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Non spargere lacrime. Conversazione con Patricio Pron

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Patricio Pron, scrittore argentino che da anni vive a Madrid, si è imposto da tempo come una delle penne più acute e intriganti della letteratura sudamericana.

Tradotto in dodici lingue, pluripremiato (ricordiamo il Premio Cálamo Extraordinario 2016), viene riproprosto in italia dalla casa editrice Gran Via col romanzo Non spargere lacrime.

Un libro che (dobbiamo dire, purtroppo) è di impressionante attualità: ambientato in Italia, in un arco temporale che va dal 1945 ai giorni nostri, passando per l’epoca incendiaria degli anni di piombo, è strutturato con particolare acume e affronta le contraddizioni dilanianti e mai risolte del tessuto ideologico del Dopoguerra.

Due sono le trame che si avvolgono, su figure politicamente antitetiche ma accomunate dall’esaltazione giovanile e il sentimento di un’incombente, irreparabile sconfitta (Pron nelle sue presentazioni italiane del libro ha citato una sentenza celebre di Bufalino (“I vincitori non sanno quello che perdono”): da un lato si racconta di un improbabile e fallimentare Congresso degli Scrittori Fascisti nel 1945, a ridosso della Liberazione; dall’altro si attraversa l’arco narrativo da tre generazioni della famiglia Linden, segnate dalla militanza politica nella sinistra estrema, prima nella Resistenza, poi nelle Brigate Rosse e poi nei movimenti antagonisti contemporanei.

Nessun revisionismo elegante alla Buttafuoco, nessun compiacimento rossobruno, state tranquilli.

Il libro è un’intelligente analisi della perenne dialettica tra purezza ideale e violenza politica (còlto da Dylan fin dal secondo verso della sua memorabile Love Minus Zero/no limit).

Come scrive con grande lucidità Francesco Fava in una sua recensione: “Non spargere lacrime, d’altro canto, è anche un gioco – e una ponderata provocazione – sul vero e sul falso, sull’originale e sul plagio, la cui fitta trama metaletteraria rimescola con divertita malizia scrittori fittizi e scrittori reali, testi apocrifi, citazioni plausibili ma false, o inverosimili ma storicamente attestate. Testi e personaggi che ruotano attorno, tutti, alla medesima perdita dell’innocenza, la scoperta amara di avere trasformato “la letteratura in politica, e poi la politica in delitto”: una frase in cui si condensa il cuore del romanzo, e un’idea nata all’ombra dell’intuizione di Ricardo Piglia, che nel suo noto saggio su Romanzo e complotto (2006) ebbe a osservare che “l’avanguardia artistica si delinea chiaramente come una versione cospirativa della politica e dell’arte”. Inventando biografie di avanguardisti perugini sul crepuscolo del regime fascista, Pron si colloca in una genealogia di cospiratori letterari tra i quali certo si dovrà annoverare anche Roberto Bolaño.

Il romanzo richiama infatti inevitabilmente, su un piano immediato e più superficiale La letteratura nazista in America, ma ancor più, per la sua struttura composita, l’architettura di I detective selvaggi. Un limite del libro si ravvisa forse proprio in una discendenza così riconoscibile e in un vago sentore di “costruzione a tavolino” che, in altre voci dell’attuale panorama ispanoamericano, sfocia talvolta nel cliché, nel manierismo. Non spargere lacrime si salva però da questo rischio grazie a due qualità che Patricio Pron possiede in dosi tutt’altro che omeopatiche e dispensa a piene mani nel testo: il coraggio e la fantasia, tratti distintivi di uno scrittore di sicuro talento che converrà continuare a tenere d’occhio”.

Abbiamo avuto occasione di conversare con Pron sul suo romanzo, intrigante a livello formale ma, ripetiamo, soprattutto di inquietante attualità.

Come è nata l’ispirazione del romanzo?

Ho iniziato a pensare al romanzo durante una visita alla casa di Pablo Neruda a Santiago del Cile; lì, vedendo la grande quantità di testimonianze della sua presenza al Congresso di Scrittori Antifascisti di Valencia nel 1937, ho cominciato a fantasticare sulla possibilità di un congresso di segno contrario, una riunione di scrittori fascisti. Ho iniziato anche a riflettere sul fatto che l’aspirazione di “unire arte e vita” non è esclusiva del fascismo e arriva fino ai giorni nostri: ho maturato così l’idea di poter scrivere un libro apparentemente sul passato,il cui vero tema fosse il presente, il modo in cui intendiamo arte e vita oggigiorno. Il libro è nato da lì.

Quanto è fantasia e quanto è reale nella tua ricostruzione?

Credo ci sia molto di entrambe le cose, anche se a prevalere in questo libro è soprattutto la realtà. Ho fatto moltissime ricerche e mi sono reso conto strada facendo che io, convinto di essere un esperto delle letterature “eccentriche” come quella fascista, in realtà non ne sapevo abbastanza sul tema, che è ampissimo. Ho cercato poi di fare in modo che tutta questa documentazione non fosse un ostacolo per il lettore, ma ho dovuto includerla comunque, soprattutto per dimostrare al lettore che i personaggi più assurdi del libro, i progetti artistici più strampalati che vengono menzionati, le dichiarazioni roboanti e inappropriate, non erano frutto dell’invenzione bensìla pura e dura (e ridicola) realtà di un momento storico in cui quello che gli scrittori avevano da dire era “importante” per la società, mentre oggi non è più così.

In questo momento di crescente onda populista e neofascistoide, quanto è importante conoscere anche gli aspetti culturali di quell’epoca, la fascinazione di intellettuali importanti per quell’ideologia, per comprendere e decostuirne i meccanismi di persuasione?

Non spargere lacrime per chiunque viva in queste strade non è un’opera didattica, ma condivide inevitabilmente questo presente così simile al passato: se c’è una lezione politica che si può estrapolare dal libro è che l’estetica che il potere si attribuisce non deve distrarci dalla sua vera natura, che è brutale. A volte il potere si finge elitario, altre volte cerca di essere “popolare”, ma la sua natura è sempre la stessa e consiste nell’oppressione dei più deboli: la sostanza è la stessa, ma diversi sono i modi in cui esercita l’oppressione e, di conseguenza, devono cambiare anche i modi di affrontarlo. Ebbene, affrontarlo è assolutamente inevitabile perché da questo confronto dipende non solo il nostro destino, ma anche quello di chi ci circonda. Leggere, scrivere, partecipare ai dialoghi che la letteratura e l’arte generano, presuppone l’accesso agli strumenti di questo confronto, almeno in parte.

Ci sono autori di quel periodo che ti interessano particolarmente?

Sì, e molti. Naturalmente non perché fossero fascisti, ma perché furono degli ottimi scrittori. So bene che non è facile distinguere tra autore e opera (e, di conseguenza, tra l’ideologia dello scrittore e quella del suo lavoro, che non sempre coincidono), ma questa distinzione è di fondamentale importanza per non limitarsi a un ritaglio parziale e tendenzioso della letteratura, non solo di quel periodo.

Quali sono gli scrittori ai quali ti ispiri?

Sempre molti. Potrei dire che i miei punti di riferimento sono Jorge Luis Borges, Flannery O’Connor, César Aira, Ricardo Piglia, Flann O’Brien, James Joyce, Macedonio Fernández, Marcel Duchamp, Georges Perec e Raymond Queneau; ma la verità è che credo di essere arrivato fin qui grazie a tutti i libri che ho letto, anche quelli brutti o che non ricordo. I libri che scrivo non si scrivono con una visione parziale e canonica di ciò che è la letteratura, ma con un desiderio di totalità, di essere ciascuno un mondo con le proprie regole specifiche.

Ci sono autori contemporanei che senti affini?

Certo: Alan Pauls, Ian McEwan, Amy Hempel, Daniel Clowes, Leanne Shapton, Lorrie Moore, George Saunders, Tobias Wolff, Patrick Modiano, Enrique Vila-Matas, Javier Marías, Peter Stamm, Herta Müller, Alice Munro, Clemens J. Setz, Daniel Kehlmann, Niccolò Ammaniti, Peer Peterson, Ermanno Cavazzoni, Claudio Magris, per citarne alcuni.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Un nuovo libro di racconti, un altro romanzo e una mostra.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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