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Come il (non) tema dell’immigrazione sta monopolizzando la campagna elettorale

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(fonte immagine)

di Federico Sardo

Se c’è una cosa sulla quale tutti i commentatori sono d’accordo, al punto da essere diventata un luogo comune alla “non esistono più le mezze stagioni”, è che stiamo vivendo una campagna elettorale orribile.

Uno dei problemi principali è che si sta incentrando pressoché esclusivamente, anziché su tematiche importanti e pressanti come quelle del lavoro o dell’ambiente, sulla “paura dell’immigrato”.

È ovvio che se passa l’idea che questo sia il principale problema dell’Italia sicuramente andremo incontro a un successo delle destre, che se viene assecondato questo tipo di narrazione la sinistra non ha alcuna possibilità di vincere.

Ma è vero che stiamo vivendo un’invasione?

I numeri sembrano raccontare una storia diversa.

Le statistiche ci dicono che nel 2017 l’immigrazione è stata in netto calo rispetto all’anno precedente, che in Italia vivono circa 6 milioni di stranieri, la stragrande maggioranza regolari, e che ci sono 2,4 rifugiati per ogni mille abitanti, la percentuale più bassa d’Europa dopo Grecia e Regno Unito (Austria e Norvegia stanno oltre al 10, Malta al 18 e la Svezia al 23,4%).

Come riporta Il Post: “L’ultima stima affidabile sul numero di stranieri che risiedono irregolarmente sul nostro territorio è quella della fondazione ISMU, che nel gennaio del 2016 li stimava in circa 435 mila, ma ne circolano anche di più alte. Solitamente in Europa si considera che gli irregolari siano circa il 10 per cento dei regolari (l’ISMU ha stimato l’8 per cento dei regolari)”.

Qualsiasi numero insomma dice che siamo molto lontani da qualsiasi tipo di invasione raccontata.

Esiste però un’altra statistica interessante, che è quella che riguarda l’immigrazione percepita. In Italia la percezione è quella di un numero più che triplo rispetto a quello reale.

Questa situazione è figlia di una narrazione tossica, che in un’epoca di impazzimento collettivo per la questione “fake news” forse meriterebbe più attenzione: una paura costruita giorno per giorno, con l’appoggio di molte forze politiche, da parte di quotidiani, telegiornali e programmi televisivi come l’incredibile Dalla vostra parte, che ogni giorno presentano un bollettino che fa risalire all’immigrato (ultimo gradino della catena sociale, senza diritti e senza difese, perché come non conviene a nessuno difenderli) praticamente tutti i mali del mondo.

Si tratta di gente che se non scappa dalle guerre scappa dalla povertà, e non è meno grave. Scappano non certo volentieri e non certo facilmente da situazioni estreme (e noi europei che per secoli siamo andati a casa loro a fare razzia dovremmo pensarci bene), per venire a cercare tra mille difficoltà (quella dei trentacinque euro al giorno non è altro che una delle tante bufale che girano sul tema) una vita appena più decente.

Che ci siano immigrati che delinquono è fisiologico, ma il problema non è l’etnia o il colore della pelle (se si pensa altrimenti… beh, è la definizione tecnica di razzismo, e gli italiani per come sono stati visti in tutto il mondo dovrebbero saperlo bene) ma è la povertà, e questo non dovremmo mai dimenticarcelo, se vogliamo essere persone ragionevoli e non vittime degli sciacalli politici di turno. Come non dovremmo dimenticare che il ruolo della politica nelle democrazie dovrebbe essere quello di combattere la povertà, non i poveri.

Se questo atteggiamento dovesse essere bollato come generalmente “radical chic” e lontano da chi vive ogni giorno una realtà di disagio, mi si conceda dopo tanti numeri un dato non statistico: vedo ogni giorno lamentarsi di presunte invasioni, che non li toccano in alcun modo, un sacco di persone che vivono in ottimi quartieri e che i migranti li hanno visti solo alla televisione – mentre le persone che nelle zone “difficili” ci vivono sembrano avere un atteggiamento diverso.

Tornando ai numeri, all’aumento dell’immigrazione in Italia non corrisponde un aumento della criminalità, come fa notare ancora una volta Il Post (“Prendiamo il periodo fra il 2007 e il 2015. In questo periodo il numero degli stranieri residenti in Italia è passato da circa 3 milioni a poco più di 5. Nel frattempo, tutti i principali indicatori con cui misuriamo la criminalità sono diminuiti. Il numero delle denunce di delitti – cioè dei reati più gravi – è passato da 2,9 milioni a 2,6. Sono diminuiti gli omicidi, che non sono mai stati così pochi dall’unità d’Italia, ma anche le rapine e le violenze sessuali, passate dalle quasi cinquemila alle quattromila del 2015. Il numero dei furti è rimasto sostanzialmente invariato”) e lo stesso capo della Polizia (“i numeri parlano chiaro: non c’è stato alcun incremento di reati rispetto all’aumento della presenza di immigrati”).

Ma se il problema è la povertà, un’altra questione che si sente spesso sollevare è quella che dice che però, con tutti i problemi che già hanno gli italiani, non è possibile aiutare anche altre persone.

In realtà l’unico effetto reale che ha l’immigrazione in Italia è, come puntualizzato dal presidente dell’INPS Tito Boeri, la possibilità di pagare le pensioni proprio agli italiani, dal momento che quella degli stranieri è una categoria che dà alla previdenza sociale più di quanto riceve.

In mezzo a questo impazzimento mediatico e alle strumentalizzazioni politiche (che poi vedremo meglio analizzando le reazioni alla sparatoria di Macerata), l’elefante nella stanza è il Partito Democratico, fino a poco tempo fa il primo partito d’Italia, e a capo delle coalizioni che hanno governato il nostro Paese negli ultimi anni.

Leggendo i commenti in giro la situazione è abbastanza paradossale, e richiama sempre alle solite, eterne divisioni interne: ci troviamo di fronte a un PD di Schrödinger, che come il gatto del famoso esperimento (allo stesso tempo morto e vivo), con una mano sembra essere un partito para-fascista, autore di politiche disumane, mentre dall’altra parte sembra essere l’origine di tutti i mali che derivano da un’immigrazione incontrollata.

Da sinistra viene attaccato per le dichiarazioni e i provvedimenti del ministro Minniti, mentre da tutte le altre parti (e nella percezione più “popolare”) viene attaccato per tutto il resto, considerato “amico degli immigrati”, “fatti venire in Italia dal PD” e identificato con le posizioni, spesso inventate, attribuite a Laura Boldrini (mai un esponente politico è stato così apertamente odiato nel dopoguerra), già portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. È proprio la presidente della Camera a rilevare giustamente che, con buona pace di tutti, la legge in vigore sull’immigrazione è ancora la Bossi-Fini.

La cosa che mi ha colpito di più dopo gli orribili fatti di Macerata sono state le reazioni politiche, il segnale più evidente di un clima ormai irrimediabilmente compromesso.

Mi aspettavo una ovvia, risaputa, stravista, condanna unanime. Quel tipo di reazione sulla quale già trent’anni fa si ironizzava come “lo Stato che fa? Si costerna, si indigna, si impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Una condanna almeno di facciata, quella minima civiltà che sembrerebbe dovuta rispetto a un evento come questo.

Giova forse ricordare che la sparatoria fascista messa in atto da Luca Traini e che ha ferito Jennifer Otioto, Gideon Azeke, Mahamadou Toure, Wilson Kofi, Festus Omagbon e Omar Fadera non è quella del negoziante vittima di una rapina, che siamo già abituati a vedere difeso dalle destre, ma un’azione contro persone a caso, con nessuna colpa se non il colore della pelle.

Ci si sarebbe aspettati quindi, come minimo, che chiunque prendesse le distanze e condannasse “senza se e senza ma” un gesto del genere.

E invece i ma ci sono stati eccome.

Il caso più eclatante è sicuramente stato quello di Forza Nuova, che con una mossa ai limiti della rivendicazione ha espresso “solidarietà e vicinanza” non alle vittime ma all’autore della sparatoria, e si offre di pagarne le spese legali. È normale che un’organizzazione politica legittima e riconosciuta possa rilasciare dichiarazioni di questo tipo senza che vengano presi provvedimenti istituzionali?

Non lo so, ma già i commenti che si sono letti in giro, quelli delle persone comuni, hanno mostrato una situazione davvero preoccupante: il sentimento più diffuso (anche escludendo quelli che addirittura celebrano il gesto, e sono sorprendentemente tanti) sembra essere quello – non a caso rilanciato anche da Fratelli D’Italia e Lega (il cui segretario nel febbraio di un anno fa dichiarava questo) – che, certo, sparare a delle persone a caso non è un bel gesto, ma la situazione è fuori controllo e la gente è esasperata.

Da cosa? Da dei tizi che stavano al mercato a farsi gli affari loro? No, dall’immigrazione, in generale. Il grande spauracchio dei nostri tempi.

Con ogni probabilità non è un caso che le reazioni politiche a questi fatti siano state così pericolosamente vicine a quelle di una giustificazione: la cosa più preoccupante è che probabilmente queste reazioni vogliono interpretare il sentimento popolare. I politici sanno che conviene lasciare da parte il rispetto delle minime leggi di convivenza civile e l’umanità, in favore di dichiarazioni che vadano a solleticare la famosa pancia del paese.

Ci sarebbe molto da riflettere sul fatto che anche Silvio Berlusconi, nel giorno dopo la sparatoria, abbia dichiarato: “Oggi in Italia si contano almeno 630 mila migranti di cui solo il 5 per cento, e cioè 30 mila, ha diritto di restare in quanto rifugiati e cioè fuggiti da guerra e morte. Gli altri 600 mila sono una bomba sociale pronta a esplodere, perché vivono di espedienti e di reati”.

Berlusconi è un contenitore vuoto, non ha una vera idea politica, passa tranquillamente dal neoliberismo spinto al protezionismo localista, dall’europeismo a Salvini, dalle battaglie animaliste a qualsiasi cosa possa fargli comodo in quel momento. È una persona che si è messa in politica per potersi fare gli affari suoi e dicendo agli italiani quello che vogliono sentirsi dire: è molto significativo il fatto che proprio in questo momento abbia rilasciato una delle dichiarazioni più radicali della sua intera carriera politica.

In questo contesto è stato anche Renzi a non aiutare, parlando – al fianco di dichiarazioni da “responsabile statista” – di “pistoleri che non possono portare giustizia”, anche se qui non c’è nulla del genere, ma un fascista che mira a provocare una strage di persone innocenti, mosso dal razzismo.

Il massimo dell’idiozia infatti viene raggiunto da quelli, e non sono pochi, che collegando la sparatoria alla morte di Pamela Mastropietro, hanno quasi dato una motivazione valida all’autore della sparatoria. È stato detto in tutti i modi da tutte le fonti dirette che i due non si conoscevano, e se ovviamente la morte della ragazza è un fatto orribile che rientra nell’ambito della cronaca nera, il gesto di Traini è invece molto diverso in quanto motivato dall’odio razziale e fondato su basi precisamente politiche, messo in atto da una persona già candidata per la Lega Nord, ora vicina a formazioni di estrema destra, con tatuaggi inequivocabili, e peraltro apertamente rivendicato dallo stesso con saluti romani, bandiere e dichiarazioni.

Se anche fosse vero, e non soltanto una strategia giudiziaria per ottenere una condanna meno grave, che Traini si fosse armato dopo avere saputo della morte della ragazza che non conosceva, sarebbe comunque una motivazione che al limite potrebbe aggiungere un elemento di disturbo psichiatrico al quadro, e non dovrebbe comunque in alcun modo rendere il gesto più comprensibile.

Un’ennesima dimostrazione del brutto clima che stiamo vivendo è stata poi quella del famoso post (ormai ampiamente rivelatosi una bufala) del ragazzo senza biglietto sul treno.

Se anche il fatto fosse stato vero, quello che è più preoccupante è che per una scemenza del genere (viaggiare su un treno senza biglietto) si siano scatenate 75mila condivisioni, peraltro di un post assolutamente delirante che metteva in relazione questo povero Cristo sul treno con l’omicidio di Pamela Mastropietro. Questo dimostra come logica e senso della misura siano completamente andati persi nella ricerca di un capro espiatorio, di un altro cui addossare tutte le colpe dei nostri problemi (non trovo un lavoro, non guadagno abbastanza o percepisco poco di pensione, per esempio) e le nostre frustrazioni. Le colpe non sono personali, non sono neanche di un sistema iniquo, di una classe politica buona soltanto a fare propaganda, di grandi congiunture economiche e sociali, la colpa è di quel Grande Altro che possiamo comodamente identificare con Lo Straniero. Che viene a casa mia, mi ruba il lavoro, delinque (come se esistessero forze politiche che si schierano a favore di chi commette reati), ha delle agevolazioni (in realtà quelle minime relative alla sopravvivenza) che sottraggono qualcosa che dovrebbe andare a me.

Un altro segnale di come i media stanno peggiorando le cose, cavalcando paure e indignazioni facili, riguarda le manifestazioni che sono state indette in seguito alla sparatoria, a sostegno delle vittime e per far sentire agli stranieri che non tutta l’Italia li odia. Quella di Macerata è stata accompagnata da un clima di terrore (“città blindata e impaurita, clima da coprifuoco”), prese di distanza (significativa quella dell’ANPI e quella del PD locale) e sensazionalismo (“distruggeranno la città!”), mentre poi si è rivelata una marcia del tutto pacifica e tranquilla. Perfino i negozianti terrorizzati che si sono sentiti costretti a tenere chiusi i negozi e sprangare le vetrine si sono poi pentiti della loro scelta.

macerata

Senza nulla da dire rispetto alle attese devastazioni, i giornali hanno deciso allora di dare uno spazio spropositato a presunti (riportati inizialmente da un cronista de Il Giornale, senza uno straccio di video in una manifestazione del 2018 e dati per buoni a cascata da tutti i media) cori inneggianti alle foibe, che anche se ci sono stati sono stati sicuramente cantati da un gruppo sparuto all’interno di una manifestazione con trentamila persone.

Siccome però questo probabilmente non bastava a screditare del tutto una partecipazione importante e sentita anche in altre piazze d’Italia (molto riuscita e altrettanto pacifica la manifestazione milanese), si è deciso allora di mostrare a ripetizione i filmati degli scontri a Piacenza. Il dettaglio è che in quel caso però non si trattava di una manifestazione per Macerata ma del classico caso di “apertura di una sede di Casa Pound – manifestazione antifascista – cariche della polizia e scontri”.

Negli ultimi giorni poi, in un clima preoccupante e al fianco di nuove aggressioni e intimidazioni, le destre – sia i loro esponenti politici come Berlusconi o Salvini che commentatori come Sallusti a “Otto E Mezzo” – hanno continuato a negare l’evidenza dicendo che non c’è nessun clima di violenza fascista, o proponendo surreali parallelismi con i centri sociali.

In questo contesto il singolo caso del pestaggio di Massimo Ursino viene messo sullo stesso piano rispetto a aggressioni continuate e sistematiche parlando di “ritorno degli estremismi” e di una supposta “crescita della violenza” bipartisan: sul Corriere della Sera del 22 febbraio le prime pagine sono interamente dedicate a questo tema e, al fianco di decine di casi dalla chiara matrice di estrema destra, per trovare episodi oltre al caso Ursino da utilizzare secondo questo tipo di narrazione, si arriva a fare riferimento a “una mobilitazione generale dei movimenti antifascisti”, alle previste occupazioni delle scuole (che avvengono regolarmente e tranquillamente da decenni) o all’ingresso di poche decine di militanti al Mudec per una breve azione dimostrativa e pacifica nel novembre scorso.

Lo scopo di tutto questo sembra quello di demonizzare movimenti che non hanno fatto altro che esprimere solidarietà alle vittime della sparatoria o preoccupazione per continue aggressioni e violenze.

Anche questo atteggiamento dei media e della politica – che ci si sarebbe potuti aspettare compatti nella condanna del gesto, nella solidarietà alle vittime e nella preoccupazione per il clima – è un segnale preoccupante di come il nostro Paese sta vivendo (e di come gli viene raccontata) questa campagna elettorale, monopolizzata da un non-tema i cui numeri smentiscono ogni emergenza e ogni priorità (peraltro, ironia della sorte, in un Paese che ha esportato la criminalità organizzata in tutto il mondo) e da teorie assurde che cercano a ogni costo di distribuire equamente le colpe; una campagna elettorale completamente dedicata a un’enorme arma di distrazione di massa risolta con facili slogan (“rimpatriamoli tutti! Più sicurezza!”).

Ma se la sinistra non riuscirà a non farsi dettare l’agenda dalla destra, è sicuro che gli elettori preferiranno l’originale.

Commenti
2 Commenti a “Come il (non) tema dell’immigrazione sta monopolizzando la campagna elettorale”
  1. G scrive:

    Articolo informativo, attuale, terribilmente prolisso.

  2. AFROPUNK scrive:

    .penso sia un grosso se non enorme errore, entrare nel settore tabaccai, in quanto questa mossa non sfuggirà allo Stato, sempre pronto a monopolizzare qualsiasi settore a lui già collegato.. vedi x il vape delle e-sigarette. Il settore della canapa nn industriale come tale, è e deve essere solo ed esclusivamente commercializzata attraverso grow-shop e simili, senza entrare nel business di altri..!! D”altronde nell”etichetta delle infiorescenze c”è scritto di non fumarle. cosa le vendi a fare ai tabaccai, mettendo a repentaglio il lavoro italiano di tanti piccoli produttori..? ma bravo che sei E voi di canapa oggi lo intervistate Bravi, Voi si che siete pro” canapa

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