Notizie dalla Grecia

“Volete capire la crisi finanziaria greca? Facilissimo. La fanno complicata perché uno non possa giudicare, ma avete presente le carte di credito?” Giorgos ha quasi cinquant’anni e parla velocissimo. Racconta di quando, ai tempi del presunto boom greco, ossia una decina di anni fa, mentre si cominciava a correre verso le Olimpiadi (“una bolla su cui tutte le Cassandre di oggi scommettevano senza indugi”), le banche cominciarono a telefonare in casa per “regalarti carte di credito vantaggiosissime. Un tempo, me lo ricordo bene, ci volevano garanzie serie, pretendevano di vedere la tua busta paga. Improvvisamente nulla. Come se fosse un regalo. Sei greco? Scommettiamo su di te.

Le carte di credito arrivarono così: piovevano dal cielo”. Ci voleva un po’ di esperienza e capacità, per difendersi. Ci voleva semmai uno Stato capace di proteggere il suo cittadino. Ma come poteva farlo se stava cascando nello stesso gioco? “Ecco come funziona. La tua carta di credito ti domanda di ripagare ogni mese solo il 2 per cento di quanto spendi. Dunque, ho speso 800 euro? Se voglio, posso pagarne solo 16. A fine anno ho raggiunto il limite di indebitamento: 6400 euro. Pago più o meno 130 euro al mese, sì, ma intanto sono esposto e scattano gli interessi –,  altissimi: il 17 per cento –, dunque quasi 1.100 euro all’anno oltre a quello che ancora devo ridare, visto che magari mi sono limitato a restituire la minima, il 2 per cento. Immaginate che io abbia magari anche più di una carta di credito. Avete idea del debito che accumulo? Se, come capita a molti qui, ho uno stipendio di mille euro al mese, come ne esco? A un certo punto arriva la banca che mi ha strozzato e si prende quel che ho”. Giorgos si stringe nelle spalle. Sottolinea come i tassi d’interesse nei contratti siano scritti a caratteri minuscoli per ingannare meglio l’ignorante, poi fa: “Ho un amico giardiniere che è anche un po’ filosofo. Sai cosa dice? “Come cittadino ho il diritto di essere stupido e ignorante.

È lo Stato che deve proteggermi”. Ma ripeto: come poteva proteggerci lo Stato se stava cadendo esattamente nella stessa trappola? Adesso il debito greco è talmente alto che lo Stato fatica a pagarne gli interessi. Così le banche arrivano e si prendono quel che è di tutti: spazi da sempre pubblici, porti, forse isole – le cosiddette privatizzazioni. Eppoi pretendono che paghino i meno abbienti. Hanno chiesto al governo greco di abbassare il livello di esenzione fiscale da 12000 euro a 7000! Ma vi rendete conto? Allora scendo in piazza anch’io”.

Giorgos non è tra i più colpiti dalla crisi. E la sua rabbia rappresenta meglio di molti altri casi quel che sta capitando in Grecia in questi mesi di fuoco.  È vero, suo padre che ha lavorato una vita per conquistarsi una pensione dignitosa oggi se l’è vista tagliare di parecchio. Ma non è lì che scatta l’orgoglio greco. Scatta sull’ingiustizia, qui percepita in maniera massiccia, di una trojka straniera che pretende dal Governo greco di imporre tagli drastici sulle classi medie e basse senza aspettare i benefici di riforme già entrate in vigore.

Un “mostro” in parte confusamente immaginato come un mitico ircocervo – il Capitale, la Finanza, i Padroni dell’euro e così via – che ha comunque una nazionalità precisa, culturale e ideale: è un ircocervo tedesco. “Sa come è andata quando aspettavano di dare il via alla nuova tranche di aiuti?” mi racconta un’importante diplomatico “Chiedevano lacrime e sangue però volevano rassicurazioni sull’acquisto da parte del Governo greco di sottomarini tedeschi. Non è un segreto. E possiamo anche dire che si tratta di una coincidenza che abbiano sbloccato i fondi quando  è arrivata la conferma dell’acquisto. Ma resta evidente che è un’enorme ipocrisia chiedere tagli drastici mentre si pretende l’acquisto di sottomarini che ai Greci serviranno a poco o niente”.

“Diciamolo senza timore” fa Dimitris, trentenne dipendente pubblico tra gli “Aganaktismeni” ossia gli “Indignati” di Piazza Syndagma “L’Europa è stato un  sogno. L’abbiamo inventata noi: era una bella fanciulla rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma come tutti i sogni è finito. Abbiamo tre possibilità. O torniamo alla dracma. E mica è un’idiozia. Chi non è entrato nell’euro sta benissimo oggi. Guardate la Norvegia” E le altre due possibilità? “Be’, la prima è la migliore: entrare in Africa, così siamo i più ricchi. La seconda è più coerente: entriamo in Germania. Diciamo che a sud della Baviera c’è un’altra regione”. Qualcuno scuote la testa, mentre Dimitris ridacchia. In piazza oggi c’è poca gente. La domenica afosa spinge al mare. Per chi non può permettersi di andare troppo lontano, ci sono le spiagge di Atene che secondo molti finiranno presto in mani straniere. C’è anche chi rimane a casa però, nel fresco dell’aria condizionata di un bell’appartamento di Nea Smirni, un quartiere residenziale benestante, il meglio se si vuole vedere da vicino quel che è cambiato per una famiglia greca oggi. Gli esponenti di quella classe media che sono i più tartassati dalla crisi.

A casa Talesinos, c’è aria di vacanze imminenti. “Ma non le faremo” dice Polidefkis, 48 anni, impiegato in una ditta di informatica “Chiedete a Eleni, mia moglie, è lei che ha il controllo dell’economia domestica. Ha deciso di investire sulla gita scolastica dei figli e di cancellare il nostro viaggio tradizionale. Io posso dirvi che mi è stato tagliato il 12 per cento dello stipendio, ma mi ritengo fortunato: molti miei colleghi coetanei sono stati licenziati. Trovare un lavoro a questa età è difficile”. Eleni stila l’elenco dei cambiamenti: “Niente più cene fuori, niente più Pizza-Hut (in Grecia carissima). Le pizze le faccio io, i souvlaki anche. Al caffè una volta alla settimana massimo”. Non sarà un po’ eccessivo il taglio imposto al rito del caffè? Polidefkis sorride e mente: “Va bene così. Non ho tanto tempo libero. I lavori idraulici e di manutenzione spettano a me, ormai.”. “La precedenza va ai ragazzi” dice Eleni “Manos ha solo 14 anni, ma Marina ne ha 17 e alla fine del prossimo anno tenterà la strada dell’Università, dunque ha bisogno di corsi privati supplementari”. In Grecia il sistema è complesso: un esame durissimo stabilisce chi possa entrare all’Università e dove (la città di studio è spesso lontana da casa). Corsi privati sono nella norma (“420 euro al mese” sibila Eleni) per non parlare poi di quel che costerà mandare i figli fuori casa. “Peraltro i tagli che arriveranno con le nuove riforme ancora non sappiamo bene in cosa consisteranno” dice Polidefkis “Non so quanto dichiarerò, né dunque di quanto cresceranno le tasse. So solo che l’IVA aumenta e la benzina non ne parliamo”. Quanto alle pensioni dei nonni, sono calate anche in maniera cospicua ma loro “si svenerebbero pur di continuare a dare la “paghetta” ai nipoti”. Così i ragazzi possono uscire. Chi non esce più sono i coniugi Talesinos. “Neppure i nostri amici lo fanno. Ogni tanto ci sentiamo al telefono. Con discrezione. Non stiamo a piangerci addosso”.

Chi non piange proprio, a quanto pare, sono i grandi ricchi, considerati generalmente anche grandi evasori, quelli su cui si concentra l’altro più forte rancore del popolo greco. “Sanno come fare. Hanno i buoni legali, conoscono i cavilli” si ripete un po’ ovunque. Un luogo comune che qualche verità dovrà pur averla se basta prendere un traghetto di un’ora per le isole di fronte ad Atene e il lungomare è un caos di barche che fanno a gara per le dimensioni, come le taglie del costume delle loro occupanti, scoppianti di silicone. Aperitivi, calici, bicchierini scintillanti. Cala la sera sul golfo Saronico e mi viene in mente che in questi giorni di Atene non ho mai sentito il celebre ticchettio. Una volta bastava seguire il rumore. Erano i dadi che rimbalzavano sulle tavole da backgammon, cui molti Greci giocavano per strada, davanti ai loro immensi caffè frappè. Concentrati nei loro visi rugosi, le mani torturavano sigarette e koboloi, quei rosari-passatempo che si vedono ancora ovunque. Giocavano al gioco più antico del Paese che un tempo si chiamava petteia e ora si chiama tavli. Un gioco in cui, dicevano già gli antichi, si viaggia sul perfetto equilibrio fra intelligenza e fortuna: l’abilità starebbe nell’adeguarsi alla sorte e saperla riorientare. A tavli in questi giorni per strada non giocava nessuno. “Perché bisogna produrre” mi dice Altin, scultore quarantenne “E la produttività tedesca non ha nulla a che fare con l’abitudine del caffè di noi Greci”. Ma la ragione forse è anche un’altra. Si tenta di cavalcare il destino quando questo è giostrato dalle mani giocose degli déi, nella loro immortale umanità. Non quando si è convinti che sia nelle mani di un infallibile ragioniere teutonico.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
2 Commenti a “Notizie dalla Grecia”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Varoufakkis, riprendendo l’immagine dominante delle formiche industriose e delle cavallette dissipatrici, parte dalla considerazione che la narrazione dominante della crisi pretende che le formiche siano tutte nel nord dell’Europa (Germania, Olanda, Austria), laddove le cavallette sarebbero a meridione. È ora, sostiene Varoufakis, di rimettere a posto formiche e cavallette, che sono distribuite in egual misura tanto nei paesi del nord, quanto in quelli a rischio crisi del sud (Grecia, Spagna, Italia), come dimostra del resto il fatto che la crisi lambisce le Isole Smeraldo (cioè l’Eire). Prima della crisi, tanto le formiche tedesche quanto quelle greche hanno duramente lavorato per sbarcare il lunario. Ma quelle greche lavoravano in settori a bassa produttività (impiegati nei supermarket, ad esempio), con bassi salari, basse tutele lavorative e un’inflazione reale superiore a quella ufficiale; mentre le formiche tedesche lavoravano in settori a grande produttività (l’industria pesante, ad esempio), e la differenza tra gli alti profitti e i salari stagnanti creava un crescente surplus che veniva investito, a causa dei bassi tassi d’interesse esistenti in Germania, all’estero. Le formiche greche, al contrario, erano pressate da una martellante campagna condotta dalle banche che, tramite la donazione di carte di credito, spingeva i cittadini a indebitarsi. Come racconta un cittadino greco [in Notizie dalla Grecia di Matteo Nucci, su minima & moralia], […]



Aggiungi un commento