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Il teatro di Andrea Cosentino

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Questo pezzo è uscito su Paese Sera. Vi segnaliamo che domenica 13 ottobre Andrea Cosentino sarà alla Casa Internazionale delle Donne a Roma.

Non qui, non ora. Suona come un manifesto il titolo del nuovo spettacolo di Andrea Cosentino. Perché al centro della sua riflessione – ma anche di un certo grado di irrisione – c’è la contrapposizione tra arte contemporanea e teatro, tra performance e rappresentazione. Davvero due filosofie estetiche contrapposte? A dirlo non è Cosentino, o una delle sue maschere dialettali che stanno partecipando a un’ipotetica performance in un ipotetico museo (il romano caustico, il presunto viterbese che parla un improbabile dialetto), ma Marina Abramovic in persona, una delle icone dello star system dell’arte contemporanea. È dalle sue parole che prende forma la contrapposizione tra l’hic-et-nunc della performance e l’altrove ipotetico della rappresentazione teatrale, dove la “verità” e la “vita” sarebbero automaticamente dalla parte della prima.

Abramovic sintetizza questa “superiorità” dell’arte performativa con la seguente frase: “In teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, mentre nell’arte performativa il coltello è un vero coltello e il ketchup è sangue”. Una concezione che, tuttavia, ha trovato i suoi limiti nella parabola artistica della stessa Abramovic, che dopo aver sottoposto il proprio corpo a una serie di “iniezioni di realtà” per quarant’anni, sottoponendosi a ogni tipo di sperimentazione, si è resa conto – forse in modo un po’ tardivo – che per chi la sta a guardare tutto questo resta comunque spettacolo, intrattenimento. Si paga un biglietto e si guarda. E questo guardare non ti “cambia la vita” – come pretenderebbe il manuale del bravo artista performativo.

Ecco, il biglietto. È qui che risiede il più grande rimosso del discorso della Abramovic e, più in generale, dell’intero circuito dell’arte mainstream. Cosentino racconta di aver visto una performance della Abramovic a Milano, quella in cui l’artista restava di fronte al visitatore fissandolo e lasciandosi fissare. Cosentino paga quindici euro per partecipare – osservare gli altri soltanto costava cinque – e ricevendo in cambio un attestato in cui Marina Abramovic lo ringrazia entusiasticamente per la sua partecipazione. Peccato che il foglio sia un prestampato (dunque scritto prima che tutto ciò accada) e che anche la presenza della Abramovic sia poco più di un’astrazione (l’artista era fisicamente presente solo all’apertura, sostituita nei giorni successivi da un video). L’unica cosa reale è la firma: il brand. Quello che fa in modo che una tela tagliata valga milioni, e non sia semplicemente un oggetto inservibile, a patto che sotto ci sia la firma di Fontana – osserva caustico Cosentino. Il brand è ciò che dà valore. Così come il biglietto, che è poi una transazione monetaria con cui si acquista la partecipazione alla performance. Il denaro, il mercato: il grande rimosso.

Una volta svelato il rimosso, Andrea Cosentino ha gioco facile nel ridicolizzare gli effetti del “pensiero unico dell’arte”, dove il concetto si sostituisce all’oggetto e l’evento si sostituisce al sublime (Gianni Vattimo individua, tra le caratteristiche della “fine della modernità”, proprio l’incapacità dell’arte di connettersi al sublime, compensata dalla riscoperta della “partecipazione” del pubblico). E per farlo sceglie proprio le armi del teatro, quelle spuntate, di pezza – come in un recente lavoro di Roberto Latini – che non sono in grado di uccidere nessuno ma sono capaci di scendere in profondità.

Dopo aver impersonato strampalati visitatori e un ancor più stralunato critico d’arte, Cosentino ci fa vedere una serie di finti video di azioni performative, compiuti da deliranti cloni dell’Abramovic (Marina Aiutovic, Marina Appesovic e via dicendo), tutti interpretati dallo stesso Cosentino che indossa un vistoso naso finto e una parrucca nera da cui ricava una lunga treccia. Con un’estetica che ricorda un po’ i corti d’esordio di un altro geniale visionario che è Antonio Rezza. E con altrettanta genialità chiude questa prima uscita del suo nuovo lavoro: una performance in cui, vestito da Abramovic in versione fetish, si accoltella per davvero con un coltello finto – potremmo dire – spruzzando poi fiotti di ketchup al posto del sangue. Sangue finto ovviamente, con cui traccia per terra, con quel didascalismo naif proprio di certa arte visiva, la scritta che fa da etichetta al suo gesto performativo intriso di finto dolore: “Bua”.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
9 Commenti a “Il teatro di Andrea Cosentino”
  1. LM scrive:

    Cosentino ha grandi doti, intellettuali e attoriali. Il suo vero manifesto fu lo spettacolo Angelica, di qualche anno fa. Non ho visto lo spettacolo di cui si parla, ma se fa l’attacco alla Abramovic in maniera qualunquista, come qui descritto, a un’artista che a sua volta ironizza e demistifica, ha preso una cantonata. Ma non ci credo, continuo a pensare che i critici italiani di teatro ci capiscono poco…

  2. Emanuele scrive:

    segnalo che la data di presentazione del 13 ottobre è stata annullata (o meglio non è mai stata confermata, dopo che è saltata quella di domani per pioggia)

  3. Attilio Scarpellini scrive:

    Ha ragione LM: i critici italiani non capiscono nulla di teatro perché gli spettacoli li vanno a vedere. Così si lasciano influenzare. E’ meglio fare come lui: non vederli e pontificare lo stesso accusando chi li vede di non capirci nulla. Sapete com’è: Cosentino è un artista che “ironizza e demistifica”, la Abramovic è L’artista, e dunque ironizza e demistifica per eccellenza, l’unico sfigato con cui può prendersela un buon conformista acritico, che non vede, ma ipotizza, non pensa, ma continua a pensare, è Graziano Graziani, l’autore dell’articolo..

  4. LM scrive:

    Gentile Attilio Scarpellini, secondo lei sarei ridotto così male da prendermela con Graziano Graziani, che non so chi sia?

    Invece, mi dispiace confermarglielo, ho abbastanza esperienza e conoscenza per affermare con relativa certezza che i critici teatrali italiani di teatro ne capiscono poco. Ma non è colpa loro, è colpa del teatro, che si è troppo evoluto (o almeno si era…) rispetto alle loro capacità e competenze, forse si può dire anche rispetto al loro coraggio intellettuale (ma si che ci sono delle eccezioni… e lo sarete voialtri di sicuro) . Del resto storicamente si è trattato in gran parte di letterati (lei stesso, no?), da Savinio a Flaiano a Arbasino (che però fu uno dei primi a magnificare il lavoro di Carmelo Bene) a Davico Bonino (vergognoso nel suo mettersi contro l’estetica miracolosa di Carmelo Bene) a Almansi (idem) a Raboni a Fofi a Cordelli (lo dice lui stesso che quando fu assunto a Paese Sera non sapeva nulla di teatro, più o meno come ora… che si liberò un posto poco ambito… anche se è stato uno straordinario evidenziatore di doti attoriali, a partire da quelle di Roberto Benigni, che mi pare di ricordare fu lui per primo a recensire su un giornale importante nei primi anni ’70), tutta gente che di teatro, nel senso contemporaneo del termine, cioè non letterario, capirono e capiscono poco. Certo, ci sono stati anche i Vito Pandolfi, i Nicola Chiaromonte (mezzoletterato e molto altro) i Giuseppe Bartolucci, gli Oliviero Ponte di Pino (a sua volta un uomo di letteratura) se proprio vuole i Franco Quadri, ma chi se li ricorda più? Ci sono stati e ci sono studiosi importanti come Claudio Meldolesi (sua, se non ricordo male, la definizione di attore-autore, categoria nella quale rientravano Carlo Cecchi, Leo De Berardinis, Alfonso Santagata, Claudio Morganti ecc), Franco Ruffini, Piergiorgio Giacchè (e tanti altri); ma detto tra noi, oggi chi se li in….?

    La recensione più bella e significativa la fece del resto un economista filosofo come Geminello Alvi, una ventina di anni fa, su Finale di Partita di Carlo Cecchi, pubblicata in prima pagina su Repubblica (dopodiché, per quello che ricordo io, finale di partita della critica…).

    Le ripeto. Non conosco Graziani, ma conosco il lavoro di Andrea Cosentino abbastanza bene; so che è un attore e un teatrante atipico, come lo è Antonio Rezza (un po’ come lo fu Victor Cavallo), tutti e due (tre) grandi, anche nell’essere capaci di cadute qualunquiste… che però agli artisti vanno perdonate… Quello che non è perdonabile, al contrario, è secondo me l’interprete che asseconda la caduta qualunquista contenuta in uno spettacolo. Il compito dell’interprete, del critico, è semmai quello di dequalunquistizzare… se davvero stima l’artista di cui ci parla… E insomma, Scarpellini, non la sto a fare tanto lunga, i tempi sono questi qua: se davvero il critico vuole parlare di teatro come forma d’arte si deve decriticizzare…. Non so se sono stato chiaro…

    Carmelo Bene, che ho visto cacciare i critici dalla sala… preso al volo da wikipedia: « Io non ho davvero… rapporti con la critica. Sono loro che sono pagati per averne con me. Quindi per loro è un mestiere… Io non sono pagato per avere rapporti con loro… Per capire un poeta, un artista, ci vuole un altro poeta e ci vuole un altro artista… La critica vive dalle 22 alle 24, cioè due ore la sera. Non puoi due ore la sera capire quello che invece io continuo a vivere ora per ora »

    Per chiudere, gentile Attilio Scarpellini, non glielo devo insegnare io che Carmelo Bene si andò a cercare i suoi interpreti in artisti o poeti-pensatori che riteneva suoi pari, tra tutti Gilles Deleuze, Jean-Paul Manganaro, Pierre Klossowski e Piergiorgio Giacchè… E sarebbe il caso lo imparassero anche gli artisti teatrali di oggi, che coi critici dalla 22 alle 24 non ci si tira fuori nulla… e ci si ritrova a dover passare dal più avanzato teatro del mondo, quello italiano degli anni ’70, ’80 e ’90, al teatro di parrocchia e parrocchietta al quale stiamo assistendo, calpestato da giornalisti medesimi (Saviano, Travaglio, Scanzi e non so chi altro, si facessero fottere…); eseguito da modesti attori che chiamano teatro civile le loro soporifere orazioni; praticato di ripiego da attori di sceneggiati televisivi privi di contratti migliori; sabotato da comici che fanno ridere solo i loro commercialisti…. Teatro di parrocchia e parrocchietta che Carmelo Bene avrebbe aborrito e combattuto con tutte le sue forze (non cito nemmeno il residuo teatro di regia trombona e di attorialità trombona dei grandi teatri pubblici e privati, che Carmelo Bene ed Eduardo De Filippo, in una strana alleanza, avevano già sepolcrizzato…).

    Larry Massino, Accademia Inaffidabili; pezzo dedicato alla memoria di Antonio Neiviller, Carmelo Bene, Victor Cavallo e Perla Peragallo.

  5. Sergio Lo Gatto scrive:

    Caro LM (Larry Massino?),

    In qualità di “critico dalle 22 alle 24”, come lei di certo mi definirebbe, spendo due parole due per stupirmi qui pubblicamente di quale atteggiamento altezzoso lei usa per elencare tutti-ma-proprio-tutti i nomi che ricorda della critica e del teatro, quasi a fare di tutto per istituzionalizzare al meglio la propria posizione di commentatore di blog (ché se qualcuno non glielo avesse implicitamente richiesto, non avrebbe avuto cuore di firmarsi, chissà poi perché).

    Lei assicura di avere “abbastanza esperienza e conoscenza per affermare con relativa certezza che i critici teatrali italiani di teatro ne capiscono poco”. E poi per argomentare questa sicurezza si mette a parlare della critica e di un teatro che furono. Furono. E c’è anche una lista di motivi per cui non sono più. Motivi che non mi permetto io di dire legati a questioni di mediocrità o di eccellenza, ma di certo a “evoluzione”.
    Evoluzione di mezzi, di gusti, di linguaggi, di MEDIUM, soprattutto. Tutte cose che il suo commento non sembra avere alcuna intenzione di esplorare. Insomma, la pletora dei nomi elencati e di tutta la sua sapienza non riesce (accolga questa come una nota gratuita da parte di un attento lettore) in nessun modo a spiegare quella sua così categorica “conferma”.

    C’è una cosa di cui diffido di più di coloro che si fanno belli della propria dottrina (della quale non mi permetto di dubitare ma che qui si esprime soprattutto in elenchi, sentenze e aneddoti); e sono quelli che in nome di quell’atteggiamento spostano a proprio piacere un discorso. Al quale, per altro, si sono avvicinati di spontanea volontà. Lei disegna profili di artisti e critici che non hanno nulla a che vedere con ciò che sta accadendo *oggi* al teatro e alla critica teatrale, in questo o in altri paesi.

    Anche il solo fatto che non abbia mai sentito parlare di Graziano Graziani la pone in fondo in una posizione di svantaggio. Non tanto per la qualità del suo lavoro, che non ha bisogno di me o di Scarpellini per difendersi, ma perché rappresenta una delle firme che stanno invece lavorando assiduamente alla definizione analitica e approfondita di quel teatro di cui lei sentenzia che i critici sappiano poco. Ma poi che vuol dire “non è neppure colpa loro (poverini, sic!) ma del teatro che si è troppo evoluto”? Andiamo, su.

    In ogni caso da queste parti ci sono anche molti critici (o letterati, o giornalisti, veda lei), ne conosco molti personalmente, che dalle 22 alle 24 forse tentano di dormire, per riposare da quello che il resto della giornata è stato un lavoro.
    Ma tanto a lei dell’attualità importa poco, lei scriveva un commento “dedicato alla memoria”, dico bene?

    Grazie (sinceramente) di aver animato questi commenti. Fa bene a tutti.

    Sergio Lo Gatto

  6. Teardrop scrive:

    Artaud e Bene sono molto più contemporanei dei Paolini o dei Celestini.

  7. Attilio Scarpellini scrive:

    Caro Larry Massino, non ho mai pensato che lei sia “ridotto così male”, anzi fino a cinque minuti fa non pensavo niente di lei, visto che, nascosto dietro due lettere, non conoscevo neanche il suo nome: ho soltanto risposto a delle parole con altre parole, reagendo soprattutto alla noncuranza con cui lei assestava uno schiaffo en passant al lavoro di una persona che stimo, schiacciandolo sul mucchio selvaggio degli scrittori e degli scriventi che si interessano di teatro – perché sparare sul mucchio è sempre più facile. Le confesserò che è questa noncuranza nel distribuire attestati di inconsistenza e certificati di morte presunta che mi ha spinto a reagire: l’ho sempre trovata insopportabile, a un tempo fatua e poliziesca, l’anima peggiore delle avanguardie (quella che condividevano, non a caso, con i loro nemici novecenteschi). Ciò detto se il suo elenco voleva frastornarmi, mi dichiaro sinceramente frastornato, anche se non posso non riscontrare una contraddizione nel suo discorso: da una parte lei lamenta l’eccessiva presenza di letterati e semiletterati nella critica italiana (ma i critici d’occasione sono sempre esistiti, proprio perché il teatro è più aperto sullo spazio pubblico di altre arti: al suo elenco, volendo, mancano Gobetti, Gramsci e Léon Blum), dall’altra la critica che si ripiega sullo specifico del teatro, sulla sua autonomia estetica, visibilmente non l’appassiona, così poco che la recensione più bella e significativa secondo lei l’ha scritta, su Repubblica, un critico che più occasionale non poteva essere, Geminello Alvi. Quanto a Deleuze, Klossowsky, Manganaro, qualcuno potrebbe dirle che siamo nel campo della teoria critica più estrema e radicale, in una sorta di iper-critica, altro che decriticizzarsi. Quello che lei veramente lamenta, mi sembra, è la marginalità del discorso del teatro e sul teatro che lei definisce contemporaneo. Chi se li ricorda più certi nom, dice,i o addirittura chi se li in…basta aprire un giornale, del resto, per darle ragione e torto insieme: ragione perché il teatro occupa un posto marginale nella comunicazione attuale e il pensiero critico, di tutte le risme e di tutte le taglie, lo segue a ruota se non l’ha preceduto. Torto, perché è proprio il contemporaneo come categoria (non posso neanche definirla estetica, perché non è estetica, Nancy l’ha chiarito anche troppo bene, ) a segnare questa sua emarginazione nell’era dei grandi numeri e degli eventi sold-out egemonizzati da curatori e comunicatori. L’ironia dell’ironia di un artista come Cosentino, che della marginalità ha fatto la sua casa, lo rende fatalmente “scontemporaneo” (come tutto il teatro, d’ar,te a pensarci bene, è), soprattutto quando utilizza le armi del comico: il comico comporta sempre una caduta nella qualunquistica ottusità del referente, un inciampo dell’infinito nel finito, una poesia non prevista e non addomesticabile con i soli strumenti della cultura, neanche con quelli della demistificazione e dell’ironia (su cui proprio Chiaromonte ha scritto pagine memorabili: mistificante è la Tradizione ormai sconquassata, ma è mistificante anche il Progresso…). A seguire il suo ragionamento ci si smarrisce subito, col rischio di non notare, tra tutto quello che cita, quello che omette: il paesaggio che lei traccia del teatro degli anni zero, ad esempio, è una caricatura filtrata da quel poco che di esso affiora sui media e come tutti gli esperti di foreste lei finisce con l’ignorare gli alberi. Claudio Morganti, Danio Manfredini, Massimiliano Civica, Babilonia Teatri, Daniele Timpano, Lucia Calamaro, Gaetano Ventriglia, Roberto Latini (un allievo di Perla Peragallo…)Accademia degli Artefatti, Deflorian-Tagliarini, Muta Imago, Santa-Sangre , Meno Venti (e cito a bella posta, in ordine sparso e incompleto, artisti diversi per generazione e per poetiche) esistono, proprio come Cosentino e Rezza, e non rispondono “a nessuna delle caratteristiche di subalternità culturale che lei giustamente denuncia. in quella parodia di scena “calpestata da giornalisti”, profanata dal rumore bianco della cultura di massa. I critici come Graziano Graziani li seguono passo passo, condividono il loro stesso margine e una vita molto più frugale ed eremitica di quella socialmente gloriosa di cui lei fornisce lo spaccato con una nostalgia che trasuda da ogni riga, indulgente con la memoria, spietata con il presente, insomma condivisibile e colpevole come tutte le nostalgie che si rispettino quando si mettono a intonare il loro “c’era una volta” (nel bordello dello storicismo). Mi risparmi però la derisione delle eccezioni (che confermano sempre la regola) e dei critici uomini d’onore: io dalle 22 alle 24 soltamente dormo. Ma sono disposto a svegliarmi per andare a teatro assieme a lei e a discutere, per cominciare, di quello che c’è (e anche, naturalmente, di quello che non c’è)
    un saluto
    attilio

    ps. Anche Fofi, Cordelli, Giacché continuano a scrivere e a pensare, bloccarli in una foto d’epoca , crocifiggerli in una stagione, mi pare riduttivo, oltre che ingiusto: molti di “noialtri “continuano ad avere con loro un’interlocuzione, diretta o a distanza, segno che essere “contemporanei” vuol dire molte cose

  8. christa scrive:

    attendo vs comunicati

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