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Non temere la vampa del sole – su Virginia Woolf

di Edoardo Pisani

Voglio affondare con la bandiera spiegata.

Virginia Woolf

Nell’estate del 1904, poco dopo la morte del padre Leslie, Virginia Woolf, allora Virginia Stephen, vive una delle crisi più profonde della sua esistenza. È a casa dell’amica Violet Dickinson, che tanto l’ha rincuorata nelle lettere. Ha appena tentato il suicidio, buttandosi dalla finestra, che per fortuna era solo al primo piano. Sdraiata sul letto, sente gli uccelli cantare in greco, fuori dalla finestra. Si alza e vede re Edoardo VII nascosto nel giardino, fra le azalee, che dice oscenità. È un’allucinazione. Virginia sente delle voci, come già le era accaduto nel 1895, dopo la morte della madre. È pazza. Ha quasi smesso di mangiare, perché il suo corpo è troppo orrendo e forse, pensa Virginia, è la vera causa delle sue follie. Sa che niente sarà più come prima, che non ci sarà scampo ai deliri. Perciò ha tentato il suicidio: per salvarsi. Ma la finestra era troppo bassa.

Virginia starà male per tutta l’estate, ospite di Violet, a Burnham Wood. Tornerà da Vanessa, la sorella, soltanto a settembre, a Teversal, nel Nottinghamshire, dove cercherà di riprendersi, scrivendo dolci lettere a Violet (che le ha fatto conoscere Margaret Lyttelton, direttrice del supplemento femminile del Guardian, con cui inizierà a collaborare) e facendo lunghe passeggiate, quindi si trasferirà dalla zia Caroline, a Cambridge, mentre la famiglia Stephen, ossia principalmente Vanessa, la primogenita, comincia il trasloco da Hyde Park Gate, la casa paterna, luogo ormai troppo cupo e memore di troppe morti per continuare a viverci, oltre che troppo costoso, al numero 26 di Gordon Square, cioè a Bloomsbury. È l’inizio di una nuova vita, per i fratelli Stephen, Thoby e Adrian e Vanessa e Virginia. La casa è grande, luminosa, e hanno tutti circa la stessa età e gli stessi interessi. È Thoby a portare i primi ospiti, Saxon Sidney-Turner e R.G. Hawtrey, che Virginia descrive a Violet quali “creature inanimate”, “uomini senza energia”, un “tormento”. Eppure è l’inizio del gruppo di Bloomsbury. Altri ospiti, sempre portati da Thoby, saranno Leonard Woolf, Lytton Strachey, Clive Bell, Desmond McCarthy, Edward Morgan Forster e Maynard Keynes; si ritrovano dai fratelli Stephen il giovedì sera, ogni settimana, chiacchierando di arte e di politica, di pittura e di letteratura, di tutto quanto concerne il mondo. Intanto Virginia ha cominciato a collaborare con il Times Literary Supplement. È il 1905. Lavora anche nella scuola serale di un’amica, dando lezioni di letteratura inglese; il periodo folle dell’anno precedente, con gli uccelli che cantavano in greco e re Edoardo che diceva sconcezze fuori dalla finestra, è alle spalle. Virginia è salva, sana. Nel 1906, dopo un anno di quiete e relativa felicità, gli Stephen partono per la Grecia, fra Olimpo e Atene e Costantinopoli. È un viaggio segnato dalla malattia di Vanessa, che starà male per gran parte del tempo. Al ritorno a Londra, anche Thoby sta male, ha il tifo. Le sue condizioni peggiorano di giorno in giorno. “Questa mattina Thoby sta peggio, secondo il dottore c’è una perforazione” scrive Virginia a Clive Bell, il diciassette novembre. “Consigliano un intervento immediato – stamattina alle 12 – dopodiché ricuciranno l’ulcera, per impedire che il veleno fuoriesca. È un grave rischio ma poiché il polso è buono, ci danno speranze.” Tre giorni dopo, Thoby muore. Per i fratelli Stephen è un colpo durissimo, specie per Virginia, fragile com’è; peraltro anche la sua amata Violet è malata di tifo. E tuttavia la follia non ricomincia. Quanto a Vanessa, che non è più malata, si conforta con Clive Bell, che le chiede di sposarlo; e lei accetta. Quindi anche Vanessa se ne andrà, sebbene in modo più lieto del povero Thoby. Virginia si sente sempre più sola.

Virginia Stephen diventerà Virginia Woolf nel 1912, sposando Leonard Woolf, un “ebreo squattrinato”, come lo descrive a Violet Dickinson, dicendosi felice del matrimonio. I due partiranno per un viaggio in Europa, fra l’Italia e la Francia e la Spagna. Virginia ama Leonard, pensa di amarlo, però non riuscirà mai a sentirsi attratta fisicamente da lui, come da qualunque altro uomo – o almeno così suggerisce Quentin Bell, figlio di Vanessa e Clive, nella sua biografia di Virginia Woolf, riprendendo una lettera di Virginia a Katherine Cox (“Potrei essere ancora la signorina Stephen”, cioè potrei essere ancora vergine) e un’altra di Vanessa al marito (“Virginia non ha mai compreso né apprezzato la passione sessuale degli uomini”). Virginia sarebbe “frigida”, dunque, inadatta al vero amore. Forse la colpa, pensano Leonard e Vanessa, è di George Duckworth, il fratellastro di Virginia, che la molestava da bambina. “Rabbrividisco ancora di vergogna” scriverà Virginia Woolf nel 1941, all’amica Ethel Smith, “al ricordo del mio fratellastro che, quando avevo sei anni circa, mi poneva sopra un ripiano per esplorare le mie parti intime.” Anche Nadia Fusini, grande traduttrice di Virginia Woolf e autrice di una bella biografia woolfiana, Possiedo la mia anima, si dice convinta, come Bell, che la luna di miele sia stata un disastro, come ogni tentativo di rapporto sessuale da parte di Leonard. Il copione è sempre lo stesso: Virginia urla, si rifiuta, dà in escandescenze. Leonard si ritrae e si rimette a dormire.

Ben presto in ogni caso i problemi della coppia saranno altri, e più gravi. La follia di Virginia infatti riaffiora all’improvviso, fra il 1913 e il 1915. Dopo la stesura di The Voyage Out, il suo primo romanzo, sta male di nuovo, i suoi nervi cedono. È un’altra crisi, come quella che ha seguito la morte del padre, la follia che le invade la mente e le devasta il corpo. Virginia smette di mangiare. Passa le giornate a letto, come in trance, ascoltando voci senza senso. È inquieta e insonne, o triste. Sa di star impazzendo di nuovo. Leonard annota il suo stato nel proprio diario, in codice, come per pudore, fra emicranie e nottate e depressioni e urla. Vorrebbe aiutarla. Virginia non riesce più a scrivere. Le parole non hanno più senso, come la vita, tutto è vano e vuoto. Le ci vorranno parecchi anni per cristallizzare la follia sulla pagina, ne La signora Dalloway, attraverso lo sguardo allucinato di Septimus, che pure, come lei nel 1904, si butta dalla finestra, stavolta fatalmente. Ma per adesso la ripresa è lenta. Virginia inghiotte pillole su pillole, perlopiù del Veronal, e mangia e dorme poco, pochissimo, e Leonard si dispera, temendo il peggio, il suicidio della moglie o la sua morte per inedia. Invece, seppure gradualmente, la crisi passa. Dopo qualche settimana Virginia sta meglio, ricominciando a mangiare regolarmente e facendo le sue lunghe passeggiate. È il 1915. L’Europa è in guerra. Leonard non va a combattere, in parte per un tremito alle mani e in parte proprio per assistere la moglie, che ha bisogno di lui. Di lì a poco Virginia tornerà in clinica, per un breve riacutizzarsi del male. Ma il peggio, come nel 1905, è ormai alle spalle. Virginia è, a momenti, felice. Ha pubblicato The Voyage Out, il suo primo romanzo, che ha ricevuto buone recensioni. Presto nascerà la Hogarth Press, la mitica casa editrice di Virginia e Leonard. Negli anni successivi, Virginia diventerà una scrittrice d’avanguardia, una grande scrittrice, autrice di Night and Day, di Jakob’s Room, di Mrs Dalloway, di Orlando e di The Waves. Sta per cominciare un decennio di grandi scritture.

 Mrs Dalloway, La signora Dalloway, viene scritto tra il 1922 e il 1924. È la storia di Clarissa Dalloway e della sua festa, e di Septimus. È il grande romanzo sulla follia (e sulla natura umana) di Virginia Woolf. “Il lavoro deve nascere da un sentimento profondo, diceva Dostoevskij” scrive Virginia nel diario, nel 1923. “È il mio caso, questo? O mi limito a inventare con le parole, amandole come le amo? No, non credo. In questo libro ho anche troppe idee. Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia, criticare il sistema sociale e mostrarlo all’opera, nel momento di massima intensità.” E ancora: “Il disegno è così strano e possente. Devo continuamente forzare la materia per adattarvela. Il disegno è senza dubbio originale e mi interessa moltissimo. Vorrei scrivere e scrivere, a gran velocità, con accanimento. Inutile dire che non posso riuscirci. Fra tre settimane sarò del tutto inaridita.”

Invece la scrittura continua, senza inaridimento. Virginia si sdoppia in Septimus Warren Smith e in Clarissa Dalloway, alternando i loro sguardi, le loro realtà sovrapposte, fra la disperata vitalità di Clarissa – “La irritava però sentirsi dentro quell’orrendo mostro! Sentire i rami che si spezzavano, e gli zoccoli che si piantavano profondi nella foresta folta di foglie dell’anima” – e la follia di Septimus, che rimanda alle allucinazioni di Virginia, agli uccelli che cantano in greco – “Gli uomini non devono abbattere gli alberi. C’è un Dio. (Annotava queste rivelazioni sul retro delle buste.) Cambiate il mondo. Nessuno uccide per odio. Fatelo sapere (scrisse). Attese. Ascoltò. Un passero si poggiò sulla cancellata di fronte; cinguettò Septimus, Septimus, per quattro o cinque volte e, cavandosi di gola le note, continuò a cantare fresco e penetrante in greco che il male non esiste, e, insieme a un altro passero che si unì a lui, con voci dispiegate e acute in greco cantavano, da sopra gli alberi nel prato della vita al di là di un fiume dove i morti camminano, che la morte non c’è.”

Septimus accetta la follia per ciò che è, il vertiginoso incanto delle allucinazioni, dell’alienazione, è la vita catturata nel suo folle formarsi; Clarissa invece è la vita nel suo divenire, il succedersi di ogni istante vissuto attraverso i sensi e il pensiero. Entrambe le esperienze collidono in Virginia Woolf, che scrive. La follia è finalmente avvinta sulla pagina, vinta dalla scrittura e consegnata al romanzo, alla narrazione. Il dolore è sconfitto. Clarissa si prepara alla festa, a quell’affresco di voci e movimenti e pensieri e balzi emozionali che è il ricevimento finale del libro. Septimus, un reduce di guerra divenuto folle, “terrorizzato dal graduale restringersi di ogni cosa verso un unico centro davanti ai suoi occhi, come se un qualche orrore stesse per giungere in superficie e scoppiare in fiamme” (e qui il rimando è alla stessa Clarissa, all’inizio del romanzo, che di fronte alla finestra aperta, e il tema delle finestre è fondamentale ne La signora Dalloway, ha la sensazione che stia per succedere “qualcosa di tremendo”, un oscuro presagio), affronta il dottor Holmes, l’ottusa e tronfia scienza che circonda i malati di mente – e vince, pur nel suicidio, buttandosi dalla finestra, in un gesto che è più un movimento di vita che di morte, una liberazione: “Non aveva voglia di morire. La vita era bella. Il sole caldo. E gli esseri umani? Un uomo che scendeva dalla scala di fronte si fermò, e lo fissò sbalordito. Holmes era ormai alla porta. ‘Lo volete voi!’ gridò Septimus, e si buttò di sotto con tutte le sue forze, con violenza, giù dalla cancellata del giardinetto della signora Filmer.”

Septimus muore. Clarissa viene a sapere del suicidio alla festa, origliando un dialogo fra il dottor Bradshaw e suo marito. Nel bel mezzo della mia festa, si dice, ecco la morte. Si rifugia in un’altra stanza, come fuggendo Septimus, restando sola, immaginando il suicidio, un uomo che si butta dalla finestra e si sfracella sull’asfalto. Lei si è salvata, pensa, ma quell’uomo si è ucciso. Clarissa qui è come Amleto di fronte alla morte di Ofelia. Anche lei ha “una paura tremenda nel fondo del cuore”, l’oltraggio della morte che bussa alle porte della coscienza, però è rimasta viva. Septimus, al contrario, si è ucciso, e Clarissa deve rimanere lì, prigioniera del suo vestito da sera, testimone di suicidi altrui. E si sente proprio come lui, come quel giovane che si è tolto la vita. Ed è contenta che l’abbia fatto – che l’abbia “buttata via, la vita, mentre loro seguitavano a vivere.” Non temere la vampa del sole, pensa ancora, riprendendo Shakespeare, Fear no more the heath o’ the sun. Ma l’orologio sta battendo le ore. Che notte straordinaria! Clarissa rientra nel salottino, per cercare Peter Walsh, cioè Edward Morgan Forster, cioè il finale del romanzo. Il paragrafo finisce e lo sguardo di Virginia Woolf si sposta di nuovo su Peter, nel salottino in festa, in un incrocio di voci e movimenti. È la vita dopo la morte, che rifiorisce; è un’epifania dell’animo.

La signora Dalloway viene pubblicato nel maggio del 1925, accolto perlopiù favorevolmente, seppure con alcune riserve, dai critici e dagli amici di Virginia, specie da Edward Morgan Forster. Ma molti, sostiene Virginia Woolf, non la capiscono, come Gerald Brenan, che pensa che Septimus non abbia “nessuna funzione all’interno del libro”, cioè non sia funzionale alla narrazione. Virginia gli risponde con una lettera memorabile: “Ho sempre la sensazione che nessuno, tranne forse Morgan Forster, capisca quello che ho fatto: si scontrano tutti su cose campate in aria; e così devo creare ogni volta da sola tutto quanto daccapo. Probabilmente gli scrittori sono adesso tutti quanti sulla stessa barca. È il prezzo che paghiamo per rompere con la tradizione, e la solitudine fa sì che scrivere sia più stimolante anche se essere letti lo è meno. Bisognerebbe calarsi in fondo al mare e vivere soli con le proprie parole.”

Ma La signora Dalloway è concluso, e presto Virginia Woolf comincerà Al faro, non badando troppo alle critiche di Brenan e di altri amici (come Lytton Strachey, che considera il personaggio di Clarissa un “fallimento”) e calandosi fra le onde travolgenti della propria scrittura, che funge da barriera alla terribile follia, alle manie e alle depressioni che tanto l’hanno fatta soffrire – e che la faranno soffrire ancora, fino alla morte. E tuttavia, per il momento, Virginia è guarita. Nel diario, nelle lettere, nei romanzi, negli splendidi saggi, ha trovato la sua salvezza, l’unica salvezza possibile per lei, la parola. Quanto alla follia, che tutto rovina eppure tutto incanta, e che ai turbamenti della parola è collegata, ha saputo farne un’opera, fissarla sulla pagina, grazie a Septimus e Clarissa. Chiunque abbia sofferto di schizofrenia sa quanto un libro come La signora Dalloway, specie nei momenti di quiete della malattia, possa essere prezioso. In Dell’essere malati Virginia Woolf scrive che la malattia, la febbre, aiuta l’incanto poetico, la “qualità mistica” della parola scritta, rifacendosi a un verso di Rimbaud, e forse pensava lo stesso della follia; il saggio è stato scritto nel 1925, poco dopo l’uscita de La signora Dalloway. Ma la follia, per quanto elettrizzante perché troppo viva, perché unica, perché visionaria, è anche spaventosa. Il pazzo non sa più chi è. Il pazzo delira e soffre e vorrebbe farla finita, come Septimus, come Virginia Woolf. Anni dopo, nel 1941, Virginia non sarà più in grado di combattere: il male la ucciderà. E chissà se ha pensato a Septimus, negli ultimi giorni della sua vita, ai suoi incanti e al suo orrore e al volo dalla finestra, quando scriveva le lettere di addio al marito e alla sorella o quando, la mattina del ventotto marzo, una bella giornata di sole, ha raggiunto il fiume Ouse, si è infilata una grossa pietra in tasca e si calata fra le acque, per morire annegata.

Edoardo Pisani, nato a Gorizia nel 1988.
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