Non si muove una foglia

di Antonio Pascale

Domanda: ci sono elementi che potrebbero indicare uno stato di sofferenza del clan dei casalesi? Maurizio Avallone, capo della DIA di Napoli, durante una conferenza, ha rivelato il contenuto di alcune intercettazioni. Da un po’ di tempo i camorristi si lamentano: non ci sono soldi per la benzina, né per pagare gli stipendi. Siano di fronte, dunque, a una crisi economica di così vasta portata che sia i camorristi sia le forze dell’ordine si lamentano delle stesse cose?
Le cause sono diverse. Più precisamente, in questi anni è aumentato il numero dei sequestri di beni della camorra. Ai clan sono stati tolti molti capitali fissi attraverso i quali venivano finanziate le normali attività, come dire, amministrative. Ora, l’immaginario cinematografico ha preferito raccontare i boss, dunque, per un automatismo, alla parola camorra associamo le ville pacchiane e lo spreco indefesso di denaro. Ma se spostiamo il nostro obiettivo dall’alto al basso ed esaminiamo la vita quotidiana della manovalanza di camorra, dobbiamo convenire intorno a un giudizio: la maggior parte degli appartenenti ai clan fa una vita di merda. Non hanno stipendi così alti, sono infatti equiparabili a quelli dei normali impiegati di livello medio-alto. E poi la manovalanza vive nell’incubo della contabilità. Devono conteggiare le ditte sul territorio, ordinare le loro attività, pedinare gli imprenditori, cercare quegli amministratori o quei politici corruttibili, e non hanno orari, non ci sono feste. E adesso stanno finendo i soldi.
Oltre alla crisi economica, c’è un altro aspetto da considerare: siamo di fronte alla seconda generazione di camorristi. Prima però un breve riepilogo. Il clan dei casalesi è cresciuto nel giro di un paio di decenni. Si è fortificato durante gli anni ’80 e parte degli anni ’90. Per lungo tempo nessuno ha mai indagato sulle loro attività. Chiaro, noi che abitavamo in quelle zone (Caserta e dintorni) sapevamo che esistevano “i casalesi”, che era obbligatorio pagare il dazio, però, come si dice, c’erano gli indizi ma mancavano le prove. Finché alcuni collaboratori di giustizia non hanno cominciato a raccontare. Sulle prime anche gli investigatori si sono trovati in difficoltà. I camorristi parlavano in un dialetto stretto e incomprensibile, e soprattutto abitavano in dei luoghi strani: dove stavano questi paesi? Poi gli investigatori hanno cominciato ad orientarsi e infine le due tranche del processo Spartacus hanno dato un duro colpo al clan.
Torniamo all’oggi. Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino, anche lei sotto scorta, sta ragionando da tempo attorno alla questione della seconda generazione. Ovvero quella dei figli. I vecchi boss per la maggior parte sono in galera, hanno parecchi anni da scontare. I figli, quindi, sono figure tragiche. Dovrebbero sostenere il peso della tradizione di famiglia ma non sempre ne sono capaci. Sembrano bloccati, qualche volta giunge voce che i padri dal carcere spingano i figli a fuggire. Dunque, mai come questo momento, la camorra casalese può essere vulnerabile.
Molto camorristi lo sanno: stanno perdendo terreno. Anche per questo tentano strade diverse. Per esempio, prendono contatti con molti imprenditori, del centro nord. Anche qui si tratta di figli di vecchi imprenditori, ora in crisi. Sono proprio gli imprenditori a cercare i camorristi per ottenere soldi. Se questa strategia andasse avanti, cioè si consolidasse ’unione tra i figli, camorristi-imprenditori, si perderebbe un’occasione importante: togliere potere e fascino, qui e ora, alla seconda generazione. Interrompere la tradizione. Ci vuole un piano unitario, strategico e politico.
Politico, appunto. Non abbiamo mai fatto i conti con le complicità politiche. Applaudiamo tutti – e giustamente – quando arrestano un killer sanguinario come Setola, che per mesi ha messo a ferro e fuoco la provincia casertana, ma non riusciamo ancora a spegnere le complicità di alto livello: quelle politiche. Per esempio, nel novembre del 2009 il Gip Raffaele Piccirillo emise un’ordinanza di custodia cautelare (confermata due volte in Cassazione, l’ultima dicembre 2010) nei confronti di Nicola Cosentino. L’onorevole è accusato di complicità con il clan dei casalesi. L’ordinanza conta 360 pagine. È una ricostruzione precisa (qualche editore dovrebbe pubblicarla). Personalmente non mi esalto a vedere la gente in prigione, però attraverso questa ordinanza possiamo farci un’idea precisa del quadro d’insieme e dei rapporti tra camorra e politica, e quanto meno dovrebbero venirci dei ragionevoli dubbi. In questi casi, dato per scontato la presunzione d’innocenza dell’imputato, è necessario usare una virtù cardinale, nonché una strategia politica: la prudenza. Davvero sarebbe un atto di prudenza, lottare per le dimissioni di Cosentino. E invece, provate a fare un semplice esperimento, andate in Campania e chiedete di lui, vi risponderanno: qui non si muove una foglia che Cosentino non voglia. E allora, che si fa?

Questo articolo è uscito per il Post

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