rb

Non scrivere di letteratura

di Christian Raimo

Nel Gaucho insopportabile di Roberto Bolaño c’è un romanziere, che è l’ultimo di una serie di poeti e letterati che infestano le pagine bolañesche – da Sensini, l’autore che campa grazie ai premi letterari nel primo racconto di Chiamate telefoniche a poeti realvisceralisti dei Detective selvaggi alla congerie interminabile di affiliati a una tradizione inventata come quella della Letteratura nazista in America al comico gruppo di studiosi che si amano e si fanno dispetti adolescenziali nella “Parte dei critici” di 2666 – nel racconto che s’intitola “Il viaggio di Alvaro Rousselot”, c’è questo scrittore argentino che pubblica un romanzo intitolato Solitudine, che ha poco successo. Sette anni dopo però esce un film di un regista francese, chiamato Guy Morini, che sembra avere una chiara, eccessiva ispirazione dal romanzo di Rousselot. Che fare? Accusare l’autore di plagio? Il bello è che questa coincidenza capita anche con il secondo romanzo di Rousselot – Morini ha girato un altro film che sembra proprio tratto dal libro – e a quel punto pare impossibile credere al caso. Quando esce il terzo film di Morini, Rousselot – che ancora non ha deciso di denunciarlo – va a vederlo in sala, e ammette che questa volta invece il film non ha nulla a che fare con i suoi lavori. Cosa pensare? Essere sollevati o essere dispiaciuti?
Una sensazione simile la provo io a scrivere questa recensione, percepisco come un leggero senso di colpa per un motivo forse troppo personale da condividere su un giornale. Bolaño è uno scrittore che – non so come dirlo per non sembrare iperbolico – mi ha spesso salvato la vita. Ossia ha fatto sì che in momenti di tristezza corrosiva, di alienazione, nella difficoltà di sentirsi affratellati a qualcuno o a qualcosa, potessi trovare invece nelle sue storie e nei suoi personaggi quello che sempre ho cercato nella letteratura: la possibilità, la perfetta possibilità di un mondo migliore di quello in cui vivo. E non perché il mondo di Bolaño sia popolato da esseri meravigliosi o anche solo moderatamente felici o visionari – è pieno anzi di poeti squattrinati, poliziotti ossessivi, puttane bislacche a cui va quasi tutto male – ma è per l’ironia con cui riescono a guardare al dolore, al tradimento, alla morte. Anche con Il gaucho insopportabile il desiderio che mi scatena Bolaño non è solo di leggerlo ancora e ancora (questa raccolta di racconti postuma ne segue un’altra bellissima e postuma, Puttane assassine), ma di costruire – come il personaggio del “Caso Kugelmas” di Woody Allen – una macchina per entrare nei suoi libri, e poter imparare da quei personaggi questa leggerezza malinconica che è la loro piena umanità: la capacità di rimuginare sulle proprie meschinità, la spinta a peregrinare nel mondo per inseguire i propri ridicoli dubbi maniacali, il lasciarsi deragliare, il desiderio irrinunciabile di passare tanto tempo insieme. Un’educazione all’umanità, che vuol dire alla consapevolezza della solitudine, e della solitudine acuta degli artisti (“per il nostro popolo l’arte e il godimento dell’opera d’arte sono un esercizio impossibile, per cui le eccezioni, quelli diversi scarseggiano e se per esempio arriva un poeta o un declamatore, la cosa più probabile è che non nasca un poeta o un declamatore fino alla generazione successiva, per cui il poeta si vede privato dell’unico che potrebbe forse apprezzare i suoi sforzi”), al senso più pieno della bellezza.
Mi dispiace scrivere questa recensione al Gaucho insopportabile perché sento riecheggiare dentro di me una specie di consiglio che forse mi darebbe fraternamente Bolaño o una delle sue incarnazioni letterarie: perché sprechi il tempo a scrivere di critica letteraria, perché non parli di libri, di letteratura, facendo letteratura? Nessun autore contemporaneo è stato così capace nel mostrare un amore perentorio, spesso feticistico per la letteratura, non essendo mai serio fino in fondo, rispettando del campo letterario la sua regola principale: si tratta di un gioco. Allora, caro Roberto, oplà.

(questa recensione è uscita su TTL dell’8 aprile 2017)

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
2 Commenti a “Non scrivere di letteratura”
  1. Lalo Cura scrive:

    perché sprechi il tempo a scrivere di critica letteraria, perché non parli di libri, di letteratura, facendo letteratura?

    e già: perché?

  2. Daniel Di Schuler scrive:

    In qualunque arte, ci sono due cose che distinguono il capolavoro: la coerenza formale e l’equilibrio tra forza e leggerezza. Sopra spieghi, benissimo, perché i libri di Bolaño siano, appunto, dei capolavori. Per il resto, non so se sia un autore salvavita: altri, forse, offrono maggiori consolazioni. Se sei uno scrittore, però, leggerlo ti cambia per sempre. Dopo averlo fatto, hai solo due scelte: o smetti, perché non sarai mai come lui, o torni subito alla tastiera per fare come lui. Per scrivere sapendo che quella è la tua, permettimi il parolone e la citazione montaliana, ontologia.

Aggiungi un commento