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Non posso vivere senza di te

WIRECENTERLo scorso 10 dicembre su Repubblica Massimo Recalcati ha scritto una riflessione prendendo spunto dalla notizia della scomparsa di Giuseppe Mango e, poche ore dopo, di suo fratello Giovanni. La pubblichiamo in una versione leggermente diversa, ringraziando l’autore e la testata. (Nella foto, André e Dorine Gorz – Foto di Daniel Mordzinski)

Il nostro tempo esalta l’autonomia dell’Io come l’espressione più appagante della nostra libertà e considera la maturità psichica come la capacità di vivere nella più assoluta indipendenza, senza appoggiarsi all’altro. Questo mito della libertà come  pura negazione dei vincoli simbolici e affettivi, tende ad irridere su coloro che, al contrario, ammettono la loro vulnerabilità e la loro dipendenza dall’esistenza dell’altro. Alla luce della psicoanalisi il sogno di un soggetto che si fa il proprio nome da se stesso è un sogno puramente narcisistico. La vita umana è tale solo se sa riconoscere i propri rapporti di dipendenza senza negarli ferocemente. Senza la presenza dell’altro dell’amore la vita perde il suo senso.

Tuttavia esistono legami dove la presenza dell’amato si è a tal punto insediata in noi stessi che la nostra vita fatica a vivere senza questa presenza. Senza questa presenza essa precipita traumaticamente nel buio. Non necessariamente dobbiamo giudicare questi legami come patologici. Personalmente tendo a considerare assai più patologico chi vive dell’autosufficienza del proprio Io senza esporsi al rischio del legame. Si rilegga in questa luce, per fare un solo esempio, la struggente Lettera a D. di Andrè Gorz. La si rilegga senza pregiudizi né morali, né clinici.

È la storia di un amore grande e irripetibile. È la storia di una avventura vissuta dai due protagonisti senza riserve. È una storia che ha coinciso con la vita dei due protagonisti. Si può allora giudicare il gesto estremo di Gorz di seguire nel regno dei morti la sua donna persa a causa di una malattia mortale? Non sarebbe forse meglio in questi casi  tacere? Non sarebbe più opportuno sospendere ogni giudizio di fronte a qualcosa che non si può dire mai del tutto? Frequentemente l’esperienza ci mette di fronte alla impossibilità di chi sopravvive all’amato di continuare a vivere. Il suicidio, come nel caso di Gorz,  non è il solo modo in cui questa verità può emergere. Una morte di crepacuore, una malattia grave, un incidente mortale o una scompensazione psichica profonda possono essere espressioni differenti di questa stessa impossibilità. In questi casi l’assenza reale dell’amato risulta impensabile, traumatica, psichicamente indigeribile. Non si riesce a trasformare in una presenza simbolica ; la vita non può più continuare perché ha perso il suo fondamento.

Freud definiva con l’espressione “lavoro del lutto” la via alternativa a questo annientamento. Attraverso la fatica atroce di questo lavoro si può sopravvivere alla perdita dell’amato perché si riesce a trasformare l’assenza reale in una presenza simbolica; l’amato non è più di questo mondo, ma continua a vivere in noi e con noi.

Massimo Recalcati (1959) è uno psicoanalista lacaniano. Da anni affianca alla pratica clinica la scrittura: oltre a collaborare regolarmente con Il manifesto e la Repubblica, ha pubblicato numerosi saggi, fra cui Il complesso di Telemaco (Feltrinelli), Cosa resta del padre?, L’uomo senza inconscio e Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (Raffaello Cortina). A maggio 2013 è uscito per minimum fax il libro-intervista Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana a cura di Christian Raimo.
Commenti
22 Commenti a “Non posso vivere senza di te”
  1. Brenta scrive:

    finalmente anche la sinistra ha il suo Raffaele Morelli.
    (E Recalcati lo sa benissimo.)

  2. Brenta scrive:

    dimenticavo: la parola amore è maschile, almeno secondo la grammatica.

  3. Caterina scrive:

    certo che a paragonare Recalcati a Morelli ci vuole coraggio… E anche una pessima conoscenza della psicologia!

  4. Agnese scrive:

    Un articolo che mette con coraggio l’accento su alcuni aspetti dell’anima di cui è sempre difficile parlere

  5. gabriella scrive:

    Spero quanto meno che nel momento in cui Lei critica questi due professionisti abbia una qualche forma fi competenza in materia e non si tratti di una semplice “antipatia a pelle” frutto dei nostri tempi. Non stiamo parlando di fenomeni di costume qualsiasi bensì di studiosi dell’anima. Dopo aver introdotto alcune riflessioni di Massimo Recalcati con tantissimo orgoglio nella mia tesi di laurea, non posso fare altro che ringraziarlo. E approfitto per onorare anche il contributo opportuno e sempre discreto del dott. Morelli. Buona giornata

  6. Gianluca Garrapa scrive:

    grande massimo! grande lacan!

  7. Brenta scrive:

    gentile Gabriella, mi fa piacere che lei vada orgogliosa della sua tesi di laurea e che renda degni onori al prof. Morelli, ma, per quanto mi riguarda, “studioso dell’anima” è una qualifica che dal punto di vista professionale nonché da quello scientifico non vuol dire niente, e che non attaglia minimamente alle mansioni e alle competenze di uno psicoanalista e/o di uno psicoterapeuta (lasciamo stare lo psichiatra), a meno che ad entrambi non sia richiesta una laurea in Scienze dell’Anima. Cosa che non dubito il dott. Recalcati possa vantare nel suo curriculum.

  8. Riccardo scrive:

    Coraggio Brenta, ci parli delle sue competenze, delle sue lauree, non rifugga la sfida.

  9. Lucia De Santis scrive:

    Avevo iniziato a leggere questo articolo sul giornale convinta che fosse sul femminicidio.

  10. minima&moralia scrive:

    Abbiamo corretto l’errore su “un amore”. Scusate la distrazione, staremo più attenti. Grazie

  11. Brenta scrive:

    Riccardo, anche lei è laureato in Scienze dell’Anima? se è così, rifuggo immediatamente.

  12. gabriella scrive:

    E comunque le riflessioni nella mia tesi erano tratte dai testi del dott.Recalcati e il “contributo” del dottor Morelli a cui mi riferivo era simbolico. La sua presenza non disturba a mio parere in nessun luogo rivista o testo in cui compaiono i suoi interventi. Pazienza per lei!

  13. alessandra scrive:

    Dott. Recalcati, dott. Morelli: a quando un titolo nobiliare?

  14. gabriella scrive:

    Ma cosa avete contro queste due persone? Nobiltà è esagerato però non mi sembra trascorrano il loro tempo a vuoto

  15. Riccardo scrive:

    Ingegneria cara brenta, ma la sua rimane un mistero…

  16. Francesca Serra scrive:

    Le riflessioni di Recalcati, sempre diffondono luce sull’empietà dei dictat simbolici del nostro sistema. Ha fallito il capitalismo, il neo liberismo e la psicoanalisi.
    Recalcati non fa scempio dell’intelligenza che necessita di distillare pregiudizi e intuizioni formatesi sul mero nozionismo dei padri dell’occidente misogino e autarchico.
    Il suo pensiero mi ha offerto un setaccio di maglia fine per comprendere l’Altro.
    Di me non so nulla.
    E sempre tremo di fronte al mistero dell’altro.
    Possiamo solo stargli dietro ad una distanza che non sia mai quella giusta.
    I nostri sono amori imperfetti

  17. eleonora scrive:

    Quanta inutile gratuita aggressività, frutto dei nostri tempi. Buona giornata a tutti.

  18. S.G.F. scrive:

    Ho letto il testo con interesse, sollecitato soprattutto dallo spunto di partenza di cui parla Recalcati: la morte, a poca distanza di tempo di quella di Giuseppe Mango, di suo fratello Giovanni, un episodio questo che mi aveva particolarmente colpito.
    Forse ciascuno di noi ha conosciuto personalmente eventi del genere.
    Una morte nota che mi aveva in passato molto colpito, conosciuta dettagliatamente attraverso la splendida biografia romanzata di Vincent Van Gogh, “Brama di vivere”, scritta da Irving Stone, era quella di Theo, avvenuta sei mesi dopo dalla morte di suo fratello Vincent.

  19. Antonella scrive:

    Ho conosciuto Massimo Recalcati e lo stimo molto. Ammiro la sua profonda conoscenza dell’animo umano e l’umiltà con la quale esprime il suo pensiero.

  20. alessandra scrive:

    Umiltà per Recalcati è un parolone, francamente.

  21. Antonella scrive:

    Umiltà nell’esprimere un’opinione. Umiltà nella sospensione del giudizio sugli esseri umani.

  22. maurizio.lazzerini scrive:

    Ma gentilezza incoraggiamento e comprensione oltre le parole sono così difficili da manifestare.?

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