.

Nell’ultima pagina dell’Uomo della Provvidenza Mussolini visita la mostra del Decennale, un capolavoro di propaganda che mobilitò i migliori artisti e architetti dell’Italia fascista.

Per chi sa  tendere l’orecchio al luogo delle risonanze  – e Benito Mussolini, fosse pure incapace d’altro, questo lo sa fare  – il coro dei morti giunge alla Sala U non dal passato ma da un avvenire imminente.

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