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“Regreso” a un notturno messicano

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(Fonte immagine)

di Alessandro Raveggi

Al centro de la noche todo acaba,

dura lo que el relàmpago

y lo sepulta el trueno en su rezongo

(José E. Pacheco)

 

Luglio 2014

Un italiano che vada in Messico ritorna indietro nel tempo di 7 ore, questo è scontato. Ma la parola che uso, regreso, parola che per un italiano che parli spagnolo non può suonare che ambigua e feconda assieme, è più adatta per me di ritorno. Regresar significa in spagnolo“tornare indietro”, ma anche ridare qualcosa che si era preso in prestito, “rendere”. Ha poi in sé il tono della regresión, della regressione fisica: tentativo di vedere con occhi regrediti, infantiliti, ciò che si è preteso di aver abbandonato da maturi, con le spalle protette dello scafato straniero residente. Si ritorna indietro nel tempo, rendendo e regredendo.

Solo così potrò rivedere il dedalo messicano dopo un anno: altrimenti, sento subito, ci sarà il gelido giudizio di una nazione che ho lasciato dopo avere mal sopportato la sua vulcanicità astrattamente modernizzata, il suo essere spesso tesa al corto circuito di astratti furori. Il Messico, si sa, è terra di piccole apocalissi sempre scampate, terra di groppi alla gola che ti tengono su, vivo, sebbene appeso a un dolce cappio che pare sul punto di stringersi a ogni angolo. In questo mio ritorno-regressione: che cosa allora mi attrae, cosa mi porta ancora qui, oltre la mera biografia personale? Sbirciando dall’aereo, non guardo nemmeno più la miriade di luci urbane come piccole detonazioni che si presenta sorvolandola Capital. Quella è una tessitura che mi è entrata oramai nel cervello come categoria di sublimità, e che mi ha aiutato a planare di nuovo nell’orizzonte italiano, oltre l’asfittico enumerare di colli e campanili individuali. Sarò forse pronto a trarre altre categorie vitali, a prendere altri doni?

Arrivo alle soglie dell’alba in un aereo Aeroméxico di alta qualità strutturale e pessimo servizio delle hostess, che per ben due volte mi rovesciano addosso liquidi, ed una volta in più persino a mia moglie al fianco,dandomi platealmente la colpa d’aver mosso un braccio al momento di versare un po’ d’acqua. E già qui, sospesi tra le nuvole cariche di piogge monsoniche che infliggono pesanti schiaffi sulla megalopoli, siamo in Messico, ¡Bienvenidos!: la cortesia estrema o la sciatteria più ottusa che puoi trovare nei negozi, nei supermercati, nelle tienditas, nei grandi hotel o addirittura alla dogana. Le hostess, i commessi, i funzionari di governo: in alternativao ipersensibili o gran narratori, oppure invasivi, o assolutamente incompetenti, disarmanti, atavici nella loro idiozia o mutismo. Un giorno, ricordo bene, persi un pomeriggio alla ricerca di biscotti ladyfinger (i nostri savoiardi) per un tiramisù casalingo, e venni inebetito dalla risposta della commessa della famosa catena di ristoranti-boutique Sanborn’s: “Ma li cerca per giocare, o commestibili?”.

Tuttavia si èspesso impressionati dal vero e proprio servilismo dei camerieri, che si prodigano in scivolate per cambiarti la bottiglia o il bicchiere o il piatto, per assecondare la tua comodità, per rinfrescarti il palato più volte – fosse anche per bieco interesse alla vendita, visto che devono necessariamente rimpinguare i loro magrissimi stipendi con le mance. Solo a volte s’incontra quell’aplomb che nelle terre italiche si traduce in fredda noncuranza esecutiva di chi attende il cliente, in efficienza nordica o torpore mediterraneo.

Assente il giusto mezzo, il Messico è una terra stimolante per lo straniero alla ricerca di un allargamento di meningi a tutti i costi. Una terra che ti divora lo stomaco con i suoi cibi arroventati – puoi trovarti in viaggio, ad allucinare anche senza peyote, sudando in un letto di un hotelluccio a Oaxaca con 42 di febbre per l’indigestione – ma anche te lo culla con i sapori dei brodi e delle creme più deliziose. Che ti affama la vista nelle sue periferie affastellate come discariche di muraglie pre ispaniche erose da un salmastro, e te la lucida nelle naturalità più floride del Chiapas. Che ti sveglia negli strilli faunistici più tetri delle selve che precedono, cariche di iguane, pappagalli e piattole smeraldine, il mar Pacifico o del Caribe. O che ti rallegra, nelle architetture coloratissime dei loro viola, arancioni e azzurri tipici che incontri un po’ ovunque, rinnovati anche nelle meraviglie dell’architetto Luis Barragan. Colore che sempre sopravvive all’entropia, come le vibranti tessiture raffiguranti cervi e conigli sacri del popolo Huichol della Sierra Madre, contro l’oblio delle compagnie petrolifere avide delle loro lande sacre.

I colori naturali e resistenti del Messico si replicano nelle pignatte zeppe di caramelle, nei festoni di carta crespa a celebrare il Giorno dei Morti, persino nella pasticceria alquanto sintetica, gonfiata e zuccherina di cannella e vaniglia di queste terre – forse una delle caratteristiche che potrete benissimo trascurare: la gastronomia migliore per il palato europeo è quella salata, piccante, speziata. Sebbene in questa vostra assunzione arrivino non solo i mango, ma anche le guayabas o le pitahayas ed altri frutti esotici locali dai colori, forme e gusti estroversi, a sconfessarvi come bombe a mano.

Io però sto ancora uscendo dall’aeroporto, lontano dal vedere di nuovo, dall’addentare prelibatezze, dal sapore sapere, dall’autentico regredire nel colore, e mi metto ad attraversare la Capital in taxi alle 4 e mezza del mattino. Arrivi dalla perfettina Parigi – al confronto annoia come la chiacchera compita di un francese– e non puoi fare a meno di notare di contro l’inefficienza dell’illuminazione generale del Distrito Federal. Si hanno poi davanti dei deserti meccanici, auto accasciate più che parcheggiate ai lati, dalle ruote squarciate,viadotti sepolcrali, allucinati dalle luci condotte come al ralenti dalle volanti della polizia. In una notte che è sfornita, impietrita in un particolare Medio Oriente occidentale. Che fine ha fatto il vermiglio Messico nella mia prima regressione notturna? Sorpresa: dovrò scovare altri colori.

La notte di Città del Messico che ho conosciuto in passato da cittadino del Defectuoso – così la “vezzeggiano”, la Difettosa, giocando con D.F., Distrito Federal – è anche una notte placida come un piumaggio d’uccello, che ti copre cordiale, chiedendo venia per l’arruffarsi giornaliero dei destini di una megalopoli, recuperando la freschezza dell’antica Valle del Messico che mandò in tilt i conquistadores. Ha i colori del verde, del rosso scuro, del ceruleo. È una notte dove transiti tra diversi taxi, dalla bassa carena sfondata, girando per le cantinas dal Centro Historico – i suoi colori: l’ossidiana e l’avorio –o per le feste private nel sofisticato quartiere Roma – verde di fronde e biancastra di presenze umane – oppure per i bar dell’oramai balneare quartiere Condesa – un Raval senza Barcellona, condannato a divenire un’Acapulco per le discoteche e i 3×2 alcolici esosi e all’ingrosso – o ancora del più luchadore ben acculturato Coyoacán – autentico museo a cielo aperto della messicanità.

Tra i quartieri, le altre tonalità sono fatte d’insegne neon un po’ consunte e vorticanti degli alberghi retro sui viali, l’accendersi freddissimo di qualche billboard pubblicitario al plasma che ricopre un’intera facciata di grattacielo come una porta interstellare, mentre scuro e sospetto è l’approssimarsi di qualche pingue venditore di gomme da masticare ai semafori, o di un suonatore di stonati organetti tarlati. Qua e là, lampeggianti, le scellerate corse d’attraversamento dei pedoni nelle avenidas, celestine verso l’orizzonte, tranne che per le profondissime buche da schivare come pozzi senza fondo alla Lewis Carroll. In inverno, incontri la fiamma luciferina del venditore di camotes, dei tuberi dolci, che ti si avvicina, demone con il suo carretto-fornace – e magari è un docile sdentato dal colore itterico.

Arrivavamo sempre in taxi, in queste notti, di preferenza alle feste private perché più economiche, accedendo a case e appartamenti intonacati di blu, arancioni o viola. All’interno si rivelavano incantati giardinetti tosati, ragazze olivastre dalle ciglia sproporzionate, capelli setosi, sederi bassi e sorrisi bianchissimi, che balbettano per l’alcool o le droghe davanti a ingegnosi sound system casalinghi condotti da dj della domenica. E davanti a quelli, in adorazione, c’era l’intero e profondo meticciato di questa società: alti biondoni baschi o mezzi-americani, bruniti nani messicani, mimetizzati bianchicci argentini, colombiani e uruguayani, anche tarchiati iberici d’esilio anti-franchista ben riconoscibili per ciglia corvine e tarchiatezza da toreador. Conversavamo, ballavamo, in circolo ci scambiavamo lattine di birra come fossero calumet della pace. E proprio da questi altari precari può partire un altro colore della conversazione notturna, magari dal rivendicare, tra una facezia e un’altra, uno o più eroi del dissenso politico messicano: l’oramai storica e combattente giornalista Lydia Cacho, l’infaticabile reporter Carmen Aristegui, il prete dei migranti centroamericani Padre Solalinde, oggi forse anche il recentemente arrestato José Manuel Mireles, leader degli autodefensas, la polizia informale popolare contro i narcos, e che si trova in una dubbia eterotopia armata tra Stato e poteri mafiosi.

Anche questo è il colore pieno di ombre del Messico, il colore delle questioni politiche più stringenti e disarmanti che si accende spesso. Come è il colore sbiancato del rampante presidente Peña Nieto, che pare sottilmente smantellare dietro una facciata telegenica ed efficiente ogni forma di libertà d’espressione e autonomia del popolo, con le sue leggi sulle telecomunicazioni e il suo turbo-liberalismo. E c’è sempre quella solita lotta, per i messicani, tra l’avanzare verso il futuro in modo compatto e il conservare un sistema di sussistenza per tutti che non giova: la prima strada, monocolore, pare impossibile, ingiusta; la seconda li condanna all’immobilismo, al risentimento classista, al pasticcio dei colori. Niente giusti mezzi, niente colori pastello diffuminati di marca europea, qui.

Poi, dimenticando tutto, usciti dalle feste, ci mettevamo in fila, compiendo nuovi spostamenti, davanti alle taquerias, e con un fare un po’ animalesco, biascicavamo reclinando la testa da un lato il nostro piccolo pasto di carne invigorito dal coriandolo, sopra calde tortillas odoranti di terra come è l’odore del mais. I messicani spesso accompagnano questo taco, questo spuntino di maiale o di manzo o di viscere, preparata in vari modi – dei quali il più gustoso è quello cosiddetto al pastor, dal colore arancione vivo che ricorda il tandoori indiano – con un frullato di malto lattiginoso, che a noi europei si presenta come un punto interrogativo allappante in fronte. La città di giorno brontolante, dal cielo solcato da aerei dei quali scorgi alla perfezione la pancia tale è la vicinanza minacciosa, di notte si calma e noi ci calmiamo appesantiti dai suoi pasti. Partendo da qui: di che colore sarà la notte nella luttuosa Ciudad Juarez? Che colore avrà la notte nella schizofrenica Tijuana? Che notte nella bacchettona Guanajuato? Che notte marina sulla spiaggia a Puerto Escondido in un chiringuito gestito da un allampanato bresciano?

Un tempo erano i caldi pomeriggi o le mattine soleggiate nei numerosi parchi cittadini, nelle strade selciate del quartiere San Angel, nei mercatini di frutta e verdura o davanti alla Biblioteca Centrale dell’assolatissima Universidad Nacional Autonoma (quella, per intenderci, immortalata nei Detectives di Bolaño, ma anche quella dove insegna Jorge Volpi) che avrei conservato: i colori più lampanti. Oggi, de regreso, regredito ad una condizione di seconda vista necessaria, interessato al riportare, a regresar qualcosa che ho preso e a riprendere qualcos’altro, è questo notturno sfaccettato d’umanità conversante che mi piacerebbe portarmi a casa come autentico caleidoscopio. È una tavolozza dello stare assieme, che, in luoghi come questi, è ancora virtù: dove c’è il pericolo della dispersione, dell’abrasione del colore, si scambia volentieri questa moneta valida, al confronto con la tiepida umanità europea, spesso lamentosa, taciturna e rassegnata. Notte americana sull’altipiano messicano, silenziosa e ciarliera a un tempo, più forte notte della giornata tossica nel D.F., io ti vorrei portare via come una scatola nera dentro la quale metterei colori del Messicoprima che esso naufraghi.

(Continua)

 

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