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I nostri oggetti paterni

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Ospitiamo un estratto dal libro di racconti Il grande regno dell’emergenza (LiberAria) di Alessandro Raveggi, in uscita a maggio con un’introduzione di Luca Ricci. Il libro verrà presentato al Salone del Libro di Torino venerdì 13 maggio alle 12 (Sala Avorio). Con l’autore, interverranno lo stesso Ricci e Demetrio Paolin (fonte immagine).

di Alessandro Raveggi

La maschera di lupo bianco mi calza a pennello, sia sul davanti che sul dietro. Dimostra il fatto maniacale che nostro padre abbia preso le misure della mia testa. Con un trucco, nel sonno. Forse grazie alla governante dalla faccia spugnosa, che mi mandava a spese sue la mattina presto, il sabato. Rassettava furiosamente l’orrenda débâcle di frammenti spaiati della mia stanza-officina, non potendo distinguere tra oggetto d’arte e spazzatura ritrosa. Nell’operazione, avrà preso però meticolosamente le misure del mio cranio, mentre io me la russavo come un pargolo.

L’espressione del muso di questa maschera, tutt’altro che famelica, anzi assopita, un po’ mogia, non è però quella che avrei prediletto. Se avessi potuto scegliere, ovvio. Deve essere l’espressione del lupo bianco dopo che ha corso, ululato molto, disperatamente in cerca di cibo, anelando la conquista di una preda. Un lupo bianco disorientato, l’equivalente della pecora nera, ma significativamente lupo. Piuttosto rassegnato all’idea di farsi grattare sotto il mento da un padrone mai prima ipotizzato, al limite della steppa.

Se ci respiro dentro, posso odorare il trattamento utilizzato per la smaltatura. Mi fa capire, visto anche l’intaglio approssimativo degli occhi, che la maschera è stata prodotta da poco, di fretta. L’idea può essere venuta a mio padre, di colpo, una sorta di ictus – se non fosse sgradevole pensarlo, oggi. Ha mandato a far produrre dal primo artigiano pescato a caso sulle Pagine Gialle, la maschera, le maschere. Il lupo, al più presto!, ha esclamato, e la giraffa, la giraffa!

La testa di giraffa marrone di nostra sorella Sara, che si allarga sulle orecchie in zigomi smaglianti e spigolosi, e che lei deve calibrare nei passaggi più stretti e affollati, si staglia nello stuolo di persone venute a salutare per l’ultima volta nostro padre. La giraffa squaderna i denti grandi come medaglioni in un muso presuntuoso e infantile. Sara, sotto il mento di quell’artiodattilo, è affascinata tutta in una maglia finissima, dei jeans mozzafiato. Ma uno si rende conto che con la testa di giraffa, su quel costume da mimo provocante, le si toglie di dosso la malizia di sempre, quei reggiseni adocchianti, ombelichi voluttuosamente pittati, smalti pastello sulle unghie dei piedi quasi sempre scoperte, nella costante aggressività femminile della predatrice. Nonostante ci sia da dirlo: le trasparenze di quella maglia rammendino la visione d’insieme di una quarantaquattrenne oramai, ahilei, in allentamento.

La mia vispa sorellina non può fare a meno di intrattenersi ora, nella fiumana di politici contriti con mogli e figli cataplettici al seguito, in delle oziose pubbliche relazioni. Dovrei ribadire a Sara che il corpo di papà non è una casa in vendita. Da sciorinare a degli allocchi venuti dalla città a testarne gli infissi, i fornelli, gli spazi all’aperto, il vano scale.

Chissà se un lupo bianco può avere paura di una gigantesca giraffa, o viceversa. Chissà come un lupo bianco, siberiano, potrebbe addentare una giraffa, africana. L’attaccherebbe, affonderebbe i suoi denti nella carne marrone e stopposa?

Se Sara non fosse Sara, mia sorella biologica, mia stessa carne incompleta e rigettata mai masticata da me come qualcosa di me, l’attaccherei come una preda qualsiasi, ma con Sara, con Sara… Mi dovrei inventare di sana pianta una strategia.

Il lupo, la giraffa, e il colibrì. Per Riccardo, nostro padre non poteva volere di peggio che affibbiargli una testa di colibrì spennata. Con quella quantità di flaccido che lo porta a vestirsi come un missionario del Mato Grosso, le scarpette di pelle nera sformate, dove puoi notare il rigonfiarsi del pollice che spinge sul nero consunto. Adesso, lui lì, con la buffa espressione schizzata del colibrì sudamericano, quella chioma esplosa, da sbraitare esploso nell’aria che lascia il suo orrido rimbombo.

Lui non sembra però averla presa male. Dico la maschera: visto che l’ha giustapposta a una camicia floreale ben ampia quasi smanicata, un fondale calzante per il suo uccellino-insetto, una cartografia che permette a chi lo valuta di concentrarsi più sul paesaggio che sulla quantità di adipe sotteso, tra le frasche stampate sul tessuto scadente. Un diversivo per lo squallore.

Dico la maschera, le maschere: non sono proprio una tragedia. Ma certo lo è un po’ ritrovarsi esposti così tutti e tre, alle Cappelle del Commiato, dopo anni che non ci s’incrociava.

Questa sì che è una tragedia. Sara, Riccardo e io: li abbiamo affrontati ugualmente, questi anni. Anni artici, in cui ci siamo spinti evitandoci come la peste, ognuno agli estremi di un’isola ghiacciata, oltre l’indifferenza di un’amicizia insipida, come un ghiacciolo succhiato tutto assieme, che rimane freddo e insapore, come l’isola stessa. Ora ci tuffiamo oltre quella, nel mare a cubetti ghiacciati dei convenevoli e nelle, chiamiamole così, “pratiche” di commiato per nostro padre.

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  1. […] già una nota su Il Messaggero. Del libro è apparso un primo estratto in anteprima sul magazine Minima&moralia. Del libro si è parlato in un’intervista radiofonica su Controradio-Popolare Network con […]



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